Capitolo 3
Tre giorni.
Ogni singola giornata era parsa un'infinità nell'ultima settimana. C'era costantemente quella calma piatta che, in netto contrasto con tutto ciò che era accaduto nel mese precedente, strideva profondamente nel mio animo, ormai abituato alla confusione e al pericolo.
Adesso, invece, tre giorni sembravano non essere abbastanza. Per Dante, che ancora non aveva recuperato completamente le forze; per Gabriel, a cui mi ero appena riavvicinata e con cui volevo passare più tempo; per Dakota e Valeria, i quali meritavano molto più di un'amica come me, che non trovava nemmeno il coraggio di passare a trovarli.
Darrell era sparito, ma di lui non mi preoccupavo più, ormai. Nell'occasione che avrebbe trovato più opportuna sarebbe ricomparso, disastrando ancora di più ciò che era diventata la mia vita. Ma di quello mi sarei preoccupata più avanti. Nel momento in cui avevo visto Dante girarmi le spalle avevo capito che non volevo si allontanasse da me. Peccato che era troppo tardi, io ero invischiata in una situazione della quale mi ero a malapena resa conto, e la cosa peggiore era che non potevo risolvere le cose, attualmente. Entrambi i ragazzi per i quali il mio cuore sentiva qualcosa erano distanti.
«Smettila di preoccuparti in questo modo, Lu'! Capita spesso che le persone debbano partire. Tornerai presto» mi incoraggiò Gabriel mentre prendeva dalla bustina tra le sue mani una delle sue caramelle preferite. Lui sì che era davvero maturo, al contrario di me. Qualsiasi bambino al suo posto mi avrebbe pregato, piangendo, di non lasciarlo di nuovo, invece lui mi stava consolando. Era arrivato il momento in cui anche io dovevo dimostrare di possedere un po' di coraggio.
«Certo, lo so. Quando tornerò ci faremo una scorpacciata di caramelle al limone» gli sorrisi, indicando con un cenno del capo il sacchetto di plastica adagiato davanti a lui, sul divanetto dai colori caldi della caffetteria.
Osservai il suo faccino sorridente e sperai che mai nella vita avrebbe dovuto affrontare le difficoltà del mondo degli adulti. Lui però in quel mondo ci era entrato da anni, eppure continuava a portare con sé la sua parte infantile come se sapesse di doverlo fare, come se sapesse quanto era preziosa.
Il secondo giorno presi coraggio e scesi nel piano sotto interrato, fino a raggiungere le stanzette dei miei amici. L'odore di chiuso e muffa del garage inondò le mie narici e mi accompagnò fino all'entrata di quelle due camere improvvisate, poste una di fronte all'altra.
Avevo sentito dire da Ace che spesso i due ragazzi si riunivano dentro una delle due stanze, così tesi l'orecchio e captai due voci sommesse dietro la porta di Valeria. Erano molto basse e mi risultava difficile distinguerle, quindi aprii, sicura di trovarci anche Dakota.
La presenza di Darrell, però, mi sorprese. E, ancor di più, la visuale del Mentalista molto vicino a Valeria, così tanto che poggiava delicatamente le dita sulle braccia di lei, quasi a voler accennare un abbraccio. La sua espressione era stranamente seria per i suoi standard.
Non appena mi notarono, i due si allontanarono rapidamente, mentre io rimanevo a guardarli indecisa con la mano ancora sulla maniglia di ferro della porta aperta.
«Forse avrei dovuto bussare...» dissi, troppo imbarazzata, contrariata e incredula per fare altro. Il mio sguardo si puntò su Darrell, ragazzo con il quale, in teoria, avevo sviluppato una relazione. Strana, insensata, incostante, ma pur sempre una relazione. Ragazzo che non vedevo da giorni, e che non si era preso la briga di venirmi a salutare prima di passare qui.
«Ma no, ti pare! Questa è come se fosse casa tua. Cioè, in realtà è più tua che mia, però...» blaterò Valeria, leggermente in imbarazzo. Wow, non avevo mai visto Valeria in imbarazzo.
Non avevo la pazienza per quei convenevoli, ero rimasta piuttosto stranita dalla scena. «Sto partendo» la interruppi, guadagnandomi di nuovo lo sguardo di Darrell, che fino a quel momento era rimasto perso nel vuoto.
«Te ne vai?!» esclamò Valeria.
«Stiamo cercando un modo di recidere il legame cosicché io possa finalmente essere libera da Dante e viceversa. Andiamo in un altro Istituto.» Non specificai dove poiché forse a Valeria non era dato saperlo. Mi focalizzai più che altro sulla separazione da Dante, forse per dimostrare a Darrell che volevo farlo davvero, che volevo essere libera in modo da poter stare con lui. Era parecchio egoistico e ipocrita affermare tutto ciò quando in realtà non era completamente vero, ma la scena che avevo appena visto mi aveva stordita non poco.
«Quando?» chiese il ragazzo.
Incrociai il suo sguardo sapendo perfettamente che era in grado di leggermi dentro anche senza utilizzare il Mentalismo. «Tra due giorni.»
I dieci minuti seguenti li passai a cercare di salutare Valeria in modo naturale nonostante non riuscissi a non pensare alla situazione in cui avevo trovato i due. Perché Darrell non era passato da me, prima?
Quando uscii, quest'ultimo mi seguì.
«Lucrezia» mi chiamò a qualche metro di distanza dalla porta. Avevo deciso di andarmene e di far visita a Dakota più tardi, ma lui mi fermò. «Ero passato a vedere come stava. Valeria c'è stata per me quando ne ho avuto bisogno» spiegò. Certo, ovvio che aveva notato il mio stato d'animo.
«Darrell, non devi giustificarti» mi obbligai a dire, mantenendo il cervello dalla parte della ragione. Non eravamo legati in nessun modo, non ci appartenevamo, e mai era stato così. Eravamo solo due individui che si erano trovati a sopportare lo stesso dolore, trovando nell'altro un espediente per superarlo.
Lui alzò un sopracciglio, accennando un mezzo sorriso. «No?»
Sbuffai. «Cosa stai insinuando?»
Lo vidi ridere, ma non gli diedi corda. Non volevo che ci sfuggisse di mano la conversazione.
«Ascolta, Darrell. Dopo il nostro ritorno non hai fatto altro che sparire, e ti capisco. Non è stato facile nemmeno per me tutto questo. Non ti faccio una colpa per essere svanito senza preavviso, solo... avrei preferito che passassi da me prima di venire qui.» Ecco, finalmente l'avevo detto. Non potevo tenermi niente per me, tanto con lui era inutile.
Darrell mi si avvicinò finché il suo respiro fresco non mi sfiorò le guance. «Sei sicura che avresti voluto me?» mi chiese lentamente. Non c'era traccia di accusa nella domanda, era solo una spina conficcata nella parte più intima del mio cuore, uno spillo affilato che lo fece sobbalzare nel petto.
«Cosa?» chiesi, alzando la testa per incrociare il suo sguardo magnetico.
«Io so cosa c'è in questa testolina, Lucrezia. Molto meglio di quanto non lo sappia tu.»
Il mio cuore perse un battito. Probabilmente era vero che Darrell aveva capito molto più su di me di quanto non fossi in grado di capire io stessa. Era per questo che mi stava lontano?
«I-io non volevo comportarmi come se tu fossi di mia proprietà o cose simili» mi sentii in dovere di precisare. Non ero nessuno per imporgli dei paletti quando io stessa avevo il cuore diviso in due. Era stato proprio spezzando quello di Dante che mi ero resa conto di non volerlo perdere, e non per un istinto dettato dal legame, ma per un sentimento che nasceva da me e basta.
«D'accordo. Nessuno dei due lo farà, allora.» Mi diede le spalle e fece qualche passo per allontanarsi da me e, poi all'ultimo ci ripensò e si voltò. «Io e Valeria insieme abbiamo passato momenti difficili, sebbene non ci conoscessimo affatto. Tutt'ora non si sono completamente sistemate le cose, e finché le difficoltà ci saranno sarà bello poter avere qualcuno su cui contare» aggiunse, poi si allontanò definitivamente da me.
Qualcuno su cui contare... Rimuginai su queste parole per i seguenti dieci minuti, rimanendo ferma al centro del corridoio sotterraneo come una stupida. Era questo che ero: una stupida, insensibile, egocentrica ragazza, che non era nemmeno in grado di poter essere presente per la propria migliore amica.
Persi ogni forza di fare altro e non visitai Dakota, preferii rifugiarmi nella mia stanza, troppo vicina ad altri problemi, troppo vicina a lui, eppure, al contempo, così lontana.
Dakota era pronto a comprendermi il giorno dopo, esattamente come l'ultima volta in cui gli avevo fatto visita. E, sempre come quella volta, Fannie gli girava attorno come se fosse uno squalo e io la sua preda. Non aveva più fatto commenti sgradevoli su di me, ma sembrava comunque gettarmi occhiate accusatrici ogni qual volta ci trovassimo nella stessa stanza.
Mi sistemai meglio sulla sedia del tavolino centrale e decisi di ignorarla, magari avrebbe smesso.
«Hai più avuto notizie sulla tua famiglia?» gli chiesi per la seconda volta in una settimana, cercando di interpretare bene le sue espressioni per cogliere il suo vero stato d'animo.
Dakota mi sorrise. «Non devi preoccuparti, Lucrezia. Mia madre starà bene, lo so. È sempre stata forte. Ci vuole coraggio per affrontare una vita come la sua, e lei ha dimostrato di averlo in più occasioni.» Non mi parlò di Melisa, ma sapevo che non c'erano ancora notizie su di lei. Sapevo anche che Dakota ci stava male. Nonostante una vita intera a sentirsi inferiore in confronto a lei, stava maledettamente male per la sua scomparsa.
«Devo chiederti scusa per averti trascinato in tutto questo. Domani partirò e non si sa quando tornerò, e tu e Valeria siete qui sotto, e non si sa cosa dovrà essere della vostra vita, e io...» esplosi, finalmente. La voce mi tremò, e Dakota mi fu subito accanto, interrompendo il mio sfogo.
«Shh, va tutto bene, Lucrezia. Il peggio è passato, no? Probabilmente avrei vissuto una vita da inetto se non fossi esistita tu. Non mi pento delle mie scelte.»
Alzai il viso e ci scambiammo uno sguardo a lungo, pronti a sostenerci l'un l'altro, come avevamo sempre fatto da quando ci eravamo conosciuti. Dakota ebbe il potere di infondermi forza come nessun'altro, nemmeno Ace, aveva saputo fare. Perché non ero passata prima da lui?
«Hai detto che parti?» mi chiese. Mi resi conto che l'avevo sparato insieme alla valanga di informazioni che mi vorticavano per il cervello senza nemmeno accorgermene. Non avrei voluto diglielo in quel modo brusco, però ormai il danno era fatto.
«Sì, sto andando momentaneamente in un altro Istituto.» Rimasi sul vago.
L'espressione di Dakota era a dir poco sorpresa. «Quando pensi di tornare?»
Già, quando sarei tornata? Non sapevo niente di quel viaggio imminente. Tutte le informazioni che mi erano state fornite si limitavano alla "speranza" di poter recidere quel legame emotivo che avevo con Dante.
«Non lo so» mormorai, sconfitta.
Avrei lasciato un posto al quale non appartenevo per raggiungerne un altro, ancor più sconosciuto e, probabilmente, inospitale. Come avrebbero reagito i changers di quell'Istituto sapendo che, almeno in parte, ero umana? Senza contare che mi avrebbero vista umana al cento per cento, senza sentire "se" né "ma".
Fu proprio questo che chiesi ad Ace, quella sera, prima di recarmi in camera per preparare la valigia. Avevo deciso che non mi sarei portata niente più che uno zaino con qualche ricambio. Era il mio modo di sperare che il viaggio sarebbe stato breve. Non che mi spaventasse allontanarmi per troppo tempo dall'Istituto, ma i miei amici erano lì e, in più, Dante non sarebbe stato per nulla un buon compagno di viaggio. Lui stesso avrebbe odiato viaggiare con me, lo sapevo, e non volevo sentirmi un peso. Qualunque problema avesse con me, l'avrei affrontato a brutto muso se si fosse rivelato necessario.
«Non tutti i changers dell'Istituto dell'est sono a conoscenza di ciò che sta succedendo qui. In pochi sanno che provieni dal mondo umano.» Le sue rassicurazioni non mi convinsero molto, e lui lo vide, quindi aggiunse: «Se mai accadrà qualcosa di brutto, Dante ti proteggerà da chi sarà così stolto da attaccarti.»
Inizialmente lo guardai scettica. Figuriamoci se mi avrebbe protetta. Stavo giusto per dirglielo, quando mi resi conto che, nonostante tutto quello che avevamo passato, probabilmente a tenerci vicini era molto di più di un semplice legame magico.
Fu così che annuii a un soddisfatto Ace, e finalmente mi decisi di fare la valigia, un po' più convinta di prima.
Ace ci aspettava, come al solito, in caffetteria per prenderci l'ultimo caffè insieme prima del viaggio. Non sembrava per niente preoccupato di lasciar andare di nuovo Dante. Non lo capivo. Per la scorsa missione aveva quasi rischiato di perderlo, mentre ora se ne stava comodo su quella sediolina troppo piccola per la sua stazza imponente, a sorseggiare caffè come se niente fosse.
«Molly vi verrà a prendere alle otto in punto nel mio ufficio» ci informò. Dapprima non ci feci caso, ma poi mi resi conto che la ragazza era la stessa nominata da Ace qualche giorno prima, proveniente dall'Istituto dell'est.
«Aspetta, questa Molly è qui?» domandai, insicura su come sarebbero andate le cose. Credevo di dover viaggiare da sola con Dante, ma questo cambiava tutto.
Ace poggiò la tazzina vuota sul tavolo e questa emise un piccolo tintinnio. «Non ancora. Come ho detto, arriverà alle otto.»
Guardai l'orologio al polso del capo, indossato da lui solo durante le missioni. Negli ultimi giorni l'aveva tenuto tutto il tempo poiché erano molti i changers fuori dall'Istituto che gli facevano rapporto a orari prestabiliti. Il quadrante segnava le otto meno venti.
«D'accordo, forse è meglio se ci incamminiamo, allora» suggerii. Evitai di fare osservazioni sulla mia sorpresa di avere una nuova compagna di viaggio. Non volevo sembrare scortese, infastidita o altro. Magari Dante avrebbe frainteso.
Ace osservò l'orologio a sua volta e annuì, spronandoci a seguirlo. Dante si alzò in piedi e mi sgusciò accanto come un'ombra. Negli ultimi tempi avevo udito la sua voce molto meno di quando era stato nelle mani degli Orion. A ripensarci mi vennero i brividi, ma ancora più inquietante era la consapevolezza che mai eravamo stati così distanti.
Quasi gli andai a sbattere contro la schiena quando si bloccò improvvisamente vicino allo studio di Ace. Riuscii ad arrestare la camminata appena in tempo per non essere scoperta, poi mi sporsi verso destra per capire perché ci fossimo fermati.
«Molly!» sentii esclamare da Ace.
Spostai lo sguardo verso la porta del suo ufficio e, accanto ad essa, incrociai la figura di una ragazza dai lisci capelli castani raccolti in due codini che le arrivavano ai fianchi. La vidi sorridere e le guance innaturalmente rosa si gonfiarono sotto i suoi occhi nocciola.
«Ace!» rispose con una confidenza che pochi prendevano con il nostro capo. La ragazza si mosse e i trampoli che portava sotto i piedi ticchettarono sul pavimento, finché non la vidi gettarsi letteralmente nelle braccia dell'uomo. Era così alta che quasi riusciva a eguagliare Ace, anche se parecchi centimetri le erano regalati dalle strane calzature che indossava. Sembravano scarpe con tacchi esageratamente grandi e squadrati, simili a quelli con cui giocavo con le bambole da piccola. Il motivetto a righe arcobaleno su uno sfondo nero, inoltre, non faceva che aumentarne l'eccentricità, anche se dovevo ammettere che si abbinavano egregiamente alla salopette a strisce colorate che indossava.
La guardai perplessa mentre si staccava da Ace e salterellava verso Dante, i capelli che le svolazzavano tutt'intorno. Da dov'era uscita quella ragazza?
«Dante! Quanto tempo!» strillò mentre lui l'accoglieva tra le braccia e la sollevava come fosse una piuma. Non c'era traccia della rigidezza che fino a quel momento non l'aveva abbandonato. Tornò a sfiorare il suo sguardo solamente quando incrociò il mio, che non gli si scollava di dosso un attimo.
«Non ti aspettavamo così presto.» La voce del capo interruppe il contatto fin troppo esteso tra i due ragazzi, e finalmente tornai a respirare. Non mi ero nemmeno accorta di star trattenendo il fiato.
«Sono in anticipo?» ridacchiò la ragazza. «Oh, come al solito ho preso un granchio con l'orario, ma non importa. Come diceva sempre mia madre, l'importante è arrivare, non fa niente se non si sa quando! O forse era "quanto"?» Assunse per un momento un'aria pensierosa e scosse la testa, poi ricominciò a parlare come se niente fosse. «Vabbè, il succo è che non c'è male! Sono qui per... oh, ma tu devi essere Lucrezia!» Dopo aver pronunciato tante parole quante io solitamente ne emettevo in un giorno intero, finalmente mi notò, si avvicinò a me e mi prese entrambe le mani.
Il contatto improvviso mi fece sussultare e ritirai rapidamente le braccia verso di me, colta alla sprovvista. La ragazza si bloccò un attimo come fosse stata catturata da un fermo immagine, poi ricominciò con la sua parlantina come se niente fosse accaduto.
«Sono così elettrizzata da quello che vi è successo, com'è potuto accadere? Dante, chi l'avrebbe immaginato che proprio tu...» Scosse la testa. «Una changer fuori dall'Istituto, poi! Sì, è vero che non sei proprio esattamente come noi, ma questo non fa che rendere le cose ancora più esuberanti! Non siete d'accordo con me?»
Finalmente smise di invadere il mio spazio personale e si voltò verso Ace, che in quel momento stava aprendo la porta del suo studio.
«Possiamo parlarne dentro» suggerì benevolo, e lo ringraziai mentalmente per averla interrotta anche solo per qualche istante.
Non ero abituata a tutta quell'invadenza. Se una volta mi avrebbe fatto piacere un comportamento del genere, adesso non faceva che lasciarmi disorientata e confusa. Avevo imparato che nella mia nuova vita avevo persone amiche che si sarebbero prese cura di me e persone nemiche che mi volevano morta. Molly pareva invece stare nel mezzo: non le interessava minimamente di chi fossi e da dove provenissi finché non si parlava del suo strano interesse verso quella faccenda che ancora non ero riuscita a comprendere. Sembrava vedermi più come un oggetto da esaminare che come una persona, in ogni caso.
Fu Dante il primo a entrare nello studio, seguito subito da Ace che non si preoccupò di ribadire di seguirlo. Molly fissò il proprio sguardo su di me e si avvicinò appena, senza mostrare il minimo remore nel fare una cosa del genere. Rimase a esaminarmi con occhio critico ma sguardo amichevole per alcuni istanti, poi senza aggiungere altro girò i tacchi e sparì al di là della porta. Mi morsi un labbro per la tensione accumulata: non mi sentivo per niente a mio agio.
Quando varcai quella soglia, trovai la mia borsa lì ad aspettarmi, come avevamo concordato con Ace. Accanto ad essa se ne stava un sacco di cuoio nero ancora meno carico, se possibile. Evidentemente, Dante aveva sperato in un viaggio breve almeno quanto me, se non di più, a giudicare dalla scarsa quantità di bagagli di cui si era munito.
«Se siamo tutti pronti, eviterei di perdermi in ciance e andrei subito al dunque. Una volta mia nonna ci ha quasi rimesso le penne per non essersi sbrigata in un momento di necessità. Lei e altri changers si trovavano vicino l'oceano e...»
Un grugnito proveniente dalla mia destra interruppe la sua parlantina molesta. Ace le si affiancò toccandole gentilmente la spalla, quasi per scusarsi di averla interrotta, poi le rivolse un cenno di incoraggiamento con il capo. «Allora direi che è proprio ora che andiate. Mi raccomando, fai attenzione.» Le si parò davanti e la guardò fissa negli occhi, quasi ad analizzare qualcosa di sconosciuto in lei. «Questo è forse il viaggio più difficile che tu abbia mai fatto in tutta la tua vita. Rimani concentrata e andrà tutto bene, Dante e Lucrezia ti sosterranno come meglio potranno.»
Il silenzio cadde sulla stanza, persino la logorroica changer parve non trovare una risposta, mentre io ripetevo nella mente le parole di Ace. Perché lo considerava un viaggio complicato? L'unico elemento che poteva rendere difficoltosa la nostra traversata verso un altro continente consisteva negli Orion, ma perché Ace non si era preoccupato per Dante se riteneva la missione anche solo minimamente pericolosa?
La ragazza riuscì finalmente ad annuire, e i capelli le svolazzarono intorno ai fianchi. Ace sorrise, distaccando finalmente la mano da lei e adottando un atteggiamento più rilassato.
«Tuo padre sarà fiero di te» disse, facendola andare in brodo di giuggiole.
A me e a Dante il capo rivolse solamente un'occhiata di incoraggiamento, aggiungendo un "Ci rivedremo presto" che sembrava un po' campato per aria, quasi fosse una bugia. Rabbrividii al pensiero di dover passare potenzialmente mesi in un paese straniero senza muovermi né poter fare nulla per i miei amici bisognosi di me, ma non ebbi il tempo di ripensarci che una luce giallina attirò così tanto la mia attenzione da distrarmi dai miei stessi pensieri.
Mi voltai, sorpresa, e ciò che trovai al posto della libreria a parete di sinistra fu una luce tremolante che sembrava scuotere le scaffalature come fossero acqua. Mi ci volle un minuto buono per capire, tempo durante il quale la luce si espanse fino a obbligarmi a distogliere lo sguardo. Notai che nemmeno Dante e Ace riuscivano a fissarla direttamente, sebbene sembrassero meno infastiditi di me. L'unica che non pareva minimamente accecata dalla sua stessa magia era Molly, il Difensore che in quel momento ci stava aprendo un portale.
«Credevo viaggiassimo a piedi!» palesai, quasi contrariata per non averlo saputo subito. Effettivamente non sarebbe cambiato nulla, ma il fatto di non essere stata messa al corrente di una cosa che mi riguardava così da vicino mi infastidì.
«Sarebbe rischioso, Lucrezia.» Il tono fin troppo ovvio con cui Ace mi rispose mi zittì, come se avessi dovuto immaginare fin dall'inizio che mai avremmo contemplato l'idea di esporci così tanto.
Schermai lo spiraglio tra le palpebre con le ciglia e provai nuovamente a focalizzarmi sul portale luminescente. Era leggermente diverso dall'unico che avevo già visto in precedenza, ma ne manteneva comunque le caratteristiche invariate: così luminoso da rendere quasi impossibile fissarlo, era leggermente tremolante ed emanava una carica di energia quasi palpabile; era impossibile guardare oltre, ma era chiaro che il muro di energia era valicabile. L'unica differenza con quello di Elijah risiedeva nel colore, che si allontanava parecchio dal rosato, avvicinandosi più al giallino tenue.
«Tutto pronto?» Ace interruppe di nuovo il silenzio, avvicinandosi appena alla ragazza, che finalmente si mosse dalla posizione concentrata che aveva assunto e si mise a saltellare.
«Signorsì signore!» esclamò con la voce carica di emozione. Capii solo ragionando che cosa la emozionava tanto, lo stesso motivo che aveva fatto preoccupare Ace: eravamo diretti molto lontani, e i portali erano fatti solamente per raggiungere distanze non troppo esagerate.
Gettai una fugace occhiata a Dante, che non sembrava minimamente intimidito di dover affidare la propria vita tra le mani di quella ragazza. Forse ero io che mi preoccupavo tanto, forse Elijah con l'ultimo viaggio mi aveva traumatizzata.
Feci un passo avanti, nascondendo la paura in un angolo nel quale sperai non potesse saltare fuori, poi mi mossi in direzione di Molly. Nello stesso momento lei prese la mano di Dante in una stretta che sembrava tutto fuorché gentile.
«Sarà un viaggio un po' lungo. Non lasciatemi mai, per nessun motivo. Se succede qualcosa rivolgetevi a me, ma non mi deconcentrate per chiacchiere futili» ci raccomandò, e mi fece quasi venire da ridere. Era lei quella che ci aveva riempito di chiacchiere futili fino a quel momento.
Nel tempo in cui Dante assentiva, prese anche la mia mano, stritolandola, e senza nemmeno avvertire fece un passo verso il portale, venendo quasi risucchiata interamente dalla luce giallina. Io e Dante fummo obbligati a starle dietro, e in un attimo non vidi più nulla, sommersa completamente dall'oro e dal bianco.
«Bye bye» la sentii chiocciolare. L'intensità del brillio aumentò e fui costretta a chiudere gli occhi, mentre mi sentivo sostenere unicamente dalla forza inaspettata che proveniva da Molly.
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