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Capitolo 48.

Camminammo per un'ora e per tutto il tragitto non vidi nemmeno una singola automobile, men che meno un taxi. Incrociammo solo qualche persona qua e là, che camminava in modo veloce, come se avesse paura di rimanere in strada per troppo tempo.
In lontananza si sentivano spesso dei suoni che per qualche motivo risvegliavano in me i ricordi della Zona Bruciata: qualcuno che parlava a voce troppo alta, un grido, una strana risata. Mentre la luce soccombeva al buio, ero sempre più agitata: a quell'ora avremmo già dovuto essere fuori dalla città, invece stavamo ancora camminando in mezzo al nulla.
Alla fine Brenda si fermò e si rivolse a tutti: "Dovremo aspettare domani." disse. "Non troveremo nessun mezzo questa sera e siamo troppo lontani per arrivarci a piedi. Dobbiamo dormire per essere riposati domani mattina."

"No." ribattei convinta. "Deve esserci un modo per uscire da qui ora. E credetemi: non mi importa se l'unica via d'uscita è scalare a mani nude tutto il caspio di muro di protezione."
"È inutile, hermana." replicò Jorge, dandomi una pacca sulla spalla che mi fece solo innervosire ancora di più. Forse non tutti i presenti ne erano a conoscenza, ma quando ero agitata o arrabbiata volevo essere lasciata da sola in pace, senza avere contatti fisici e senza dover dare nessuna spiegazione. Questo ovviamente non si adattava a Newt: lui era l'unico a cui permettevo di entrare nei miei spazi personali e privati, soprattutto perché fino ad ora si era dimostrato l'unico in grado di calmarmi e farmi ritrovare la ragione.

"L'aeroporto è a più di quindici chilometri di distanza. E dall'aria che tira in questa città, ci deruberanno o spareranno o picchieranno a morte prima di arrivarci." spiegò l'uomo.
"Senti, ho affrontato i Dolenti, mi sono fatta tutta la Zona Bruciata a piedi, ho corso nel mezzo di diverse sparatorie e ho affrontato più mostri che uomini. Non saranno di certo dei cavolo di criminali a fermarmi." mormorai, iniziando tuttavia a essere incerta, ma senza mostrarlo. Sarei veramente riuscita ad affrontare un pazzo o un malvivente da sola? In tutte le avventure che avevo passato – o almeno nella maggior parte – non ero mai stata da sola, o perlomeno quando lo ero stata non era mai andata a finire bene.

"Pasticcino, ritrova il senno della ragione." mormorò Stephen avanzando di qualche passo tenendo la sorellina per mano. "Sono sicuro che poche ore non cambieranno nulla per Newt, ma per te sì. Puoi decidere se raggiungerlo domani integra, oppure farlo adesso, ma solo con lo spirito." spiegò il ragazzo in tono talmente tanto gentile e calmo che quasi mi sorprese, poi però il mio stupore svanì quando lo sentii pronunciare un'ultima frase: "Andiamo! Sappiamo tutti che non riuscirai mai a difenderti, sei troppo sensibile e ingenua per riuscire a fare del male a qualcuno." 

Alzai un sopracciglio scocciata. Era forse una sfida?
Minho lesse il mio sguardo e subito si mise nel mezzo per riparare il danno fatto da Stephen. "Ehi!" mi richiamò, dando una spinta a Stephen e avanzando. "Non ascoltarlo, non intendeva dirtelo, okay? Semplicemente siamo preoccupati per te." spiegò l'asiatico, afferrandomi per le spalle e obbligandomi a fissarlo negli occhi. "Credimi, anche io voglio raggiungere quel pive al più presto, e di certo ti sosterrei in qualsiasi impresa tu voglia compiere per tornare a quella Berga. Ma non questa. Questo piano è il risultato di un pensiero suicida, perciò mi ritengo obbligato a frenarti, bambolina."
"Ma Newt ci sta..."

"Sì, lo so: ci sta aspettando. Però ti giuro che non vorrebbe mai che rischiassi la vita per tornare da lui. Ci tiene troppo a te e se ora io ti lascio andare, ti assicuro che non la prenderà bene." continuò Minho, aumentando sempre di più la presa sulle mie spalle.
"Okay." concessi rilasciando uno sbuffo. Abbassai lo sguardo sconfitta, pensando che in ogni caso non sarei riuscita a dormire per niente al pensiero di Newt, solo e annoiato dentro la Berga.
"Bene così." mormorò Stephen lanciando uno sguardo di rimprovero, ma anche di gratitudine a Minho. "Torniamo all'albergo?"
"Certo." disse subito Jorge. "È solo a pochi isolati da qui."
"Questa volta però il letto è mio." spiegò Minho indicando sia me che Stephen.





Quella notte, come promesso a me stessa, non dormii granché e di certo sentire Minho e Thomas russare come rincaspiati non aveva aiutato il mio sonno.
Rimasi tutto il tempo a pensare a Newt e a un modo per raggiungerlo al più presto, ma ogni cosa mi sembrava inutile. Minho e Brenda – per quanto odiassi ammetterlo – avevano ragione: eravamo in una città enorme, in un posto che non conoscevamo affatto, e che tra l'altro ultimamente si stava rivelando alquanto strano e inquietante; eppure non riuscivo a darmi pace, continuando a pensare che fosse tutta colpa mia se Newt era rimasto da solo, perché se avessi insistito di più ora forse ci sarei anche io insieme a lui dentro quella Berga.
Stephen quella sera, prima di andarsene a dormire, mi disse che Newt avrebbe potuto superare un'altra notte da solo e che non avevo motivo di angosciarmi, dato che il ragazzo era abbastanza forte e intelligente per cavarsela da solo.

Anche Minho si era fermato ad augurarmi la buona notte, ripetendomi parole incoraggianti che tuttavia non sentii nemmeno, già tutta presa dai miei pensieri come sempre negativi.
E se gli fosse successo qualcosa? Era questa la domanda che più cercavo di ricacciare nel buio, più si esponeva alla luce. Sapevo che alla fine tutti quei pensieri mi avrebbero fatto stare solo più male, ma come potevo non preoccuparmi? Negli ultimi giorni avevo avuto una pessima sensazione riguardo al biondino, e già il fatto che anche l'Uomo Ratto ci avesse implicitamente consigliato di tenere d'occhio Newt mi faceva impazzire. Forse la W.I.C.K.E.D. gli aveva fatto qualcosa in nostra assenza? Dopotutto Newt aveva ancora il chip e tutto era possibile.

Quella sera iniziai persino a odiare la notte, che mi separava da lui, impedendomi momentaneamente di vederlo di nuovo. E detestavo il fatto di non avere scelta e di dover aspettare che si facesse giorno prima di poter tornare da Newt. 
"Ehi, sei pronta a uscire?" domandò Minho scuotendomi la spalla e strappandomi dai miei pensieri.
"È tutta la notte che sono pronta." replicai, finalmente entusiasta di uscire da quella dannata stanza d'albergo.
"Già, le tue occhiaie parlano chiaro." mormorò il ragazzo cercando di fare una battuta, ma senza riuscire a nascondere la sua preoccupazione. "Andiamo?" domandò porgendomi una mano per aiutarmi ad alzarmi.

"Andiamo." concessi afferrando il suo palmo e lasciandomi tirare in piedi.
Jorge insistette nel fermarci solo per poco tempo in modo da fare una doccia e mangiare qualcosa prima di partire e, nonostante tutte le obbiezioni mie e di Minho, alla fine fummo costretti a restare in albergo fino alle otto, fissando gli altri mangiare come maiali.
Non riuscivo a concepire la loro fame dato che il mio stomaco al momento era talmente tanto pieno di preoccupazione e ansia che ero sicura non ci sarebbe stato spazio neanche per una briciola di pane. 

Quando finalmente i signori si decisero ad alzare il loro bel culetto dalle loro rispettive sedie, io e Minho li trascinammo fuori dall'albergo, obbligandoli a sostenere un passo abbastanza veloce. Una cosa che avevo imparato durante il corso delle prove a cui la W.I.C.K.E.D. ci aveva sottoposto era che il tempo non era mai abbastanza, soprattutto quando si doveva fare qualcosa di importante.
Sia io che il Velocista ignorammo del tutto le richieste dei nostri compagni di viaggio e continuammo con la nostra velocità: avevamo già spiegato loro che non erano tenuti a venire con noi, ma dato che avevano insistito tanto – facendoci anche perdere tempo prezioso – ora dovevano stare alle nostre regole.

Quando entrammo in strada vedemmo delle persone qua e là, ma molte meno del giorno prima nelle ore di punta, inoltre Thomas ci fece notare diversi rumori strani che avevamo sentito la sera prima durante la lunga camminata, suoni che tra l'altro io non avevo nemmeno percepito, forse troppo concentrata sul pensiero di Newt e del tepore delle sue braccia di nuovo attorno al mio corpo.
"Sta succedendo qualcosa, ve lo dico io." disse Jorge, mentre imboccavamo un'altra strada in cerca di un taxi. "Dovrebbe esserci più gente in giro."
"Be' grazie per averlo detto." pronunciai, lanciandogli uno sguardo di sbieco, ma senza rallentare minimamente la mia camminata veloce. "Ora sì che sono molto più tranquilla."

Mentre dicevo ciò notai con la coda dell'occhio una donna che osservava un manifesto sull'Eruzione proprio come quello che avevo letto il giorno prima quando l'agente aveva sequestrato Thomas. Vedere quell'immagine mi fece venire in mente la faccia dell'uomo infetto che lo stesso agente aveva maltrattato nel bar: chissà che fine aveva fatto, ma soprattutto, chissà se un giorno quell'uomo sarebbe potuto essere Newt.
Quel solo pensiero mi spaventò a morte, spingendomi ad aumentare maggiormente la velocità del mio passo, ignorando del tutto l'indolenzimento delle gambe, il fiato corto e i giramenti di testa. Forse avrei dovuto fare colazione o almeno cercare di riposare un pochino.

"Sbrighiamoci, raggiungiamo questo caspio di aeroporto." mormorò Minho, notando la fatica degli altri a mantenere il passo. "Questo posto mi dà i brividi."
"Credo che dovremmo andare da quella parte." disse Brenda, con un gesto della mano. "Devono esserci dei taxi vicino a quegli uffici."
Attraversammo la strada e ne imboccammo una più stretta che passava tra un'area apparentemente dismessa e un vecchio palazzo fatiscente. Solo in quel momento Minho si discostò dal mio fianco e si avvicinò a Thomas, iniziando una conversazione che tuttavia non riuscii a sentire dato che i due ragazzi stavano praticamente parlando a bassa voce. Decisi perciò di cercare di leggere loro il labiale, ma anche questa azione mi fu impedita da Stephen che mi si pose davanti interrompendomi la visuale.

"Che vuoi?" chiesi scocciata spingendolo da parte.
"Lo sai che è da maleducati spintonare una persona che tenta di iniziare una conversazione?" rispose lui fingendosi offeso e irritato. "E... sì, soprattutto origliare le conversazioni altrui è sbagliato. Che problemi hai con le conversazioni tu? Le eviti quando ti riguardano e ti impicci quando invece ne dovresti stare fuori."
"Be', si da il caso che in questo momento io sia annoiata." spiegai brevemente, trovando la prima scusa che mi capitò a tiro.
"Oh, un motivo in più per fare conversazione con me, pasticcino." spiegò lui. "Non credi?"

"Ehm, no." risposi secca. "Tu sei noioso nelle conversazioni."
"Mi ritengo enormemente offeso." pronunciò lui. "Hailie, anche tu trovi che io sia noioso?"
A quel punto, curiosa della risposta della bambina, voltai la testa verso il ragazzo, distogliendo l'attenzione da Minho e Thomas e puntandola sulla sorellina. Quest'ultima, che era in braccio al ragazzo, scosse le spalle, fissò per qualche secondo il fratello, poi me e mi rivolse un sorriso. "A volte..." mormorò la sorellina, rompendo quella frase e scoppiando in una risatina genuina.
"Ragazze, voi sì che sapete rompere il cuore di un nobile e simpatico cavaliere che cerca solo di tenervi compagnia." spiegò Stephen mettendosi una mano sul cuore e facendomi sorridere sbadatamente.

"Nessuno ha richiesto la tua compagnia, Capitan Caccone." replicai sbuffando e facendo un occhiolino alla sorellina di Stephen. "Esatto!" replicò quest'ultima entusiasta.
"Messaggio recepito, Caccola." rispose Stephen, quasi sussurrando alla sorellina. Lo vidi sollevarla in aria, poi me la porse, lasciandomela direttamente tra le braccia e sgranchendosi la schiena.
"Aspetta, cosa?" mormorai confusa, fermando immediatamente la mia avanzata e fissandolo di sbieco. 
"Be', avete deciso di fare comunella? Ora fate comunella." spiegò semplicemente il ragazzo, facendomi un occhiolino.

Stando bene attenta a non farlo vedere alla sorellina, alzai il dito medio e lo puntai contro il ragazzo che indietreggiò sorridendo, alzando le mani in segno di difesa. Poi, sorprendendomi e prendendomi alla sprovvista, il ragazzo alzò un sopracciglio e mi lanciò un bacio in aria che mi fece inevitabilmente arrossire.
Fu a quel punto che mi voltai di nuovo all'avanti e continuai a camminare imperterrita, stando attenta a sorreggere la bambina in modo stabile. Quest'ultima dopo diversi secondi si appoggiò sulla mia spalla, facendo sporgere le braccia oltre di essa e giocando con i miei capelli sulla mia schiena. "Sono lunghissimi." bofonchiò lei, con un tono sinceramente meravigliato.
"Già, forse dovrei tagliarli." le risposi.
"Ma le principesse hanno i capelli lunghi." replicò lei, abbastanza scandalizzata dalla mia risposta.

"Ma io non sono una principessa." spiegai sorridendo senza riuscire a trattenermi.
"Anche mio fratello lo dice sempre." mormorò sovrappensiero. "Dice che sei troppo impacciata per essere una principessina come me."
"Tuo fratello è sempre dolce con le parole." bisbigliai tra me e me.
"Secondo lui tu sei una guerriera." continuò poi la bambina, sorprendendomi e facendomi arrossire nuovamente.
"Dici che le guerriere possono avere i capelli corti?" chiesi senza neanche sapere da dove fosse uscita quella domanda.
"Sì, le guerriere possono." annunciò la bambina.
"Ehi, voi due." ci interruppe Minho, correndo preoccupato verso di noi. "Restate dietro." ordinò mettendosi davanti a noi e dandoci le spalle.

Sentii le mani del ragazzo allungarsi all'indietro e aggrapparsi ai miei fianchi, come per essere certo che non mi sarei mossa da quella posizione. "Minho, cosa sta..." non feci neanche in tempo a finire la frase che lo notai: dietro a un grosso pezzo di muro, che si ergeva proprio al centro, c'era un uomo a petto nudo, di spalle; era piegato in avanti e stava scavando con le mani come se avesse perso qualcosa nel fango e stesse cercando di ritrovarlo; aveva le spalle coperte di strani graffi e una lunga crosta che attraversava la sua spina dorsale; i suoi movimenti erano convulsi e disperati; i gomiti continuavano a scattare all'indietro come se stesse strappando qualcosa dal terreno, ma fortunatamente le erbacce alte mi impedivano di vedere su cosa fosse puntata l'attenzione spasmodica di quell'uomo.

"Non ci fermiamo." sussurrò Brenda da dietro, facendomi quasi sussultare. Non mi ero accorta che anche gli altri si fossero fermati.
"Quel tizio è malato." rispose Minho, anche lui sussurrando. "Com'è possibile che se ne vada in giro liberamente?"
"Cosa succede?" chiese Hailie, risvegliandosi solo in quel momento dai suoi pensieri fantasiosi e agitandosi tra le mie braccia.
"Shh..." sussurrai accarezzandole la testa. "Non è niente, però devi stare in silenzio e vedrai che presto tutto tornerà normale." spiegai in modo tranquillo, cercando di nascondere la mia agitazione, evidentemente riuscendoci, dato che la bambina annuì e si appoggiò alla mia spalla.

"Chiudi gli occhi, okay? Così il tempo passa più veloce."
La bambina mugugnò un lieve 'sì', così mi voltai nuovamente verso Brenda e le feci cenno di muoversi. "Andiamo." ordinai.
Il gruppo ricominciò a camminare, ma per quanto ci provassi non riuscivo a staccare gli occhi da quella scena inquietante, troppo agitata e terrorizzata all'idea che quell'uomo avesse potuto accorgersi di noi e attaccarci come un animale famelico.

Tutto stava andando perfettamente e l'uomo sembrava troppo impegnato a fare ciò che stava facendo per accorgersi di noi, fino a quando non vidi un suo movimento improvviso che mi fece totalmente dimenticare cosa volesse dire essere calmi. Velocemente l'uomo si fermò e si alzò di scatto, girandosi verso di noi e regalandoci uno spettacolo orrido: aveva il naso e la bocca coperti di sangue e, quando incrociò il nostro sguardo sorrise in modo sinistro, quasi come se fosse totalmente fuori senno, sollevò le mani insanguinate come se volesse farne mostra. Fui quasi sul punto di spintonare Minho all'avanti e dirgli di continuare a camminare ignorando l'uomo, ma quest'ultimo si stancò velocemente di noi, piegandosi di nuovo all'avanti e rimettendosi al lavoro.

"Questo sarebbe un buon momento per andarcene." disse Brenda.
"Concordo pienamente." mormorai posando una mano sulla testa di Hailie per assicurarmi che la bambina non alzasse la testa per sbirciare. Non potevo permettere che avesse gli incubi per giorni o che rimanesse traumatizzata per anni.
Ci voltammo tutti e ci mettemmo a correre, senza rallentare, per due isolati.
Impiegammo un'altra mezz'ora per trovare un taxi, ma alla fine ci riuscimmo. Dopo aver visto quella scena, tutto era tornato alla normalità e non avevamo più incontrato nessuno svitato per strada, tuttavia il ricordo della figura dell'uomo chino su qualcosa – o peggio qualcuno – continuava a tormentarmi, riempendo i miei pensieri.

"Quel tizio stava mangiando una persona. Ne sono sicuro." disse Minho rompendo il silenzio in modo macabro.
"Minho..." lo ripresi. "Hailie non dovrebbe..."
"Forse..." cominciò Brenda, cercando di rimediare all'errore del ragazzo. "Forse era solo un cane randagio."
Bel modo di rimediare, genio.
"O forse stava solo mangiando del pomodoro." intervenne Stephen, deliziandoci tutti con una delle sue perle di saggezza.
"Già, in ogni caso è meglio non parlarne, non ora perlomeno." mi intromisi. "Pensiamo solo a uscire da Denver e a tornare da Newt."

Nessuno rispose. Rimanemmo in silenzio per il resto del tragitto fino all'aeroporto. Non ci volle molto per superare i controlli e uscire dagli enormi muri che circondavano la città. A dire il vero, il personale con cui avemmo a che fare sembrava contento che ce ne stessimo andando.
La Berga era esattamente lì dove l'avevamo lasciata, ad aspettarci sul cemento arroventato e fumante come il guscio abbandonato di un insetto gigante. Intorno non si muoveva una foglia.
"Muoviti, diamine!" gridai senza riuscire a contenermi. "Apri quest'affare." ordinai a Jorge, affidando Hailie di nuovo nelle braccia del fratellone.

Jorge non sembrò infastidito dal tono brusco di quel comando – non che me ne importasse più di tanto – e tirò fuori il piccolo telecomando dalla tasca, per poi premere alcuni pulsanti. La rampa si abbassò lentamente tra il cigolio dei cardini, ma non attesi nemmeno che questa toccasse terra che impiegando tutte le forze rimaste balzai all'interno della Berga.
Per un attimo aspettai con il fiato in sospeso, sperando di vedere la figura di Newt correre verso di me con un grosso sorriso stampato in faccia, felice del nostro ritorno.
Mi sarei aspettata di vederlo stravaccato sul divano della Berga, con le gambe accavallate e lo sguardo annoiato, ma nell'atrio non c'era nessuno e non ci fu nessun movimento. Sentii l'ansia crescere in me, accompagnata dal terrore e dalla preoccupazione, ma continuai a ripetermi che forse il ragazzo stava dormendo in una della stanze.

Rassicurata da questo pensiero mi addentrai nella Berga buia e soffocante, ignorando il calore che aleggiava in quell'aggeggio: sicuramente Newt aveva spento tutti i sistemi, niente aria condizionata, niente luci, niente di niente. Non capii il motivo per il quale il ragazzo avesse voluto fare ciò, ma non mi importava: dovevo solo trovarlo.
"Newt!" gridai sentendo la mia stessa voce vibrare ed echeggiare nella stanza, producendo un suono tremolante che mi fece accapponare la pelle.
Sentii in lontananza la voce degli altri, che forse nel frattempo erano entrati nella Berga, ma ignorai tutto, concentrandomi solo sui miei sensi per riuscire a catturare anche un piccolo suono, ma tutto rimase silenzioso e il ragazzo biondo non sembrava volersi far vedere.

"Newt!" gridai nuovamente, sentendo la mia voce riempirsi sempre più di frustrazione e panico.
Dove era? Sentii le lacrime salire dentro di me e continuai a ripetermi che la mia reazione fosse esagerata e che forse il ragazzo era solo... impegnato. Ma sapevo anche che a volte delle stupide bugie non fossero abbastanza per nascondere la realtà e che dovevo riconoscere che in quel momento c'era veramente qualcosa che non andava, qualcosa che era andato storto.
"Newt!" urlai terrorizzata, aprendo l'ennesima porta e rimanendo pietrificata davanti alla stanza dopo averla vista vuota. Aprii la porta del bagno, poi la camera, poi di nuovo la sala di controllo e stanza dopo stanza ebbi come la sensazione che dentro di me si fosse aperto un vuoto, e più i secondi passavano, più quel vuoto cresceva, portandomi via la speranza.

"Newt, ti prego..." mormorai tra me e me, abbandonandomi all'agonia e alle lacrime, che affogarono del tutto la mia speranza.
Presi a correre, sentendomi sempre più male, corridoio dopo corridoio, stanza dopo stanza. Presa dalla frustrazione e dal panico tornai nuovamente nella stanza principale, dove notai la figura di Minho seduta su uno dei divani.
Perché non stava cercando Newt?
Mi avvicinai correndo, pronta a urlargli contro, ma quando gli vidi in mano un bigliettino di carta mi pietrificai sul posto, non riuscendo a muovermi.

"C-Cos'è?" domandai incerta, non essendo sicura di volerlo veramente sapere. Minho non rispose. Continuò solo a fissare il pezzo di carta.
"Cosa succede?" quasi gridai, sentendo il groppo in gola aumentare sempre più, impedendomi quasi di respirare.
Solo allora Minho alzò lo sguardo verso di me e i suoi occhi vuoti e lacerati dalla disperazione mi colpirono come un proiettile. Il ragazzo non disse nulla, troppo scosso anche solo per pronunciare una sillaba e mi porse il foglietto con mano tremante.
Lo afferrai velocemente, sentendo il mio petto bruciare e il mio cuore battere all'impazzata, forse perché già sapevo cosa fosse contenuto in quel biglietto.

Quelle poche righe scritte velocemente con un pennarello nero mi fecero crollare il mondo addosso, distruggendo tutte le mie certezze. I miei occhi si appannarono, riempendosi di lacrime, come se neanche loro volessero leggere cosa recitava quel messaggio, poi però alla fine cedetti e presi a scorrere lettera dopo lettera, leggendola ma non capendola veramente.

Sono riusciti a entrare. Mi stanno portando a vivere con gli altri Spaccati. È meglio così. Grazie per la vostra amicizia. Addio.

Quelle parole mi entrarono nel cervello, facendomi cadere a pezzi. Mi portai la mano sulla bocca e lasciai cadere il foglietto a terra, poi incapace di sostenermi mi lasciai crollare, divorata dall'angoscia e dal terrore che sgretolarono il mio cuore come fosse una foglia appassita. Chiusi gli occhi con le mani e mi piegai all'avanti, distrutta dal dolore, permettendo così alle ombre di tristezza di avvolgermi con le loro gelide braccia. 

*Angolo scrittrice*
Ehi, Pive!
Innanzitutto mi dispiace veramente per aver fatto questa scelta (credetemi, è stato difficile anche per me), ma da questo punto di vista voglio seguire il libro.
So che non tutti saranno contenti di questa svolta nella storia, ma ricordatevi che nulla è mai come sembra. L'ho sempre detto e sempre continuerò a dirlo: non vi dimenticate mai questa frase, soprattutto d'ora in poi nel libro. Ora come ora forse per voi non avrà senso, ma quando arriverà il momento, capirete tutto.
So che l'immagine a fine capitolo fa schifo, ma volevo mettere qualcosa di speciale per questa parte (non ho voluto metterla all'inizio per evitarvi uno spoiler).
Eh nulla... Vi mando un abbraccio ❤
Dalla vostra Inevitabilmente_Dea ❤

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