Capitolo 5
«Ricordi dove si trova l'ascensore?» mi chiese per l'ennesima volta la bambina, rivolgendomi il solito sguardo furbo e attento che non aveva abbandonato nemmeno per un momento. Sotto le luci calde della caffetteria, i suoi capelli assumevano splendidi riflessi.
«Destra, sinistra e poi tutto dritto» ripetei ancora, cercando di rassicurarla. Mi aveva presa a cuore e si era resa conto di quanto fossi brava a combinare guai, infatti stava cercando di prevenire che mi perdessi di nuovo.
«Okay, e una volta al primo piano devi andare verso destra, lì ci sono i dormitori. La stanza di Janette si trova nel corridoio di mezzo.»
«Sì, Tessa» confermai, vedendola soddisfatta del soprannome che le avevo trovato. Il suo nome per intero sembrava così formale che mi era venuto naturale.
Poggiai le mani sul tavolino di legno sul quale eravamo sedute e le sorrisi con un occhiolino, comunicandole che poteva andare. Si era trattenuta anche troppo per prendere un tè con me. La vidi alzarsi e fare il giro del tavolo, così scostai la sedia a mia volta.
«Ci vediamo in giro, allora. Se riparti vieni a salutarmi» ordinò con la sua vocina imperativa che mi fece sorridere ancora. Mi sorprese con un abbraccio che però durò solo qualche istante, poi senza aggiungere altro si voltò e uscì dalla caffetteria.
Rimasi a osservarla finché non sparì dietro alla grande porta, sulla quale erano appesi alcuni nastri decorativi luccicanti. Voleva apparire dura, ma in fondo aveva il cuore morbido di una bambina.
Mi affrettai a uscire e seguire le sue indicazioni prima che le dimenticassi. Fino al piano superiore fu tutto molto facile, poi arrivarono le complicazioni. Non avevo idea di quale fosse il corridoio di mezzo, e il fatto che risultassero tutti uguali non aiutava di certo.
Trovai presto un gruppo di changers che camminavano tranquilli non lontani dal mio ipotetico punto di arrivo. Fino a quel momento ero stata perlopiù ignorata, giusto poche persone mi avevano riservato sguardi curiosi, quindi decisi di parlarci senza pensarci due volte.
«Scusate, potete dirmi esattamente dove si trova la stanza di Janette?»
Se fossi riuscita a trovarla sarebbe stata una passeggiata giungere alla mia. Mi domandai se Dante mi stesse ancora aspettando, adirato o meno, o se non gliene fosse interessato nulla della mia assenza. Non avevo idea di quanto tempo avessi trascorso fuori, ma il brontolio che avevo allo stomaco suggeriva che non era poco.
I changers che avevo davanti erano tre, uno dei quali molto basso, tanto che lo superavo di quasi dieci centimetri. Fu proprio lui a sorridere per poi parlare, e i baffetti che aveva si inarcarono appena all'insù nel gesto. «Tu devi essere la ragazza in visita insieme a un altro changer dell'Istituto di Roma» osservò. A quanto pareva volavano in fretta le notizie, oppure aveva semplicemente tratto le sue conclusioni, dato che tutti gli abitanti dell'Istituto si conoscevano mentre, per quanto mi riguardava, non mi aveva mai vista prima.
«Sì, sono io» mi limitai a rispondere, sperando di tagliare corto la conversazione. Invece l'uomo alla sua destra mi si avvicinò appena, sorridendo a sua volta in modo poco convincente. I suoi occhi scuri mi perforarono, interessati. Cos'avevano questi tizi che non andava? Non potevano semplicemente darmi l'indicazione necessaria e farsi i fatti loro?
«Qual è il tuo nome?» mi chiese, ma quando feci per rispondere, decisa a farmi dire la strada, il terzo mi interruppe, scrutandomi con due inquietanti occhi chiari.
«Lucrezia, ho indovinato?» Rise, e la sua voce risuonò per il corridoio. Gli altri due lo guardarono con un sopracciglio alzato, forse domandandosi come facesse a saperlo. «Mio fratello lavora a stretto contatto con il capo» spiegò, vantandosi. La curiosità negli altri due aumentò, e io sbuffai. Non sarebbe dovuta andare così. «E, oltre a questo, so un sacco di cose. Una delle quali potrebbe lasciarvi di stucco.»
Feci un passo indietro, leggermente intimorita dal suo atteggiamento imprevedibile. Non riuscivo a capire dove volesse arrivare, né perché continuasse a parlare di me come se non fossi presente.
Aprii bocca per annunciare che me ne andavo, ma le sue parole arrivarono prima, e caddero sul gruppetto come una coltre. «Questa ragazza non è una di noi.»
Gli altri due rimasero in silenzio quanto me per almeno qualche secondo, riflettendo sulle sue parole, mentre io ero in attesa di una qualunque reazione che avrebbe potuto mettermi in pericolo, i sensi all'erta. Quando il tizio basso parlò, sembrava confuso.
«Stai dicendo che è umana?»
L'altro fece spallucce, confermando quell'ipotesi con il suo silenzio. Tutti e tre tornarono a guardarmi, incuriositi e leggermente diffidenti. I loro sorrisi virarono verso il minaccioso. Quello che mi aveva chiesto il nome mi prese un polso, stringendolo fino a creare dei segni rossi sulla mia pelle, ma gli altri due rimasero fermi.
«Sta dicendo sul serio?» mi chiese, ma il chiacchierone si rimise in mezzo.
«Certo che sono serio, non credi che avrebbe negato e ci avrebbe dimostrato il contrario se così non fosse?»
«Ti sbagli.» L'affermazione era partita da me, ma la voce era quasi irriconoscibile, talmente era minacciosa. Il mio corpo agiva per me e stava cercando di autodifendersi. Tirai forte il polso via dal changer, ma quando vidi che non mi lasciava divenne così rovente che sprigionò una piccola fiamma.
Il giovane mi lasciò andare con un urlo sorpreso, agitando la mano ustionata. Io invece non sentii nulla, se non la solita ventata di energia che avevo imparato ad accogliere quando la magia scorreva nel mio corpo.
Feci un passo verso il ragazzo dagli occhi chiari, fissandolo intensamente. «Hai ragione» proclamai, facendo risuonare forte la mia voce per il corridoio. «Non sono una changer» affermai. «Ma non sono nemmeno umana.»
«Che diavolo...»
I tre mi guardarono basiti mentre li fissavo con serietà. Quando uno di loro provò ad allungare di nuovo la mano verso di me, senza troppa fatica lo scaraventai qualche passo più indietro, contro il muro. Avevo sopportato fin troppo contatto indesiderato, non ce l'avrei fatta a farmi toccare di nuovo.
Diedi loro le spalle, sicura che non avrebbero provato a muovere un altro dito verso di me, ma venni quasi bloccata dalla sorpresa. A pochi metri da me, Dante osservava la scena con i muscoli irrigiditi, come se fosse pronto a scattare. Il gelo sembrava vivo nei suoi occhi, che tuttavia questa volta non erano diretti a me, bensì al gruppo che avevo dietro.
Mi ripresi in fretta e gli camminai al fianco, segretamente grata per avere un modo di tornare in camera. Dante si assicurò di tirar loro un'ultima, minacciosa occhiata prima di voltarsi e proseguire con me.
Svoltammo l'angolo e tirai un sospiro di sollievo, definitivamente fuori dai guai. Rallentai appena il passo per seguire il suo, dato che non sapevo la strada, e fissai lo sguardo sul pavimento, domandandomi quanto della conversazione con quei tre avesse visto.
«Non hai più bisogno di me a guardarti le spalle, a quanto pare» osservò lui. La sua voce era atona, non c'era più traccia dell'ira di prima, ma nemmeno di qualsiasi altra emozione. Lo osservai di sottecchi e lo trovai a guardare davanti a sé, imperterrito.
«Ho imparato che una persona cambia solo con il tempo e con la sofferenza. E in entrambi i casi cresce.»
Dante rivolse per la prima volta lo sguardo verso di me e mi fissò per qualche secondo, penetrante. Mi girai anche io e i nostri occhi si incrociarono, comunicandosi tutto ciò da cui prima ero fuggita.
Troppo presto arrivammo davanti alla porta della nostra stanza e il ragazzo sparì al suo interno, lasciandola socchiusa per farsi seguire. Con i piedi che chiedevano pietà, entrai e mi sedetti sul letto per togliermi le scarpe.
«Quanto sono stata via?» non potei fare a meno di chiedere dopo aver scorto il crepuscolo fuori dalla finestra. La stanza era in penombra, e mi faceva sentire ancora più stanca.
Dante fece qualche passo e mi si posizionò a fianco, rimanendo rigido come sempre. Mi tornò in mente la situazione vulnerabile in cui l'avevo visto quella mattina e mi venne quasi voglia di sfiorarlo con le dita e dirgli che andava tutto bene. Invece rimasi immobile al mio posto, com'era giusto che fosse.
«Qualche ora. Stavo venendo a cercarti» rispose. «A breve dovremo raggiungere il capo per sentire cos'hanno da dirci lui e Molly.»
Sospirai, fallendo nel tentativo di fare ipotesi riguardo quell'incontro: il capo ci aveva dato ben poche informazioni, non potevo formulare valide congetture.
Restammo per qualche minuto in silenzio, gli sguardi persi nel vuoto davanti a noi, finché la sua voce profonda non ruppe il silenzio.
«Hai ragione sul fatto della crescita» disse all'improvviso, voltandosi verso di me per rincontrare i miei occhi. «Quando sei arrivata all'Istituto eri poco più che una bambina. Adesso, invece, sei una guerriera.»
Dietro le sue iridi ghiacciate potevo scorgere un sentimento che solo grazie al legame riuscii a identificare, tanto era abile nel tenerlo nascosto. In quel momento, però, aveva abbassato appena le difese senza accorgersene, quindi potei scorgere quella punta di fierezza che gli colorava l'animo grigio.
Il mio cuore perse un battito nel sentire quelle parole inaspettate. Non che mi avesse detto qualcosa per cui montarmi la testa, ma dal momento che lui era stato il mio maestro, sentirmi chiamare guerriera fu gratificante.
«È anche grazie a te se sono quello che sono» gli feci notare dunque, sentendo un calore di soddisfazione nel petto.
Dante si fece pensieroso e inspirò a fondo, come per prepararsi a qualcosa di parecchio complicato. «Io...» iniziò, per poi perdere le parole e riprovare poco dopo, aiutato dal mio silenzio comprensivo. «Il tuo gesto di raggiungermi dagli Orion è stato tremendamente sconsiderato e poco soppesato. Avresti rischiato di farti uccidere, o peggio, e di portare con te anche Darrell» iniziò. Voleva farmi una ramanzina proprio ora? Ne avevamo parlato una mezza volta, dopodiché non v'era stata più occasione di ritirare in ballo l'argomento. «Tuttavia...» cambiò tono lui. «Devo ringraziarti per avermi tirato fuori da lì. Non l'ho mai fatto e penso che ora sia il caso di dirtelo: grazie per avermi salvato la vita.»
Evitai alla mia mascella di spalancarsi solamente perché ero troppo tesa per potermi permettere di rovinare il momento. Io e Dante non parlavamo seriamente da giorni, ormai, e già sentirlo rivolgermi la parola con tranquillità era stato strano. Il fatto che si allungasse anche in ringraziamenti era direttamente scioccante.
Socchiusi la bocca più volte per provare a rispondergli, ma non una parola mi sembrava all'altezza di quella conversazione. La preoccupazione di rovinare il discorso si impossessò di me, non volevo perdere un'occasione come quella.
All'improvviso un bip ci arrivò dallo strano dispositivo di comunicazione di Dante, che in quel momento era adagiato sopra il comodino. Quel suono, apparentemente così semplice, segnò la fine della nostra chiacchierata, e la perdita totale dell'opportunità che avevo avuto di rispondere.
Dante si alzò in piedi e mi passò accanto per raggiungere l'oggetto elettronico. Lo sfiorò appena con le sue dita nivee e poi se lo mise in tasca.
«La verità ci attende» proferì, per poi darmi le spalle e dirigersi verso la porta.
Nello studio del capo non v'era traccia della formale riunione che avevo immaginato a lungo, specialmente mentre avevo seguito Dante per i corridoi del secondo piano. Il ragazzo di ghiaccio si era mosso tra le vie con sicurezza, come se le solcasse da sempre, cosa che mi aveva permesso di riflettere sul fatto che doveva essere stato spesso in questo Istituto, in passato.
Ora mi trovavo seduta a un tavolo di legno scuro, con Molly dall'altro lato e il capo in piedi accanto a lei che le posava una mano sulla spalla con fare paterno. Dante era di fianco a me, concentrato e marziale come sempre. La sua presenza, dopo la nostra conversazione, mi rassicurava anziché mettermi a disagio come al solito, ma era l'atmosfera calda come il tè che avevo davanti a non farmi sentire esageratamente in soggezione.
«Ecco a voi!» disse la ragazza, e tirò fuori da sotto al tavolo un pesante volume polveroso, dalla copertina verde sbiadita e il titolo in oro lucido che quasi non si leggeva più. Le lettere "E. E. E." erano chiaramente visibili, ma senza un significato apparente o qualche nota che ne spiegasse l'acronimo. Più sotto, a caratteri piccoli, il sottotitolo recitava: "Un'unione di sangue".
Mentre cercavo di ipotizzare qualcosa al riguardo, Dante si alzò in piedi, sfiorando il libro con le dita in maniera quasi timorosa.
«Io ho già visto questo libro» affermò sicuro, afferrandone la copertina rigida per aprirlo. Le pagine sembravano fatte di carta velina e l'umidità le appiccicava una con l'altra, creando delle macchie dove l'inchiostro era stato annacquato. Le frasi erano scritte a mano, con una grafia stilografica difficile da capire, e per la maggiore erano rovinate.
Molly alzò lo sguardo, incuriosita. «Impossibile, questa è l'unica copia, scritta a mano» affermò convinta, ma Dante scosse la testa, continuando a esaminare il contenuto del libro sovrappensiero.
«Sono sicuro che era lo stesso» ribatté, e il dubbio si insinuò nello sguardo del capo. Probabilmente, se conosceva quel ragazzo anche un briciolo, sapeva che non sosteneva con così tanta fermezza qualcosa se non ne era davvero certo.
«Potrebbe essere una trascrizione» osservò pensieroso, poi il suo sguardo si illuminò. «Questo libro è molto vasto, ma i capitoli accessibili sono pochissimi per via del deterioramento del tempo. È, forse, uno dei dieci volumi più antichi che le nostre biblioteche contengono, ma sfortunatamente per noi è anche tra i più logori. Magari qualcuno potrebbe averne fatto una trascrizione in passato» ipotizzò.
Lo sguardo attento di Molly si illuminò, e la ragazza alzò il viso verso il padre. «Dobbiamo assolutamente accertarcene.»
«Scusatemi, ma di cosa parla esattamente questo libro?» mi intromisi. Avrei preferito rimanere a guardare in silenzio, ma nessuno sembrava voler rispondere al mio quesito senza che io lo esternassi.
I due changers di quell'Istituto si voltarono verso di me come se si fossero ricordati in quel momento che non ero a conoscenza – e dall'interesse che mostrava probabilmente nemmeno Dante – del contenuto di quelle pagine.
Molly mi guardò con attenzione per la prima volta da quando eravamo entrati, poi il suo sorriso si estese da un orecchio all'altro, senza però mostrare la dentatura perfetta. «Origins» si limitò a rispondere, catturando la mia completa attenzione. Se era al corrente di quella parola, sicuramente poteva dirmi molte più cose su di me di quante non ne conoscessi io.
Molly ammiccò, consapevole di avermi sorpresa. Non sapevo che fosse così esperta di origins.
«Dobbiamo leggerlo» intervenne Dante, sorpreso quanto me, anche se non lo dava a vedere.
«Ma certo» concesse la ragazza. «Tuttavia, come mio padre stava dicendo, i capitoli leggibili sono davvero pochi, e mai per intero. Se esiste una trascrizione di questo volume, dobbiamo averla al più presto.»
Dante annuì. «Stavo già pensando di dire al mio fidato bibliotecario di farmi avere una copia digitale di quel libro il prima possibile. Mi confronterò con lui.»
«D'accordo» tagliò corto Al, allungando le mani per prendere il tomo con delicatezza, quasi rischiasse di rompersi da un momento all'altro. «Il nostro bibliotecario, invece, custodirà l'originale per voi e lo renderà disponibile ogni qualvolta vogliate consultarlo.»
«Inizieremo sin da domani. Non possiamo permetterci di ignorare tanto a lungo i segreti che cela» comunicò Dante con rispetto, poi fece per alzarsi.
Molly si mosse rapida verso di noi, trattenendolo con un gesto. I miei occhi saettarono involontariamente sulla sua mano appena poggiata sul dorso di quella dell'Elementalista, che non accennò a muoversi. Il mio cuore accelerò il battito senza un senso preciso.
«Io l'ho letto, Dante. O almeno l'ho fatto in parte. È tutto molto confuso e tanti pezzi importanti sono illeggibili. Ma forse voi potete capire qualcosa, forse potete ritrovarvi in alcune delle situazioni descritte, e insieme potremmo ricostruire parte dei fatti narrati.»
I due si guardarono per qualche istante negli occhi, poi il ragazzo al mio fianco annuì e sfilò via la mano da quella di lei per alzarsi. Solo in quel momento il mio battito rapido si placò, e Dante mi rivolse un'occhiata curiosa, lasciandomi intuire che se ne era accorto.
Mi alzai a mia volta e nascosi il viso dietro ai capelli per l'imbarazzo di essere stata colta in flagrante. Osservai la maestosità di quel libro un'ultima volta. Avrei voluto leggerlo subito, la curiosità di scoprire qualche aneddoto su di me era troppa, ma ormai era tardi e anche il mio corpo iniziava a risentirne. Avevamo affrontato un rischioso viaggio ed eravamo stanchi, era più che saggio riposarsi.
«Dai tempo al tempo, Lucrezia. La fretta non ci porta mai da nessuna parte» consigliò Al, che probabilmente aveva notato la mia impazienza.
«Sì, signore» risposi in automatico. Ora che avevo le risposte sotto il naso era difficile tenere un dubbio esistenziale così a lungo, ma lui aveva pienamente ragione.
Il capo sorrise soddisfatto e fece il giro del tavolo per avvicinarmisi. Quando mi fu davanti, alzai la testa per guardarlo negli occhi e vidi il suo sorriso estendersi. «La tua presenza qui... la vostra presenza qui,» si corresse, guardando per un momento anche Dante, «significa molto più di quello che sembra. I tempi stanno cambiando, ragazzi, arriveremo alla svolta che la nostra storia sta aspettando da tempo.»
Le sue parole solenni mi fecero rabbrividire, e sentii del disagio provenire anche da Dante. Entrambi annuimmo senza parole, per poi congedarci definitivamente.
Ci allontanammo dallo studio con l'ultima frase incombente che suonava quasi come una maledizione mentre me la ripetevo nella mente, favorita dal silenzio che era calato su di noi.
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