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Lacrime dietro le sbarre

La pioggia batteva contro le sbarre dell’unica finestra della cella che permetteva la vista sul mare, come se potesse rendere quello soggiorno meno infernale del solito. I tuoni illuminavano a giorno il cielo coperto da nubi troppo scure per essere solo cariche di pioggia. In ogni lampo che si mostrava furioso vedeva il suo bagliore, il suo piccolino, strappato via dalle sue braccia troppo presto.

Mamma! Mamma guarda!

Ancora ricordava la sua voce allegra, mentre la trascinava per tutta la tenuta in direzione della sua stanza per mostrarle quel mantello tutto coperto da piume di corvi. Era un regalo per lei, per sua madre, e lei non lo aveva mai dimenticato dentro l’armadio, contenta del pensiero di suo figlio. Aveva raccolto le piume dei corvi più belli per donarle a lei, la strega più bella che esistesse in tutta la fazione dei Mangiamorte.

Mamma! Prendimi!

Le pareva ancora di vederlo correre davanti a lei, mentre lo inseguiva giocando ad acchiapparello. Non avrebbe mai creduto di poter scoprire quel lato tenero di sé, riuscire a sciogliersi davanti ad una creatura tanto fragile che dipendeva costantemente dalle sue attenzioni, attenzioni che qualcun altro aveva rifiutato tranne che per scopi collettivi. Mai avrebbe creduto che l’uomo che le aveva regalato una creatura del genere potesse e essere colui che aveva sempre guardato con indifferenza, che ora alloggiava insieme a lei in quella prigione e che le ricordava costantemente il suo piccolo, che diventava sempre più simile al padre.

“Mi manchi, cucciolo…” sussurrò osservando una nuvola scura, nera come la testa del suo bambino, con quei ricci scomposti che non riusciva mai a tenere in ordine. E si ricordava i momenti in cui si strusciava contro la gonna o contro il ventre per ricevere le coccole, appoggiando poi la fronte sulla sua per dichiarare l’esclusiva sulla mamma.

Si ricordava ancora quando Rodolphus badava al piccolo durante il matrimonio di sua sorella. Lo vedeva correre dietro agli alberi seguito dal padre che lo afferrava e lo issava sulle sue spalle simulandosi un cavallo alato da donare, lasciando che il figlio vincesse. Quanta paura aveva ogni volta che vedeva Antheo buttarsi all’indietro per paura che potesse cadere.

Se avesse potuto tornate indietro, lo avrebbe difeso con tutte per sue forze, lo avrebbe stretto a sé tanto che per separarli avrebbero dovuto tagliarle le braccia, e voleva scacciare l’immagine delle grosse lacrime che ricavano il viso di Antheo impossibilitato a raggiungere la sua famiglia. E lei che lottava per andargli incontro.

“Sbatti mi in cella Crouch! Fallo! Che tutti vedano il cuore di pietra che riempie il tuo petto davanti ad un bambino in lacrime!” aveva urlato in mezzo al Wizengamot “Lui mi vendicherà, vendicherà la sua famiglia e tu sarai il primo a soccombere!”

E non vedeva l’ora, non vedeva l’ora di vedete il volto sconvolto del vecchio Crouch davanti alla vista di Antheo pronto ad ucciderlo e a tirare fuori tutti da Akzaban, non vedeva l’ora di ricongiungersi a ciò che dava un senso alla sua esistenza e che le dava il suo posto nel mondo.

Ma era tutto sfumato quando Moody, sporco di sangue, del suo sangue, si avvicinò alla sua cella dicendogli la frase più brutta che una famiglia, una madre, potesse mai sentire: “C'è stata una battaglia ad Hogwarts, vostro figlio è deceduto sotto i suoi stessi colpi”

Non piangere mamma.

E come poteva non piangere in quel momento, non poteva essere vero, suo figlio morto, ucciso. Si era aggrappata alle sbarre con tutta la forza che aveva e urlava insulti pesanti mischiati ai singhiozzi e alle lacrime salate che inondavano il viso sconvolto. Le avevano portato via anche l’unico amore che non l’avrebbe mai tradita.

Un altro tuono e un altro lampo illuminarono rumorosamente il cielo, quasi a voler rendere meno scura quella sera. Bellatrix lanciò uno sguardo alla figura assorta in un angolo della cella, suo marito, che forse più di lei stava soffrendo. Voleva scappare e vedere con i suoi occhi ciò che era successo, e anche se dentro di loro non riuscivano a metabolizzarlo, era difficile ormai credere in false speranze.

Ti voglio bene mamma.

Quei sussurri l’accompagnavano ogni volta che si coricata a letto, e ricordava le braccia del figlio che la stringevano a sé cercando contatto per dormire sereno, non le aveva mai regalato una notte tranquilla ma non aveva importanza, le bastava averlo accanto e tutto era perfetto.

Mi manchi mamma.

“Mi manchi anche tu Antheo, cucciolo mio…”

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