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Manuel

Quarto capitolo.

MIA

-Scordatelo!-dice, incrociando le braccia al petto. 

Ho chiamato Elena per parlarle ma appena ho introdotto l'argomento si è agitata. Siamo nel mio ufficio. Ho deciso di spostarlo in casa per poter stare più tempo con i ragazzi e Tobia, sopratutto perché, lui ha bisogno di una presenza fisica e non astratta. Il mio ufficio è composto da una scrivania, un divanetto sulla parete di fronte, due divani monoposto, di fronte la scrivania, di colore nero e la mia sedia munita di rotelle. Amo girare sulle rotelle, mi fa distrarre lievemente . Di fianco la scrivania è disposta una piccola libreria con i vari documenti inerenti ai ragazzi e al mio lavoro. Grazie ai miei nonni materni, adesso, devo gestire la loro grande catena di industrie edili, ricoprendo il ruolo di amministratore delegato di due industrie qui a Londra e di presidente della corporazione. Dopo la morte di mamma, non avevo la minima voglia ma, dopo qualche mese, ho deciso di prendermi le mie responsabilità. Adesso sono passati cinque anni e non posso che essere fiera di me stessa e di ciò che ho fatto per la catena aziendale. E sono sicura che mia madre è orgogliosa di me. Pur vivendo in Italia, i miei nonni, decisero di creare delle strutture e delle industrie a Londra, Chicago, New York, Manhattan, Spagna, Edimburgo e Parigi. Iniziarono da Londra e con il tempo si espansero. Per fortuna in Italia instaurarono solamente due industrie, per via della crisi degli ultimi tempi, sono le uniche a non produrre granché. Visto che a Londra si trovano quelle più influenti, mi tocca stare qui, anche se devo partire spesso per andare a controllare le altre. Felipe, nel tempo libero,mi aiuta parecchio e anche Tina, la mia assistente fidata. Quest'ultima pur avendo 29 anni è molto pertinente, continua a ripetere che è sempre stato il suo sogno venire a lavorare alla "Building Corporation Red". Beh, in realtà il cognome di mio nonno, essendo italiano, era "Rosso" ma decise di usare il nome in inglese dicendo che avrebbe portato più fortuna. Come dargli torto!

-Elena...-

-No Mia, io non andrò a scuola- alza la voce mettendosi sulla punta della sedia. Sospiro, cercando di mantenere la calma. Perché con lei è così difficile? E poi, perché è così ostinata? Non ha mai frequentato la scuola, cosa le fa paura?

-Invece sì, perché stai qui, sotto la mia responsabilità e...-

-Non me ne frega niente! Io non ci vado e basta!- mi interrompe facendomi perdere quel poco di calma che possedevo. Adesso si fa a modo mio, con lei la cordialità serve ad alimentare la sua ostilità e diffidenza. E' così diversa dagli altri.

-Non m'importa ciò che vuoi, ti ho già iscritta, domani ci andrai. Stai qui, a casa mia, ti do vitto e alloggio. Il minimo che tu possa fare è darmi retta e andare a scuola.- Respiro con frustrazione. Elena mi guarda con rabbia scuotendo la testa e schiudendo le labbra, si alza dalla sedia e sbatte un pugno sulla mia scrivania. Sembra quasi..rammaricata?

-Tieniti pure casa tua, meglio la strada che sottostare alle regole di qualcuno.- sputa fuori con tanta rabbia. Apre la porta dello studio ed esce fuori non badando neanche a Felipe, con il suo solito completo formale addosso, che stava per entrare. E' passata una settimana da quando Elena si è inserita, l'unica con cui riesce a parlare è Jade. Non sarà per niente facile gestirla. Non riesco a decifrare quello sguardo, era così deluso, crucciato, amaro. Ma perché? Devo scoprire di più.

-Elena, aspetta!- Cerco di raggiungerla ma arrivata vicino alla porta, Felipe mi ferma per il polso.

-Mia...-

-Ne parliamo più tardi, devo risolvere questa situazione- Vedo Felipe dischiudere le labbra cercando di parlare ma quando sto per uscire noto il signor Renda con la sua medesima valigetta nella mano destra e un sorriso diplomatico stampato in viso. La sua precoce calvizie lascia intendere un'età matura, sbagliando. Ha trentasette anni ed è ben composto. Alto quanto Felipe, robusto, barba ben pronunciata e occhiali da vista rossi fuoco.

-Buonasera signora Cortes- Mi tende la mano e gliela stringo. Non vedo quest'uomo da un mese. Il cuore mi scoppia nella gabbia toracica.

-Buonasera signor Renda, prego- dico facendo spazio per farlo entrare nello studio. E' sempre vestito in modo elegante e distinto. Le cravatte hanno dei colori particolari e buffi alle volte. Oggi ne ha una gialla a pois arancioni, scelta audace. Mi sorride, supera Felipe, il quale chiude la porta, e si accomoda nella sedia di fronte la mia scrivania. Raggiungo la mia solita postazione e Felipe si accomoda accanto al signor Renda.

-Ci sono novità?- chiedo impaziente, cominciando e torturarmi le mani. Intanto Felipe mi fa un cenno con il capo, mimando un "Stai tranquilla". Annuisco debolmente e riempio d'aria i polmoni. L'investigatore privato si toglie gli occhiali da vista, per poi chiudere le astine.

-Credo che suo padre non si trovi più in Italia, da almeno sette anni. Nessuno a Milano mi sa dare notizie recenti. Solo un suo trasferimento in un altro continente, circa sette anni fa- Spiega con voce pacata mentre io continuo ad annuire assimilando ogni sua parola.

-E... nessuno sa in che continente si possa trovare adesso?- dico grattandomi la nuca. Nel frattempo Felipe ascolta in silenzio.

-Sì, un suo vecchio collega dice che ha sentito parlare del Messico- dice incrociando le dita e portandosi le mani sul grembo. -Quindi, sono venuto qui per avvertirla della mia partenza alla fine di questa settimana. Penso ci vorranno dei giorni, se non settimane. Il Messico è uno stato abbastanza ampio e ho in mente tre città dove potrebbe trovarsi. Ma ho delle conoscenze influenti che cercheranno di affrettare le cose- Si alza e recupera la sua valigetta. Ci siamo vicini, finalmente! Sono sollevata in parte. Mi alzo anche io per porgergli la mano.

-Per qualunque cosa, ci contatti- Stavolta è Felipe a parlare, facendo annuire di rimando l'investigatore.

-Grazie ancora- dico, accompagnandolo alla porta.

-Di nulla, è il mio lavoro. Buona serata, signor Rojas, signora Cortes- dice stringendoci ancora una volta la mano e mettendosi gli occhiali. Gloria lo accompagna all'uscita cordialmente. Una volta che la porta viene chiusa, lascio andare un sospiro profondo, così Felipe mi accarezza la spalla affettuosamente.

-Lo ritroveremo è il miglior investigatore che ci sia- dice inclinando la testa in cerca di approvazione. Cerco mio padre da un anno e solamente il signor Renda mi ha saputo dare notizie soddisfacenti. So che ha ragione, Felipe, ma continuo ad avere un timore enorme dentro di me che combatte con la speranza. Mi prende il mento facendo scontrare i nostri occhi. -Tutto ok?- sussurra quasi.

-Sì... voglio solo ritrovarli- dico con voce tremante e gli occhi lucidi. Mi accarezza la guancia dolcemente e mi sorride. Posso essere me stessa con lui.

-Succederà- Mi accoglie tra le sue braccia e mi lascia un dolce bacio sulla testa, per poi poggiare il mento.

Succederà. Un giorno, accadrà. Io li riavrò con me. 

Li ritroverò.

MANUEL

-Simon, cerca di farti una doccia perché sto per svenire- dice Luca tappandosi il naso e stendendosi sul suo letto. Simon lo guarda torvo e alza le sopracciglia. Simon ha finito gli allenamenti ed è tornato a casa mezz'ora fa. Ancora non si è deciso a fare una doccia. Mi siedo sul mio letto, l'unico che occupa una parete, e seguo la stessa identica scena di sempre. Simon e Luca che si punzecchiano giocosamente, non possono farne a meno.

-Oh, non esagerare- si lamenta. Di rimando Luca continua a sventolare la mano davanti la faccia. Ha quattro chiazze di sudore nella maglia grigia, due sotto le ascelle , una sugli addominali e una più ampia dietro la schiena.

-Non esagero- La voce quasi esce ovattata per via del naso tappato, sorrido.

-Manuel secondo te puzzo?- dice avvicinandosi a me e facendomi scomparire il sorriso. Metto la mano avanti e mi avvicino di più al muro a cui è saldato il letto. Ho il sedere sul cuscino e la schiena al muro.

-Stai lì e non avvicinarti- Alzo gli indici e lui sbuffa togliendosi la maglia e buttandola nel cestino della roba sporca. Non è che adesso la puzza sia diminuita, genio!

-Siete solo invidiosi perché, qui, sono l'unico che fatica per avere il fisico di un Dio greco- dice alzando le spalle e sedendosi per terra, per poi scompigliarsi i capelli lisci e bagnati di sudore.

-Beh, diciamo che Manuel sembra un Dio greco senza faticare come te- apostrofa Luca facendomi ridere di gusto. In compenso riceve un cuscino in faccia dal castano. Prendo il cellulare e noto un nuovo messaggio dal mio tatuatore, il quale mi ricorda che devo portagli ventisei sterline entro domani.

-Merda!- sussurro. Non ci voleva, avevo dimenticato totalmente di dovergli ancora dei soldi.

-Che succede?- chiede Simon.

-Jack mi ha ricordato che devo portargli ventisei sterline entro domani, ma mi sono rimasti appena quindici sterline e mi servono per le sigarette- spiego buttando il telefono sul letto. Mi porto una mano tra i capelli, poggiando il gomito sul ginocchio e piegando la schiena in avanti.

-Mi ricordi ancora una volta perché hai speso la metà della tua paghetta questo mese?- mi chiede Luca sedendosi e alzando un sopracciglio. Gli mostro i miei due nuovi tatuaggi fatti alla mano destra: una rondine e lo yin e lo yang. In risposta alza gli occhi al cielo. Non riescono a capire la mia passione per i tatuaggi, hanno sempre da ridire. Segno sulla pelle ciò che sento dentro o qualcosa che mi ha colpito così tanto da non volere che rimanga, semplicemente, sulla mia testa.

-Quando la smetterai di spendere soldi in queste stupidaggini?- chiede retoricamente Simon, alzandosi da terra e prendendo un paio di boxer dal cassetto dell'armadio, un pantalone di tuta grigio e una canottiera bianca, per andarsi a fare una doccia.

-Non sono stupidaggini-Lo guardo storto. Non lo sono, sono importanti per me, come la musica. - E... Simon?- Il mio sguardo eloquente lascia intendere benissimo la mia prossima richiesta.

-Si?- Gli sorrido, lui sospira -Vuoi che ti presti io i soldi, vero?- Annuisco veementemente e lui sbuffa arrendendosi. Non è la prima volta che mi presta dei soldi. Mia ci dà duecento sterline al mese con le quali possiamo farci ciò che vogliamo. Ha cercato anche di farmi smettere di fumare, riducendo la somma, ma continuavo a chiedere prestiti a Jade, Simon o Luca. Quindi si è arresa e mi ha ridato la solita paghetta. -Va bene-

-Grazie, sei il migliore- Sta per andare in bagno ma ritorna tutto sorridente.

-Ho dimenticato di dirvi che ieri sera ho visto Elena in pantaloncini e canottiera... ragazzi, era uno spettacolo della natura- Sospira scuotendo la testa sognante, immaginando di nuovo la scena.

Elena... mai visto una ragazza così scontrosa e odiosa. Ho cercato di continuo, quasi ogni giorno, di rivolgerle la parola ma lei mi evitava di continuo o quasi mi uccideva con lo sguardo. Come se avessi la peste. Ha fatto così anche con i ragazzi all'inizio ma ieri l'ho vista ridere a una battuta di Luca. E due giorni fa ha aiutato Simon a lavare i piatti e pulire la cucina, visto che era il suo turno. Riusciva ad essere più simpatica, o quantomeno affabile, con gli altri ma con me e Bella c'era del puro astio. Certo, non è che andasse d'amore e d'accordo con Luca e Simon, ma ci sono stati questi piccoli episodi che mi hanno fatto capire che, magari, ha un tempo massimo con ognuno di noi, prima di aprirsi un minimo. Solo con Jade e Tobia riesce a parlare, addirittura, in modo dolce. Capisco che Bella si sia comportata da stronza, è il suo modo di fare, ma io? Non le ho fatto assolutamente nulla, oltre ad essere stato gentile.

-E' stupenda quella ragazza- continua Luca avvicinandosi alla scrivania per cominciare a fare i compiti. Il compito di chimica, tra quattro giorni, mette soggezione anche a me. Siamo a metà settembre e già segnano compiti in classe e interrogazioni.

-E sexy- Simon indica Luca con un sorriso.

-Sì, è tanto bella e sexy quanto stronza e bipolare- aggiungo con lo stupore di entrambi. Mi distendo nel letto aprendo il messaggio di Jack per poi avvisarlo che gli farò avere i soldi.

-Beh, non cambia il fatto che ci farei un pensierino- enuncia Luca facendo spallucce. Si porta la matita tra le labbra cercando di concentrarsi su degli esercizi lasciati stamane.

-Solo uno?- chiede di rimando Simon, facendoci ridere.

-A voi non sembra strana?- chiedo curioso mentre mi siedo sulla sedia di fronte la scrivania. Devo cominciare a fare qualcosa anche io se non voglio portare una "F" a Mia. Non voglio deluderla.

-Strana?- Luca alza la testa dal libro di chimica e mi guarda. Andiamo, non posso averlo notato solo io!

-Sì... insomma, con Tobia sembra la sorella premurosa e affettuosa. Con Jade la migliore amica di sempre. Cioè... come fai ad essere così dolce con due persone e allo stesso tempo odiarne altre senza alcun motivo?- Prendo il mio libro e apro pagina 214 per poi poggiare i gomiti sulla scrivania. Simon si avvicina un po' di più con un cipiglio sul viso. Si poggia sulla scrivania, vicino a me.

-E' vero... ad esempio fino a tre giorni fa mi guardava male anche quando le davo il buongiorno, poi le ho risposto a tono, trattandola un po' male. E quando il giorno dopo volevo scusarmi per essere stato troppo aggressivo, mi ha mostrato il primo sorriso. Così non mi sono scusato più.- Allora avevo ragione, è bipolare! Allargo le braccia con i palmi verso il cielo e le sopracciglia alzate.

-Visto? E' strana-

-Io penso che sia normale. E' nuova a tutto questo. Tutti noi ci conosciamo da almeno un anno, a parte Bella e voi due che siete cresciuti insieme- Cerca di giustificarla Luca girandosi verso di noi con la sedia munita di rotelle.

Io e Simon ci siamo ritrovati in un orfanotrofio all'età di sei anni,diventammo subito complici di scherzi e progettammo la nostra fuga da quell'inferno. All'età di quattordici anni scappammo e vivemmo per strada. Dopo circa sette mesi, le nostre vite cambiarono grazie a Mia e non smetterò mai di ringraziarla per quello che ha fatto per noi. Ci ha donato la speranza. Dopo un anno arrivò Luca, subito dopo Tobia. Aveva solo sette anni e sembrava già un ragazzino dai modi di fare. La vita l'ha costretto a crescere in fretta, ma rimane pur sempre un bambino di quasi nove anni. L'anno successivo arrivò Jade, la prima ragazza nella casa, con la quale instaurai un rapporto quasi fraterno. La considero mia sorella. E, infine, sette mesi fa arrivò Bella.

-Sì, ma Bella ha fatto subito amicizia con noi-

-Manuel... Bella ha fatto fin troppo amicizia con noi. Soprattutto negli ultimi due mesi- Ricorda Simon con un sorriso malizioso. Giusto, Bella è stata con tutt'e tre, ma non è questo il punto. Anche se lei non lo ammetterà mai, so perché è stata con noi. So osservare le persone intorno a me, so ascoltare, non sentire, ma ascoltare. Mia dice sempre che sono un ragazzo troppo sensibile per essere considerato tale. Anche se dal mio aspetto non si direbbe, è come se un aura di mistero mi circondasse. E' vero, pochissime persone sanno realmente come sono fatto o qual è la mia storia. Raccontare la tua storia è come mettere te stesso nelle mani degli altri, ti fidi, sai che quella determinata persona non la userà contro di te. Perché la tua storia è formata dalle tue paure, i tuoi scontri, pregi, momenti di felicità, di libertà, da punti deboli. Insomma, ti spogli di ogni protezione per aprirti a qualcuno. E prima di farlo bisogna essere sicuri al 100%.

-Ok ok, ma non intendevo questo...-

-Manuel basta farti pippe mentali! Elena non ti sbava dietro, fattene una ragione- mi interrompe Luca guadagnandosi un pugno sul braccio da parte mia. -Ahi!- dice dolorante accarezzandosi la parte colpita.

-Imbecille- Non hanno capito niente. Certo, è strano che non abbia procurato nessun tipo di imbarazzo quando le ho fatto dei complimenti ma si sia infastidita. Di solito ricevo uno sguardo malizioso se non complice dalle più sfacciate, oppure vedo nascere del rossore nelle guance delle più timide.

-Io vado a lavarmi, a dopo- dichiara Simon scomparendo dietro la porta che conduce al bagno. 

E sento Luca sussurrare un "Finalmente" per poi tornare con la testa sui libri. Non nego il fatto che quella ragazza sembra uscita da una rivista di moda per quanto sia bella, ma il suo comportamento mi infastidisce. I nei che ha sul collo la rendono particolare, ho cercato di contarli e sono sicuro che ne ha altri. Il mio modo di fare ha sempre portato le ragazze a volermi conoscere. Lei invece sembra infastidita ogni qualvolta che le sorrido cordialmente. Tutte si sciolgono ma lei si irrita. Non apprezza neanche quello che sta facendo per lei, Mia. E' solo ingrata e strafottente. E per quanto mi riguarda, potrai pur essere la ragazza più bella di questo mondo, ma se non hai un minimo di umiltà, dolcezza e gratitudine da offrire, non verrai mai ricordata. Anche se, devo ammettere, vedo un aura di mistero che l'avvolge, proprio come contorna me. Solo che la sua è più scura. Scuoto la testa per cacciare via i miei pensieri.

Prendo una matita dal porta penne e comincio a svolgere i primi esercizi. 

Che Dio me la mandi buona!

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