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28. Tortura auto inflitta del cazzo

- You wonder where you're going next. You got your head pushed to my chest and now you're hoping that someone let's you in, well I sure'll let you in. You know I'll you in. Oh Kelsey, you - So don't let anyone scare you. You know that I'll protect you. Always now through the thick and thin until the end. You better watch it, you know you don't cross it because I'm always here for you and I'll be here for you.
Metro Station, Kelsey.

Harry

Se fosse bella, la vita, avrei corso per una mezzora al massimo, avrei speso pochi litri, il serbatoio ce lo avrei ancora pieno. Se fosse bella e appagante, la vita, me ne starei già con Joss al posto del passeggero. Anzi, no. Sarei già a tavola con Niall che, sempre se la vita in questione non fosse la mia, avrebbe preparato la cena, sperimentando l'arte dei fornelli.

La verità è che Niall ce l'ho ora al telefono che mi sta ribadendo di voler uscire anche lui - lo persuado nuovamente, forse per la trentesima volta, a restarsene a casa.

"Ma sono passate quasi due ore, Harry!" Mi dice.

Mi gioco la carta della menzogna, allora. Gli dico che l'ho vista, l'ho adocchiata da qui. E' lontana e devo correre a prenderla – "Muoviti" è ciò che mi ordina, ancora preoccupato.

La verità è inoltre che giro per di qui da un tempo fastidiosamente lungo – la verità è che mi sono stufato – ma questo l'ho già detto, che è troppo che la sto cercando. La Jackson l'ho percorsa tutta, ho pensato persino fosse lì alla villa delle Streghe di Coven. Ho provato per ogni parco del quartiere e in qualche pub – ma non ho provato in nessun nightclub e, da quanto mi dice il mio istinto, la festa privata alla Felicity Street fa un casino tale che mi fa venire in mente la possibilità dell'esistenza del suo continuo desiderio di affogarsi nell'alcol e nel pasticcio della sua testa alterata di qualche malefica sostanza.

La festa me la ritrovo davanti – il buttafuori riesco ad abbindolarlo; c'è una lista, ma una ragazza gentile lì fuori si convince, dopo il mio più sincero e patetico atto di disperazione pregandola di aiutami, di farmi entrare con lei, perché il suo nome è in lista.

La folla non mi opprime, neanche ci bado. Non posso pensare ad altro se non a lanciare occhiate ossessive lungo ogni angolo lato posto soffitto pavimento della grande location.

E alla fine la trovo. La trovo ed è una preda della musica; parla all'orecchio di un tipo, perché la musica è alta. Ma soltanto il pensiero m'innervosisce irrimediabilmente

"Josephine!" Strillo, ma lei non mi sente. "Joss, cazzo Joss?" E allora continuo fino ad arrivare a lei, afferrandola per un braccio e tirandola a me. Joss non è pronta per affondare nelle mie braccia, però. Lei si ribella – vorrei urlare ancora, ma adesso non vuole saperne di dedicarmi uno sguardo comprensivo.

Voglio sapere cosa c'è in quella testa che ha e "Torna a casa" le dico. "Con me."

Lei scuote la testa, abbandona lo spazio ristretto che condividevamo avvicinandosi al ragazzo con cui parlava prima che arrivassi. "Non ci vengo con te. Da nessuna parte. Sto qui. Sto qui, ora!"

Voce che richiama ogni tipo di preghiera, la sua. Un tono felice, è entusiasta, ma fragile e racchiude le debolezze che sta cercando di nascondere.

"Quanto hai bevuto?" Urlo e la tiro.

"Rilassati un po', oh!" Fa il suo amico. "Bevi pure tu, uhm... com'è che ti chiami?"

Io se potessi reagirei nel solo modo che conosco; accusare lui di essere approfittatore e trascinare lei. Mi sto chiedendo ripetutamente se questo tizio avesse avuto intenzione di provarci, poi. Se avesse desiderato lei per tutta la notte come la desidero io per tutto il mio tempo che passo insieme a lei. Mi limito a trascinarla via anche si dimena. Che non vuole venire con me. Che non vuole me.

Mi scoppia il cazzo di cuore. Mi scoppia il cuore e l'adrenalina mi sembra mi salga fin sopra le orecchie.

"Josephine, quanto cazzo hai bevuto?" Mi ripeto. La trascino verso l'uscita, senza curarmi del ragazzo che punta il suo sguardo su di noi. Su di me, che le porto via lei.

"Lasciami, lasciami in pace! Che vuoi da me? Non fare come Niall - lui fa tutto il paparino. E vai certo che io non ne ho bisogno." Urla singhiozzando, e impunta i piedi sul pavimento, quasi ci si siede.

Mi si dilata il cuore mentre assisto a questa scena. E' ubriaca di alcol e fragilità. Questa è la prova che non si è limitata a bere; e se non avesse bevuto così tanto non sarebbe stata così spontanea e vulnerabile, ostentando ogni sua sofferenza davanti a me e nel bel mezzo di una folla che delira.

"Basta, Joss. Ora vieni, andiamo." Le porgo anche l'altra mano tentando di persuaderla e cercando i suoi occhi, ma lei non asseconda il mio sguardo. Joss si accovaccia sul pavimento con un'espressione da bambina capricciosa in viso.

"L'hai voluto tu." Devo piegare le ginocchia per agevolarmi nell'impresa di caricare il suo corpo su una spalla. Se l'è cercata, che si sta ridicolizzando. Si sta auto disintegrando.
"N-no! Lasciami! Mettimi giù!" Josephine continua a dimenarsi sulla mia spalla, ovviamente ignoro tutte le sue suppliche di mollarla lì e raggiungo una delle uscite secondarie. Adesso siamo in un vicolo stretto e buio, probabilmente il posto più adatto data la situazione... Ma io ho un improvviso déjà-vu: sono di nuovo a Londra, fuori da quel bar affollato, e dietro di me c'è una piccola sagoma profondamente graffiata e intossicata dai suoi stessi fardelli.

Spero che siano i suoi piedi a mantenere il suo peso appena mi libero del suo corpo di dosso, ma lei si trascina sul pavimento strusciando la schiena contro il muro e sedendosi a terra. Le lacrime sulle sue guance non smettono, corrono giù dai sui occhi e, per quanto io voglia fare qualcosa per fermarle, non posso e non so come muovermi; non ho ancora superato quel limite, non sono ancora in grado di confortarla. I suoi denti adesso cominciano a torturare il suo labbro inferiore. Cerco di bloccarle i movimenti convulsivi del mento onde evitare che faccia sanguinare quelle soffici labbra gonfie coi denti che le torturano la carne.

"Che cosa c'è di sbagliato in te?" Mi urla alla fine.

In me?

Vorrei strillarle contro e rimproverarla per tutta la preoccupazione che ha dato a me e a suo fratello, ma il suo dolore è più potente delle sue grida e mi arriva forte e chiaro. Mi chino accanto a lei, sedendomi sull'asfalto. Prendo le sue guance nelle mie mani troppo grandi per il suo viso, portandomelo sul petto e lasciando che le mie braccia la racchiudano in quella che sembra una richiesta di permesso. Vorrei scoprire se le mie mani esitanti siano abbastanza delicate per poterla accarezzare nel modo della quale lei ha bisogno. Voglio indurla a scaricare il suo dolore su di me. Sono arrabbiato, sì, ma le mie spalle sono più larghe e forti delle sue, così fragili e incurvate in questo momento, e potrei trasportare il peso del suo carico più facilmente di lei. Vorrei poterle sottrarre tutta la sua vulnerabilità e passarle la forza d'animo che meriterebbe di possedere. Vorrei solo che la smettesse di disperarsi, che così mi sta distruggendo.

Singhiozzi e lacrime senza sosta. Solo questo.

Joss si è rotta tempo fa. E si è convinta di non saper funziona bene. E' spezzata, è un'incognita per se stessa, pure. E' così lunatica ed è così familiare, per me. E mi fa paura però per quanto sia sconosciuta in realtà. Nonostante tutto questo io non potrei lasciarla. Ho bisogno di stringerla e sperare di proteggerla; voglio convincermene davvero, a costo di illudermi. Voglio dilettarmi, pensando che io sia abbastanza per custodirla e tutelarla da se stessa.

La mia collera è oramai un mucchietto di cenere incapace di riprendere fuoco, quindi ammorbidisco il mio tono di voce e le parole mi scivolano via dalla lingua in un sussurro: "Ci sto io, adesso."

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