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Capitolo III: sussurri nella notte

La locandiera Cecilia aveva appena finito di sistemare i tavoli e di chiudere la cucina. La stanchezza della giornata gravava su di lei, eppure il tempo era passato in fretta correndo sui suoi pensieri. Continuava a pensare alla donna misteriosa che le aveva rivolto parola al bancone, e non poteva fare a meno di provare un brivido e sentire il volto scaldarsi ogni volta. Per quanto provasse a smettere di pensarci, quell’ ossessione diventava sempre più impetuosa nella sua mente, allagandola in più di un senso. Non le era mai successo, che qualcuno le facesse un effetto tanto intenso. Certo, una donna così bella non ci aveva mai provato con lei, e quelle erano occasioni che capitavano una volta sola nella vita.

Cecilia fece i primi passi fuori dalla locanda, verso la propria casa.

«È capitata, ed è andata come è andata» parlò da sola ammonendo i propri pensieri che la tormentavano con desiderio. Non voleva più pensarci eppure non riusciva a smettere, eppure solitamente era brava a non cadere nelle fantasie, si riteneva una persona controllata. Le piaceva riempirsi la mente di pensieri piacevoli e allegri, ma non le era mai capitato di sentirsene sopraffatta.

Entrò in casa proprio chiudendo la porta alle spalle. Casa sua, non era davvero una casa, era composta solo da un corridoio e una stanza, la sua stanza da letto. Non aveva bisogno di una cucina perché usava sempre quella della locanda, le bastava il caminetto davanti al letto per vestirsi e un vecchio armadio dove tenere i propri umili vestiti. Nonostante la locanda fosse sempre piena, risultava difficile arricchirsi in una paese tanto piccolo, la maggior parte dei soldi che faceva andavano per comprare gli alimenti dalla fattoria vicina, e il resto doveva dividerlo con propria cugina con cui divideva i turni. Era una vita faticosa, ma le bastava per sentirsi serena. Le piacevano le cose semplici, e anche se spesso sognava di viaggiare e vedere il mondo, o di potersi permettere qualcosa di più, alla fine riusciva sempre a ridimensionare i propri desideri per farsi bastare ciò che già aveva.

“Buonasera cara Cecilia, alla prossima…” così le aveva detto quella stupenda donna.

“Cara Cecilia” sentì il volto bruciare di nuovo e un peso in petto. Lo sguardo con cui l'aveva guardata, aveva risvegliato in lei un istinto primitivo e animale. Ansimò spogliandosi delle vesti della giornata, rimanendo in calzoni e canottiera e mettendosi sotto le coperte. L'aria era calda, o forse era lei ad esserla.

“Cara Cecilia” ancora quella voce tra i suoi pensieri a toglierle il respiro.

“Alla prossima…” un brivido le tuonò in ventre. La stava facendo sentire come una ragazzina, eppure ne aveva avute di esperienze con altre donne, non molte, ma ne aveva avute. Conosceva la propria indole passionale e devota, sapeva bene di bruciare di una sottomissione pura, ma nessuna le aveva mai fatto quell'effetto prima. Amava il sesso, forse non lo avrebbe ammesso ad alta voce ma lo ammetteva a se stessa. Per quanto avesse un animo solitario che la tratteneva a osservare da lontano piuttosto che mettersi in gioco. Riusciva a farsi bastare la propria compagnia, senza bisogno di innamorarsi. Passavano molte persone alla locanda, era abituata al via vai, ai corpi nel suo letto partiti all'orizzonte il mattino dopo. Non si era mai legata a nessuno, custodiva quei ricordi preziosamente e con cura, come se le avesse amate tutte, ma di fatto era indipendente e le piaceva così.

“Cara Cecilia” la voce le rimbombò suadente in mente strappandole un sospiro. 

Perché si stava ossessionando? Non le era mai successo prima e non voleva che succedesse. Non sapeva manco il suo nome, non l'aveva nemmeno vista bene in viso…

Non poteva legarsi ad una donna che non conosceva, non lo accettava.

“Alla prossima…” affogò la faccia bollente nel cuscino.  Pensieri perversi le fecero fischiare le orecchie e bruciare il corpo, il ventre le vibrava incontrollato e la voglia la ghermiva tutta, fu la stanchezza della giornata a salvarla, perché lentamente la strappò via dalla propria mente, avvolgendola nel canto ipnotico delle cicale fuori dalla sua finestra.

“Dove sono?” pensò Cecilia osservando il proprio corpo vagare nel vuoto. 

“Dev'essere un sogno…” intuì subito riconoscendo quella sensazione familiare di perdita e irrealtà, realizzando di non avere totale controllo del proprio corpo che, nonostante tutto, metteva un piede dietro l'altro sicuro della propria direzione. Nonostante l'aria notturna fosse fredda si sentiva avvolta nel tepore del sonno, le capitava spesso di avere sogni lucidi, ma non ne aveva mai avuto uno tanto realistico. Osservò la luna piena alta nel cielo e le ombre che proiettava, sentì l'odore del sale e il rumore distante del mare che scrosciava, riconobbe la strada principale del proprio paese intuendo di star andando al porto. Trasportata da quella sensazione, presto si ritrovò sul molo, davanti alla passerella di legno per salire su uno dei velieri. Non lo conosceva, come non conosceva le altre navi, sapeva solo fossero di proprietà dei numerosi clienti che passavano alla sua locanda, ma nonostante ciò, i suoi piedi salirono sicuri sul legno umido.

Impressionata dai dettagli di quel sogno salì a bordo, sentì la danza del mare sotto i propri piedi cullarla, facendo oscillare piano il vascello.  Con la coscienza annebbiata si trascinava passo passo nell'oscurità vagando per il ponte. Nessuno era sveglio, due marinai soli dormivano colpiti dalla luce lunare, sdraiati accanto a delle bottiglie vuote. Cecilia non notò qualcosa strisciare alle sue spalle seguendo i suoi passi: come tre serpenti, delle funi strisciavano animate di vita propria, accompagnandola silenziose. Si fermò davanti ad una porta sotto poppa, da quel che sapeva, quelle stanze erano le più grandi, spesso erano del capitano, ma lei non aveva mai avuto la fortuna di salire mai su una nave, si era sempre limitata a vivere sulla terra ferma, nel proprio tranquillo paese.

Aprì la porta entrando nella cabina.

Le fiaccole erano spente, solo il fuoco del caminetto crepitava illuminando la stanza, allungandone le ombre e rendendo l'aria calda e accogliente. Era una stanza ricca di meraviglie; sembrava sospesa tra il fascino di un antico studio alchemico e il lusso decadente di una reggia nascosta. Alle pareti, rivestite da pesanti tendaggi di broccato color cremisi, erano appese pergamene sbiadite e mappe di terre sconosciute, disegnate con inchiostri scuri che sembravano serpeggiare sulla carta come creature vive. Qua e là, candelabri d’argento anneriti dal tempo sorreggevano candele consumate, i cui stoppini arsi diffondevano un odore sottile di cera e spezie, incenso e forse qualcos’altro di più antico e denso, quasi ipnotico.

Cecilia fece qualche passo all'interno, affascinata dai dettagli minuziosi di quel sogno.

Accanto al caminetto, un armadio di legno scuro, decorato da intricati intarsi dorati che richiamavano motivi di serpenti e rose, celava al suo interno vesti di seta, pizzi neri e scarlatti, e gioielli tanto vistosi quanto audaci: collane di perle e ossa, anelli con pietre di ametista e lapislazzuli incastonate su argento e oro. 

Sopra l’armadio, una piccola teca di cristallo custodiva delle fiale contenenti liquidi iridescenti, ogni fiala sigillata da un ceralacca che riportava sigilli indecifrabili, forse una lingua perduta, forse antichi segreti.

Il tavolo era un caos meraviglioso di oggetti rari: vi erano coltelli rituali dall’impugnatura d’avorio, piume di corvo sparse qua e là, e pile di libri aperti su pagine ingiallite, colme di formule e antichi simboli. Bottigliette di vetro verde scuro, colme di strani intrugli, erano accanto a calici finemente cesellati, vicini a bottiglie di vino pregiato.

Al centro della stanza, sospesa come una tela preziosa, una mappa astrale dipinta su velluto nero era inchiodata al soffitto con spine di ferro brunito. La mappa indicava costellazioni e altri simboli, ma sembrava mutare lentamente ogni volta che la fiamma del caminetto crepitava, proiettando ombre danzanti su di essa. Sotto la mappa, un grande tappeto di pelle di animale, ornato con piume nere ai bordi, si estendeva fin sotto il letto a baldacchino.

Questo letto sembrava un trono: colonne intagliate che s’innalzavano come guglie gotiche, drappeggi in velluto rosso profondo, orlati d’oro scuro e arricchiti di pendenti di ametista che scintillavano come piccoli occhi vigili. Ai lati del letto, su piccoli tavolini d’ebano, vi erano delle lanterne di ferro battuto con vetri color ambra.

Uno specchio ovale, incorniciato d’oro e argento ossidato, rifletteva la luce tremula della stanza, mentre nell’aria aleggiava un profumo intenso e misterioso di sandalo, ambra e un sentore quasi impercettibile di mare.

All’angolo della stanza in fondo, accanto alla grande finestra a bifora, un’ampia libreria traboccava di vasi e barattoli colmi di ingredienti proibiti: erbe essiccate dall’aspetto sinistro, ossa di creature ignote, e polveri luminescenti che brillavano al minimo movimento. Appesi alla libreria, come trofei, c’erano anche amuleti e talismani, alcuni di metallo scuro e altri di legno, ognuno con un volto o un simbolo scolpito, come se ciascuno racchiudesse il potere di qualche incantesimo passato.

Cecilia rimase colpita, non aveva mai fatto un sogno tanto creativo in vita sua, non pensava nemmeno do poter immaginare oggetti tanto bizzarri e pregiati.

Era una stanza che invitava e intimoriva allo stesso tempo, uno spazio in cui il lusso e la magia s’intrecciavano in modo magnetico, come se ogni singolo oggetto fosse sia una promessa che una minaccia. La cabina della nave, pulsava come di vita propria, alimentata da segreti e inganni, come un varco alla soglia tra il mondo dei vivi e quello delle ombre.

Cecilia ancora in trance si avvicinó al caminetto, frastornata da tutti quei dettagli sinistri andó ad osservare la familiare fiamma. Osservò il fuoco incantata dalla sua melodia scoppiettante, sentendolo scaldarle la pelle.  Era tutto così realistico,così vero.

«Finalmente, sei arrivata…» una voce femminile e sensuale richiamò la sua attenzione, facendola sobbalzare.

Osservó il buio senza vedere bene chi fosse, offuscata dalla fiamma che le si era impressa sulla retina.

«Chi… chi sei?» bisbigliò spaventata e incuriosita. 

Prima non c'era nessuno in quella stanza con lei, ne era certa perché aveva avuto tutto il tempo per abituarsi alla penombra ed esplorare, eppure ora una figura snella e ben più alta di lei le si avvicinó, come nata dalle ombre, lasciandosi illuminare dal caminetto.

Nonostante Cecilia non l'avesse mai vista bene in volto la riconobbe subito.

«Sei… Oh no, sei quella donna!» arrossì vistosamente e  un’espressione di disappunto rugó la fronte della donna misteriosa.

«Cosa vuol dire “oh no”?» chiese offesa, la dama.

«Ovviamente, era certo che ti avrei sognata! E io che speravo di toglierti dalla mia testa dormendo…» farfugliò Cecilia a sé stessa, al controllo del proprio sogno lucido. 

Ora tutto aveva senso! Si era addormentata pensando a quella donna, e ovviamente il suo sogno gliel'aveva fatta sognare contornando il tutto con quegli oggetti rari e sofisticati. Perché era così che se l'era immaginata; come una dama ricca, libera di vivere avventure e scoprire tesori, che la spiava nell'ombra, che emanava mistero puro, magia.

«Stupido cervello, smettila di ossessionarti sull’affascinante donna di oggi! Che razza di sogno sarebbe questo?» sgridò se stessa arrossendo ancora. Nonostante sapesse che quello fosse un sogno, la sconosciuta sembrava avere delle reazioni piuttosto realistiche; il ghigno appagato sul suo volto la rendeva ancora più attraente. 

Certo, la sua mente aveva un grande potenziale per poter creare una donna così bella e affascinante. Finalmente la vide in volto: la pelle diafana, gli zigomi alti, le labbra carnose e scarlatte, le sopracciglia arcuate ed espressive… tutto di lei conferiva una bellezza ammaliante e magnetica, ma erano gli occhi a rapirla; Il suo sguardo, simile a due fiamme ambrate, emanava un’intensità felina, un misto di passione e ferocia. Quell’energia magnetica pulsava, come se un’istinto primordiale risiedesse nelle profondità di quegli occhi, capaci di catturare e dominare ogni anima che osasse incrociarli. Era uno sguardo che evocava una bellezza selvaggia, intrisa di mistero e di una forza inarrestabile, capace di risvegliare i desideri più nascosti.

Due occhi color ambra, scintillanti come l'oro, reattivi come quelli di un rettile.. Anche se era solo un sogno, il suo ventre si scaldò, si coprí il corpo seminudo, imbarazzata dalla perversione dei propri desideri. Non doveva essere reale per farla sentire in soggezione, sentiva il suo sguardo scivolarle sul corpo cercandone gli angoli più nudi. Un'intensa voglia le bruciò in petto, facendole correre il cuore, togliendole un battito.

La donna avanzò verso di lei con la grazia lenta e sinuosa di un gatto nella notte. Ogni passo era una promessa velata, un’onda di movimenti morbidi che trascinavano dietro di sé il profumo denso di ambra e spezie. La fanciulla la osservava incantata e intimorita, incapace di distogliere lo sguardo. L’ammaliatrice era al tempo stesso luce e ombra, pericolosa e seducente, e nel silenzio sembrava risuonare il battito inquieto del cuore della giovane, come il tamburo lontano di una battaglia già perduta.

Le labbra della donna si incurvarono in un sorriso languido, e una risata bassa e vellutata le vibrò nella gola. 

«Mmh, quando ti ho vista, non ho potuto resistere,» sussurrò, con un tono che suonava come una carezza. 

«Ti ho desiderata subito.»

L’ammaliatrice si fermò proprio davanti a lei, abbastanza vicina da poterne sentire il respiro caldo e dolce sulla pelle. Si ergeva come un’ombra sopra la fanciulla, una figura tanto ieratica quanto ipnotica, la silhouette allungata e avvolta in abiti scuri che riflettevano i bagliori della luce soffusa della stanza. La mano affusolata della donna si levò con lentezza teatrale, lasciando che ogni movimento trasmettesse un languore voluttuoso; poi, con il polpastrello, sollevò il mento dell'altra, costringendola a guardarla.

«Ti prego, non dire così…» sussurró Cecilia sentendo una fitta toglierle aria ai polmoni, sentendosi bruciare, morire sul posto. L’indice della donna indugiava, sfiorandole appena la pelle. Il tocco era al tempo stesso delicato e possessivo, come se quel semplice gesto fosse sufficiente a dichiarare che ormai le apparteneva. Nello sguardo della donna si accese una scintilla oscura, una promessa densa di mistero e di sensazioni sconosciute.

Per un lungo istante, rimasero così, in silenzio, immerse l’una nell’altra, mentre la stanza sembrava diventare sempre più piccola, la luce più fioca e il respiro della giovane più corto.

Cecilia sentiva il proprio battito nelle orecchie, mentre tutto il suo corpo pregava di essere vittima, di lasciarsi sedurre, di abbandonarsi totalmente a quelle sensazioni, al volere di quella donna bella e potente quanto una Dea. D'altronde se quello era il suo sogno, aveva il diritto di goderselo. D'altronde se non aveva possibilità nella vita vera, allora per lo meno si sarebbe lasciata andare nella sfera onirica.

«Anche se è solo un sogno… ti voglio così tanto…» ammise ad alta voce incantata nel suo sguardo, ancora tra le sue dita.

«E in questo sogno, è come se non potessi avere controllo di tutto questo desiderio neanche se volessi. Mi sento come se fossi completamente a tua disposizione, incantata.. sotto al tuo volere…» sussurró implorante, aprendo il proprio cuore, cercando di afferrare i propri pensieri sfocati, affermandoli ad alta voce. Il suo sguardo sprofondò giù nelle iridi dai riflessi d'oro della donna, si incastrò tra le sue ciglia, non riusciva a distoglierlo, ammaliata dall'intensità di quell'istante, intrappolata nel suo volto, in tutto il suo fascino e la sua bellezza.

«Sei così bella… sei così tanto bella che guardarti mi fa male…» bruciò nella passione.

La sconosciuta inclinó appena il capo, gli occhi d’ambra fissavano Cecilia, con una luce carnale, affamata.

La sua risata si abbassó in un sussurro carezzevole, quasi un serpente che si arrotola con dolcezza attorno al collo.

«Bella dici?» Mormoró con un sorriso obliquo, muovendosi ancora più vicina.

«La bellezza è una lama, Cecilia.

Ed è la mia arma preferita.»

Il dito della donna scivoló giù lungo il mento della locandiera, una carezza appena accennata, ma che sembrava trasmettere un brivido magnetico lungo tutto il suo corpo.

Il suo volto si chinó, avvicinandosi fino a sfiorarle l’orecchio.

«Insieme, siamo un’opera d’arte in divenire… lo senti anche tu, vero?»

Cecilia non riusciva a parlare. La gola si era chiusa, il respiro era frammentato.

Non era solo il desiderio che la ghermiva, ma qualcosa di più potente, di primordiale.

Qualcosa che le gridava di abbandonarsi, di essere preda, di obbedire.

Le dita sottili della donna si avventurarono verso la clavicola tracciando un percorso languido sulla sua pelle calda, un tocco che non aveva bisogno di fretta per reclamare ciò che era già suo.

«Vedi Cecilia…» sussurró trascinando ogni parola come fosse seta.

«Il sogno non ha limiti, non conosce vergogna. Qui sei libera. E io sono qui per mostrarti quanto possa essere dolce arrendersi al piacere…»

Cecilia gemette piano, quasi un lamento trattenuto, mentre le mani della donna scivolavano con naturalezza sul bordo merlettato della sua canottiera. Ogni contatto le provocava scariche elettriche che le bruciavano l'ossigeno nei polmoni, che la piegavano in due. I suoi occhi erano due mondi, degli squarci che sprofondavano negli inferi, e Cecilia vi precipitò, scegliendo di cedere, di abbandonarcisi. Se quel sogno era il suo, allora poteva avere il coraggio di fare tutto ciò che non avrebbe mai potuto fare ad occhi aperti.

La donna sorrise, vittoriosa, e il suo tono divenne ancora più ipnotico, una ninna nanna velenosa che avvolgeva in spire invisibili.

«Rilassati… lasciati andare a me, non pensare.

Vivi il momento, abbandonati al desiderio…» continuó, mentre le sue mani proseguivano il loro lento viaggio lungo i contorni del corpo della locandiera.

«Lasciami trasformare ogni tuo pensiero, ogni tuo respiro, in puro piacere»

Le labbra della donna sfiorarono il collo di Cecilia, lasciandole un bacio che sembrava ardere. Poi un altro e un altro ancora, serpeggiavano sulla sua pelle arricciata sotto i brividi, seguendo un percorso deciso ma sorprendentemente dolce.

Cecilia gemette piano, il cuore le batteva così forte da pensare che la donna potesse sentirlo. Il suo corpo umano debole alla tentazione, il suo animo perverso sottomesso nella propria più sincera forma.

«Brava… così» mormorò l’ammaliatrice, mentre con una mano afferrava delicatamente, ma decisa, il polso di Cecilia, tirandola verso il letto come se la giovane fosse una marionetta e lei la sua maestra.

La locandiera, sorpresa dalla sua audacia, sentì il corpo fremere, il calore tra le gambe, la perversione tra i pensieri. Si sarebbe fatta fare qualsiasi cosa, e in realtà non aspettava altro.

Il letto, con i suoi drappeggi opulenti, e le lenzuola di velluto, sembrava un trono su cui la donna misteriosa avrebbe consumato il proprio trionfo.

Cecilia vi cadde con grazia involontaria, il petto che si alzava e abbassava rapidamente, mentre il desiderio le offuscava ogni pensiero.

La donna si chinò su di lei, torreggiando sopra al suo corpo con l’eleganza predatoria di un felino.

Le sue mani si mossero con sicurezza, raccogliendo le cinture di velluto che pendevano dalle colonne del letto.

Cecilia osservava incantata, meravigliata dalla precisione con cui quel sogno esplorava le sue fantasie sessuali più segrete, che mai avrebbe ammesso ad alta voce, il respiro corto.

«Fidati di me…» Sussurró la donna; il tono basso e ipnotico.

«Fidati, e ti farò vivere cose che neanche avresti immaginato…»

Con movimenti precisi legó i polsi di Cecilia, sopra la testa, le mani delicate strette nei morbidi nodi delle fasce di velluto.

La locandiera tremava, il calore del suo corpo era tale da farla sentire febbricitante.

«Sei perfetta… così docile» le disse la donna soffiandole sul collo, mentre si chinava su di lei, lasciandole un bacio lento e profondo che la fece ansimare inerme, obbediente al suo tocco.

Le mani scivolavano lungo il suo corpo , accarezzando ogni curva, ogni angolo, come se stesse scolpendo la propria opera d’arte.

«Cecilia…» mormorò tra un bacio e l’altro, con voce satura di desiderio e mistero.

«Questa notte sei mia. E io sono la tua ombra, il tuo incubo, il tuo sogno più segreto.

Sarò tutto ciò che vuoi e tutto ciò che temi.»

Cecilia chiuse gli occhi. Avvolta da quel calore, legata e prigioniera di quelle mani sicure e di quella voce ipnotica, non potè che abbandonarsi del tutto…





In quel preciso istante Daisy salì a bordo del veliero.

«Cecilia…» gridò a bassa voce la prestigiatrice, per quanto fosse possibile gridare a bassa voce lei era convinta di poterlo fare. Non sarebbe mai salita a bordo di una nave che non conosceva, forse non sarebbe mai salita a bordo di una nave. Punto. Temeva di soffrire il mal di mare, non perché lo avesse sperimentato, ma perché il mare la agitava. Non capiva perché dovesse ondeggiare a quel modo ogni volta, dandole la nausea solo a guardarlo. A lei piaceva la strada da camminare saldamente sui propri piedi.

Persa nei propri pensieri si trovó a vagare per la nave osservando curiosa i marinai ubriachi che ronfavano qua e là. 

«Ah! È vero! 

Ceciliaaaaa!» gridò di nuovo a bassa voce ricordando il senso della propria missione.

Aveva seguito Cecilia fino a lì. Lei come sempre si era messa a dormire nella stalla dell'ultima casa prima del porto; la padrona era molto gentile e la lasciava dormire lì, vicino alla vacca Giuseppa; con cui aveva creato un bellissimo rapporto di amicizia e fiducia. Infatti ogni volta che Daisy raccontava le proprie avventure e giornate, Giuseppa non mancava mai di risponderle con un sonoro “Mooooo” come a darle ragione, osservandola col proprio sguardo amorevole e le orecchie grosse girate verso di lei.

Comunque, stava sonnecchiando come sempre, semi sveglia dato i suoi pensieri frenetici notturni, quando aveva visto una figura aggirarsi per la strada principale come un fantasma. Inizialmente si era cagata in mano, aveva iniziato a seguire la figura misteriosa da lontano, spaventata ma non abbastanza da uccidere la propria curiosità, poi avvicinandosi di soppiatto l'aveva riconosciuta subito: era Cecilia, la sua amica Cecilia! 

Perché si aggirava per le strade a notte fonda in calzoni e canottiera? Si sarebbe ammalata sicuramente! Glielo diceva sempre di coprirsi che era debole di salute. 

Così le si era avvicinata, e si era fermata proprio davanti a lei dicendo «Ceci ma dove stai andando?» ma Ceci aveva continuato a guardare altrove e l'aveva ignorata, evitandola e tornando a camminare come uno zombie. Ci stava per rimanere malissimo, quando dopo qualche minuto il suo cervello aveva capito! 

Cecilia era sonnambula! Ovviamente.

Ora, come bisognava svegliare i sonnambuli? Non ne aveva idea. Aveva sentito storie, leggende, di sonnambuli che svegliati male avevano perso la propria anima nel mondo del sonno, rimanendo vuoti nel corpo. Quindi in preda al panico si era resa conto della gravità della situazione; non poteva svegliarla, ma poteva seguirla per assicurarsi che non cadesse in mare o qualcosa di simile! L'avrebbe tenuta al sicuro finché non si sarebbe svegliata da sola, d'altronde non doveva mancare molto all'alba. Cosí le avrebbe raccontato tutto e sarebbero andate insieme a trovare la saggia Ocean del villaggio, che le avrebbe sicuramente dato un rimedio per quella maledizione del sonnambulismo.

Era un'ottimo piano, solo che Daisy non essendo una persona capace di fare più cose contemporaneamente si era lasciata distrarre dai propri pensieri perdendo di vista Cecilia. Presa dall'angoscia aveva iniziato a correre, quando finalmente l'aveva vista in lontananza salire su un veliero pirata. Pregò non si fosse buttata in mare da lì.

Mentre si torturava nelle proprie preoccupazioni, Daisy, udì finalmente la voce della sua amica dietro una porta.

«T.. p…ego…» appoggiò l'orecchio alla porta e sentì urlare. Era lei! Era Cecilia!

Preoccupata si gettó sulla maniglia per aprirla in fretta e furia, ma questa rimase chiusa, evidentemente serrata a chiave. Chi era il mostro che aveva imprigionato la sua amica?

«Cecilia!» urlò (per davvero questa volta) 

«Ceci mi sent-»

«Ahhh amh mhh… Ah! Ah!» Daisy si fermò rimanendo in silenzio per ascoltare meglio.

Non sembrava…

«Amh…»

Non sembrava che Ceci fosse in pericolo.

Sembrava che stesse…

che stesse…

«Ommioddio, sì sì…»

Godendo..?

Il volto di Daisy si tinse di rosso. 

«Va beeeeeene…» si allontanò confusa e imbarazzata. Non capiva assolutamente cosa stesse succedendo, se la sua amica fosse sonnambula o fosse solo andata a scopare con una sua conquista, ma sapeva benissimo cosa non doveva fare: non doveva gettarsi in quella stanza.  Proprio no.

«Bu!»

La voce improvvisa alle sue spalle la fece irrigidire sul posto. Non fece in tempo a voltarsi che sentì qualcosa di freddo e affilato premerle delicatamente contro la gola.

I suoi occhi si spalancarono e un brivido le attraversò la schiena.

«Beccata!» Esclamò una voce allegra e sfrontata con un tono di minaccia, troppo vicina al suo orecchio.

«E tu che diavolo ci fai qui, eh?»

Daisy deglutì, muovendo appena gli occhi per cercare di sbirciare la sua assalitrice senza girare la testa. 

La lama non si muoveva, ma non aveva assolutamente intenzione di metterla alla prova.

«Oh…io beh… sai, passavo di qui…eeeeee insomma… nel senso, ora ti spiego giuro…» iniziò a farfugliare in modo frenetico, stuzzicata dall'ansia della lama alla sua gola. Ridacchió per sdrammatizzare.

«Stavo dormicchiando vicino alla mia vacca Giuseppa, come ogni notte, e tipo ho visto un fantasma! Non era davvero un fantasma, ma insomma, alla fine ho inseguito la sonnambula fino a qui. Cioè Cecilia, Cecilia il fantasma, no! No! La sonnambula. Cioè Cecilia è sonnambula. E… nel senso, non volevo che tipo cadesse in acqua e, oddio spiego davvero male le cose ma ho sonno capiscimi. Insomma io volevo solo fare l'amica e ora Cecilia…» arrossì.

«Ecco, non ho capito se è sonnambula ma non ha bisogno di me…» rise nervosa.

«Ti prego non uccidermi, sono troppo simpatica per morire» fece gli occhioni da cucciola.

La voce alle sue spalle rise, un suono che oscillava tra note basse e acute e un po’ graffiate, ma in qualche modo intrigante.

«Passavo di qui? Su una nave pirata? Ma certo, chi non lo farebbe ?! E poi non ha niente senso quello che dici! Non ho capito un cavolo!»

«Ma, ma come! Io sono stata chiariss-»

La lama scivoló via dalla gola di Daisy solo per essere sostituita da una mano guantata che le afferró il braccio con decisione e si trovó faccia a faccia con la ragazza dai capelli biondo-grigi che riconobbe come la piratessa alla locanda, che l'aveva catturata quando cercava di scappare dalla pazza pirata che rivoleva la propria moneta. Ora che la osservava più da vicino notó il taglio irregolare dei capelli lunghi e impigliati in treccine qua e là spettinate, gli occhi di un azzurro gelido che brillavano di un'eccitazione quasi malata e un sorriso sghembo che sembrava oscillare tra il divertito e il pericoloso.

«Oh…ma sei tu! La figona bionda, ma ciaoo! Cioè… ti ho riconosciuta perché ho un’ottima memoria… non perché tu… non per altro ovviamente…» abbassò la voce ad un sussurro. «Ihih sono gay» bisbigliò come in segreto divertita da se stessa.

«Ehm... è la tua nave questa, oh… ma che figata. No tipo, cioè, io me ne vado pure, però , cioè, la mia amica, vorrei la mia amica indietro.. quando… quando avrà finito con quello…» 

Balbettó in modo ridicolo, nel panico.

La pirata roteó gli occhi in uno sguardo tra lo spazientito e il divertito.

«Tz, sta zitta! Ora tu vieni con me!»

La strattonó e trascinó con sé.

«Eh?! Dove? No aspetta un attimo, non posso mica-»

Cercó di divincolarsi Daisy, invano.

«Oh si che puoi, tesoro!» taglió corto la piratessa, trascinandola con una forza che non lasciava spazio a proteste.

«E se non puoi, allora impari!»

Daisy cercó di piantare i piedi a terra, ma la piratessa non si fermò nemmeno per un secondo e Daisy sapeva bene di non avere un'ottima prestazione fisica, quindi dopo qualche istante si arrese, ma decise per pigrizia di farsi almeno trascinare perché camminare era troppo faticoso.

«Ehi scusa, non è che potremmo un attimo, boh tipo, parlare, conoscerci. Cioè io vorrei davvvvvero levarmi dal cazzo, è il mio sport preferito levarmi dal cazzo. Lo giuro! Però sai Cecilia è molto gentile con me, forse è la mia unica amica insieme a Giuseppa, non posso proprio lasciarla da sola qui… poi ‘sta faccenda del camminare come uno zombie ignorandomi, non mi torna, non so…» balbettò burrascosamente Daisy, in preda alla foga di scampare a quella situazione, prendendosi più confidenze di quante ne avesse.

«Io invece ho un’idea migliore.. perché non rimani, e ti faccio conoscere il mio capitano! Quella che hai cercato di derubare, ricordi?»

Fece una pausa drammatica, girandosi appena per osservarla nuovamente, con quegli occhi che sembravano perforarle l’anima.

«Ma poi chi diavolo è questa Cecilia?! Di cosa stai parlando?!…»

«Noooooooooooooooo ma svegliare il capitano a quest'ora? Noooooooo non sia mai, no no no! Non mi sembra per nulla il caso, gentilissimi, ma non scomodiamo la capitana solo per una Daisy come me. Non mi sembra educato, non trovi? Eheh » farfugliò preoccupata, cercando di essere il più convincente possibile, inciampando su un gradino e non cadendo solo per la presa della piratessa stretta su di lei.

«Ma Cecilia! Come fai a non conoscerla? È la locandiera, ti ha servito da bere stasera.  Cecilia la locandiera, ha camminato la notte fino a qui, a caso, in calzoni, e ora è in quella stanza… con qualcuno… che le sta facendo… qualcosa… di… insomma…» indicò la porta da cui era stata allontanata e spremette la propria faccia spalancando gli occhi e spingendo gli angoli delle labbra verso il basso facendo un’espressione grave, come a farle intendere

«Ah sì, la tettona! Interessante! Mh… ohhh!!»

La giovane pirata improvvisamente sembró aver inteso di cosa stesse parlando, traendo sue conclusioni dal racconto frammentato e delirante della ladruncola.

«Ahah si, ho capito forse… beh intanto tu rimani qui con me! Per ora non ti uccideró, nè ti riporteró alla capitana.

Sei davvero buffa e imbarazzante; con quel modo di balbettare e quella faccia terrorizzata.

Sei una specie di barzelletta ambulante, e io adoro ridere!»

Daisy spalancò la bocca ma prima che potesse dire niente, la piratessa aprì la porta davanti a loro con un calcio, e la spinse all’interno.

L’aria era densa di odore di legno vecchio, sale e qualcosa di dolciastro che non riusciva a identificare.

Le pareti erano decorate con mappe e corde e la luce proveniva da una lampada a olio che proiettava ombre danzanti.

«Siediti» ordinó la piratessa, indicando un barile che sembrava tutto tranne che comodo.

«Gr-grazie! È uno strano modo di dirmi che mi trovi simpatica e ti piaccio, ma lo accetto. Ehm, bello qui, questo stile eccentrico, decadente, mhhh, molto…arrrggg! Pirata! Così moderno e… ma è un topo quello lì nell'angolo? MHHH MOLTO ACCOGLIENTE»

Daisy era fatta così: la sua parlantina implacabile era sempre con lei, ma soprattutto era con lei nei momenti peggiori, alcune volte salvandole il culo, altre mettendola in pessime situazioni. Poteva solo sperare le cose andassero bene, perché di certo non poteva smettere di parlare neache volendolo. Lo sapeva perché ci aveva provato. Il suo record era di diciassette secondi.

«Ho detto siediti!» La voce della piratessa si fece improvvisamente più dura e imperativa, e Daisy, già nervosa, si sedette così in fretta che quasi perse l’equilibrio sul barile.

La ragazza biondo-grigia si avvicinò, inclinando la testa mentre la fissava con un misto di curiosità e scherno.

«Sai, sei carina quando fai quella faccia da topo spaventato!

Dimmi, come sei finita su questa nave? Sei una spia? Una ladra? O solo una stupida?»

«Stupida!» rispose Daisy senza pensare, con la stessa enfasi di uno studente che sa la risposta ad un interrogazione.

Realizzando di aver urlato ed essersi data della stupida si mise a ridere da sola di se stessa.

«Voglio dire… guardami! Cioè, osservami, a parte questo fascino selvaggio a cui è difficile resistere, ti sembro per caso una spia? Una ladra… beh, sono stata chiamata così in passato in realtà… MA SOLO DA CHI NON CAPIVA LA MIA ARTE! No, davvero parlo troppo per essere una ladra, ti prego zittiscimi. 

E poi te l'ho già dettooo, sono qui per salvare Ceci, perché è sonnambu-” 

«Dio… sei davvero idiota!»

La piratessa si accovacció davanti a lei, così vicina che Daisy poteva vedere il  luccichió folle nelle sue iridi.

Rise sarcastica.

«D’accordo… cercheró questa tua amica, Cecilia la locandiera… ma tu rimani qui immobile ad aspettarmi, comunque…”

La piratessa scoppiò a ridere, una risata roca e melodiosa che risuonó nella stanza.

«Sei fantastica, davvero! Mi piace quasi averti intorno! Peccato che probabilmente non vivrai abbastanza a lungo per farmi ridere per molto!»

Sogghignó in una minaccia folle, la pirata.

Daisy deglutì, cercando disperatamente di capire se fosse uno scherzo o una minaccia reale, rise nervosa.

«Ihih che humor piratesco, molto simpatico.»

La piratessa si alzó di scatto, le diede una pacca sulla testa come fosse un cucciolo, e si diresse verso la porta.

«Adesso aspetta qui. Se provi a scappare…»

Fece un gesto con il coltello che non lasciava spazio a interpretazioni, poi sorrise di nuovo, folle.

«Ma non credo lo farai… mi sembri troppo… divertente!»

«Io no scappare, io stare su sgabello. Anche perché ratto sembrare affamato» rispose in modo stupido.

Con un colpo di tacco dello stivale, uscì dalla stanza, lasciando Daisy da sola, confusa e spaventata e con un crescente sospetto che quello fosse solo l’inizio di una notte molto, molto lunga.


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