Capitolo XI
Jonathan osservava la luna.
Mancava l'ultimo spicchio, prima che risultasse piena.
Stavano per arrivare.
Ancora pochi giorni di viaggio e sarebbero giunti a destinazione.
Di dormire, purtroppo però, non se ne parlava affatto.
Il ragazzo passava in rassegna ogni minimo dettaglio, preparandosi mentalmente all'imminente azione. E una sorta di febbrile eccitazione lo teneva desto, costringendolo a ripetersi a più riprese sempre la stessa domanda:
Chissà se affronterò finalmente il Demone che ha arso da cima a fondo il mio villaggio...
Lo avrebbe guardato dritto negli occhi, in tal caso, prima di infliggergli la battuta finale.
Si sarebbe vendicato. E avrebbe gioito vedendo le sue membra disfarsi in cenere, in seguito alla sua decapitazione.
Poteva quasi immaginare il momento esatto in cui il suo viso si sarebbe specchiato nelle iridi rettiliformi della Demoniaca Bestia, adesso.
Gli angoli delle labbra gli si curvarono terribilmente in un estatico, distorto ghigno di soddisfazione, a quella fantastica conclusione.
Sì...
Avrebbe scrutato il soffio di vita abbandonare quella lordura, nel frattempo che il suo corpo, col capo mozzato, si dimenava in spasmi, contorcendosi dal dolore, alla stregua della coda di una lucertola.
Le streghe, per il resto, non sarebbero state un problema, rimuginava.
Era ormai finito il tempo in cui da bambino si era nascosto da una di quelle meretrici sotto il letto della sua camera.
Dopo il colpo mortale, le loro fattezze mutavano: l'espressione efferata, preda dell'influenza di un qualche spirito maligno, tornava ad addolcirsi; gli artigli si ritiravano; l'aspetto serpentino spariva.
Il Creatore ridonava loro il volto fanciullesco dell'infanzia.
Nella maggior parte dei casi erano adolescenti irretite dal Male, infatti, se non bambine, addirittura.
La Morte comprensiva le rendeva di nuovo belle, come una volta.
Sembrava quasi dormissero nel suo indissolubile, freddo abbraccio, persino: guance rosate, bocche vermiglie, pelle ambrata.
"Trovate la Pace..."
Jonathan bisbigliava solo questo, dinanzi le loro mimiche non più animalesche.
Se c'era un Dio Onnipotente ad accoglierle sul serio nel finale cammino verso un fantomatico paradiso biblico, il fanciullo sperava che il Padre Eterno avesse mostrato loro clemenza, in definitiva.
Ricordava, a tal proposito, di averne parlato con Talbot, un giorno.
"Suppongo non sappiate di preciso cosa succede a quelle fanciulle... Non è così? Sono... Dannate in eterno?"
Il precettore lo guardò bieco.
Poi, per tutta risposta, iniziò a disegnare sulla lavagna con un gessetto bianco alcune antiche rune.
"Laguz, noi lo definiamo, l'Ignoto; Kaunan, viceversa, è la Conoscenza. Io ho semplicemente imparato a credere a ciò che i miei occhi vedono ed esperiscono, John. L'invisibile... Lo considero solo mera assurdità! Perciò... Non nutrire pietà per i defunti... Sono i vivi, la tua unica prerogativa", concluse con magnificenza.
"Vuoi del pane, John?"
La domanda interruppe d'improvviso il lesto galoppare dei suoi sfrenati pensieri, proprio nell'attimo in cui si stava sforzando di rammentare come fosse continuata la discussione in compagnia del suo maestro.
Lilith prese posto a sedere di fianco a lui, porgendogli timidamente una soffice pagnotta.
Il fuoco al centro del piccolo accampamento che avevano disposto, era in via di spegnimento.
I ceppi scoppiettavano, esausti.
Maurice ronfava, accucciato in posizione fetale all'interno di un sacco a pelo.
Serafico, pacifico.
Jonathan lo invidiava.
Pareva non serbare alcuna traccia di timore.
Lilly, al contrario, riteneva si trattasse di becera strafottenza.
Mau era nato scavezzacollo.
"No, sono sazio..."
"Perchè non riposi un pò?"
Lui sorrise.
Ne risultò una smorfia un pò sghemba.
Alla ragazza, tuttavia, sussultò ugualmente il cuore.
"Sto... Bene, Lilly. Grazie per l'interessamento"
"Di nulla", biascicò lei, addentando il tozzo.
"Prima di spirare... Mastro Drake mi ha rivelato il motivo per cui è tornato a far parte della Congrega...", commentò a bassa voce.
"E... Cioè?"
"Suo figlio è rimasto vittima di uno di Loro. E pure sua moglie. La felicità non appartiene a noi Arcanisti. Sono state queste, le ultime parole che ha sussurrato al mio orecchio. Io... L'ho sempre giudicato aspramente, nonostante condividessimo simili perdite..."
Lilly gli prese una mano, custodendola delicatamente tra le sue.
"Non infliggerti colpe che non hai, John. Te ne prego..."
Calò un silenzio, colmo di reciproca, affine vicinanza.
Esclusivamente i gorgheggi di quel debosciato di Maurice cadenzavano lo scorrere dei minuti.
"Vorrei essere come lui, alle volte...", scherzò Jonathan, indicandolo.
"Una zucca vuota, intendi?", proruppe lei, scoccando al fratello un'occhiataccia di rimprovero.
"Distaccato da qualsiasi evento avverso. Senza continue paturnie o inutili elucubrazioni di sorta, insomma"
Lilly sbuffò, facendosi coraggio.
"Tu...", balbettò.
Il giovane la squadrò, incuriosito.
Lei non si intimidì.
Desiderava fronteggiarlo.
"Tu sei meraviglioso, John...", sentenziò in un fiato.
Infine, gli scoccò un fugace bacio sulla guancia e gli augurò la buonanotte, ritirandosi.
Era da mesi che lui carpiva perfettamente la reale natura di quei piccoli segnali.
'Sarà una cotta momentanea. Le passerà...', ipotizzava.
Ma aveva comunque preferito ridurre al minimo ogni attimo di eccessiva complicità con lei.
La gentilezza poteva essere scambiata per puro, genuino interesse.
Lo sapeva bene.
E darle l'impressione di star giocando con i suoi sentimenti, pur non volendolo, sarebbe stato come perderla per sempre.
Magari anche quella era una forma di acerbo, immaturo amore: proteggerla da eventuali delusioni future.
Oppure si doveva rimanere solo pazienti, ad attendere, e un mattino, al risveglio, i suoi sentimenti avrebbero ricambiato con ardore quelli di lei.
Eppure, il dolce sapore dell'infatuazione, nonchè quella palpabile, primitiva sensazione di viscerale appartenenza a qualcuno, lui rimembrava perfettamente di averla già provata...
Gli pareva essere trascorsa un'esistenza da allora, ciò nonostante l'emozione che lo legava a Lilly aveva un gusto estremamente diverso.
'Concediti tutto il necessario per comprendere a pieno... E quando le acque si saranno calmate, prenderai la tua decisione', si impose, studiando la ragazza appoggiare delicatamente il proprio capo, su un impolverato borsone, usandolo a mò di cuscino.
"Sembri un orribile barbagianni, fermo a quel modo e con i bulbi oculari spalancati, John! Lasciatelo dire! Sii buono e ricarica le tue forze. I vostri idioti chiacchiericci, cari i miei piccioncini, sono un vero tedio!", bofonchiò Maurice, riaccomodandosi sotto le ruvide coperte.
"Noi non..."
"Avete la mia benedizione! Auguri e figli maschi! D'accordo? Adesso, taci!", terminò, ricominciando a russare.
Godeva di un sonno profondo.
Nemmeno una granata lo avrebbe potuto disturbare.
Pur tuttavia, di quella sua ennesima nota di imprudenza, Lilith gliene fu oltremodo riconoscente.
"Sei un tesoro, Mau...", mormorò, infatti, circondata dalle calanti tenebre.
RockLathor Castle sorgeva al di sopra di uno strapiombo, affacciato sul tempestoso oceano, immerso da un ovattato sottofondo di onde spumanti che si infrangevano contro la scogliera.
"Ci abitava qualche nostro avo lì. Si tratta almeno di un secolo fa. Non è così, Maurice?", esordì Lilith, consultandolo.
"Mi sa che gli inquilini siano cambiati da un pezzo, sorellina...", le rispose lui, prima che un tuono chetasse il suo sarcasmo.
Si raccontavano varie storie su quel posto.
Alcune genti, invise ad uno dei precedenti, sanguinari possessori, erano state murate vive all'interno delle sue pareti.
Serviva da avvertimento.
Con le ossa dei nemici,
Costruiremo la nostra casa.
Così recitava ancora l'effige, posta sul pericolante ponte elevatoio.
Perciò, non c'era affatto da stupirsi se le voci su eventuali avvistamenti di fantasmi si rincorressero di continuo nei villaggi limitrofi, arricchendosi di sempre nuovi particolari, transitando di bocca in bocca.
Soltanto il Diavolo in persona avrebbe potuto prendere dimora in un luogo tanto infestato, esclamavano i cittadini.
E il Demonio stesso, persuaso da quella lusinghevole e gratuita attribuzione, sembrava proprio avesse dato loro ascolto.
"Dunque... Ci travestiamo?", propose il bruno, cominciando a disfarsi dei calzari.
"Dobbiamo davvero partecipare al Sabba?", questionò Jonathan, alquanto dubbioso.
Maurice gli si scaraventò addosso, afferrandolo lesto dalla collottola.
"Là dentro ci attende uno stuolo di streghe e di creature deformi. In quale modo ritieni di poter accedere? Domandando con cortesia il permesso? Prego, entrate? Non essere stupido!"
"Chi si occuperà dell'Ape Regina?", proseguì il biondo.
"Tu, ovviamente. Uccisa lei, le altre fattucchiere si indeboliranno. E con esse, il Demone. Noi ci occuperemo del resto, come sempre... Strategia vincente, d'altronde, non si cambia!"
Passò qualche minuto, prima che i tre fossero pronti.
Lilly indossò un abito pomposo in pizzo scarlatto: uno stretto corsetto le stringeva il busto, slanciando la sua intera figura, mentre una maschera le celava accuratamente i lineamenti del viso, rendendola pressochè irriconoscibile.
I due ragazzi portavano, invece, dei lunghi cappotti in pelle con lo scopo di nascondervi sotto il proprio intero arsenale. Anche le loro facce erano coperte.
Una mistura di Asfodelo e Dittamo, infine, mitigava i loro odori.
Le Creature della Notte, spesso cieche, sfruttavano in effetti l'olfatto per riconoscere le prede.
Le ghiandole salivari, colpite dalla percezione limitrofa di carne fresca, producevano immediatamente saliva. E questa innescava in esse una feroce fame, spingendoli ad assaltare famelicamente la vittima designata.
Maurice, in passato, aveva rischiato la vita per aver dimenticato di intingersi le vesti con quel decotto.
Ora, imparata la dura lezione, se lo versava a fitte cascate, attento a non tralasciare neanche il più piccolo centimetro di tessuto, imbibendone accuratamente ciascuna trama.
Acquattati nei pressi di un cespuglio, i fanciulli aspettavano guardinghi.
L'accesso era controllato.
Un essere dall'aspetto canino, ne sorvegliava il passaggio. Aveva appena azzannato un suo sottoposto, senza alcun apparente motivo.
Poi, si era dileguato.
Rimanevano in dieci, ora, a fare da vedetta.
"Al tuo via, Mau!", gli ingiunse la sorella, puntando gli scagnozzi.
"Adesso, Lilly!"
Le orbite della ragazza ruotarono al contrario. La quiete che si distese in quei frangenti avrebbe fatto rabbrividire chiunque.
Per lunghi istanti, parve non succedere nulla di particolare, sino a che cinque di quegli abomini, governati come marionette da un invisibile burattinaio, brandirono dal fodero le proprie armi e vi si trafissero in completa automia.
"Manipolare le Menti altrui..."
Le voci dei suoi insegnanti rimbombarono nella testa di John alla stregua di un lampo, in quell'istante, catalpultandolo subito ad almeno tre anni prima.
Erano nel laboratorio sotterraneo di Drake.
"...È stancante, mocciosa. Te ne do atto. Della pozione di Rabarbaro è quella che farà al caso tuo. Ha un gusto vomitevole. Sa di rancido, ma tempra! Posso assicurartelo", spiegò lui, provando a raggiungere, allungato il suo fidato bastone, una ciotola in bilico riposta nello scaffale più in alto.
Il biondo gli si fece incontro, aiutandolo.
"Lilly soffre di numerosi svenimenti, di recente. Siete certo che basti? Funzionerà?"
"Sono vecchio... Ma non demente, giovane! Porta rispetto!", lo fulminò l'altro, tremendamente scocciato.
"Me ne occupo io...", carpì, in quell'istante.
Ripiombando subito nel presente, come richiamato dal trillo di una campanella, Jonathan ebbe a disposizione appena una frazione di secondi per rendersi conto che ben cinque copie di Maurice si stavano contemporaneamente fiondando all'assalto.
"La Duplicazione, in progressione logaritmica, espanderà le tue singole abilità, Maurice..."
Ancora passato.
Com'era possibile?
Vi era stato catapultato, senza alcun tipo di controllo.
"Maurice! Basta poltrire, Santo Cielo! Presta attenzione. Oh Padri Fondatori, infondetemi calma! Sei il peggiore dei miei allievi!"
Ancora Talbot, durante una delle sue miriadi imprecazioni giornaliere.
"Perdonatemi..."
"Il mio livello di sopportazione ha oltrepassato ogni limite, con te!"
"JOHN!"
Un sonoro schiaffo lo colpì in piena gota, a quel punto.
Egli riacquistò completa lucidità.
I suoi compagni lo miravano, preoccupati.
"Cosa ti prende, cazzo? Ti eri...", principiarono.
"Non è niente. Procediamo!", ordinò, schiarendosi la gola e avanzando dritto nelle fauci del maniero, ormai sgomberato dai soldati in pattuglia.
Pure lui era allarmato.
Pur tuttavia, non glielo rivelò.
"John...", lo supplicò Lilith, notandolo rabbuiarsi.
Qualcosa non andava.
Era palese.
"Basta, Lilly! Rimani concentrata sull'obbiettivo... Ti scongiuro", la zittì il fratello, superandola e seguendo con risolutezza il suo amico alla volta dell'impenetrabile oscurità.
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