Prologo
(Ambientata otto anni prima del primo film)
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L’aria di aprile di Toronto quell’anno era più fredda del solito, come se anche lei sapesse cosa sarebbe successo da lì a tre anni. Solamente un paio di gradi sotto la media, ma aveva mantenuto lo standard per più giorni del previsto, i meteorologi non se ne preoccupavano davvero, e nemmeno la gente ci faceva caso. Nia Davis soprattutto, abituata al freddo delle corsie del Sunnybrook Health Sciences Center, era quella che oggettivamente faceva meno caso al cambiamento della temperatura di aprile. Aveva concluso il turno di notte da poco, erano appena le sei e mezza del mattino, ma tornare a casa non rientrava nei suoi immediati piani per la giornata, nonostante fosse stanca dal turno al reparto di pediatria. Quasi inconsciamente i suoi piedi la guidarono verso il lungolago, la valigetta stretta saldamente in mano mentre percorreva le strade semi deserte della città canadese, il cappotto nero che svolazzava nella brezza proveniente dai moli e si infilava tra i palazzi ridestando un minimo dal loro stato di torpore quelle poche anime ancora in piedi o appena sveglie sotto le luci dell’alba. Nia si passò una mano tra i capelli per cercare di sistemarli un po' e mentre anche i raggi del sole nascente cercavano di farsi strada sulla sua sinistra tra le vetrate scure dei palazzi raggiunse lo sbocco della strada sulla piazza all’inizio del lungolago. Decise di fare solo una piccola passeggiata, per staccare un po’ dal lavoro e dal resto, cercando di non pensare a nulla. Raggiunse le mattonelle e la ringhera al bordo dell’acqua e si fermò per qualche minuto a osservare i raggi del sole che si riflettevano sulla superficie calma dell’acqua. Per un attimo le passò per la mente suo padre, che sicuramente si era svegliato da poco e con un bacio che racconta un amore di quasi trent’anni aveva svegliato sua madre, sorrise al pensiero. Nia era stata il regalo di compleanno di sua madre per suo padre, o quasi, era nata solo un paio di giorni dopo che lui aveva festeggiato il suo ventiseiesimo compleanno e sua madre ne aveva solo un paio meno di lui, erano sposati da nemmeno un anno e da lì a un altro anno e mezzo Nia avrebbe avuto in regalo per Natale, oltre che un sacco di giochi per una bimba della sua età, anche una sorellina. Il mese successivo sarebbe stato il suo compleanno, e ora che si fermava davvero un attimo a pensare, Nia faticò a credere di essere già arrivata ai trenta. Le sembrò ieri che ne aveva appena compiuti venti, con già un anno di infermieristica alle spalle, e ora era lì con un posto di lavoro ormai da quattro anni in uno degli ospedali più rinomati di Toronto. Il cinguettio di qualche volatile indistinto ai suoi occhi la ridestò dai suoi pensieri e una piccola folata di vento le fece svolazzare una ciocca di capelli castani davanti al viso, ciocca che prontamente lei spostò con un rapido movimento della mano. Un brivido le percorse la spina dorsale e il suo sguardo venne catturato da una bancarella a ridosso del lago, dietro al quale bancone stava seduto un uomo chiuso nel suo giaccone beige e con un vecchio cappello di lana rovinata in testa. Non si chiese come mai una bancarella solitaria era aperta a quell’ora del mattino, non si chiese perché quell’uomo fosse praticamente l’unico nel raggio di decine di metri, non si chiese nemmeno perché avesse in vendita solo tre orologi da taschino, completamente sproporzionati rispetto alle dimensioni del tavolo che, coperto da un vecchio lenzuolo bianco, fungeva da banco per esporre gli articoli. Si avvicinò, sinceramente incuriosita dalla bizzarra situazione, si fermò a mezzo metro dal piccolo banco, ad osservare i tre orologi, perfettamente identici.
“Salve.” mormorò l’uomo, sollevando leggermente lo sguardo verso Nia.
“Buongiorno. Sono gli unici oggetti che le sono rimasti?” chiese, constatando ancora una volta che il tavolo fosse vuoto.
“Purtroppo sì, dato che la mia è un’attività in chiusura sto cercando di vendere gli ultimi pezzi. Ogni orologio viene dieci dollari canadesi.” rispose lui con voce leggermente roca. Si strinse meglio nel giaccone pesante, decisamente fuori stagione, incrociò le braccia sul petto. Un irresistibile impulso spinse Nia ad allungare la mano destra, quella libera dal peso della valigetta, verso l’orologio centrale. Lo prese delicatamente, la corta catenella dorata attaccata sopra il quadrante chiuso dal coperchio inciso non fece rumore quando si sollevò dal tavolo, seguendo l’orologio. Nia posò la valigetta a terra, senza distogliere lo sguardo dall’orologio, aprì delicatamente il coperchio e dette un’occhiata al quadrante, molto fine e con le lancette dorate, quella dei secondi ticchettava silenziosa per la sua strada attorno al piccolo perno al centro dell’orologio. Un dodicesimo del quadrante, quello tra le cinque e le sei, era completamente trasparente e lasciava gli ingranaggi neri sottostanti girare infinite volte alla luce del sole. Nia sfiorò il vetro che proteggeva le lancette e i delicati meccanismi e pensò che in fondo poteva costituire un elemento d’arredo niente male appoggiato sopra il mobile nell’ingresso del suo appartamento. Richiuse il coperchio senza soffermarsi su altri dettagli e cercò nella sua ventiquattrore il portafoglio, posando l’orologio che aveva scelto lontano dagli altri.
“Lo prendo, è molto bello.” disse, lanciando un brevissimo sguardo all’acciaio e rame di cui era costituita la cassa dell’orologio. Tirò fuori dal portafoglio una banconota da dieci dollari e la diede all’uomo, che allungò la mano destra per prendere i soldi. Nia era sul punto di andarsene, prese il suo orologio e ringraziò l’uomo, ma lui sollevò la mano che non aveva preso i soldi e le allungò una lettera sopra il tavolo. Una semplice busta bianca, senza nessuna indicazione. Vedendo la riluttanza della ragazza nel prenderla lui la sventolò leggermente e Nia si impose di prendere la busta, prendendola con medio anulare e mignolo, giacché pollice e indice stringevano il piccolo orologio. “Cos’è?” chiese.
“Grazie, e buona giornata.” rispose l’uomo, sorridendo tranquillamente, come se nulla fosse. Nia sbatté le palpebre un paio di volte, confusa dalla risposta dell’uomo, si limitò a una breve occhiata alla busta prima di infilarla distrattamente nella ventiquattrore insieme all’orologio.
“Buona giornata a lei.” cercò di articolarlo in maniera più comprensibile possibile e si allontanò un istante dopo dall’uomo e il suo strano banchetto di antiquariato, incamminandosi verso casa. Nia iniziò ad accusare la stanchezza della giornata in maniera ancora più pesante rispetto a quando era uscita dall’ospedale, ma ringraziò che il giorno successivo fosse di riposo, così avrebbe potuto dedicarsi un po’ a sé e alla casa. Il vento aveva smesso di soffiare quando svoltò l’angolo e imboccò il corso che l’avrebbe condotta all’angolo della traversa della via di casa, l’edificio che svettava sul lungolago la coprì alla vista dell’uomo della bancarella. Il tavolo ospitava nuovamente tre orologi identici.
Nia si svegliò qualche ora dopo, ancora inconsapevole di cosa fosse contenuto all'interno della lettera dell'uomo in riva al lago. Decise che prima di tutto avrebbe messo qualcosa sotto i denti, erano le quattro e mezza del pomeriggio e lei era affamata, ancora stanca del turno di notte e tesa al pensiero della lettera, non le trasmetteva alcuna sensazione positiva quella semplice busta bianca che aveva abbandonato sul tavolo della cucina qualche ora prima, ma si disse che in fondo era solo una lettera, di certo non le avrebbe arrecato alcun danno. Se lo ripeté talmente tante volte mentre mangiava finché non si autoconvinse e dopo aver preso dalla ventiquattrore anche l'orologio, si sedette sul divano dall'altra parte dell'open space e con cautela aprì la busta, stando attenta a non rovinare né l'involucro né il suo contenuto. All'interno, ripiegati in modo fine e preciso, due fogli, uno dentro l'altro, che avevano esattamente la parvenza di una normale lettera, scritti al computer, in un carattere talmente piccolo che Nia dovette avvicinare i fogli al viso per leggere.
Tu che ora sei proprietari* di questo orologio, mi dispiace.
Nia rilesse velocemente la frase, soffermandosi sulle ultime due parole. Sbatté le palpebre un paio di volte, separò i due fogli e diede un rapido sguardo a quanto fosse lunga quella lettera. Due facciate e mezza. La preoccupazione che aveva sentito poco prima tornò a insinuarsi in lei, premendo sul suo petto.
Mi dispiace, perché non sapevi a cosa andavi incontro. E se lo avessi saputo probabilmente non avresti comprato l'orologio e la tua vita sarebbe continuata come quella di una qualunque altra persona normale, ma mi dispiace, non sarà così per te. Questo orologio non è altro che una condanna a morte e ti assicuro non era mia intenzione metterti in questa posizione, ora ti spiegherò tutto.
Il mio nome è Vincent e al tempo in cui leggerai questa lettera io sarò già morto. No, non sono l'uomo che ti ha venduto l'orologio, ma anche lui probabilmente morirà a breve, dopo che avranno scoperto che ha venduto l'orologio giusto tra le centinaia di falsi e finte lettere che ha distribuito in giro per il Canada. Ora per favore, apri l'orologio.
Con un movimento automatico Nia prese l'orologio che aveva lasciato accanto a sé e lo aprì, senza distogliere lo sguardo dalla lettera.
Noterai che all'interno del coperchio c'è un codice inciso, non è molto visibile, per favore, te lo chiedo in ginocchio, proteggi quel codice. L'ho creato io, ma non avrei mai dovuto farlo, perché mette a rischio, al momento, più vite di quante potrebbe salvarne in futuro.
Nia avvicinò l'orologio al viso e notò con fatica che all'interno del coperchio c'era un codice alfanumerico inciso, proprio come diceva la lettera.
JNV064
Questo codice attiva una nuova fonte di energia di cui non mi è consentito parlarti che sarebbe in grado di ristabilire in piccola ma significativa parte gli equilibri dell'ecosistema del pianeta se utilizzata per tutta la sua aspettativa di vita, un paio di mesi soltanto, da una città grande almeno quanto San Francisco. Ti dirai che non è possibile che possa esistere una fonte in grado di riuscire in questo, ma ci sono così tante cose di questo mondo che non sai, che se te ne dicessi anche solo una centesima parte cominceresti anche tu a ricrederti. Dall'altro lato però, se questa energia potrebbe essere in grado di aiutare l'umanità a non far morire il pianeta Terra, è anche vero che dall'altra potrebbe anche regalare a molti il privilegio di tenere in scacco i governi e i popoli di tutto il mondo, che vivrebbero nella costante paura di una guerra insostenibile sotto ogni punto di vista, oppure il codice potrebbe segnare la fine di ogni cosa, distruggendo la fonte di energia di cui ti ho parlato.
Molti uomini sono venuti a conoscenza di questo fatto e non hanno mai mostrato cattive intenzioni, come alcuni potenti della terra che sono stati informati personalmente di questo, dall'altra parte però ho avuto la sfortuna di avere a che fare con persone che purtroppo non vogliono le stesse cose che voglio io per questo pianeta, ovviamente non ero a conoscenza delle loro vere intenzioni mentre lavoravamo insieme, così le voci hanno iniziato a correre e ad arrivare alle orecchie sbagliate, e ho dovuto porre rimedio in qualche modo, l'unico che mi è sembrato più giusto, nonostante ti abbia mess* in pericolo.
Non so quanto ci vorrà prima che inizino a cercarti, ma so che arriveranno. Solo tu ed io al mondo conosciamo questo codice, nemmeno l'uomo che ti ha venduto l'orologio lo conosce, ma sa riconoscere l'orologio in cui è stato inciso.
Forse lo reputerai un gesto da codardo, io credo che sia l'unico modo per salvarsi da quello che mi faranno se mi prendono vivo, mi sono suicidato. Ho una pistola, è carica, la userò non appena finirò di scrivere questa lettera, e sarai l'unic* al mondo ad avere il codice.
Come ti ho già detto, non volevo condannarti a morte, non penso che sia giusto. Chi sono io per condannare qualcuno a morte? Non ti ho neanche mai vist*. Non puoi sapere di chi fidarti, quindi fai attenzione. Se non hai certezze tieni sempre a mente che chiunque incontri per strada, se sa di te, potenzialmente è lì per ucciderti e portarsi via il codice. Il consiglio che mi sento di darti è: per favore, non imparare il codice.
Nia fece un rapido ragionamento. Cazzo, io l'ho già imparato.
Tieni l'orologio in un posto sicuro e nega fino alla morte di averlo, è l'unica piccola speranza che hai di restare in vita.
Non ti sto chiedendo di salvare il mondo, sappiamo entrambi che è una cosa troppo grande.
Proteggi il codice.
Nia posò la lettera lentamente sulle sue gambe e si accorse che le tremavano le mani. Cercò di fare un respiro profondo mentre avvicinava nuovamente l'orologio al viso e rileggeva il codice inciso delicatamente nell'acciaio, ma anche il suo respiro tremava. Chiuse di scatto il coperchio, rispedendo l'orologio al buio e lo lasciò cadere sul divano insieme alla lettera mentre si alzava, diretta in bagno per farsi una doccia.
Sei un codardo del cazzo Vincent.
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