Capitolo 23.
Un suono acuto mi fece scattare a sedere sul lettino dell'infermeria e ancora prima di riuscire a realizzare da dove provenisse mi guardai attorno spaesata. Nella stanza era ancora tutto buio ovviamente, ma dato che ogni stanza della W.I.C.K.E.D. era priva di finestre era impossibile capire se fosse giorno o notte. Ancora assonnata e spaesata, mi girai verso destra e feci appena in tempo a sentire il mio equilibrio mancare, percependo il vuoto sotto di me, che due mani mi afferrarono saldamente in vita, tirandomi all'indietro e risparmiandomi quella che sarebbe stata una caduta dolorosa. "Ehi, vacci piano."
Se non avessi riconosciuto quel profumo inconfondibile e la sua voce probabilmente avrei urlato spaventata. In meno di un secondo la mia mente ricordò cosa fosse successo prima di addormentarmi e sorrisi imbarazzata al pensiero di essere ancora completamente nuda.
Feci per rimettermi a dormire dato che avevo ancora sonno e che quel rumore che mi aveva svegliato aveva finalmente taciuto, poi però mi ricordai di dove ci trovassimo e spalancai gli occhi preoccupata.
"Newt!" lo chiamai. "Dobbiamo andarcene prima che arrivi qualcuno!"
"Lo so." constatò il ragazzo con tono divertito. "Ho messo la sveglia apposta."
Oh, ecco cos'era quel suono. Pensai portandomi una mano sulla fronte e scuotendo la testa.
"Bene così, allora sbrighiamoci a rivestirci." proposi scendendo dal lettino e chinandomi a terra alla ricerca dei miei indumenti. Forse lasciarli sparpagliati per la stanza non era stata un'ottima idea.
Iniziai a gattonare per terra, sempre tastando il pavimento con le mani e assicurandomi di non andare a sbattere contro nulla che potesse produrre rumore. Continuai a girare per la stanza e ogni volta che le mie ginocchia toccavano il pavimento freddo e duro, un brivido mi percorreva la schiena. Eppure non era così freddo quando io e Newt eravamo entrati il giorno precedente... forse semplicemente mi ero abituata a stare attaccata al corpo del ragazzo che per tutta la notte mi aveva scaldato con il suo tepore, e invece ora che mi ero allontanata tutto sembrava più freddo.
Con mio sollievo le mie dita toccarono qualcosa di soffice e di una forma strana per essere una maglietta o un pantalone, poi mi accorsi che in effetti dovevano essere delle mutande ed essendo troppo piccole per essere quelle di Newt le indossai senza pensarci due volte.
"Eli?" mi chiamò Newt da chissà che parte della stanza.
"Sì?" risposi alzandomi in piedi e girando la mia testa sia a destra che a sinistra nella speranza di notare la sua sagoma tra le ombre.
"Credo di aver trovato il tuo... non mi ricordo come si chiama." ammise il ragazzo ridacchiando.
"Reggiseno?" domandai imbarazzata.
"Esattamente quello." concordò il ragazzo trattenendo una risatina imbarazzata.
"Okay... muoviti verso... Ehm..." mi interruppi non sapendo neanche io cosa prendere come punto di riferimento per incontrarci. "Muoviti verso il lettino, almeno ci incontriamo e me lo dai."
Sentii il ragazzo mugugnare un 'sì' e poi sentii il fruscio dei suoi pantaloni attraverso la stanza, segno che almeno lui era riuscito a trovare la metà dei suoi indumenti. Presi anche io a camminare titubante verso quella che mi sembrava la via giusta per arrivare al lettino, ma quando diedi una testata contro l'armadio di ferro capii subito di essermi sbagliata.
Un frastuono si proruppe per la stanza, seguito subito dopo dai miei lamenti sia di dolore che di frustrazione.
Subito dopo sentii una mano scivolare delicatamente sulla mia schiena, fino a fermarsi su un fianco. "Stai bene?" mi chiese Newt sussurrando.
"Mh, sì." borbottai attaccandomi al suo braccio per evitare di perderlo di nuovo tra le ombre.
"E così oltre agli alberi ti piace anche abbracciare gli armadi." disse lui cercando di trattenere una risata. "Me lo devo annotare."
Lì per lì non capii di cosa stesse parlando, ma dopo poco mi rivenne in mente quella volta in cui andai a sbattere contro un albero e per non fare la figura della solita ragazza impacciata, trovai subito dopo la scusa che lo stessi solamente abbracciando. Era incredibile di come Newt si ricordasse di quel piccolo particolare a distanza di così tanto tempo.
"Come diamine fai a ricordartelo ancora?" domandai sbalordita, facendo scorrere la mia mano dal suo braccio al suo palmo per poi sfilargli dalle dita il mio reggiseno.
"Perché non dovrei ricordarmelo?" mi rispose lui, depositandomi un bacio sulla mia fronte e allontanandosi di qualche passo. "Cerchiamo di sbrigarci, okay?"
Mugugnai in segno di assenso e poi, dopo essermi agganciata per bene la biancheria, ripresi a gattonare a terra, trovando subito dopo i miei pantaloni. Dopo averli infilati ripresi a vagare per la stanza, stando bene attenta a non sbattere più da nessuna parte.
Dopo qualche minuto riuscii finalmente a entrare in contatto con il tessuto di quella che mi sembrava una maglia, così mi alzai in piedi e senza pensarci due volte me la infilai.
"Io sono vestita." annunciai a Newt. "Tu come sei messo?"
"Ehm... Credo di essermi appena infilato la tua canottiera." ammise il ragazzo, con un tono di voce imbarazzato. "Caspio ma come fai a entrare in questa cosina? È strettissima."
Iniziai a ridere, senza riuscire a contenermi, e più mi immaginavo Newt con indosso la canottiera striminzita di Violet, più mi riusciva difficile smettere. Ma nel momento stesso in cui il ragazzo mi zittì, dicendomi di smetterla di deriderlo, le luci si accesero nella stanza, facendo tacere ogni singolo rumore.
I miei occhi si chiusero immediatamente, accecati dall'improvviso sbalzo di luce, ma Newt non perse tempo e in un secondo lo sentii correre verso di me e afferrarmi la mano, trascinandomi di corsa dietro di lui.
Riaprii le palpebre e con terrore capii che ci fosse qualcuno in corridoio. Sentii delle voci – maschili se non altro – che parlottavano riguardo ai giri di controllo da attuare nei vari dormitori. Io e Newt continuammo a correre verso la grata e il ragazzo si inginocchiò di tutta fretta nel tentativo di staccarla dal muro. Le voci si fecero sempre più vicine, ma fortunatamente il biondino era riuscito a infilarsi nel condotto di ventilazione senza fare troppo rumore; feci per chinarmi e nascondermi anche io quando notai che non avessimo preso cuscino e coperta: sarebbe stato inutile fuggire e lasciare quelli lì; ci avrebbero scoperti comunque e noi avremmo dovuto assumerci la colpa per evitare che qualcun altro finisse nei guai. Con uno scatto veloce e istintivo mi buttai nuovamente sul letto dell'infermeria e afferrai i due oggetti, poi ripresi a correre verso la grata, tirandoli dietro di me e nel frattempo buttandomi violentemente in ginocchio per affrettare i tempi.
Quando raggiunsi il muro, infilai prima i due oggetti nel condotto e Newt li tirò in malo modo dietro di sé per farmi più spazio, poi mi fece segno di sbrigarmi e senza esitare oltre gattonai verso l'entrata. Sentii le braccia di Newt passare veloci ai lati del mio corpo per aiutarmi a rimettere la pesante grata a posto e facemmo giusto in tempo ad attaccarla nuovamente al muro che la porta si spalancò, facendo entrare il corpo esile di uno scienziato.
Sia io che Newt attendemmo in quella posizione per minuti, sempre con il fiato trattenuto ed evitando di muoverci per paura di fare rumore. Continuammo a fissare terrorizzati i piedi dell'uomo che si spostavano per la stanza, sperando che non notasse nulla di strano, e più i secondi passavano più il mio corpo iniziava a formicolare per la scomoda posizione in cui ero messa. Avrei voluto stendermi oppure mettermi a sedere con la testa bassa, ma non mi rimaneva che aspettare che l'uomo se ne andasse.
Sentii le labbra di Newt appoggiarsi delicatamente e silenziosamente sulla mia spalla e depositare un bacio muto sulla mia pelle, come se stesse cercando di tranquillizzarmi, poi le sue mani si appoggiarono ai miei fianchi e mi aiutarono a stare immobile in quella posizione per qualche altro minuto. Quel ragazzo forse era veramente capace di leggermi nella mente.
Poi finalmente le gambe dello scienziato si diressero verso l'uscita e quando la porta si richiuse dietro l'uomo, sia io che Newt rilasciammo un grande sospiro.
"Hai sentito cosa hanno detto?" domandai a Newt, girandomi nella sua direzione e finalmente mettendomi in una posizione più comoda. "Stanno andando a controllare i dormitori, dobbiamo muoverci!"
Newt annuì velocemente e iniziò a gattonare lungo il condotto, riconducendomi alla sua stanza dove stranamente nessun Raduraio stava dormendo. Quando entrambi sbucammo dal condotto, tutti ci rivolsero un'occhiata confusa che subito dopo si tramutò in una divertita. Molti ragazzi iniziarono a ridere e a indicare Newt, bisbigliando tra di loro e mettendosi le mani sopra la bocca per evitare di schernirlo troppo. Non capii il motivo di tutto quello e perciò lanciai un'occhiata al biondino, arrossendo subito dopo imbarazzata per lui: come aveva precedentemente annunciato, Newt si era infilato la mia canottiera bianca che tuttavia gli era rimasta incastrata all'altezza del petto – sicuramente troppo stretta per calare di più sul suo corpo – lasciandogli così scoperto tutto l'addome.
"Dobbiamo scambiarci le maglie!" ordinò Newt girandosi verso di me e afferrando i lembi della maglietta che avevo indosso, ovvero la sua.
"No!" replicai indietreggiando e coprendomi con le braccia. "Io non mi spoglio davanti a tutti loro." bisbigliai poi lanciando occhiatacce al ragazzo.
"Be' sì, hai ragione." ammise lui grattandosi la testa imbarazzato.
"Io me ne torno al mio dormitorio, potrebbero passare a controllare. Tu togliti la canottiera e dammela, che la riporto a Violet." proposi alzando le sopracciglia.
Il ragazzo annuì esitante e dopo aver fatto molta fatica per riuscire a togliersi l'indumento di dosso senza però romperlo, me lo lasciò cadere in mano. "E la mia maglia?" domando poi, indicandomi.
"Me la tengo, ovviamente." sottolineai affidandogli sia il cuscino che la coperta tra le braccia e tornandomene nel condotto.
Sentii Newt brontolare riguardo alla mia scelta, ma lo ignorai e continuai semplicemente a gattonare il più veloce possibile per raggiungere in tempo il dormitorio delle ragazze, ma nel momento stesso in cui le mie dita si attorcigliarono attorno alle sbarre della grata che dava sulla mia stanza, capii di essere arrivata troppo in ritardo.
"Dove sono le altre?" domandò la guardia scocciata.
"Un po' in palestra e un po' nella sala relax." rispose una voce fredda, che riconobbi appartenere a Violet.
"Be' cosa aspetti? Valle a richiamare." ordinò l'uomo scocciato. "Janson ha ordinato un controllo."
"Perché non ci vai tu a chiamarle?" replicò acida la ragazza.
Mi sporsi un po' di più verso la grata, ma senza appoggiarmi a essa, e poi sbirciai attraverso le sbarre: Violet se ne stava distesa sul suo letto, intenta a mangiucchiarsi le unghie – sicuramente perché era in agitazione, anche se il suo atteggiamento non lo dava a vedere – e a lanciare occhiate di sfida alla guardia armata.
"La mia non era una proposta, ma un ordine." asserì la guardia a denti stretti, muovendosi repentina verso Violet e facendola alzare dal letto, tirandola per l'orlo della maglietta. "Muoviti, ragazzina."
La rabbia mi ribollì nelle vene: come poteva essere così rude e trattarla in quel modo? Avrei voluto sbucare fuori dal condotto e intervenire per proteggere la mia amica da quell'uomo primitivo, ma capii che quella scelta sarebbe stata tanto stupida quanto inutile: cosa avrebbe potuto fare una persona gracile e disarmata come me contro un mammut pompato e armato fino al midollo?
Mi limitai a serrare le labbra, mordendomi la guancia dall'interno nella speranza di riuscire a calmarmi.
Violet protestò, ma la guardia la trascinò a forza fuori dalla stanza per poi continuare a spingerla. Fu proprio nell'istante in cui vidi entrambi sparire dalla mia vista che capii che fosse arrivato il momento di uscire allo scoperto e agire velocemente. Senza neanche aver pensato a cosa fare concretamente mi ritrovai subito fuori dal condotto, intenta a riposizionare la grata attacca al muro, poi con uno scatto repentino mi precipitai in bagno, richiudendomi silenziosamente la porta alle spalle.
Sapevo che se la guardia fosse tornata nella stanza avrebbe subito capito che c'era qualcosa che non andava: se prima nel dormitorio c'era solamente Violet, io non potevo comparire dal nulla e stendermi su un letto come se niente fosse! Dovevo creare un diversivo. Nella speranza che la guardia non avesse controllato il bagno, mi affrettai a raggiungere la doccia e ad aprire l'acqua per bagnarmi solamente i capelli. Una volta fatto, corsi ad afferrare un asciugamano e nel momento stesso in cui mi velocizzai per attorcigliarmelo attorno alla testa, la porta del bagno si spalancò, rivelando la figura tesa della guardia che ancora prima di vedere chi ci fosse nella stanza mi aveva puntato il lanciagranate contro.
"Ehi!" gridai fingendomi imbarazzata. "Ma che diamine credi di fare?" gli urlai contro, riuscendo persino ad arrossire volontariamente. "Questo è un cacchio di bagno delle signore! Tua madre non ti ha insegnato che è maleducazione piombarci dentro all'improvviso? E addirittura mi punti un'arma contro, come se farsi una doccia fosse un crimine!"
Cercai di incanalare in quelle parole quanta più indignazione e rabbia nei confronti della guardia, poi – per evitare che essa pensasse che stessi mentendo – mi calai l'asciugamano dai capelli, che mi ricaddero bagnati sulle spalle.
"E se fossi stata nuda?" continuai imbarazzata, incrociando le braccia al petto. "Bella idea della privacy che avete tutti voi..."
La guardia, probabilmente stanca di sentirmi parlare e sbraitare continuamente, si allungò verso di me e mi trascinò fuori dal bagno per poi gettarmi letteralmente su uno dei letti.
"Stai zitta e aspetta qui." mi ordinò prima di allungarsi a controllare fuori dalla porta. "Muovetevi voi!" ordinò poi, sbraitando verso qualcuno nel corridoio.
In meno di un secondo, le mie compagne entrarono nella stanza, bisbigliando confuse tra di loro e nel momento stesso in cui Violet varcò la porta, i nostri sguardi si incrociarono e la vidi spalancare gli occhi per la paura. Per farla stare tranquilla annuii delicatamente e le feci l'occhiolino.
"Bene, ora che ci siamo tutti..." iniziò la guardia cavando un piccolo aggeggio elettronico dalla tasca e digitandoci velocemente sopra. "Chiamerò i vostri nomi e a turno vi alzerete. Non provate a prendermi per i fondelli: oltre ad avere i vostri nomi ho anche le vostre foto e posso riconoscervi."
Detto questo, l'uomo iniziò a pronunciare tutti i nomi delle ragazze – compreso il mio – e, quando l'elenco finì, la guardia infilò quel piccolo attrezzo elettronico in tasca e se ne andò soddisfatto di non aver incontrato problemi. Nel momento in cui la porta si richiuse dietro le sue spalle, io e Violet ci scambiammo uno sguardo complice, ridendo insieme sollevate che tutto fosse finito per il meglio.
Avevamo finito di pranzare da almeno una mezz'oretta, ma Janson si era presentato nella stanza ordinando a tutti di rimanere seduti fino al suo ritorno. Probabilmente l'Uomo Ratto era tornato alla carica con un altro dei suoi discorsetti, ma per un attimo mi volò nella mente la possibilità che avesse scoperto dell'infrazione di me e Newt, ma alla fine scacciai quel brutto pensiero, ripetendomi che non avrebbe avuto senso annunciarlo davanti a tutti.
Passarono ancora diversi minuti, ma nessuno in quella stanza sembrava fare caso al tempo: tutti gli altri avevano iniziato a parlottare fra di loro, felici di potersi trattenere di più a parlare con gli amici, e ben presto anche i Radurai seduti al mio tavolo seguirono quell'esempio.
In quella stanza sembravano tutti felici – parlavano, sorridevano e ridevano – però per quanto anche io mi sforzassi di partecipare, dialogando anche con Newt, Minho, Stephen e gli altri, non riuscivo a non pensare che qualcosa di terribile stesse per accadere. Non avevo mai avuto una sensazione del genere – almeno non da quando eravamo usciti dalla Zona Bruciata –, ma sapevo di non poterla ignorare. Di solito con gli annunci di Jason non arrivava mai nulla di buono eppure questa volta nessuno sembrava preoccuparsene.
Forse avrei dovuto semplicemente fare come gli altri e fregarmene. Mi fasciavo sempre la testa ancora prima di essermela rotta e forse per una volta avrei potuto alzare le spalle e comportarmi come se nulla fosse.
"Allora..." iniziò Minho dandomi una gomitata e alzando un sopracciglio, facendomi cadere bruscamente dai miei pensieri. "Non mi sembra di aver visto te o Newt questa notte. Come mai?" domandò con un ghigno stampato sulle labbra.
"Cosa intendi?" replicai arrossendo.
"Oh, hai capito benissimo." rispose il Velocista. "Andiamo, con me ti puoi confidare, lo sai."
Sentii le mie guance prendere fuoco e, spalancando i miei occhi, replicai: "Ma perché diamine vai a pensare sempre male?" chiesi irritata. "Non tutti sono così pervertiti come te, al mondo."
"Ah, dici di no? Be', guarda caso io non ti ho detto niente di sporco, ma tu sei subito andata a pensare che intendessi quello. E ora chi è il pervertito?" rispose divertito il ragazzo, cogliendomi di sorpresa e facendomi venire voglia di strangolarmi da sola per via della mia lingua sciolta. "Quindi non solo mi hai confermato che tu e Newt avete fatto sesso, ma lo hai fatto anche nel tentativo di nascondermelo."
"Tu sei un..." mi trattenni dall'insultare Minho pesantemente e mi morsi il pugno cercando di contenermi.
"Cosa? Un genio? Ah, lo sapevo già." continuò veloce l'asiatico, completando la mia frase.
"No, sei una testa di puzzone." ammisi rifilandogli uno sguardo truce.
"Tranquilla, il vostro piccolo segreto è al sicuro." si affrettò a dire il ragazzo, facendomi l'occhiolino e poi girandosi verso Newt, lasciandogli pacche amichevoli sulle spalle e complimentandosi.
Alzai gli occhi al cielo e mi voltai verso la porta – dando le spalle al resto dei Radurai nel tentativo di evitare Minho – dalla quale erano appena entrate due sagome. Nell'istante in cui i miei occhi si posarono su una delle due figure ancora immobili nella stanza, pensai di stare sognando.
"Thomas?" domandai tra me e me, sbattendo gli occhi per capire se fossero loro la causa dell'allucinazione che stavo avendo.
In meno di un secondo, sentii la voce di Minho zittirsi e percepii il corpo del ragazzo muoversi vicino a me. "Be', mi sa che sono rincaspiato e finito in paradiso. È Thomas!" gridò il Velocista. Il suo annuncio fu seguito da grida, esultanza e fischi.
In quel preciso istante capii che non era stata un'allucinazione, ma che il ragazzo che se ne stava sorridente e immobile davanti alla porta era proprio il vero Thomas, e dello stato in cui lo avevo visto l'ultima volta attraverso lo schermo di quella telecamera non era rimasto nulla: ora era pulito – probabilmente gli avevano permesso di lavarsi via lo sporco – e il sorriso che gli vedevo addosso era bastato a farmi dimenticare il pallore e la magrezza del suo viso in quella stanza bianca.
Senza riuscire a contenermi scattai in piedi e sorrisi, felice di sapere che lo avevano finalmente lasciato libero. Non sapevo il motivo di quella scelta da parte di Janson, ma alla fine non mi interessava: Tom era tornato, questo era quello che importava.
Vidi Thomas continuare a sorridere emozionato, poi la sua testa si girò in ogni direzione, probabilmente alla ricerca di qualcuno nella stanza, ma quando il suo sguardo si posò su di me, il suo sorriso si spense, coperto da un'espressione di odio e delusione.
Sbattei gli occhi, colpita e ferita da quell'occhiata come fosse un dardo avvelenato, ma non riuscii a distaccare gli occhi dai suoi. Rimanemmo fermi a fissarci, occhi negli occhi per quello che sembrò un minuto, ma che non poteva essere più lungo di pochi secondi. E poi vidi Minho e Newt raggiungerlo per accoglierlo, dandogli pacche sulle spalle, porgendogli la mano e trascinandolo dentro la stanza, verso il nostro tavolino, nella mia direzione.
"Be', cacchio, Tommy, almeno hai tenuto duro e non ti sei lasciato morire." disse Newt, stringendogli forte la mano. Il tono della sua voce era più scontroso del solito, specialmente considerato che non si vedevano da settimane, ma io sapevo che in realtà era felice e sollevato nel riavere l'amico con sé – dopotutto l'espressione sul suo volto non mentiva.
Minho invece aveva un sorrisetto piantato in faccia e si vedeva che non sarebbe stato tanto facile smontargli quell'espressione da ebete dal viso. "I vecchi Radurai, di nuovo insieme. Felice di rivederti vivo, faccia di caspio. Scommetto che piangevi ogni sera perché ti mancavo." lo schernì l'asiatico.
"Eh già." mormorò semplicemente Thomas con di nuovo quel sorrisetto sul viso, segno che si fosse già dimenticato della mia presenza.
Poi però un suo movimento mi fece ricredere: il ragazzo alzò la testa nella mia direzione e mi guardò incuriosito, dell'espressione di prima nemmeno l'ombra. Si separò dagli amici ritrovati e si diresse verso di me. Continuai a fissare ogni suo passo impietrita, non sapendo né cosa fare né cosa dire. Dopotutto, l'ultima volta che ci eravamo visti avevo finto di volerlo uccidere, quindi mi sorprendeva vedere che nonostante tutto avesse ancora voglia di parlarmi.
"Ehi." mi disse con un tono di voce imbarazzato.
"E-Ehi." risposi io, incapace di pronunciare altro. "S-Stai bene?" domandai preoccupata, analizzandolo attentamente.
Il ragazzo annuì e poi aggiunse: "Penso di sì. Sono stati dei giorni abbastanza duri."
Non immagini quanto... Pensai tra me e me.
"Giorni?" domandai confusa. "Tom sono passate quasi due settimane da quando ti hanno preso. Abbiamo provato a cercarti e ci eravamo quasi riusciti, ma..."
Mi morsi il labbro e ricacciai all'indietro tutte le parole che avrei voluto dirgli.
"Aspetta, cosa? Due settimane?" mi domandò lui, aggrottando le sopracciglia. "E-E voi avete... Insomma mi avete cercato?"
"Be' certo, testa di puzzone." si intromise Minho, entrando nella conversazione e allungando un braccio attorno alle spalle del ragazzo. "Non ce ne potevamo di certo andare senza di te. Peccato che abbiamo fallito."
"Andarvene? E dove?" chiese Thomas, passando lo sguardo da me a Minho.
"Non lo sapevamo ancora, però qualsiasi posto è meglio di questo." gli risposi. "E sì, abbiamo provato a liberarti, ma Janson ci ha fermati e... diciamo che non è stata una bella battaglia." mi limitai a dire, non volendo raccontargli delle scosse elettriche e di come ci avesse trattati.
"Non è stata una bella battaglia?" replicò Minho. "Caspio, no che non lo è stata! Be' certo, abbiamo carbonizzato i culi di alcune guardie, poi però l'uomo Ratto ha carbonizzato noi, quindi..."
"Fermi..." intimò Thomas. "Non credo di aver capito. Chi ha carbonizzato chi?"
"Janson, idiota." si intromise Stephen, comparendo alle mie spalle con il suo solito tono scocciato. "Abbiamo cercato di liberarti, davvero. Ma loro erano troppi e Janson ha giocato sporco." spiegò brevemente. "A proposito, credo che io ti debba alcune spiegazioni riguardo a ciò che è accaduto nella Zona Bruciata."
"Quando?" ironizzò Thomas. "Ah, giusto! Quando avete cercato di uccidermi."
"Sì, quella parte." annuì Stephen, ignorando la battuta ironica di Thomas. "Janson mi aveva affidato un pulsante che se premuto dava delle scariche elettriche al pasticcino qui presente." annunciò battendo con le mani sulle mie spalle. "Quindi ogni volta che lei si rifiutava di fare qualcosa – incluso fingere di ucciderti – io avevo l'ordine di premerlo."
Vidi la faccia di Thomas sbiancarsi per lo stupore, poi i suoi occhi incrociarono i miei in cerca di spiegazioni che tuttavia non avrei saputo dargli. Mi accorsi con orrore che anche Newt, Minho e gli altri Radurai che si erano avvicinati a noi per accogliere Thomas avevano più o meno la stessa espressione sul volto.
Nessuno sapeva di quella storia e se non lo avevo a nessuno detto c'era un motivo: non volevo passare per l'ennesima volta da 'vittima della situazione'.
"Stephen, non c'è bisogno di..." provai a dire, ma il ragazzo serrò la mascella e mi interruppe.
"No, invece è necessario. Sono stanco di vedere tutti che ti trattano come una traditrice, quando invece hai solo salvato loro il culo." ammise serrando la presa sulle mie spalle. "Non capisco perché tu non glielo abbia detto prima, ma non importa, ora spiego tutto io, una volta per tutte."
"Stephen, smettila." lo pregai abbassando la testa e torturandomi il bordo della maglietta.
"Avete sentito tutti bene!" continuò Stephen, ignorandomi. "Le hanno impiantato un chip per far sì che non disubbidisse e poi hanno dato a me il pulsante per controllarla. Se dovete avercela con qualcuno, quel qualcuno può essere solo Janson."
"C-Cosa?" domandò Newt muovendo un passo verso di me. "Allora è questo quello di cui parlava l'Uomo Ratto? Quando mi ha minacciato di svelare dove voi due eravate finiti durante la sparatoria... Era questo il chip che intendeva?" chiese basito.
"Esattamente." replicò freddo Stephen.
"Perché non ce l'hai detto prima, allora?" chiese Frypan intromettendosi nel discorso.
"I-Io non volevo che mi vedeste come una debole, come una vittima." ammisi mordendomi il labbro.
"Ma che..." Newt non fece neanche in tempo a finire la frase che Thomas lo interruppe.
"E tu?" domandò freddo, rivolgendosi a Stephen. "Tu perché hai accettato di farle una cosa del genere?" chiese infuriato, serrando la mascella e i pugni.
"Non ha accettato." risposi al posto del ragazzo. "Lo hanno minacciato come hanno fatto con me. Hanno preso le sue sorelle in ostaggio e hanno detto che le avrebbero uccise se lui non li avesse assecondati."
Alzai lo sguardo, prendendo un forte respiro ed evitando di osservare le espressioni di tutti. Allungai la mano verso Thomas e presi la sua, stringendola poi forte per infondermi coraggio. "Senti, Tom." iniziai. "Mi dispiace per quello che ho – anzi, abbiamo – fatto e mi dispiace anche che tu abbia dovuto subire tutto questo. Non so quanto le mie parole valgano per te, però ti giuro che lo abbiamo fatto per il tuo bene, per quello di tutti voi." presi un altro profondo respiro. "Non mi importa quanto mi ci vorrà, ma voglio provarti che puoi ancora fidarti di me. Lo farò con tutti voi."
Thomas si guardò attorno, forse in cerca di parole o forse sperando che qualcuno intervenisse. Aprì la bocca e fece per rispondermi quando la voce dell'Uomo Ratto rimbombò nella stanza, distraendoci tutti. "Mettetevi tutti seduti. Abbiamo alcune cose da discutere prima di rimuovere gli effetti del siero Oblitus." disse con una tale nonchalance che quasi non ci feci caso. Poi mi resi conto delle parole che avevo sentito – rimuovere gli effetti del siero Oblitus – e mi si gelò il sangue. Nella mensa non si mosse una foglia mentre l'Uomo Ratto raggiungeva il centro della stanza e si stampava sulla faccia lo stesso sorriso forzato di sempre, poi parlò. "Esatto, signore e signori. State per recuperare la memoria. Ogni singolo ricordo."
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