Capitolo XII
"Interrompi la storia sempre sul più bello, nonno. Non è giusto!", si lamentò Rowan, qualche sera dopo.
"La gatta frettolosa fa i micetti orbi...", commentai, godendomi a pieno lo sbuffo fuligginoso della mia sacrosanta boccata di pipa.
Niente di strano era più accaduto dall'ultimo tragico episodio.
Forse era vero.
L'estranea si era defilata come aveva promesso.
Tuttavia, avevo una strana paura ad intavolare nuovamente l'argomento con i miei due nipoti.
Preferivo sorvolare, come se nulla fosse mai accaduto.
"Allora? Cominciamo?", mi chiese Hamond.
Annuii.
"I tre ragazzi ebbero non poche difficoltà ad abituarsi al cambiamento di luminosità circostanziale. Il buio era troppo fitto e ti inglobava in sè, asfissiandoti.
Soltanto una lugubre melodia gli faceva da guida, ovattando i loro sensi e ammaliandone la mente, alla stregua di un canto di sirena.
La musica inizió a riecheggiare in quel posto.
Dolce. Intensa. Incantevole.
Le canne di quello che sembrava un organo, accompagnato da tanti striduli violini, intonavano una nenia.
Presto, la coltre di densa oscurità andò pian piano diradandosi, mentre alti candelabri dorati, ricoperti da ragnatele, e fiaccole tremolanti affisse su muri lesionati, andavano rischiarando soffusamente l'intero spazio.
La sinfonia in sottofondo conferiva un'aura di profonda sacralità a quel luogo, quasi ci si stesse dirigendo verso l'altare, percorrendo la navata centrale di una sontuosa cattedrale gotica: di quelle con le guglie appuntite come dita artigliate, rivolte in maniera inquisitoria al plumbeo cielo, osando accusare Dio stesso di ogni nefandezza e turpitudine dilagante sul pianeta; oppure, di quelle con diavoli ringhianti su colonne e volte, pronti a giudicare il visitatore di passaggio, condannandolo al sempiterno martirio.
Il chiarore della luce che attraversa il rosone centrale o le vaste vetrate colorate, pare che venga annullato durante il tragitto.
Una pesante coltre d'ombra, infatti, si abbatte su ciascuna statua.
E se un guizzo fiammeggiante di un moccolo in via di spegnimento dovesse per sbaglio lambirne il viso, l'effetto di chiaro-scuro è in grado di distorcerne i lineamenti, muovendone le labbra e delineando su di esse un perverso ghigno.
In quel caso, persino per il tribolato San Sebastiano, ricoperto da frecce conficcate in corpo e ferite sanguinanti, sarà impossibile comprendere se vi guardi in preda a smorfie di dolore o... Di efferata, maligna soddisfazione"
"Accidenti...", esclamò Rowan, con occhi febbricitanti.
"Nella sala presso la quale entrarono, i nostri protagonisti si mischiarono ad una folla di gente invasata. Streghe dalle espressioni estatiche piroettavano fra le braccia di giganti creature rivestite di ispido pelo.
Maurice aveva trovato un vecchio in fin di vita, presso un villaggio limitrofo che era stato attaccato. L'agonizzante malcapitato giaceva in una pozza cremisi con la gola sbranata, ma indicò un'impronta d'animale, impressa nel fango, e articolò una specifica parola.
WIN... DI... GO
Infine, spirò.
Si diceva che fossero incroci di uomini e bestie, accampate tra le montagne innevate e i laghi ghiacciati. Personificavano la fame, la carestia nel loro putrido odore di decomposizione, morte, corruzione e suppurazione della carne, ridotta a brandelli.
Talbot spiegava, invece, che fossero mortali un tempo, cacciatori perdutisi nel folto della boscaglia e costretti dagli stenti a praticare uno dei più turpi crimini: cannibalismo. Adesso, in loro, l'istinto di caccia era rimasto immutato, ma l'appetito, purtroppo, era moltiplicato"
"Stasera sono certo che mi verranno a trovare in sogno..."
"Puoi sconfiggerli, Hamond. Niente paura! Temono il fuoco e si sciolgono come neve al sole...", provai a tranquillizzarlo.
"Io ho timore lo stesso, nonno...", confessò Rowan.
"Ti difendo io, sorellina! Non preoccuparti! So pure usare la spada, sai?"
"Mi proteggerai, sul serio?"
"Sicuro, Rowy. Sono coraggioso! Alla stregua di Maurice e Jonathan! Non è vero, nonno?", proseguì, facendo sfoggio dei muscoli in via di sviluppo sotto la canotta.
"Oh, sì! Un eroe in miniatura!", ammisi.
Lui parve soddisfatto di quell'epiteto.
Sospirò, sorridendo raggiante.
In seguito, si riaccomodò sul morbido cuscino, attendendo che proseguissi.
"Al loro arrivo, la canzone cessò di colpo. Lilith si irrigidì: possibile che li avessero scoperti?
Le fattucchiere aprirono un varco, dividendosi tra le sue due sponde, in mezzo a gorgoglii gutturali e latrati sconnessi, che suonavano come rimproveri, ordini, offese.
Successivamente, il silenzio gravitò sulle teste di ciascuno come un macigno.
Brividi lungo gli arti, sudore ad imperlare la fronte, respiro mozzato.
L'immobilità, carica di tensione, che si distese tra gli astanti, venne interrotta da un'unica sagoma ondeggiante nella bolgia.
Copricapo provvisto di nere corna caprine, ricoperte da edera appassita, vestito pece, stretto ad evidenziare il suo sottile punto vita, balze sfilacciate sul pavimento, nastri del corpetto ricamato, appena slacciati.
Il suo procedere era suadente, ma incuteva timore persino alle sue stesse compagne, che indietreggiavano con rispetto di un passo per permetterle di procedere senza ostacoli.
La sconosciuta passò dinanzi uno specchio, colma di orgoglio ferale.
Gli Arcanisti acuirono la loro vista, nel tentativo di scorgerne le fattezze.
Tuttavia, un teschio si riflettè sulla sua tersa superficie, privo di occhi, naso, labbra.
La profonda scollatura dell'abito, metteva in risalto l'osso sternale e l'inserzione frontale delle prime coste della gabbia toracica, tra le cui insenature si scorgevano polmoni incancreniti, avvizziti.
Successivamente, rivolse loro le spalle.
Erano candide e ricoperte da pelle di luna, scolpite, sinuose, in aperto contrasto con la sua spettrale natura.
La colonna vertebrale, appena distinguibile tra uno stuolo di pizzi, modellava una schiena giovanile e levigata, le cui curve ispiravano sospiri.
Jonathan si perse a contemplarla, rapito per qualche istante dalla sua immagine, completamente ammaliato.
"È l'Ape Regina...", sussurrò Maurice al suo orecchio sinistro.
Egli assentì.
Una megera si avvicinò alla donna, ritta su dei sopraelevati scalini.
Portava un fagotto con sè.
I piagnistei e i gemiti si levarono da esso assordanti.
Un palmo nodoso di vecchia ne afferrò il contenuto, tirandone fuori, da una tenera caviglia, un neonato strillante di paura, nudo e a testa in giù.
Lilith ebbe un moto d'ira, a quella visione.
Sguainò il pugnale a stiletto, legato alla sua coscia destra e lo elevò per tirarlo.
Eppure, Jonathan la fermò.
"Non essere impulsiva, Lilly"
"Sono dei mostri!", berciò quella, affranta.
"Trattieniti ugualmente"
La straniera accolse il bimbo fra i suoi arti, con indole quasi materna, prima.
Lo cullò sul proprio petto, sino ad acquietare i suoi lamentosi guaiti. Allungò un mignolo, lasciò che il poppante iniziasse a succhiarlo e per numerosi istanti, restò ad osservarlo, mentre le sue palpebre diventavano pesanti e il sonno, dopo estenuanti strilla di sgomento, giungeva finalmente ad accoglierlo, dopo la crisi.
Una ninna nanna, appena canticchiata dalla bocca vermiglia di lei, creava un motivetto tetro, ma conciliatore.
La sua aiutante le porse allora una daga affilata.
Le sue iridi ne lambirono il metallo arruginito, accarezzandone le venature in prossimità della punta.
Contemporaneamente vocalizzi aspri, rauchi, si sparsero tra gli spettatori frementi che già pregustavano l'odore di virgineo, puerile sangue fresco.
I Windigo scalpitavano, impennando sulle zampe posteriori e leccandosi il muso bavoso; le meretrici ridacchiavano sgraziate, strappandosi i capelli dalla frenesia o artigliandosi le guance.
La brama, la sete di sacrificio in nome del loro Padrone infervorava i loro animi, conducendole all'apice di una macabra, esaltata estasi.
Lilly volse lo sguardo altrove, del tutto impossibilitata a guardare la scena. Lucide lacrime di immensa sofferenza e rabbia le imperlavano le pupille brune.
Ma al tanto aspirato infilzamento, l'ebbrezza dell'auditorio svanì, rimpiazzata da fastidiosi ruggiti di protesta e malcontento.
Della decrepita che aveva offerto la vittima, non rimaneva altro che in un ammasso scomposto, difforme di viscere e membra ridotte in poltiglia.
I suoi umori schizzati addosso alle prime file, erano stati accolti dalle fauci spalancate dei Windigo, vogliosi di non sprecarne nemmeno una singola goccia.
L'ingordigia li accecò e i loro ululati si sparsero ovunque, nel frattempo che si accalcavano sullo strazio appena compiuto.
QUALE ALTRA PUTTANA INTENDE SEGUIRLA ALL'INFERNO?
Urlò la Sacerdotessa, sovrastando tutto quel baccano.
CHE SIATE DANNATE IN ETERNO, LURIDE, DISGRAZIATE CAGNE! E CHE IL PANDEMONIO POSSA DILAGARE SU QUESTA TERRA, INTRISA DI SCHIFO! MA SIATE PIÙ LUNGIMIRANTI DI QUESTO, MALEDETTE FIGLIE! POICHÈ IL DIO CAOS NON È MERA DISTRUZIONE... È IL NOSTRO POTERE!
Una nube di fumo ingoiò la sua persona dal nulla, ed essa sparì, permettendo a quell'orrida esalazione sprigionatasi dal suo corpo, di penetrare le narici dei suoi adepti, rinvigorendone la tempra, l'eccitazione, nel frattempo che le incantatrici si spogliavano dei propri abbigliamenti succinti, stordite dalla lussuria.
Il lascivo banchetto, adesso, poteva realizzarsi.
Tra le grida di inebriante cupidigia che già si accavallavano in maniera disordinata, i tre fanciulli si organizzarono sull'imminente agguato. Le difese dei nemici, in effetti, si erano praticamente azzerate.
Noi ci occupiamo di loro, John. Tu... Sai cosa fare!
Gli ordinò Maurice.
Egli barattò un cenno di complicità, salutò i suoi amici e si volatilizzò, preparato a materializzarsi altrove.
Sii prudente, Jonathan.
Lo supplicò Lilith, scorgendolo svanire.
A presto, Lilly.
Poi, il vuoto.
Gli intestini avevano smesso da tempo di contorglisi nell'addome. Alle iniziali materializzazioni, rimembrava perfettamente che andasse subito di stomaco.
Ma nonostante quel malessere appartenesse al passato, nel presente ce n'era un altro che lo turbava: era sentore di incombente catastrofe.
Al ridestarsi, si ritrovò tra due pareti di fitti rampicanti che curvavano in fondo ad un oscuro sentiero.
Il cielo color ebano, non permetteva ad alcuna stella di palesarsi, quasi rifiutandosi di concedere a qualsiasi tristo pellegrino della zona, il lusso di potersi orientare.
E così, anche Jonathan vagò.
Cieco, smarrito nel ventre del labirinto all'esterno del palazzo, che lo aveva fagocitato.
Una brezza leggera diresse il suo cammino. Nutrì speranza, abbandonandosi al suo governo.
E provò un intenso sollievo, allorquando le muraglie di vegetazione si dissiparono e la fine del percorso si dischiuse su un promontorio, affacciato sul tempestoso oceano.
La tenebrosa ragazza era seduta sul suolo. Aveva capelli blu notte, di un riccio spettinato, scompigliati dal vento, che ricadevano sfiorando con delicatezza il terriccio.
Non era sola.
Un ferale lupo era accucciato di fianco a lei, con il capo appoggiato sulle sue gambe incrociate e i piedi nudi amalgamati al fango, lusingato dalle sue lente carezze.
Andrà tutto bene, Sif... Non crucciarti...
Mormorò lei.
Il suo timbro era dolce. Assolutamente diverso da quello degli istanti antecedenti.
A Jonathan parve già sentito.
Un palpito lo fece tremare, pur tuttavia, con la spada sfoderata, egli incedette ugualmente per decapitarla.
L'improvviso uggiolare della belva, però, lo insospettì.
E rallentò la sua foga, rimanendo celato dietro una colonna.
Di lì a poco, un enorme serpente sibilò mellifluo, puntando, nel riverbero della sterpaglia, la sua preda inerme.
Si insinuò nel suo grembo, spiegazzando il tessuto della gonna all'altezza dell'inguine, si arrampicò con le spire per le sue scapole, serrandole il collo, infine, proiettò le propria orbite nelle sue e principiò a parlare, dominandola nella sua morsa.
Dov'è il piccolo?
Non ti interessa.
La coda a sonagli fremette di collera, dinanzi a quella sconsiderata contestazione.
Sembrava l'ennesima.
Ma, imponendosi calma, il viscido si arrese.
Le sue scaglie si sollevarono, come se stesse compiendo la muta, eppure sotto di esse il rettile ne uscì con sembianze taglienti, crudelmente umane, porgendole una mano e invitandola a seguirlo.
Come devo fare con te? Spiegami.
Le disse, cingendola nel suo mantello.
Possiamo persuaderli... Convincerli a passare alla nostra fazione. Tu lo hai fatto con me! Senza scannarli nè straziarli. Piegheremo la loro volontà, assoggettandola alle Tenebre. Verranno irretiti!
Provi pietà per loro?
No, li detesto! Ma ci stiamo estinguendo, Flegias. E trasformandoli in noi, godremo a pieno del loro martirio, avendo al contempo la nostra completa vendetta sugli abominevoli mortali. Li tramuteremo negli stessi incubi che abborrono! Le nostre schiere si amplieranno. Comanderemo il mondo!
O potremo spazzarli via come polvere, generando un figlio nostro. Sarà erede del Caos. Concediti a me, nella notte cocente del Sabba...
Soffiò nei suoi lobi, baciandola con lasciva passione, mista a prepotenza. Lei si staccò da quel contatto con una smorfia di disgustoso ribrezzo, dipinta in volto.
Lui, colpito nell'orgoglio, le mollò uno schiaffo colmo di astio.
Non conoscerai altro amore, al di là del mio! Nè delizia! Nè ardore! Tu mi appartieni dal giorno in cui ti ho raccolta! SEI MIA! MIA... SOLTANTO!
Jonathan si pietrificò.
Udì dei singhiozzi provenire da lei. Erano argentei, ma acquisirono presto una connotazione di amaro divertimento.
La giovane rideva, sguaiata, ammattita.
E allorquando la sua faccia fronteggiò quella del suo aguzzino, la sua vista lampeggiava di veleno.
Bastò un secondo.
Il suo palmo trapassò il torace di Flegias, che restò attonito da quella sorprendente mossa.
Uno squarcio a scarnificargli il busto macerato.
Con quale cuore sei disposto ad amarmi, se te ne privo?
Gli sputò lei, stizzita, strappandoglielo a forza dal tronco.
È marcio. Tutto in noi, lo è!
Continuò, facendoglielo dondolare sotto il mento.
Liquido scuro a colarle lungo l'avambraccio e il gomito.
In seguito, lo tirò in pasto al docile Sif, che ne divorò ciascun muscolo imputridito.
Non osare toccarmi... Mai più! O te ne farò pentire. Sai di cosa sono capace...
Terminò, scrutandolo crollare carponi, sadicamente felice della barbarie inferta dalla sua protetta.
Era cresciuta bene.
Successivamente, lei si sporse dal fiordo e saltò giù dalla roccia.
Pipistrelli in volo...", conclusi, mentre uno scoppio di tuono fece vibrare le fondamenta della nostra casa.
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