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Prologo

"Should I give up
Or should I just keep chasing pavements?
Even if it leads nowhere
Or would it be a waste?
Even If I knew my place should I leave it there?"
-Chasing Pavements, Adele

Il cielo di notte mi è sempre sembrato uno specchio sul quale se ci sforziamo riusciamo a rivedere la terra; forse per via della sua oscurità, del modo in cui neanche l'orizzonte riesce a dargli un inizio o una fine. Forse perché da dove vengo io non si vedono mai le stelle, da dove vengo io le punte dei grattacieli sfidano la sua immensità e vincono il loro bagliore. Ed è per questo che per tutti questi anni non ho aspettato altro che avere la possibilità di andare via da quel gomitolo di strade, palazzi di vetro e negozi, di fuggire da quella città nella quale invece tutti sognano di andare, la NewYork del nostro paese, che per me era ormai peggio di una mano pronta a soffocarmi.
Guardo fuori dal finestrino dell'aereo e il cielo nel quale sta volando si fa sempre più scuro ogni momento che passa ed eccole, le stelle, brillare a fatica tra le nuvole grigie: ormai siamo lontani da casa mia.
Accanto a me una uomo anziano sfoglia una brochure della città e sobbalza ad ogni turbolenza.
Non è mai una buona idea viaggiare di notte, non per un'ansiosa come me, ma si fa ciò che si può.
Poco fa l'ho visto ricontare per la terza volta dei pacchettini incartati che tiene nel borsone ai suoi piedi e leggere ad alta voce i nomi scritti sui bigliettini: Luca, Marco, Anna, Simone, lentamente e più volte li ha ripetuti a se stesso, come una ninna nanna.
I suoi nipoti immagino.
Vorrei che la sua ninna nanna funzionasse per me; è già trascorsa un'ora di volo e non sono riuscita a chiudere occhio. Sperare di riuscire a farlo a dieci minuti dall'atteraggio è stupido, ma la speranza è l'ultima a morire dopo tutto.
Poggio la testa alla parete accanto al finestrino, gli occhi fissi nel puntino più luminoso del cielo che brilla alternatamente alle luci lampeggianti dell'aeroplano.
La prima volta che mio padre mi portò a vedere le stelle avevo sei anni; andammo a passare il week end vicino Como, in una casa di campagna che apparteneva a mio nonno che mio papà aveva intenzione di ricostruire per trasferirci lì. È sempre stato un uomo di campagna lui, tutto l'opposto di mia madre; mi chiedo infatti come abbia fatto a convincerla a trasferisi lì adesso dopo tutti questi anni. Certo, avrei apprezzato fosse riuscito prima nel suo intento, così che avessi potuto godermi anch'io la vecchia Villa Quercia prima di partire; a detta della mamma però, lei aspettava proprio che io e mio fratello fossimo abbastanza grandi per trasferisi.
"Ora che io e tuo padre restiamo da soli, non abbiamo più bisogno di questa grande città!" mi ha detto pochi giorni fa "E poi è il momento che io dia ascolto a quel desiderio di tranquillità che ho dentro!"
Non so fino a quanto credere alla sua ultima affermazione...mia madre ha sempre amato la sua grande città e la vita mondana era la sua vita. Papà deve averla convinta dicendo che in quella zona serviva un veterinario e lui era già conosciuto, e lei per amor suo è stata disposta a spostare anche il suo studio d'avvocato a Como.
Io, personalmente, non l'avrei fatto e mamma dice che invece l'avrei fatto eccome, semplicemente ora non lo riesco ancora ad immaginare.
Il suono acuto della radio di bordo interrompe il mio flusso di pensieri e apro gli occhi di scatto.
Un messaggio in inglese passa velocemente e non riesco a captare neanche una parola. Mi rendo conto di essermi persa la parte in italiano e sfortunatamente non conosco altre lingue così bene da capire la voce distorta che si sente negli aerei.

"Mi scusi..." chiedo all'anziano al mio fianco che si stringe nella sua giacca "Ha detto qualcosa di importante?"
"Oh avvisa solo che stiamo per iniziare l'atterraggio!" risponde lui con un sorriso "Non si preoccupi signorina può continuare a dormire, l'avviso io quando è il momento di scendere!"
"Oh no io non stavo dormendo..." dico mettendomi dritta "Stavo...pensando..."
Annuisce sorridendo e torna a sistemare le sue cose.
Guardo fuori e le luci dell'aeroporto mi ricordano quelle di casa mia. Non è una bella sensazione.
La cabina inizia a traballare e mi affretto ad allacciare la cintura, iniziamo a scendere tagliando le nuvole e ci avviciniamo alla terra e più ci avviciniamo, più sento di togliermi un peso dallo stomaco, un peso che non so ben identificare.
Con un sobbalzo l'aereo tocca terra e tutti attorno a me iniziano ad alzarsi per recuperare i bagagli.
Perché, mi chiedo, non posso aspettare il momento opportuno? Dopo un'ora e più di volo, altri tre minuti non uccidono nessuno, giusto?
Aspetto seduta al mio posto che l'aereo sia del tutto fermo e l'uomo al mio fianco mi guarda trovo.
"Non è ansiosa di scendere, signorina?" mi chiede.
"Non da non poter aspettare altri 30 secondi prima di prendere la mia borsa, come dovremmo tutti..." rispondo e io stessa mi accorgo del troppo sarcasmo nella mia voce. Lui alza le sopracciglia e torna a sistemare la sua borsa.
Lo guardo e vorrei scusarmi per il mio tono, ma la stessa sfrontatezza che mi ha fatto parlare ha lasciato posto ad un terribile senso di vergogna e decido che è meglio guardare altrove.

Riesco a superare la massa all'uscita dell'aereo e a non cadere dalla scala mentre respiro l'aria calda d'agosto attorno a me fino all'uscita dell'aeroporto. Per fortuna evito il ritiro bagagli ed io e il mio trolley arriviamo di corsa agli Arrivi.
Tra la folla vedo la mia migliore amica alzare le braccia e muoverle in aria per attirare la mia attenzione e a quanto pare anche quella di tutti gli altri presenti in aeroporto.
"Camilla!" esclama vedendomi.
Dove sono?
Le vado in contro e lei apre le braccia verso di me. L'insegna di Fiumicino brilla alle mie spalle e illumina il parcheggio.
Mi stringe in un abbraccio, come se non ci vedessimo da secoli e con li stesso entusiasmo mi accoglie:
"Ben venuta a Roma!"
In una città dove spero di vedere le stelle...

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