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1. All I Want

'Cause you brought out the best of me
A part of me I'd never seen
You took my soul wiped it clean
Our love was made for movie screens

Sally's POV

"Eddie, non ti sembra che questi colori cozzino un po' troppo tra di loro?" gli domando, fissando le pareti della nostra casetta a Chicago.

Dopo anni in cui avevamo cambiato più appartamenti che vestiti, finalmente ne avevamo trovato uno che faceva proprio al caso nostro, nella zona del Garfield Park, non distante dal mio college.

"Ma che dici? Io ho spinto a prendere questo proprio per il colore delle pareti!" esclama, facendomi sollevare un sopracciglio.

"Certo, blu e verde insieme, chi non vorrebbe avere le pareti decorate da una simile accoppiata?"

Lui ridacchia, poi mi stringe a sé da dietro.

"Tranquilla, domani andremo dal ferramenta e potrai scegliere la pittura che preferisci. Ritinteggerò io tutto, come piace a te." mi rassicura, sussurrandomi nell'orecchio e facendomi salire i soliti brividi.

"Anche se optassi per il blu e il viola?" lo punzecchio.

Sbuffa.

"Anche se fossero nero e marrone!" insiste.

Mi volto e mi ritrovo faccia a faccia con lui.

Le mie iridi verdi si incastrano nelle sue scure. Poi le nostre labbra si incontrano – le sue morbide e piene avvolgono le mie, mentre le nostre lingue si scontrano, scambiandosi i sapori.

Le mie dita si intrecciano ai suoi capelli lunghi, che tiro leggermente, provocandogli un mugolio soddisfatto, e sorrido.

Le sue mani mappano il mio corpo, in una maniera così intensa, eppure così familiare, che mi fa tremare le gambe come sempre.

"Ti amo, Munson." gli sussurro tra un bacio e l'altro, facendolo sorridere.

"Ma io di più!" ribatte deciso.

Abbasso le palpebre e mi faccio sovrastare dai brividi, rilassandomi. Solo il riccio riesce a portarmi in quel posto che nessuno conosce, eccetto noi.

Il suono del telefono interrompe questo dolce momento e io ne sono infastidita, ma decido di lasciarlo stare.

Purtroppo, il trillo si fa sempre più insistente e allora mi costringo ad aprire gli occhi.

E mi sveglio.

New York 1996

Lo squillo del telefono è sempre più pressante. Mi giro dall'altro lato, ancora sconvolta dal sogno, ma non posso ignorarlo a lungo. Potrebbe essere una chiamata di lavoro e non posso far finta di nulla. Non in questo momento in cui i soldi mi fanno comodo particolarmente.

Rassegnata, caccio fuori il braccio da sotto il tepore delle coperte e lo espongo all'aria mattutina di maggio.

Afferro la cornetta e me la porto all'orecchio, ostinandomi a tenere gli occhi chiusi.

"Pr... pronto?"

"Henderson?" come volevasi dimostrare, è Tim Smith, capo del giornale per cui lavoro, il Tribe Magazine.

"Mh." mugugno.

"Henderson, sono le 10.30 del mattino, cazzo. Non dirmi che ancora dormi?" domanda sconvolto.

"No, no," cerco di darmi un tono, fallendo miseramente. "Stavo... mh, rimettendo a posto gli appunti dell'intervista a Courtney Love."

Non posso vederlo, ma già me lo immagino che sta sollevando un sopracciglio al mio fioco tentativo di mentire.

"Henderson, sono due ore che provo a chiamarti, cazzo. Ti voglio qui, operativa in quaranta minuti, chiaro?"

Tim Smith è noto per il suo cipiglio arcigno e per riuscire ad inserire la parola cazzo ogni tre pronunciate.

Sgrano gli occhi.

"Ma sono a Brooklyn, per arrivare lì a Midtown come minimo ce ne metto quaranta, senza contare il traffico!" protesto.

"Bene, allora ti consiglio di metterti subito in cammino, cazzo!" e aggancia, impedendo qualsiasi mio tentativo di protesta.

"Uffffff!" sbuffo, poi lancio un'occhiata veloce al caos che c'è nella stanza e mi forzo ad alzarmi.

Non ho tempo di fare colazione, prenderò un caffè veloce da Starbucks se riesco, mi infilo al volo in doccia e cerco di stare attenta a non bagnare i capelli, altrimenti mi servirebbe un'ora solo per rimetterli in piega.

Mi vesto con una camicetta bianca e una gonna longuette grigia che abbino a un blazer dello stesso colore e poi indosso un paio di decolleté nere.

Odio camminare su questi affari, ma Robin dice che una vera donna in carriera non può non indossarle – ho dovuto fare una specie di corso per imparare a camminarci senza cadere a ogni passo, con lei e Vickie che mi prendevano in giro.

A questo proposito, mi ricordo che devo avvisarle sul cambio di orario della cena di stasera. Mi faccio un appunto mentale e afferro il mio cellulare, un Motorola StarTac ultimo modello. Steve dice che tra dieci anni i telefonini potranno collegarsi a internet e fare fotografie, a me viene da ridere al solo pensiero, ma, oh, è lui l'esperto in questo campo, quindi alzo le mani.

Chiamo un taxi e scendo giù velocemente, per quanto mi riesce a causa di questi affari ai piedi.

"Buongiorno Sally!" mi saluta Antonia, la dirimpettaia. "Sempre di corsa?"

"Buona giornata a te!" ricambio, sparendo per le scale.

Ovviamente, abito al settimo piano, senza ascensore, perché non potevo permettermi un appartamento con ascensore quando ho cominciato a lavorare come giornalista musicale.

Adesso tutti mi dicono che sarebbe ora di trovarmi un posto più decente, magari a Manhattan. Ma io sono così abituata agli odori e ai colori di Brooklyn. Mi ricordano tanto la mia Chicago e perciò mi piace molto stare qui. Inoltre, il trasferimento è comunque nell'aria, lui me ne ha parlato più e più volte, sono sempre io che faccio orecchie da mercante. Ma fino a quando potrò farlo ancora?

Sospiro ed entro nel taxi giallo che mi si è appena fermato davanti.

Inforco i miei rayban cats eye e provo a rilassarmi, anche se sono già in ritardo di una vita. Guardo sfilare davanti a me le strade di New York e, quando stiamo per immetterci sul ponte di Brooklyn, sollevo un attimo le lenti per osservare meglio il panorama che mi si staglia davanti: lo skyline della City con le Twin Towers che splendono come non mai. Pazzesco.

Non avrei mai pensato di trasferirmi in questa città, eppure, il destino ha voluto così. All'inizio eravamo solo io e Eddie, ma poi a mano a mano ci hanno raggiunti anche Steve, Robin e Vickie.

Il solito colpo allo stomaco mi colpisce e stavolta so di averlo provocato da sola – mai indugiare su determinati pensieri. Lo dovrei sapere bene. Ho anche scritto un mantra in proposito, eppure, a volte sono io la prima nemica di me stessa.

Apro la borsa e prendo il lettore cd, indosso le cuffie e lascio che la musica mi aiuti a scacciare via i cattivi pensieri.

Aretha Franklin – Respect.

Bene, ho davvero bisogno di una canzone femminista!

Le note mi cullano nel traffico newyorkese e mi aiutano a non pensare al resto.

Arrivo di fronte alla redazione del Tribe con una mezz'oretta di ritardo rispetto all'orario impostomi da Tim, pago ed entro nel grande grattacielo di cinquanta piani. Esibisco il mio badge a Frank, il portiere, e raggiungo uno dei tre ascensori disponibili. Pigio il tasto 32 e mi appoggio alle pareti di acciaio, interrogandomi su cosa potrà mai volere Smith da me, quando sa benissimo che sto ancora lavorando ad un pezzo.

Giunta al mio piano, mi affretto a recarmi nell'ufficio del mio capo, ignorando i vari tentativi di chiacchiera dei miei colleghi, in particolar modo quelli di Janeth, che non farebbe altro che spettegolare dalla mattina alla sera.

Di fronte alla massiccia porta in mogano del direttore, esito un attimo prima di farmi coraggio e bussare.

"Avanti!" la voce burbera di Tim mi accoglie, assieme al forte odore del suo dopobarba costoso.

"Buongiorno, Tim." lo saluto.

"Ti aspettavo almeno mezz'ora fa, Henderson! Sei sempre in ritardo, cazzo!" mi rimprovera.

"Lo so ma..." comincio, ma lui con un cenno della mano mi interrompe.

"Lascia perdere, se non fossi una delle mie penne migliori ti avrei già licenziata da tempo per questa tua brutta abitudine di fare tardi!"

"Sì, ma sono brava nel mio lavoro, appunto." provo a difendermi.

"Henderson, parliamoci chiaro, sei la più scombinata dei miei redattori, eppure, scrivi molto bene. Tu sai di cosa stai parlando, sei una vera musicista, la musica ti scorre nel sangue, ma credimi, non ti affiderei incarichi importanti se potessi, perché sei anche ritardataria, competitiva, poco incline alla condivisione, e quindi, avrei evitato di affidarti questa intervista, stavolta, ma..." sospira.

"Ma?" lo incalzo.

"Mi è stato fatto espressamente il tuo nome, altrimenti il lavoro non ci viene concesso, e sarebbe un'esclusiva per noi del giornale. E quando dico esclusiva intendo che saremmo gli unici negli Stati Uniti a riuscire a intervistarli!" mi fa mezzo orgoglioso e mezzo preoccupato.

Non capisco bene dove voglia andare a parare, quindi faccio del mio meglio per farmi affidare l'incarico.

"Tim, sai che quando lavoro con gli artisti tutti i difetti che mi hai appioppati non si palesano, giusto? Quindi, assolutamente, affidami questo pezzo e vedrai che non ti deluderò." affermo decisa.

"Tanto stavolta non ho molta voce in capitolo, ti ripeto, mi hanno detto che l'intervista o la fanno con te o non la fanno proprio!" la sua voce è sempre più sconsolata e io continuo a non afferrare.

"Beh, allora che problema c'è? È fatta!" esclamo entusiasta, poi incuriosita aggiungo. "Chi devo intervistare stavolta?"

Già mi immagino John Frusciante dei Red Hot Chilli Peppers dopo il suo abbandono al gruppo e comincio mentalmente a impostare una scaletta di domande, dato che sono almeno un paio di anni che vorrei scriverci un articolo.

"Corroded Coffin!"

Due parole e la terra sembra aprirsi sotto i miei piedi. Evito questo nome da anni, facendo lo slalom alla radio per deviare le loro canzoni e qualsiasi riferimento al loro gruppo.

"Cosa?" riesco a dire in una flebile voce.

"Il loro frontman ha chiesto espressamente di te. Sai che loro non rilasciano interviste, stavolta ci hanno assicurato un servizio di sei pagine, con tanto di foto in esclusiva, Henderson! Ma hanno specificato che vogliono essere intervistati solo ed esclusivamente da te, cazzo!" comincia a camminare avanti e indietro, sembrando quasi più agitato di me.

Impossibile, io sono oltre l'agitazione, ho cominciato a sudare freddo e il palmo della mano destra ha cominciato a pizzicarmi come non faceva da un po'.

"Non posso, Tim." faccio risoluta.

Lui sgrana gli occhi e gli va di traverso il fumo.

"Tu cosa? Sono io che non posso, non voglio accettarlo che tra tutti i miei validi giornalisti, devo affidare quest'incarico proprio a te! E tu fai anche l'ingrata!" è indignatissimo.

Io sono ancora sotto shock.

"Henderson, non fare cazzate, cazzo! Se mi mandi in fumo quest'intervista, puoi dire addio al tuo lavoro di giornalista! Non ti prenderanno nemmeno quelli del Metro per scrivere del quotidiano del treno!" mi minaccia.

"Tim, non posso accettare, ho avuto dei... mh, trascorsi con Munson, non posso fare io questo lavoro!" confesso, arrossendo.

Lui dilata le pupille in un misto di comprensione.

"Capisco, ma è successo tempo fa, no? Non puoi sotterrare l'ascia di guerra adesso?"

Io non replico.

"Henderson," sembra che stia parlando con una bambina, "Il Tribe ha bisogno di te. Sai che non navighiamo in buone acque, quest'esclusiva ci permetterebbe di risanare un bel po' di situazioni... ti prego!" mi implora.

Non lo avevo mai visto in questo stato, mi fa un po' pena, nonostante sia uno stronzo, ma, in effetti, il magazine non sta andando benissimo, e una novità simile permetterebbe la vendita di molte copie, nonché molte ristampe.

Allo stesso tempo, però, dovrei rivedere il ragazzo che mi ha spezzato il cuore, e cercare di fare finta di nulla. Anche se sono passati tre anni e le cose sono andate avanti, ho paura che rivederlo potrebbe riportare a galla una serie di ricordi e di emozioni che sarebbe meglio tenere nascoste.

"Henderson," prosegue il mio capo dato che me sto da qualche minuto buono a fissare fuori dalla finestra senza parlare. "Ti darò un aumento, dopotutto stai per sposarti, no? Ti faranno comodo un po' di soldi in più, giusto?" cerca di corrompermi in tutti i modi.

"Sì," ammetto, cercando di non pensare ai mesi di preparativi che mi aspettano. "D'accordo, accetto!" cedo a malincuore. "Però voglio Buckley con me come fotografa." sottolineo.

Lui sospira, ma sorride rasserenato.

"E sia! Lavorerete insieme, cazzo!" e mi tende la mano.

Io gliela stringo e sospiro pensando alle settimane dure e frenetiche che mi si prospettano.

But if you loved me
Why did you leave me

Take my body
Take my body
All I want is
All I need is
To find somebody
I'll find somebody

⚠️ATTENZIONE⚠️: quest'opera è protetta da copyright © - sono vietati plagi, anche in modo parziale.

***

ciao a tutt*,
vi erano mancati questi due? che ne pensate di questo primo capitolo? ** prometto di pubblicarne almeno uno a settimana, ma non vi garantisco perché il tempo è sempre poco :(
ho pensato di impostare questo sequel, con pezzi di canzoni che mi ispirano il racconto e i capitoli a prescindere dalla loro epoca di pubblicazione e metterle come titolo del capitolo, che ve ne pare come idea? <3
vi è piaciuto questo regalo di S. Valentino? **
Fatemi avere i vostri commenti, opinioni, sensazioni che sapete che adoro leggerli **
e se vi va, e la storia vi piace, lasciate pure una stellina per supportarla, grazie <3
Effy **

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