Capitolo 4
Ebbene sì! Sono tornata con un nuovo capitolo, spero tanto che vi piaccia e fatemi sapere cosa ne pensate con un commento o una stellina! Vi lascio al capitolo, un bacione!💋
«Signore e signori siamo atterrati, si prega di alzarsi con calma e di uscire ordinatamente dall'aereo.» sento la voce fastidiosamente acuta dell'hostess bionda svegliarmi dal mio coma di quasi cinque ore, già ho dormito per tutto questo tempo e senza mai svegliarmi!
In poche parole sono caduta in una specie di coma e ora quella voce fastidiosa mi ha svegliata!
Mi alzo stiracchiandomi e vedo che il ragazzo seduto vicino a me prima è già sceso, sono tra le ultime ad uscire e mi godo a pieno la ventata di aria fresca in viso una volta che ho messo i piedi a terra.
«Ed eccomi di nuovo qui dopo più di un anno!» esclamo a me stessa e mi appresto subito ad andare a recuperare la mia valigia nera.
Ho sempre odiato questo passaggio, la mia è sempre una delle ultime e come sempre devo aspettare un eternità prima di riuscire finalmente a scorgere il mio enorme bagaglio.
Finalmente lo recupero e mi guardo intorno per individuare l'autista di mio padre che è in ritardo, strano, so quanto lui odi il ritardo dei suoi impiegati.
Doveva essere qui ancora mezz'ora fa, ma non lo vedo da nessuna parte, nemmeno vicino alla zona bar c'è e tiro fuori dalla tasca posteriore il cellulare, ma non ho nessuna chiamata persa o messaggio.
Sono impegnata a scrivere a Lyla quando sento due mani posarsi sui miei occhi e sorrido perché ho capito il suo gioco.
«Vediamo... sei per caso Lyla?» domando battendo l'indice contro il mento e fingendomi pensierosa.
«No, riprova.» esorta la persona dietro di me trattenendo a stento le risate.
«Va bene, allora la mamma?»
«Mh, no. Prova ancora.» fingo di pensarci ancora su.
«Allora sei mio padre o un rapinatore che vuole divertirsi e prendersi gioco di me?» domando lasciandomi scappare una risata e le sue mani mi fanno voltare verso di lui.
Capelli scuri spettinati, due smeraldi che mi guardano e il viso coperto da un'espressione allegra.
«Papà!» esclamo abbracciandolo forte e senza preoccuparmi delle persone che ci guardano curiose mentre passano.
«Ciao Belle!» dopo qualche secondo mi stacco ancora contenta e lui si liscia il vestito elegante con le mani, senza ottenere nessun miglioramento.
«Eri in riunione?» gli domando mentre afferra la mia valigia e ci dirigiamo fuori dall'aeroporto colmo di persone che corrono da una parte all'altra senza sosta.
«Si, ma volevo farti una sorpresa! Scusa il ritardo.»
«Nessun problema papà, mi ha fatto piacere!» gli dico sincera e mi rivolge un altro sorriso smagliante.
Incredibilmente è stata una delle persone che mi è mancata più di tutte, ogni volta che pioveva ripensavo alla prima volta che l'ho chiamato papà in cui stavamo osservando le goccioline scendere sul vetro.
Lo seguo fino all'auto nera con i finestrini oscurati appena fuori dal parcheggio e subito l'autista scende e ripone la mia valigia nel bagagliaio, mentre salgo sul sedile posteriore ripenso alla mia auto probabilmente ancora parcheggiata nel garage della villa, ho ancora le chiavi con me nella borsa e non vedo l'ora di ricominciare ad utilizzarla.
Il traffico scorre veloce per le strade costeggiate dalle palme e il sole caldo di inizio settembre, persone con gli asciugamani sulle spalle e dei buffi gonfiabili per andare in spiaggia.
Abbasso gli occhiali da sole sugli occhi e mio padre mi rivolge un sorriso rassicurante quando ci avviciniamo al nostro quartiere e vengo investita da un'ondata di ricordi, alcuni belli e alcuni brutti, il primo giorno che sono arrivata e vedevo questo posto come una maledizione, quando mi sono ricreduta e pensavo che la situazione potesse migliorare ed effettivamente così è stato, poi però qualcosa è andato storto e tutto è precipitato, lentamente quasi gradualmente oserei dire e invece di affrontare il problema alla radice ho preferito aggirarlo e scappare.
Ci fermiamo davanti a quella che sarà di nuovo la mia casa per questi anni di college ed è esattamente tutto come ricordavo, il giardino ben curato che avvolge la proprietà, la villa dalle pareti bianco immacolato e mi domando se la dipingano ogni giorno per renderla così perfetta e i due tanti amati e odiati balconi l'uno di fronte all'altro, che mi ricordano un qualcosa che non c'è più.
Scendiamo e mi stiracchio sbadigliando, un elefante sarebbe di sicuro più aggraziato di me! Non ho il coraggio di guardare l'altra casa vicino, dai solo un'occhiata, non morirò di certo se la guardo.
Ok al mio tre mi giro, la osservo per qualche secondo e poi mi rigiro, quando finalmente trovo il coraggio di farlo mi sembra strano non vedere nessuna macchina fuori e nemmeno la moto che ha popolato i miei sogni i primi giorni dopo il coma, sognavo di vederlo tornare a prendermi e portarmi a fare un giro con la sua moto, con il vento che mi accarezza la pelle e mi scombina i capelli, per poi ridere come due matti mentre lo abbraccio e lo bacio al chiarore di luna.
Tutto questo non esiste più però mi ricorda la mia mente e prendo un respiro profondo per poi entrare in casa affiancata da mio padre, porta la mia valigia al piano di sopra mentre io rimango ferma a guardarmi intorno un po' spaesata, è passato soltanto poco più di un anno ma sembra maledettamente così tanto tempo che mi lascia stupefatta.
«Isabelle vieni, forza.» mi esorta mio padre e mi riscuoto per salire in camera mia. È identica a come l'avevo lasciata, solo che ora è in ordine e non ci sono più tracce delle foto con Brandon che avevo appeso alla parete e sembra quasi spoglia.
Con passo esitante mi avvicino alla portafinestra e sposto le tende lasciando entrare la luce, che illumina subito tutto l'ambiente facendo brillare l'azzurro delle pareti e il bianco dei mobili.
«Va tutto bene?» mi domanda premuroso mio padre e mi volto verso di lui con un mattone sullo stomaco, letteralmente mi sento schiacciata, oppressa da questa situazione. Sapevo che non sarebbe stato facile, ma ho voluto comunque provarci.
«Si, alla grande! Ti dispiace se ora riposo un po' e dopo sistemo le mie cose?»
«Certo, nessun problema. Ceniamo insieme stasera?» annuisco sorridendo e lui esce chiudendosi la porta alle spalle.
Butto fuori l'aria che stavo trattenendo e mi siedo sul letto osservando un punto indefinito della stanza, con l'indice sfioro i due braccialetti che tengo al polso e forse mi sto lasciando prendere un po' troppo da questa nostalgia.
Accendo la musica dal telefono e inizio a sistemare la camera, mi muovo a ritmo canticchiando, sento il telefono vibrare nella tasca dei pantaloni e lo afferro con una mano mentre nell'altra tengo una cornice.
Quando leggo il mittente del messaggio però mi scappa un gridolino e la cornice mi scivola dalla mano, cadendo a terra e frantumandosi, bene questa non ci voleva!
Lo rileggo per essere sicura di non avere allucinazioni e sento il cuore battere all'impazzata dall'ansia.
«Spegni quella merda, grazie.» Brandon i miei occhi scorrono veloci su quella semplice frase e un moto di rabbia si fa spazio nel mio petto.
Dopo tutto quello che è successo e mesi in cui non ho avuto sue notizie lui mi scrive un messaggio del genere?! Apposta alzo la musica ancora di più e inizio a sistemare il disastro che ho combinato prima, raccolgo i vetri e li getto nel cestino.
«Ahi!» complimenti a me che sono riuscita a tagliarmi! Mi sollevo e vado in cerca della valigetta del pronto soccorso, la trovo esattamente dove l'avevo lasciata nel mobile del bagno.
Disinfetto il tutto e metto un cerotto per evitare di infettare il taglio, ma sento un rumore in camera che sovrasta la musica, sarà mio padre che viene a sgridarmi anche lui per il volume troppo alto.
«Ora abbasso papà!» urlo per farmi sentire e non ricevendo risposta metto a posto il kit e vado in camera, il mio cuore perde un battito e faccio un balzo indietro.
«Che diavolo ci fai tu qui?!» urlo sconvolta più di prima e in risposta ricevo soltanto silenzio e anche la musica cessa, quasi lo facesse apposta.
«Ti avevo detto di spegnere o sbaglio?» mi domanda strafottente e incredibilmente impassibile, mentre io sono ancora spiazzata e cerco di riprendermi, qualcuno mi dia un pizzicotto per favore!
Il mio incubo se ne sta in piedi al centro della stanza e mi guarda intensamente, quasi trapassandomi con il suo sguardo cristallino che nasconde ancora tante, forse troppe cose.
I capelli neri sono leggermente più lunghi di quanto ricordassi, gli sfiorano le tempie e il ciuffo gli ricade spettinato sulla fronte, gli occhi blu scuro sono accessi e indifferenti, ti spogliano di tutto con un solo sguardo, la mascella tesa e il fisico asciutto e tonico.
Mi riprendo e faccio esattamente ciò che fa lui, non lascio trasparire nessuna emozione dal mio volto e mi appoggio con nonchalance alla parete dietro di me.
«So cosa mi hai detto, ma sai com'è io faccio quello che mi pare e piace, tu non sei nessuno per dirmi cosa fare!» esclamo fiera di me per avergli tenuto testa e lui fa schioccare la mascella infuriato.
«Se fossi in te la smetterei di fare tanto la coraggiosa e farei ciò che ti ho detto senza fare storie.» ribatte con una calma controllata che non gli appartiene e un sorriso sarcastico si fa spazio sul mio volto.
«Perché altrimenti cosa mi fai? Sono già finita sotto una macchina per colpa tua, direi che meglio di così non puoi fare.» se prima almeno tentava di trattenersi ora lascia perdere tutta la finta calma e mi raggiunge in due falcate.
Le sue mani sono ai lati della mia testa e mi chiudono in una gabbia che lui stesso ha creato, ma non mi lascio schiacciare anzi reagisco d'istinto e gli do uno spintone sul petto per allontanarlo.
«Stammi lontano.» sibilo a bassa voce,ma lui non mi ascolta e si avvicina ancora di più. Sto per alzare la gamba e mollargli un calcio dove non batte il sole, ma lui deve aver capito le mie intenzioni perché con le sue gambe blocca le mie.
«Isabelle.» pronuncia con un sospiro e il modo in cui lo dice mi fa riempire di brividi che sento correre per tutta la schiena.
«Smettila di comportarti come una bambina.» mi dice dopo una breve pausa in silenzio e stavolta quando lo spingo per allontanarmi mi lascia fare.
«Fuori da qui o mi metto ad urlare!» minaccio indicando con una mano la finestra e guardandolo dritto negli occhi, freddi, cupi e distaccati.
Silenziosamente fa ciò che gli ho detto e lo osservo mentre scavalca il poco spazio che divide le nostre stanze e rimane sul suo poggiolo a fumare una sigaretta.
Le luci del tramonto colorano il suo viso di mille tonalità aranciate diverse e i capelli risplendono baciati dagli ultimi raggi di sole, distolgo lo sguardo e chiudo di colpo la mia finestra.
Produce un tonfo secco e il fruscio delle tende attutisce il colpo. Ho il corpo teso dalla rabbia e lancio un gemito di frustrazione quando mi accorgo del disastro in cui regna la mia stanza, lancio un calcio ad uno scatolone furiosa e mi stendo sul letto tentando di calmare i nervi.
«Lo odio! Lo odio! Lo odio!» esclamo lanciando un cuscino contro la parete e immaginandomi che sia la sua testa. Una visione al quanto macabra, ma che al momento mi da solo sollievo.
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