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'Blazing'

Staccai le mie labbra dalle sue,uno schiocco segnò la fine di quel bacio immenso. Bello, anzi,stupendo. Intenso e dannato. Forse desiderato, ma sicuramenteinaspettato. Justin rimase a pochi centimetri dal mio viso, per poicontinuare la sua lenta tortura, poggiandomi al muro della mia camera. 

Fu in quel momento, che realizzai ciò che stava accadendo.
"Justin.." sussurrai tra i baci, accarezzandogli la schiena da sotto lamaglietta. Sentivo la pelle sempre più calda, ma quellasensazione di benessere era davvero fortissima e mi prendevacosì tanto che non riuscivo a fermarmi.
"Lasciati andare, piccola mia" sussurrò sulle mie labbra,stringendomi sempre più a sé. Serrai gli occhi e ripresea baciarmi, con sempre più passione.
Morivo dalla voglia di continuare a baciarlo.
E allo stesso tempo, di staccarmi e di andar via.
"Se dovessi lasciarmi andare, ti ucciderei, Justin" provai a staccarmida lui. Sentendo le mani diventare sempre più calde.
Ma lui niente. Continuava la sua dolce e tenera tortura.
E nel mentre, le mie mani continuavano a scaldarsi.
"Justin..devi andare via.. devi andare via" staccai i nostri visi, definitivamente.
"Non riesco a star lontano dalle tue labbra, Rebecca" sussurròil mio nome in una maniera così sensuale, che sentii unformicolio nello stomaco.
Chiusi gli occhi, sentendomi diventare sempre più calda. Nonvolevo, non volevo assolutamente. Eppure era più forte di me,non riuscivo a controllarmi. Avevo perso il controllo delle mie azioni,della ragione. Il mio unico obiettivo non era continuare a baciarlo, ma ucciderlo.
Eppure, non lo volevo.
Ma stavo per farlo.

"Justin, lasciami!" mi staccai, con le fiamme al posto degli occhi.Indietreggiai di qualche passo, mettendo le mani nei capelli, chebrillavano quasi. "Va via, va via prima che io perda il controllo. Vavia, Justin!" quasi urlai, con l'affanno. Mi gettai sulle ginocchia,ero diventata una vera e propria torcia vivente. Il fuoco brillava, sulmio corpo. Le fiamme ondeggiavano, proprio come poco prima ondeggiavanosul canovaccio che avevo dovuto gettar via.
Justin fece un passo indietro, dischiudendo la bocca. Nei suoi occhi si leggeva solo panico.
"Justin non riesco a controllarmi, ti prego va via" strinsi le mani aforma di pugno sulle ginocchia, ero una fiamma umana eppure non avevocaldo, anzi. Stavo dannatamente bene.
Il biondo si avvicinò piano al mio corpo, piuttosto che andarvia. Il cuore mi batteva forte, le ginocchia mi tremavano e le nocchedelle mie dita erano ormai diventate bianche dalla forza con cui stavostringendo. Avevo paura di fargli male, non volevo assolutamente esserela causa del suo dolore.
Ma con gli istinti che avevo, era praticamente impossibile controllarmi.
Già lo avevo fatto per troppo tempo.

"Scoprirò chi ti ha ridotta così" disse in un sussurrò, incrociando il mio sguardo.
Quasi con le lacrime agli occhi, mi strinsi su me stessa.
"Ti prego, va via da qui" sussurrai ancora. "Ora" ripetei, aprendo di scatto gli occhi e alzandomi in piedi.

E in meno di un secondo, Justin scomparve.

Mi girai intorno, sentendomi sotto pressione. Era come se avessicommesso un grandissimo errore a lasciarlo andar via, provavol'afflizione che provavano i soldati quandoavevano la consapevolezza di aver perso una battaglia. Un peso, dentrodi me, mi faceva sentire tremendamente male e insoddisfatta, come senon fossi riuscita a portare una mia missione a termine. Il problemaera,che non sapevo il perché.
Perché mi sentivo in quel modo?
Perché stavo così male?
Cos'avevo fatto di sbagliato?
Avevo semplicemente allontanato da me Justin, per quanto provassi odioe amore verso di lui, non volevo ucciderlo. Sicuramente, però, l'avrei fatto,se solo non l'avessi allontanato. Non sapevo perché, ma in quelfrangente di tempo in cui eravamo insieme avevo provato delle emozionimai provate prima, tutt'altro che piacevoli. E mi faceva paura, avevopaura di me stessa. Ero riuscita a controllarmi, quella sera.

Ma chi aveva la certezza che mi sarei controllata anche altre volte?
Io no di certo.

Justin's POV,
"Harris, abbiamo un problema" portai le mani tra i capelli, inquel momento l'unica cosa che desideravo era sprofondare sotto terra enon tornare più in superficie.
Tutto ciò che amavo davvero, era diventato ciò che più odiavo.
Il fuoco.
Avevo la netta sensazione che le avessero fatto qualcosa.. Che idiotache sei, Justin, da estremamente normale è diventata una lampada infiamme, ovviamente le hanno fatto qualcosa.

Non appena tornai a casa, lessi con attenzione gli articoli su LucasFlyin e la famiglia. Avere come migliore amico un computer aka hakerinformatico era davvero utile, sopratutto per chi, come me, dovevascoprire ogni singola sfumatura di ogni persona. E scoprii cose che mi scombussolarono, letteralmente.
Lucas Flyin non solo era un professore di filosofia, ma era anche unoscienziato e faceva parte delle persone che avevano inventatoSupernova. Supernova era un progetto per produrre più energia,utilizzando lo stesso processo che si crea in una fusione nucleare: illoro obiettivo era quello di fondere elementi di ferro e nichel creandouna reazione esotermica, che in poche parole vuol dire diminuire lamassa ed aumentare l'energia prodotta. Alla presentazione di Supernova,però, ci fu una complicazione e la fusione nucleare fucosì potente che riuscì a far cadere a pezzi un interoedificio di ventidue piani situato a Berlino.Gli unici superstiti furono quattro persone: Lucas Flyin, Jeremy Olsen, Richard Pew e un uomo senza identità.
Accusarono gravi ustioni alla pelle, i loro esami erano del tutto sballatie non si riusciva a capire il perché dell'infuocarsi di tutti macchinari tecniciche li tenevano in vita.
Dopo quel giorno, Flyin ebbe numerosi imprevisti: tutto ciò chetoccava, si bruciava. Quando perdeva il controllo risultava pericoloso,la gente diceva che fiamme uscivano dal suo corpo. Dovette trasferirsia Los Angeles, dove cercò di vivere invano una vita tranquilladove tutto ciò che toccava, si infuocava.
Il suo obiettivo però, da anni, era quello di ricreare Supernova. Per quale scopo, non riuscii a scoprirlo.
Più informazioni leggevo, più mi si gelò il sangue nelle vene.
Finché.. una foto attirò la mia famiglia.
Era una foto di famiglia, e non appena la vidi sentii il mondo cadermi addosso.

Che ci faceva Brigitte lì?

Cominciai a leggere la descrizione della foto.
"Sulla destra, Brigitte Flyin, nata nel 1993 a Berlino" corrugai lesopracciglia quando scoprii che la ragazza che stavo quasi per sposaremi aveva mentito per tutto quel tempo. E un senso di rabbia pervase ilmio corpo.
Ma la domanda era, cosa voleva da Rebecca?

Rebecca's POV.
Non appena mi calamaii, scesi nuovamente in salotto. Justin era andatovia grazie al cielo, così che potevo aiutare a sparecchiare e apulire senza ulteriori complicazioni. Mentre il resto della banda erasul divano, io e Alyssia sparecchiammo la tavola, mettemmo i piattinella lavastoviglie, facemmo una spazzata per terra e una pulita aimobili. Non sentivo più il dolore alla gamba, era comeimprovvisamente scomparso ed era strano, ma ne ero contenta.
"Vieni anche tu sul divano?" mi chiese mia sorella, non appena finimmo.
"Arrivo tesoro, prendo un po' d'aria" le sorrisi calorosamente, primadi uscire fuori casa e passeggiare solitaria tra le strade trafficatedi Los Angeles.

Nonostante fossero le dieci, c'era ancora molta gente. Per quanto mipiacesse stare in compagnia, preferivo sinceramente sedermi in un parcoe stare da sola. Infatti, così feci.
Mi sedetti sull'altalena, ricordando con un amaro sorriso sulle labbraquella domenica di qualche settimana prima. Senza farmi sospettarenulla, Justin mi fece sedere sull'altalena per poi spingermi e farmisentire libera, senza pensieri. In quel momento mi sentivo una bambina,una bambina felice che desiderava solamente volare e scappare via datutto ciò che la circondava non perché non losopportasse, ma solo per la curiosità di scoprire il mondo.
Dolci ricordi che affiorarono nella mia mente, diedero spazio ad amari pensieri che mi opprimevano.
Justin da quel giorno era cambiato così tanto. O forse, ero cambiata io.
Non riuscivo a capirlo, in quel momento non capivo più niente.Sentivo solo che non lo amavo più o che, meglio, sentivo dipensare di non amarlo. Pensavo che il mio amore aveva fatto postoall'odio, un odio irrazionale e incontrollato che mi spingeva a fareciò che non volevo.
Sentimenti opposti si alternavano a seconda del momento nel mio cuore.
E non riuscivo a dare a nulla una spiegazione.
"Forse sei solo delusa e arrabbiata, o forse troppo innamorata" pronunciai a me stessa, per poi corrugare le sopracciglia.
"Adesso parlo anche da sola, perfetto" alzai gli occhi al cielo, notando che lo avevo fatto di nuovo.
Sospirando, mi alzai dalla panchina, pronta a tornare a casa, quando uno strano rumore catturò la mia attenzione.

Sembrava un ansimare, delle urla strozzate. Provai ad ascoltare meglioper riuscire a capire da dove provenisse il lamento, seguendo unpercorso. In poco tempo, mi ritrovai in un vicoletto buio, senzauscita. Mi avvicinai ad un bidone della spazzatura cercando dimimetizzarmi con l'oscurità mettendo il mio cappuccio, per poicapire cosa stava succedendo.
Un uomo, sdraiato a terra, armeggiava con la cinta del suo pantalonementre con l'altra mano teneva strette le braccia di una povera ragazzache cercava di dimenarsi. La vedevo disperata, implorante. A causa delfazzoletto che aveva tra i denti non poteva urlare.
Provai pena per lei. Ma non solo.
La rabbia si impossessò del mio corpo, cominciai a luccicarelievemente e mi feci coraggio, uscendo dal mio nascondiglio. "Levalesubito le mani da dosso!" urlai, avvicinandomi a quell'uomo che in unprimo momento sussultò, per poi ridere.
"E tu, bimbetta, vorresti far paura a me?" si alzò da terra conun ghigno, intimando alla ragazza di non muoversi. Lei in tuttarisposta fuggì spaventata in un angolo, portandosi le gambe al petto.Cercai di incrociare il suo sguardo rassicurandola, quando sentii duemani prendermi il braccio. "Questa sera penso che nessuno ci impediscadi fare una cosa a tre.." sussurrò l'uomo, il cui alito puzzavadi alcool.
"Non penso proprio" sussurrai a mia volta, sentendo aumentare il calore del mio corpo. In men che non si dica, diventai una lampa di fuoco.Sentii l'uomo ansimare dal dolore provocato dalla scottatura, sorrisibeffarda vedendolo allontanarsi da me. "Sai, non si trattanocosì male le signorine" ghignai, osservando per un secondo lemie mani circondate da due palle di fuoco arancioni e rosse. Che grandissima figata.
Feci scrocchiare il mio collo, mentre lentamente mi avvicinavo a quell'uomo orribile.
"Cosa sei?" mi chiese, allontanandosi mentre io mi avvicinavo.
"Il tuo peggior incubo" sussurrai, lanciandogli una palla di fuocoaccanto alla testa. Era con le spalle al muro, praticamente bloccato.Non volevo ucciderlo, ma non volevo nemmeno che facesse del male aquella povera ragazza. Così, mentre lo distraevo, trassi ilcellulare dalla tasta e senza farmi vedere digitai il 911.
"Non ho paura di una ragazzina come te" esclamò, coninsicurezza. Nel frattempo, sentii una voce rispondere dall'altro capodella cornetta. Avvicinai il cellulare all'orecchio.
"Un uomo sta tentando di stuprarmi" urlai, senzaperdere d'occhio l'uomo posto davanti a me. Strabuzzò gli occhie s'infuriò, tant'è che con uno scatto mi raggiunse e miprese il collo.
Concentrati Becky, riscaldati.
Riscaldati.
Riscaldati.
La mia temperatura aumentò sempre più, così comela luce che emanavo. Divenne sempre più forte, vivida,più accattivante e seducente. I capelli cominciarono a librarsiin aria e anche i miei occhi si accesero di rosso.L'uomo si scottò ancora le mani, ma non gli diedi il tempo discappare. Con un gesto della mano, formai un cerchio di fuoco a terracosì che non potesse scappare. Le fiamme erano alte,sovrastavano la sua figura. Ne approfittai per avvicinarmi alla ragazzache impaurita aveva assistito a tutta la scena.
Mi inginocchiai, notando che era una ragazzina di quattordici o quindianni. Tornai al mio aspetto normale, accarezzandole il viso.
"E' tutto finito" sussurrai, sorridendole rassicurante. Di punto inbianco mi abbracciò, piangendo a dirotto a causa dell'accaduto.Le accarezzai i capelli e la schiena, come per rassicurarla, e solodopo qualche minuto si calmò.
Non appena sentii delle sirene in lontananza, mi staccai dalla ragazza."Adesso devo andare" dissi, guardandola negli occhi. "Tieni duro"annuì, guardando prima me e poi l'uomo che l'aveva quasistuprata. Mi voltai, cominciando a camminare
"Come ti chiami?" urlò la ragazza, con la voce tremante.
"Blazing" la guardai negli occhi "Blazing"

Dopodiché, corsi via. Senza aspettarmi una risposta.
Quello che era successo, era stato surreale. Ma la sensazione divittoria, di aver 'sconfitto' quel cattivo, di aver salvato una poveraragazzina indifesa.. mi dava pace mentale e soddisfazione. Ero statautile a qualcuno, nel mio piccolo avevo contribuito a preservare lagiustizia. Era così soddisfacente, così appagante sapereche io, non qualcun altro, ma io, ero stata la salvezza di una poveraragazzina.
Tornai verso casa col sorriso stampato sul viso, fiera di me stessa.
"Chi è?" chiese mia madre non appena entrai dalla porta.
"Sono io" sorrisi, dando un bacio a tutta la mia famiglia. "E che cifate ancora svegli? Su forza piccolini, dobbiamo andare a dormire"battei un paio di volte le mani come per chiamarli e stranamentefunzionò, poiché tutti e cinque i bimbi si alzarono daldivano e si avvicinarono a me.
"Andiamo anche noi? Sono le undici ormai" mio papà guardòl'orologio, mentre mia madre annuì con un sorriso.
"Allora chiudo e spengo tutto" si offrì Ryley, mentre io annuii prendendo per mano i gemellini.
Mi avviai di sopra, mettendo a dormire i gemellini mentre Alyssia eBreanna fecero tutto da sole. La loro autonomia mi rendeva davverofiera di loro e di come stavano crescendo.
Non appena i gemellini si addormentarono, salutai tutti i componentidella famiglia. Andai prima da mamma e papà, poi da Alyssia eBreanna e infine da Zack e Ryley. Non appena entrai in camera mia,rivolsi l'attenzione alla finestra di Justin.

La luce era spenta, ma lui era affacciato a guardare le stelle. Rimasiferma, imbambolata a guardarlo per un po' di secondi. I suoi lineamentierano perfetti, lo rendevano tanto attraente quanto dolce. La sua pellechiara, i suoi occhi, il modo in cui i capelli gli scendevano sulviso.. erano tutti elementi che risaltavano la sua bellezza esteriore.Mi piacevano un sacco i tatuaggi che aveva e sopratutto morivo, ogniqual volta si ingrossava la vena che aveva sul collo. Ero ipnotizzata,completamente presa. Non riuscivo a spiegarmi come mai tuttaquell'attrazione, eppure la provavo.
Mi resi conto solo in quel momento, quanto desideravo averlo accanto ame. A stringermi forte, a baciarmi, a coccolarmi, ad amarmi.
Sospirai, passandomi poi una mano tra i capelli. E mi chiedevo comemai, tutto l'amore che provavo in quel momento all'improvviso andavavia per dar spazio alla rabbia.
Cosa mi stava succedendo?
Perché ero così lunatica?
Perché non riuscivo a provare sentimenti normali?

Odiavo farmi tante domande e non potermi dare una risposta, ma nelleultime settimane pormi domande senza risposta era il mio hobbypreferito.
Dopo aver messo il pigiama, mi girai ancora verso la finestra. Justinera ancora lì a guardare le stelle e sempre pensieroso, tanto.Quando sentì che aprii la finestra, mi guardò. Il suosguardo mi trasmetteva preoccupazione, nostalgia. Per farlo sorridere,decisi di fare qualcosa di strano, che non avevo mai fatto.
Mi concentrai al massimo, così da poter usare i miei nuovipoteri. Non appena sentii l'energia scorrermi nelle vene e vidi le miedita brillare, aprii gli occhi. Justin mi guardava curioso, ma la suacuriosità svanì quando vide un cuore di fuoco creatosi trala mia e la sua finestra. Era bello sapere che ero stata io a farlo.
E finalmente, vidi ciò che tanto attendevo: il suo sorriso.
Prima che il cuore svanisse, vidi un'orchidea crescere sul palmo dellamano di Justin; pochi secondi dopo, attraversava il cuore di fuocovolando a mezz'aria. Non appena arrivò tra le mie mani, accennaiun sorriso e chiusi gli occhi. Fu proprio in quel momento che il ventoaccarezzò il mio viso, spingendomi a sorridere sempre dipiù.

Erano quelle piccole grandi cose che mi facevano battere il cuore.
Erano quelle piccole grandi cose che mi facevano sentire bene.
Erano quelle piccole grandi cose che confermavano l'amore che provavo per lui.
Erano quelle piccole grandi cose a farmi capire che mi aveva presa ormai.
Ed erano quelle piccole grandi cose che mi davano la certezza che la sua presenza avrebbe reso la mia esistenza meravigliosa.

Ma allora perché, non appena chiusi la finestra, sentivo che tutto era dannatamente sbagliato?
-Perché l'acqua è iltuo peggior nemico, piccola donna fiammeggiante. Potrebbe spegnerel'incendio che c'è in te-
Sotto un certo aspetto, Olga, hai ragione. Ma ti ricordo che nondomina solo l'acqua, sa dominare anche l'aria. E con una folata divento è stato in grado di riaccendere quella fiamma che si trovanel cuore chiamata amore che da tempo si era spente. E ora, oh, ora sì che è diventata un vero incendio, e questo sì che è indomabile.        

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