C'È IL TUO PROFUMO, L'ODORE DI FUMO SU ME
Fisso le mie scarpe, ma ti bacerei
Tu ti avvicini e lo fai
E come sempre fai quel che vuoi
E sa di buono lo sai
Il tuo profumo
L'odore di fumo che hai
Simone sbuffa sonoramente al suono della voce metallica che annuncia un ritardo di almeno quaranta minuti sulla tratta.
Non ha capito se è a causa di un guasto o di una coincidenza di un altro treno (che coincidenza non è proprio), ma – di fatto – è bloccato in quel vagone.
Odia i viaggi, quelli lunghi, perlomeno.
Preferisce prendere l'aereo, risolvere tutto in un'ora, massimo due, e lo avrebbe preso volentieri anche questa volta: da Roma a Milano, una sciocchezza.
Invece no, è stato costretto ad usufruire di un treno e nemmeno un Frecciarossa – sia mai – bensì uno dei pochi Intercity che ancora circolano e ci impiegano un'eternità ad arrivare a destinazione.
Per di più è di giorno, fa caldo, la pelle gli si è appiccicata al sedile e crede di essere sul punto di impazzire.
Sono fermi ad una stazione che non ha ben capito dove esattamente si trovi.
Cerca di scorgere il cartello col nome della città, però dalla posizione in cui si trova è pressoché impossibile.
Insomma, è da qualche parte nel centro dell'Italia.
Non ha ulteriori informazioni.
Guarda l'ora sul cellulare. Non sono neppure a metà percorso e sono fermi da venti minuti buoni o qualcosa di più. Sbuffa di nuovo.
«È libero qui?»
Simone è sovrappensiero, ragion per cui il quesito gli giunge alle orecchie con un lieve ritardo e rischia di non rendersene davvero conto.
Distratto, solleva lo sguardo. Col senno di poi, forse avrebbe dovuto farlo con più lentezza, con calma, giusto per assaporare il momento, quell'immagine che gli appare davanti che è quanto di più simile ad un sogno, almeno per lui.
Perché quei ricci castani e arruffati, gli occhi ridotti ad una fessura, le lunghe ciglia e il mezzo onnipresente sorriso di sfida...
Quelle cose le riconoscerebbe tra mille, sempre e per sempre.
«Manuel» soffoca.
Fatica a deglutire, mentre il ragazzo – Manuel, quel dannato nome è impresso nella mente e nel cuore – si siede di fronte a lui dopo aver buttato in malo modo lo zaino rosso troppo pieno nello scomparto apposito, in alto.
Da quanto tempo non lo vede?
Un anno.
Forse sono due.
Non lo sa, ha un po' perso la cognizione del tempo dall'ultima volta in cui è accaduto.
Se lo ricorda.
O più che altro ricorda Manuel che lo mandava a quel paese e che se ne andava sbattendo la porta.
Il motivo del litigio lo ha dimenticato, ma discutevano quasi in ogni momento, da fidanzati.
Le cose andavano meglio prima, quando passavano il tempo chiusi in camera da letto, a consumare scatole di preservativi e tubetti di lubrificante.
Andava bene, erano felici.
Poi non ha idea di cosa sia successo.
La vita, probabilmente.
O loro due troppo stupidi.
«Pare che hai visto un fantasma» Manuel ride, accasciandosi piano sul sedile. È completamente vestito di nero, dai jeans attillati, la t-shirt grigia, una camicia a scacchi nere e rossa lasciata sbottonata e gli anfibi ai piedi.
Simone sbatte rapidamente le palpebre e appura che un briciolo è sul serio così, ma ad alta voce non lo confessa. Piuttosto esordisce con «Che ci fai – qui?»
Qui nel bel mezzo dell'Italia, qui su questo treno, qui di fronte a me.
«Ce sta il concerto degli Imagine Dragons su a Monza» taglia corto Manuel «e questo è il primo treno che mi porta relativamente nelle vicinanze.»
«Il primo treno?»
«Me posso pagà solo il biglietto del concerto al momento.»
Simone aggrotta le sopracciglia, perplesso «E quindi...»
«Quindi qualsiasi treno può portarmi lì vicino è quello buono.»
Gli viene da ridere: per la situazione, per il fatto che Manuel sia rimasto così disorganizzato e sfrontato anche a distanza di tempo o che si stiano parlando come se niente fosse accaduto fra loro in passato.
«Oh, okay» sospira «però è in ritardo.»
«Me prendi in giro?» Manuel lo esclama in modo stridulo, tant'è che una signora dai lunghi capelli corvini, seduta a due posti di distanza, gli lancia un'occhiata tagliente.
«No,» replica Simone, sollevando le spalle «siamo fermi da venti minuti qui, non te ne sei accorto?»
«Che due cojoni!» è la lamentela che sopraggiunge in risposta «Il prossimo passa fra tre ore e tre ore è troppo tardi. Quanto fa di ritardo?»
«Quaranta minuti.»
«Che due cojoni!» Manuel lo ripete e sbuffa.
Tentenna per una frazione di secondo, prima di raccattare dalla tasca anteriore del pantalone il pacchetto di Camel e un accendino blu scheggiato in più punti. Si porta una sigaretta alla bocca, il filtro in equilibrio fra le labbra, e le dà fuoco, aspirando il fumo e soffiandolo verso l'alto.
Simone prende a guardarsi intorno, furtivo. «Manuel,» digrigna i denti «non puoi fumare qui.»
Manuel non lo sta ad ascoltare. Prende un secondo tiro e stavolta il fumo lo soffia nelle sua direzione.
«Tecnicamente non so' un passeggero» si giustifica «quindi, se me vojono caccia' è perché non ho il biglietto, no?»
No, perché il suo discorso non ha assolutamente senso, ma, in fondo, Simone lo conosce.
Lo conosce fin troppo bene e sa che le cose che dice fanno parte, la maggior parte delle volte, di concetti astratti e di un mondo che conosce solo lui, con regole inventate di sana pianta o totale assenza di esse.
Lo sa perché la mente di Manuel è vasta, ampia, eccessivamente fantasiosa. Fin troppo, sotto determinati aspetti.
Ha ancora impresso nella testa quella notte in cui è rimasto ad ascoltarlo per ore parlare di una teoria assurda e intricata di complotti riguardo le stelle, per poi finire su un discorso lunghissimo sullo zucchero filato.
«Giusto» commenta, scuotendo appena il capo.
«Te dove stai andando?»
«Che?»
«Sei su un treno, stai andando da qualche parte, immagino.»
È una domanda lecita e quasi se la aspettava. «Milano» risponde, semplicemente «ho un colloquio di lavoro.»
Manuel rotea gli occhi «Quanto sei noioso.»
Ora Simone, a grandi linee, se lo ricorda il motivo per cui hanno litigato.
Non è nemmeno tanto difficile risalirci, basta una sola affermazione: due modi di vedere la vita opposti, pensieri che non vanno bene insieme, che sono incongruenti fra loro, troppa serietà da una parte e gran voglia di libertà dall'altra.
Ecco, sì, più o meno è andata così.
Si perde un attimo fra i ricordi, fra le scene vissute e di nuovo quella maledetta porta chiusa. Non si accorge di come Manuel si sia allungato sul sedile, sia scivolato in avanti e adesso le loro ginocchia siano in contatto.
«Con me non ti annoiavi» lo sente dire.
«No?»
«Non ti facevo annoiare.»
«Quindi io ti facevo annoiare?» Simone lo chiede con un leggero timore perché è pieno di insicurezze, di dubbi su sé stesso.
Perché, dopo Manuel , ci ha provato a stare con altre persone.
Ci ha provato, ma se ne sono andati tutti ed ogni volta si è dato le colpe, si è detto che lo hanno fatto poiché avrebbero di sicuro trovato di meglio e immagina che, con lui, sia andata esattamente così: non era abbastanza.
Ed era noioso.
Manuel scrolla le spalle, con tranquillità. «Delle volte» esclama «altre volte no.»
«Tipo?»
Le sue labbra si curvano in un sorriso a tratti letale – ma Simone lo sa che Manuel è così: dolce come il miele e, al contempo, velenoso come un serpente ed è impressionante il modo in cui la sua espressione cambi a suo piacimento.
«Tipo che me lo dovevi chiedere tempo fa» risponde «se mi annoiavo.»
A Simone scappa una risata nervosa; si passa le dita fra i capelli scuri, scompigliandoli appena. «Ci rivediamo dopo tutto questo tempo» commenta «e non esiti a rinfacciarmi la cosa.»
«Non sto rinfacciando, dico quello che è successo» Manuel sta sulla difensiva «mica m'hai chiamato o mandato dei messaggi, dopo.»
«Ti ho scritto.»
«Due volte e hai lasciato perdere.»
«E allora? Nemmeno tu hai fatto niente.»
Hanno alzato la voce entrambi, Simone se ne accorge subito dal momento che la stessa signora di poco prima ha nuovamente gli occhi puntati loro addosso.
Manuel ha persino lasciato perdere la sigaretta, limitandosi a tenerla fra le dita con la cenere che cade a terra da sola. È la stessa che poco dopo spegne, premendo il mozzicone contro il metallo sotto al finestrino e gettandolo fuori da esso.
«Lo sai che non lo faccio» borbotta «scrivere pe' primo, cercare le persone e aspetto che siano gli altri a cercare me e penso che, se non lo fanno, allora non è così importante per loro.»
«Per me eri importante» Simone lo sussurra e si pizzica la lingua con i denti all'uso di tal verbo in passato che è sbagliato – sbagliatissimo – perché il ragazzo che gli sta di fronte è ancora importante, non ha mai smesso.
Ormai la frase gli è uscita di bocca e non riesce a proferire parola per porre rimedio.
Non sono passati quei quaranta minuti, sicuramente molto meno, ma il treno si rimette in moto, lento e accelerando poi gradualmente.
E sono minuti di stallo quelli, durante i quali i due si guardano – si guardano e basta, senza più parlarsi, senza trovare un argomento diverso per sviare il discorso e avviarne uno con un argomento migliore.
Magari neppure esiste.
Il rumore sordo delle rotaie che stridono fa sussultare Manuel, che, per un attimo, si è perso in un mondo parallelo, una sorta di realtà immaginaria e illusoria nella quale quel giorno di mesi e mesi fa non se ne è semplicemente andato, ma è rimasto e ha risolto la situazione perchè scappare non serve a nulla.
E razionalmente lo sa pure, lo sa benissimo.
Il problema è che esiste una parte dominante nel proprio cervello che lo spinge ad agire in maniera del tutto opposta a quello che il cuore suggerisce e quindi, anche in tale occasione, anche quando dovrebbe parlare, trovare quel dannato argomento per continuare la conversazione con Simone...
Anche ora non ci riesce: percepisce la bocca secca, la testa che appena gli gira.
Sussurra uno stentato «Scusa» frattanto che si alza, barcollando sulle gambe instabili – e il movimento sussultorio del vagone sicuramente non aiuta il suo equilibrio.
Simone segue il suo spostamento con la coda nell'occhio.
Scorge la sua figura percorrere lo stretto corridoio fra i sedili fino in fondo e uscire dalla carrozza.
Ci impiega qualche secondo, lui, più una serie di lunghi respiri, esitazioni inutili e le mani che gli cominciano a sudare prima di mettersi in piedi a sua volta e seguirlo.
A grandi falcate, raggiunge l'ala vicino alle uscite dal treno. Si guarda rapidamente intorno, giusto per intravedere la porta del bagno che sta per chiudersi.
Col rischio di commettere un errore madornale e imbarazzante, è lì che si fionda e impedisce che ciò avvenga.
E no, nessun errore poiché la persona che cercava è esattamente in quel posto, in quell'angolo.
Lo vede scattare appena all'indietro, mentre dei ricci di capelli gli si sono appiccicati alla fronte imperlata di sudore.
A Simone non interessa: avanza così da costringerlo ad indietreggiare ancora ed ancora finché in quel bagno ci entrano entrambi e può chiudere la porta scorrevole alle loro spalle.
È uno spazio stretto, angusto, e i loro corpi entrano inevitabilmente in contatto, al pari dei loro sguardi e fiati che si fondono insieme, si cercano e si trovano.
Manuel schiude le labbra, vorrebbe dire qualcosa – non ha idea di cosa – ma non ne è in grado.
Non ci riesce, non può proferire parola perché la bocca di Simone assale la propria in un bacio avido, passionale, che coinvolge lingua, saliva e fa cozzare i denti. È sconclusionato dal momento che le loro mani vanno ovunque, tastano la schiena e le braccia l'uno dell'altro, le dita graffiano e tirano, strattonano gli indumenti.
Forse è perché sono stati lontani così tanto per cause così stupide che quello è un po' il loro punirsi e gratificarsi al contempo.
«Sei un coglione» Simone lo biascica senza interrompere il bacio che si stanno scambiando, con le palpebre che faticano a restare aperte – perché tenerle abbassate amplifica ogni altro senso.
Manuel può soltanto annuire, intanto che già guida frenetico una mano sul bottone dei jeans dell'altro ragazzo, lo tira lievemente e cerca di slacciarlo.
Non ha successo, ragion per cui ci pensa il proprietario a portare a termine il gesto e, subito dopo, compiere il medesimo con i pantaloni stretti e attillati del compagno.
Con la stessa mano, oltrepassa il cotone nero dei suoi boxer, a sfiorare con le dita la mezza erezione già presente, che gli fa comparire un mezzo sorriso soddisfatto sul volto.
Manuel trattiene un gemito e, d'istinto, sospinge il bacino contro il suo palmo, aggrappandosi alle sue spalle. «Questo è per provarmi che non sei noioso?» lo biascica con una nota di scherno nella voce – perché fa sempre così, è una sua caratteristica quella di nascondersi dietro al sarcasmo e la strafottenza piuttosto di affrontare i problemi e parlare.
Simone lo sa perfettamente e sta il gioco, mormorando «Forse» frattanto che osa esercitare una pressione appena più brusca sul suo membro.
Manuel si lascia scappare un urlo che trasforma presto in grugnito, il quale sfocia in seguito in una risata al limite dell'isterismo. Butta il capo all'indietro, socchiudendo le palpebre.
Simone evita di fiondarsi sul suo collo, sebbene lo desideri. In maniera non lenta, ma ben decisa e a tratti brusca, lo fa voltare. Si inginocchia di getto, trascinando con sé i jeans attillati che fanno fatica a scivolare sulla pelle sudata.
Difatti, strattona il tessuto finché ha successo, abbandonando i pantaloni all'altezza delle caviglie. Tira giù anche i boxer, quel che basta per scoprire il sedere e lasciandoli fermi sulle cosce.
Morde piano la pelle calda e morbida dei glutei, uno per volta, e deposita un bacio sul coccige. In seguito si rimette in piedi, pressa il petto contro la sua schiena e un po' di più i fianchi per fargli percepire la propria di eccitazione.
Manuel è finito per posare entrambe le mani contro la parete fredda e ruvida del bagno. C'è un odore acre lì dentro, se ne accorge soltanto ora, però passa in secondo piano in fretta.
Lo fa poiché con facilità si concentra sulle dita di Simone che si infilano sotto la propria t-shirt a sfiorare l'addome, a tracciare delle linee invisibili sulla pelle; sente i polpastrelli accarezzarlo, spostarsi poi sulle braccia, mancare per un attimo e tornare di prepotenza sul viso, sulla guancia, fino alle labbra.
Inclina nuovamente la testa all'indietro, quel che è sufficiente per incrociare il suo sguardo, quello che è eloquente e che gli fa capire subito ciò che vuole.
È sufficiente una sola occhiata per fargli schiudere la bocca e iniziare a succhiare indice e medio in un primo istante, pure l'anulare nel giro di pochi secondi.
Simone lo osserva con minuziosità, analizzando come le sue labbra gli circondano le dita, come la sua lingua si contorce. Lo fa mentre con la mano libera gli stringe il retro di una delle cosce e risale con lentezza fino al fondoschiena.
Ritrae l'altra mano, con le dita appena lubrificate, con più delicatezza rispetto a poco prima e la porta in basso, verso l'anello di muscoli sensibili del compagno che comincia a stuzzicare.
«Simó...» bofonchia Manuel.
«Mh?»
«Non ne abbiamo.»
In un primo momento, Simone non capisce che cosa l'altro intenda, ragion per cui aggrotta le sopracciglia e lo fissa, confuso. «Che?» borbotta.
Manuel si gira appena, per averlo un minimo faccia a faccia. «Preservativi, idiota» esclama.
Cazzo.
Non è una cosa che Simone ha messo in conto – forse perché, quando stavano insieme, hanno fatto le analisi, sono risultati puliti e non ce n'è stato più bisogno.
Il fatto che ora Manuel lo chieda lo stordisce, sebbene sia palese il motivo: è passato del tempo, sono stati con altre persone, potrebbero aver preso qualcosa in tal periodo.
Non sa la ragione per cui quel pensiero lo manda su tutte le furie, lo irrita.
Lo irrita immaginare Manuel con qualcuno di diverso da sé.
Lo irrita a livello che non sa spiegare.
Perché non esiste Manuel senza Simone, Manuel lontano da Simone e viceversa.
Serra la mandibola, cerca di non far trasparire quella che riconosce come gelosia.
Rilascia un sospiro dal naso. «Facciamo in un altro modo» soffoca e poi fa voltare di nuovo il compagno.
Lo costringe ad inginocchiarsi, spingendolo per le spalle.
Manuel si lascia sfuggire una risata. Sta già stuzzicando con due dita l'elastico dei suoi boxer, tirandolo leggermente. «Questo ti è mancato?» lo provoca.
Simone lo guarda, mordendosi piano il labbro inferiore – e certo che mi è mancato, cretino e ora «Muoviti» ribatte e dovrebbe suonare come un ordine, ma somiglia di più ad un lamento.
L'altro lo fissa ancora per un po', dal basso, mantenendo quel mezzo sorriso di sfida. Poi procede: si sbarazza di quella trappola di cotone, sfilandola e lasciandola scivolare giù per le gambe.
Gli ci vuole poco, un battito di ciglia, prima di prendere in bocca l'erezione piena del compagno, cominciare a succhiare esattamente nel modo precedente, compiendo movimenti circolari con la lingua e tenendo ferma la base con una mano.
Simone chiude gli occhi, sospira sommessamente. Si lascia trasportare da tutte quelle sensazioni che da troppo tempo non provava, dal calore che le labbra di Manuel trasmettono, al formicolio che lo coglie nel basso ventre.
Trattiene a fatica un gemito di piacere e, privo di controllo, il suo bacino scatta in avanti; è una muta richiesta di andare più a fondo, di fare più veloce, di non smettere.
Manuel lo comprende con nessuna necessità di parlare: infatti, accoglie la sua eccitazione più a fondo, fino a percepire la punta in gola e rischiare di soffocare. Si tira indietro per riprendere fiato, poi ripete un gesto simile più volte, finché ne è in grado, finché non fa esplodere Simone in un orgasmo travolgente, tanto da fargli tremare le gambe e rischiare di crollare a terra.
Quest'ultimo affonda gli incisivi nel labbro inferiore per camuffare l'urlo che il piacere scaturisce. Ha ancora le palpebre abbassate e non si rende conto di Manuel che si è rimesso in piedi.
Ci riesce soltanto quando sente la sua bocca ancora umida sulla propria, in un bacio veloce che viene presto sostituito da un sussurro. «Fammi venire.»
Però gli occhi Simone non li riapre comunque.
Lascia che Manuel prenda e guidi la propria mano attorno alla sua erezione non appagata e comincia a masturbarlo alla cieca, senza vedere, sentendo e basta.
E sente le sue labbra che cercano e trovano le proprie, i nuovi baci, ancora le lingue che lottano, si scontrano e si intrecciano.
«Cazzo, cazzo, cazzo» Manuel mugola in maniera incomprensibile, spostando il volto e affondandolo nel collo di Simone, il quale lo porta rapidamente al limite con delle carezze più vigorose che lo annientano e gli fanno raggiungere il culmine.
Manuel solleva il capo con uno scatto, lo bacia ancora, ancora e ancora, quasi volesse rubargli il respiro. Si aggrappa a lui e adesso sta pure ridendo contro le sue labbra.
«Sei un coglione» dice, con voce impastata e roca «un emerito coglione.»
Simone ride. «Sei tu il coglione» ribatte, ma le loro bocche sono ancora in contatto, senza la voglia di staccarsi.
Un sussulto più forte fa smuovere il vagone, li riporta alla realtà e fa scoppiare la bolla di passione dentro la quale si sono rinchiusi.
Manuel lancia un'occhiata oltre la spalla di Simone e scuote leggermente il capo. «Nemmeno hai chiuso a chiave la porta» commenta.
L'altro ragazzo spera che le guance rosse non siano così evidenti. «Tanto non ci viene mai nessuno in bagno.»
«E se ci hanno sentiti?»
«Non importa.»
«Non importa?»
Fa cenno di no con la testa e lo bacia rapido sulla guancia.
Nessuno dei due ha davvero il coraggio di allontanarsi, non sul serio.
Rimangono semplicemente lì, contro la parete di un bagno sudicio di un treno, mezzi nudi e sudati, a darsi quei baci che si sono negati per tutti quei mesi, a non parlare, a guardarsi e basta perché è sufficiente così.
Probabilmente passano delle ore chiusi lì dentro, tant'è che il ritardo della corsa è persino utile.
Si rivestono di malavoglia, uno osservando e analizzando i movimenti dell'altro.
Escono da quel luogo lentamente, percorrendo a ritroso il corridoio fino ai sedili che in precedenza hanno abbandonato.
Si accomodano, sempre scrutandosi, delle volte sorridendosi.
Simone crede di essere felice.
Crede perché non vuole esserne certo.
Ad essere certi di qualcosa, si rischia di rimanerne delusi.
Per adesso, comunque, lo è e cerca di catturare ogni secondo di tal momento, anche quello in cui poggia una tempia contro il finestrino gelido, mantenendo gli occhi su Manuel che cerca di srotolare l'intreccio del filo delle cuffie.
È felice.
Davvero felice.
Beato, tranquillo, rilassato.
Fa ricadere le palpebre, le abbassa.
Di solito impiega parecchio tempo ad addormentarsi.
Stavolta, scivola nel sonno nel giro di qualche minuto. Lo fa in maniera calma, beato.
Lo fa per forse un tempo eccessivo.
A svegliarlo è il rumore stridente delle rotaie e un lieve scatto, segno che il treno si è fermato. Spalanca gli occhi d'improvviso, ha subito il cuore che gli batte forte nel petto perché lo sa ancor prima di effettivamente vederlo ciò che è successo.
È successo che Manuel seduto davanti a sé non c'è più e quel senso di felicità apparente è sparito, lasciando spazio all'ansia, all'angoscia. Si alza con uno scatto, in preda al panico.
Si guarda attorno, fra la gente che percorre il corridoio e dopo abbandona il vagone. Raccatta la propria valigia dal ripiano apposito, scruta le persone ormai fuori dal treno.
La scorge quella testa dai ricci scompigliati che gli causano tanti problemi e ne risolvono almeno il doppio. La vede e si affanna per raggiungere l'uscita, rischia di inciampare nei gradini di metallo e di perdere il trolley.
Ha il fiato corto. Si solleva sulla punta dei piedi e...
E c'è troppa gente per star dietro alla figura di Manuel, che cammina imperterrita non facendo caso al richiamo che l'altro emette.
«Manuel!» Simone urla, fermo, non riuscendo a compiere nessun ulteriore passo «Manuel!»
Resta immobile, con la valigia che molla a terra.
Manuel si allontana sempre di più, magari non lo sente o finge di non sentirlo e lui non capisce, non ne comprende il motivo.
Perché sembravano essersi ritrovati, per quel caso fortuito, per opera di un destino a cui non ha mai creduto. Lo credeva eppure quella figura familiare si allontana, non si volta, lo ignora.
E allora Simone si sente un po' vuoto, di nuovo, perso dopo aver ritrovato la strada di casa.
Gli viene persino da piangere. Lo fa senza neppure accorgersene, mentre una lacrima solitaria gli scivola lungo una guancia.
«Ma che sei scemo?»
Quella voce.
Si gira con uno scatto.
Manuel gli è di fronte, con una sigaretta appena accesa fra le labbra e gli occhi socchiusi a causa del sole che gli batte giusto in faccia.
«Potevi aspettarmi per scendere, no?»
Simone sbatte rapidamente le palpebre, giusto per assicurarsi di non avere una visione, di essere nell'effettiva realtà. «Cosa...» balbetta «Credevo fossi...»
«Ero in bagno.»
«Oh.»
«Già, e te sbagliavi. La gente lo usa e pure parecchio.»
Non sa neppure quale reazione esattamente avere, se ridere oppure piangere o entrambe le cose al contempo. Si passa frettolosamente una mano sul volto.
Manuel soffia del fumo verso l'alto. «Allora,» esclama «vieni co' me al concerto?»
La domanda ci impiega qualche secondo per venir recepita ed ha come replica un appena sussurrato «Ho quel colloquio.»
A Simone non serve scavare a fondo per leggere l'espressione che il compagno assume: sì, ha ancora su quel mezzo sorriso, una perfetta maschera rifinita da «Oh, okay, non fa niente» che lo sente mormorare.
Allora si morde piano l'interno della guancia. Le parole udite sul treno gli rimbombano nella testa, quel con me non ti annoiavi e hai lasciato perdere.
No, non ha mai lasciato perdere e non vuole farlo neppure adesso.
«A che ora è?» borbotta dunque.
Manuel sbatte rapidamente le palpebre, allarga il sorriso – un sorriso diverso, privo di scherno o strafottenza – «Alle dieci.»
«Se ci muoviamo, magari stiamo pure un po' avanti.»
«E magari troviamo un biglietto prima.»
«Tu hai viaggiato senza.»
«Sì, ma i biglietti dei concerti so' importanti.»
Simone abbozza una risata. I biglietti dei concerti sono importanti e non crede sia una frase detta per caso – perché lui conserva ancora quello di James Blake, lì dove si sono scambiati il primo vero bacio, nel primo vero appuntamento.
I biglietti, i concerti... Sono tutti importanti.
«Allora ne troviamo uno» esclama e fa un cenno col capo, compiendo mezzo giro su se stesso. Inizia a camminare lentamente, con Manuel che gli sta dietro.
«Oh, Simó?» viene richiamato.
«Mh?»
«Magari prima passiamo a comprare i preservativi. Non si sa mai.»
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