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'Be', tu puoi vederlo senza maglietta'

Il sole mi picchiettava sul viso, era ormai alto da un po' ma nonostante ciò non avevo affatto voglia di alzarmi, stavo così bene. Erano ore omai che ero sul petto di Justin e le sue mani non smettevano di accarezzarmi la schiena. Era rilassante. 

"Signorina Myers, sono le sei. Penso sia ora di tornare." sussurrò Justin. In tutta risposta grugnii e mi strinsi al suo petto, sentendolo ridere.
"E va bene." dissi infine, alzandomi e avviandomi verso la macchina seguita da Justin. Il sole era abbastanza forte ed era bello vederlo risplendere nelle acque cristalline di Los Angeles.
In poco tempo arrivammo in macchina e in un quarto d'ora a casa. Sperai vivamente che tutti stessero dormendo, altrimenti non sarei riuscita a sopportare tutte le loro domande. Ero stata via tutta la notte, papà si sarebbe sicuramente arrabbiato.
"Vado a prendere un paio di cornetti al bar, tu vuoi qualcosa?" chiesi a Justin, attirando la sua attenzione. Annuì e insieme entrammo al bar che si trovava proprio di fronte casa mia, faceva dei cornetti spettacolari. Era comodo averlo proprio a due passi, così potevo scendere e comprarne quando non avevo voglia di cucinare qualcosa per la colazione.
"Buongiorno." salutammo io e Justin all'unisono. Sonia, una signora abbastanza anziana che dirigeva il locale, ci sorrise cordialmente. "Un tavolo per due." continuò Justin, lasciandomi perplessa. Mi sorrise per poi farmi un'occhiolino, mentre Sonia ci portò ad un tavolino abbastanza appartato.
"Cosa desiderate?" ci chiese, prendendo un blocchetto.
"Io un caffé e un cornetto al cioccolato." disse subito Justin, per poi incitarmi con capo a ordinare qualcosa.
"Un cornetto al cioccolato bianco e un caffé ginseng." Sonia annuì, poi scappò dietro al bancone. Era davvero buffa, ma era anche tanto dolce. "Come mai hai voluto fare colazione qui?" chiesi a Justin guardando l'ora sul cellulare. Erano le sei e venti, se avremmo fatto presto sarei riuscita a fare tutto.
"Perché voglio stare ancora con te." ammise serio, incrociai il suo sguardo. Il nostro gioco di sguardi fu intenso, così intenso che quasi non riuscvo a sorreggerlo. Mi morsi un labbro e abbassai lo sguardo, sentendomi avvampare. Come riusciva a farmi quell'effetto?

Fortunatamente, Sonia arrivò presto con le nostre ordinazioni. Presi il mio cornetto e cominciai a mangiare lentamente, mentre continuavo a parlare con Justin. Mi piaceva parlare con lui, mi metteva serenità. Forse in dieci o quindici minuti finimmo di mangiare e ci avviammo alla cassa. "Potresti darmi anche due cornetti con la marmellata, due col cioccolato bianco e tre al cioccolato, per favore?" chiesi a Sonia, prendendo il portafogli. Mi sorrise a annuuì, per poi incartarmi tutti i cornetti.
"Sono dodici dollari." feci per aprire il borsellino, quando una banconota da venti si poggiò sulle mani di Sonia. Guardai Justin dal basso fulminandolo con lo sguardo. "Arrivederci ragazzi." ci congedò e sparì nel retro, mentre noi uscimmo.
"Volevo pagare io." sbattei il piede a terra come una bambina, sentendo la sua dolce risata.
"La prossima volta, piccola." mi sorrise. "Ci vediamo dopo, okay?" annuii e mi baciò dolcemente la mano per poi scomparire dietro la porta di casa sua. Scossi la testa ed entrai in casa anch'io, sentendo stranamente silenzio. Be', non erano nemmeno le sette.
Posai i cornetti sul tavolo in cucina e salii di sopra per cominciare a svegliare i bimbi. E per bimbi, non intendevo solo i piccoli, ma sopratutto Ryley. Alle otto doveva uscire e come minimo doveva aiutarmi a vestire i nostri piccoli mostriciattoli. Così entrai in camera sua, mi sedetti sul suo letto e gli diedi un dolce bacio sulla guancia destra. "Bell'addormentato, sono le sette." mentii, e in un secondo scattò dal letto. Senza neanche salutarmi corse in bagno a lavarsi, mentre io scoppiai a ridere. Uscii dalla sua camera e cominciai a svegliara Alyssia e Breanna, le lavai e le vestii velocemente. Dopodiché svegliai i gemellini mentre Ryley pensò a Zack. Si svegliò anche papà, tutta la famiglia era al completo. O quasi..

Scendemmo tutti in cucina. "Ho fame." si lamentò Alyssia, sedendosi a tavola.
"Ho preso i cornetti." strabuzzò gli occhi e sorrise. Presi la tovaglia, del succo, il latte, i biscotti e la frutta. Poggiai tutto sul tavolo.
"Non ti ho sentita uscire." papà prese un cornetto al cioccolato.
"Io lo voglio alla marmellata!" strillò Jhonny con la sua vocina acuta, sorrisi e glielo presi.
"Allora vuol dire che posso fare il ninja perché nessuno riesce a sentirmi." ridacchiai, servendo tutti.
"Tu non mangi?" mi chiese Breanna, addentando un cornetto. Scossi la testa.
"Ho già mangiato." sospirai, sedendomi a tavola.
In poco tempo finirono la colazione. Il tempo di prendere gli zaini che arrivò il pulmino e tutti andarono via, compresi papà e Ryley. Anche se Ryley sarebbe andato a lavoro nel pomeriggio, doveva uscire presto a fare delle commissioni per poi andare direttamente a prendere tutti i bambini a scuola.
Guardai l'orario e mi tirai su le maniche: erano le otto e avevo circa tre ore per finire tutto. Charly sarebbe arrivata verso le otto e mezza per cui cominciai a sistemare la cucina e, non appena finii, sentii il campanello suonare. Charly mi saltò letteralmente addosso abbracciandomi, ma non mi stupii più di tanto: non per niente la chiamavo pazza.
"Come stai?" mi chiese, salendo con me al piano di sopra. "Hai due occhiaie enormi!" rise. Aveva un sorriso bellissimo quella ragazza. Cominciò a torturarsi una ciocca di capelli tra le dita mentre aspettava che aprissi lo stanzino dove avevamo tutti gli attrezzi per pulire. Lo faceva sempre e metteva sotto pressione anche me.
"Devo raccontarti un sacco di cose!" sbottai, entrando nello stanzino.
Io e Charly eravamo molto amiche, era un po' come la sorella che non avevo mai avuto. O meglio, avevo tre sorelle, ma di certo con loro non potevo parlare di ragazzi o di tacchi o di vetrine. Era la mia migliore amica e la ragazza migliore che avessi mai conosciuto. Aveva una famiglia divisa purtroppo, ma la mamma si era risposata e lei era segretamente innamorata del suo fratellastro. Barry però non sembrava essere preso da lei proprio come lei lo era di lui. Cosa stranissima, perché era una ragazza molto attraente: i capelli biondi le contornavano il viso leggermente allungato e poco paffuto, gli occhi verdi erano in perfetto contrasto con la sua pelle chiara e le labbra carnose erano desiderate da tutte noi povere umane. Il suo viso era stupendo, il suo corpo altrettanto. Non per niente aveva molti ragazzi che le correvano dietro. Mentre io, mi sentivo come Pippi Calzelunghe e la sua scimmietta. Forse più la scimmietta che Pippi.

"Quindi siete stati fuori tutta la notte? E poi chiami me pazza!" Charly scoppiò a ridere scendendo le scale, avevamo appena finito di pulire l'intero piano di sopra così ci avviammo verso il soggiorno.
Sollevai le spalle. "Be', non riuscivo a dormire e non potevo non accettare l'invito di un ragazzo così attraente." risi, provocando anche la sua risata.
In poco tempo finimmo di pulire, posammo tutti gli attrezzi nello stanzino e mi gettai sul letto. Il sonno si impossessò immediatamente del mio corpo, avevo passato l'intera notte sveglia per cui era anche normale che volessi dormire. A malavoglia, mi alzai dal letto. "Ti dispiace se faccio una doccia? Devo svegliarmi un po'." Charly annuì prendendo il mio computer, così io mi chiusi in bagno ed entrai nella doccia. Non appena l'acqua fredda mi bagnò i capelli, sussultai e aprii le palpebre.
Okay, mi ero svegliata.
Feci il prima possibile la doccia, dato che mancavano solo dieci minuti alle undici. Asciugai i capelli e li lasciai mossi naturali, indossai l'intimo e tornai in camera. Non sapevo cosa mettere, infondo sarei solo andata da mamma e poi a casa. Per cui, optai per un semplice jenas scuro, una t-shirt bianca e una giacca nera. C'era un po' di vento e non volevo ammalarmi, quando prendevo la frebbre non avevo le forza di fare nulla e non potevo proprio permettermelo in quel momento. Per finire, truccai leggermente i miei occhi con una linea sottile di eyeliner, del mascara, un po' di cipria e..pronta.
"Tu sei pronta?" chiesi a Charly, prendengo una borsa a tracolla nera. "Dove sono le chiavi?" cominciai a girarmi intorno e a guardare ovunque, finché non le trovai sulla scrivania. Le raccolsi velocemente.
"Sei tu quella moscia." ridacchiò, passandomi il cellulare. Le feci la linguaccia e, insieme, uscimmo di casa, per poi salire in sella alla mia Ducati.

Non vedevo la mamma da, quanto? Una settimana, una fottuta settimana. Con tutti gli impegni che avevo riuscivo a vederla solo di sabato. Mi mancava tanto. Essendo un chirurgo passavamo poco tempo insieme, ma quando poteva quel tempo era di qualità. Spesso mi aiutava in anatomia o in scienze, infatti in quelle due materie cercavo sempre di avere il massimo dei voti. Volevo farla felice, volevo renderla fiera di me. Sopratutto in quel momento, volevo darle più motivi possibili per continuare a lottare contro quel mostro aka tumore.
Non appena entrammo nel parcheggio dell'ospedale mi sentii un qualcosa nello stomaco. Non mi piaceva assolutamente quel posto, anche se mamma ci lavorava da dieci anni. Vedevo troppe persone star male, troppe persone sulle brandine che non potevano muoversi a causa dei dolori. Chi piangeva a causa della morte di un proprio caro, chi invece si abbracciava perché i medici avevano compiuto un miracolo.
L'istinto mi diceva 'esci, va via', ma Charly fece tutt'altra cosa. Mi prese il polso e mi trascinò in ascensore, premendo con l'indice sul numero '8', ovvero in piano dedicato ai malati di leucemia. Deglutii, passando affianco a dei bambini, che avranno avuto si e no l'età dei gemellini, eppure già malati. Perché devono soffrire già così piccoli?
Charly bussò al posto mio alla porta della stanza di mamma. Un flebile 'avanti' fuoriuscì dalle sue labbra, così che entrammo.
Ed eccola lì, in tutto quel che si poteva definire splendore. Era stesa sul letto, collegata a dei macchinari attraverso dei tubicini. I capelli ormai avevano abbandonato la sua testa e i suoi occhi verdi erano ormai spenti. Non appena ci vide, però, si riaccesero. Un sorriso comparse sul suo viso e fece per parlare, quando la strinsi a me, cercando di non farla soffocare.
"Ti aspettavo, bambina mia." sussurrò al mio orecchio, facendomi sorridere. Le baciai la fronte dolcemente, per poi staccarmi. "Come stai?" continuò, annuii.
"Piuttosto, tu come stai?" le presi la mano e mi sedetti sul suo letto, guardando attentamente i suoi occhi. Il suo viso pallido e troppo dimagrito mi scrutava attentamente. Infine abbassò lo sguardo.
"Sto bene, i medici dicono che presto mi riprenderò." rialzò lo sguardo e mi sorrise, ma più che un sorriso di gioia era un sorriso rammaricato. "Scusa, Charly." si girò verso la mia amica. "Non ti ho proprio calcolata. Vieni a darmi un bacio."
La mia migliore amica si tuffò tra le sue braccia, proprio come avevo fatto io appena arrivata. Avevano un bellissimo rapporto e mamma la considerava come la sua quinta figlia femmina.

Quando i genitori di Charly cominciarono a litigare, Charly venne a dormire a casa nostra e mamma la trattava con tutto l'amore e con tutto l'affetto che possedeva. Si volevano bene ed ero felicissima di quel rapporto tanto stretto. Almeno, non avevo problemi a far venire la mia migliore amica a casa o a uscire con lei ogni qual volta volevo.
Sorrisi guardandole, finché non intavolammo una conversazione su quanto i ragazzi siano pigri e la portammo avanti finché un'infermiera non ci disse che la mamma doveva mangiare e fare la chemioterapia. Così, dopo un'ora, fui costretta a lasciare quella donna che tanto amavo e a tornare in moto, non prima ovviamente di averla abbracciata per bene.

"Mi manca già." confessai, mettendo il casco. "Andiamo in pizzeria?" continuai, cambiando discorso per non sprofondare in un mare di lacrime.
"Lo so." mi prese le mani. "E sì!" mise anche lei in casco e montò in sella dietro di me.
Partii verso il centro, saremmo andate nella nostra pizzeria preferita. Non solo faceva la pizza migliore di Los Angeles, ma era anche il posto in cui ci incontrammo per la prima volta. Era un localino piuttosto piccolo ma molto luminoso. Sulla sinistra c'era un forno a legna grandissimo e la postazione del pizzaiolo, sulla destra invece una decina di tavoli in legno. Erano in pandan col soffitto e le travi, mentre il colore delle pareti era rosso antico. Caloroso ed accogliente.
"Buongiorno." entrai, provocando il tintinnio di un campanello sulla porta.
"Buongiorno, posso esservi utile?" ci si avvicinò Paul, un ragazzo abbastanza alto e molto, decisamente molto, carino. Peccato che sia gay, pensai.
"Un tavolo per due." sorrise di rimando Charly, ammiccando come sempre. E non so come e non so perché, ma mi ricordai della colazione fatta con Justin. Impercettibilmente, sorrisi. Paul ci accompagnò cortesemente al tavolo, dandoci poi due menù.
"La pizza è decisamente il mio cibo preferto." esordì Charly, leggendo attentamente il menù. Risi tra me e me abbassandole in menù.
"Fin quando la mangi con le verdure non c'è sfizio." mi fece la linguaccia come una bambina, provocando un'altra mia risata.
"Si chiama mangiare in modo salutare. Tu piuttosto, dovresti smettere di ingozzarti di patatine." ridusse gli occhi ad una fessura, la copiai e cercai di mantenere una sguardo serio fin quando Paul tossì, attirando la nostra attenzione.
"Ahm, cosa posso portarvi?" chiese, un po' impacciato. Mi stupii del fatto che nonostante ci conoscesse da anni, non si fosse ancora abituato ai nostri modi un po' più che infantili.
"Una pizza con patatine e salsiccia." gli passai il menù con nonchalance, notando con la coda dell'occhio che Charly aveva appena alzato gli occhi al cielo.
"Io una pizza con rucola, pomodorini e grana." passò anche lei il menù a Paul nello stesso modo in cui lo feci io un secondo prima, per poi sorridermi soddisfatta.
Scossi la testa, consapevole che eravamo l'una più bambina dell'altra. Ma allo stesso tempo consapevole del fatto che le volevo bene così com'era e non volevo cambiare nulla di lei. Nemmeno quella sua ossessione per il rosa.

Era più di un'ora che eravamo sedute in pizzeria e ancora dovevamo finire le nostre pizze. Alla fine avevamo deciso di fare a metà, così lei avrebbe assaggiato la pizza con le patatine che tanto odiava ed io quella con le verdure che proprio non sopportavo. Ricredendomi però, perché effettivamente era buona.
Durante quell'ora avevamo parlato tantissimo di Justin, di quanto fosse carino e di quanto mi avesse colpito. E di quanto c'ero rimasta male non avendo ricevuto nemmeno un suo messaggio in sette ore. Sette. Non due, sette.
Rebecca, non siete nemmeno fidanzati.. sussurrava la vocina nella mia testa, a cui avrei dovuto dare un nome date le molteplici volte che interveniva. Olga, Olga l'avrei chiama.
Be', Olga, hai ragione, ma si dà il caso che abbiamo passato tutta la notte insieme sulla spiaggia e mi aspettavo almeno un messaggio, è il minimo. E invece no, chissà dov'era e chissà cosa stava facendo e con chi. Il solo pensiero di lui assieme ad altre ragazze mi faceva rabbrividire, ma Olga aveva ragione. Non eravamo fidanzati, non potevo prendermela o rimanerci male, non ero nessuno per lui.
"Vedrai che ti scriverà." mi rassicurò Charly, addentando una fetta di pizza con le patatine. "Almeno a te ha chiesto di uscire, io sono innamorata del mio fratellastro." fece spallucce e continuò a masticare lentamente. Ovvio, altrimenti non si saziava.
"Be', tu puoi vederlo senza maglietta." le feci l'occhiolino e alzò entrambe le soppracciglia di rimando con un sorrisino malizioso, come potevo non ridere?
"Tu puoi spiarlo dalla finestra di camera tua." suggerì, annuii.
"È più lui che spia me." sussurrai. "Ieri penso mi abbia visto in intimo." confessai, deglutì velocemente e spalancò gli occhi.
"No." sussurrò stupefatta.
"Oh sì, lo sai che, abituata a non avere nessuno, giro comodamente in intimo con le tende spalancate. Adesso il vero problema sarà in estate." mi grattai la nuca, per poi bere un sorso d'acqua.
"Andiamo a fare un giro e poi a casa?" chiese Charly, con un sorrisetto malizioso sul viso.
"Charly, Ryley non è come Barry, a lui piace stare vestito in casa." sorrisi e mi avvicinai alla casa cercando nella borsa il portafoglio. Quel sabato toccava a me pagare, avevamo deciso che una volta avrebbe pagato lei e una volta io.
Immediatamente ricordai la mattina, quando stavo per pagare ma Justin aveva fatto prima di me. Nonostante non fossero poi così tanti soldi, era stato un gesto carino. Quasi quanto lui. Ho detto quasi.
"Quant'è?" chiesi, alzando lo sguardo. Rimasi paralizzata notanto due occhi color nocciola al posto degli occhi verdi di Paul.
"Sono sedici dollari." rispose il ragazzo di fronte a me, sorridendomi. Quasi in trans, presi una banconota da venti e gliela porsi.
"E comunque, non ti ho scritta solo perché ho accompagnato i bambini a scuola e poi sono venuto a qui," disse tra sé e sé. "Rebecca." continuò, quasi in un sussurro.

Okay, Rebecca. Il rosso ti dona, certo.
Ma la grandissima figura del cavolo che hai appena fatto di fronte a Justin supera di gran lunga il rossore sulle tue guance.
Zitta, Olga.

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