QUATTRO
Sono ormai dieci minuti che sto fissando i vestiti sul mio letto, indecisa su che cosa dovrei indossare. Non so come ci si vesta per andare ad una festa e non so come saranno vestite le altre ragazze: saranno eleganti, con i capelli sciolti, i tacchi alti?
Vorrei davvero poter schioccare le dita e ricevere tutte le risposte alle mie domande, ma tutto quello che posso fare è stare qui a rimuginare senza mai giungere ad una soluzione -e sono già le sei.
Ho passato tutta la settimana a fantasticare su questa sera, immaginandomela come la più bella della mia vita, senza mettere in conto che avrei potuto incontrare difficoltà del genere.
Mi prendo la testa fra le mani e mi accascio per terra, preda allo sconforto e all'indecisione, sapendo benissimo che non ce la farò mai a prepararmi per la festa in tempo. Devo ancora asciugarmi i capelli e non ho la più pallida idea di cosa fare dopo.
Sospiro forte, cercando di ricacciare indietro le lacrime al pensiero che dovrò chiamare Gareth ed inventarmi una scusa per non partecipare alla festa quando un paio di colpi alla porta mi fanno sobbalzare.
Mi metto in piedi e cerco di assumere un aspetto normale prima di parlare.
"Avanti."
Gioia fa capolino dalla porta con un sorrisetto complice ad illuminarle il volto ed uno strano entusiasmo negli occhi che la fanno sembrare una ragazzina. "Posso?"
Io le faccio cenno con la mano di entrare e lei ridacchia eccitata, richiudendosi la porta alle spalle prima di raggiungermi.
"Come sta andando?" In risposta alla sua domanda faccio una smorfia e lei si inginocchia accanto a me studiando con aria critica i miei jeans e le magliette. "Ho capito."
Mi risparmia l'onere di esprimere a voce alta la criticità della situazione ed io gliene sono grata.
"Posso permettermi di consigliarti cosa mettere?"
Sento una flebile speranza crescere in me mentre sollevo lo sguardo sui suoi occhi e noto un sorriso furbo incresparle le labbra.
"Lo faresti?" Chiedo a voce bassa, come per non spezzare l'incantesimo che l'ha portata da me in un simile momento. Lei si illumina ed annuisce.
"Ovvio che sì. Se vuoi posso anche darti una mano con trucco e parrucco." E con le mani gesticola, indicando la mia faccia ed i miei capelli.
"Sì, ti prego!" Incrocio le mani sotto al mento e lei sorride, alzandosi in piedi trascinandomi con sé per poi osservare da vicino i miei vestiti. La smorfia sul suo viso mi fa perdere le speranze per un attimo, ma poi sembra che le sia venuta un'idea e sgattaiola fuori dalla stanza, lasciandomi lì con la curiosità che mi affolla il cervello.
Torna pochi secondi dopo con tre vestiti fra le braccia che appoggia sul letto per farmeli esaminare. Sono davvero bellissimi e non riesco a credere che sia disposta a farmene indossare uno.
"Scegli." Mi dice ed io per poco non scoppio a piangere. Li osservo bene tutti e tre ma so già quale voglio.
Indico con un dito un vestito di media lunghezza con la gonna di un tessuto rosa antico, impalpabile, e la parte superiore lineare e affatto scollata, ma appariscente per via dei brillantini argentati che la ricoprono. Lei mi sorride e afferra gli altri due vestiti, dirigendosi verso la porta.
"Vado a sceglierti un paio di scarpe e a prendere la trousse. Corri ad asciugarti i capelli."
Obbedisco di buon grado, di nuovo speranzosa ed eccitata all'idea di andare alla festa e lascio che Gioia mi pettini e mi trucchi a dovere facendo un lavoro a dir poco ottimo. Quando infatti mi guardo allo specchio stento a riconoscermi.
Sono sempre io, certo, ma non sono mai stata più elegante di così: alla fine ho chiesto a Gioia di raccogliermi i capelli, per non essere troppo audace, e lei ha creato un'opera d'arte raccogliendo due enormi trecce in una crocchia enorme sulla nuca che non mortifica affatto il trucco leggero sugli occhi e le labbra.
Vorrei piangere, ma temo di rovinare il suo bel lavoro, quindi abbasso lo sguardo per non lasciarmi sopraffare da questa nuova emozione che mi pervade. Gioia mi stringe in un abbraccio inaspettato ed io non posso fare a meno di ricambiare questo suo gesto, impreparata a questo slancio emotivo.
Gioia non sarà mia madre, ma non è mai stata particolarmente affettuosa nei miei confronti –benché non mostri di disprezzarmi- e sapere che non ce l'ha con me perché sto per andarmene e lasciarla con i miei e Mab diminuisce il mio senso di colpa.
Qualcuno bussa alla porta e sono sorpresa di vedere mia madre che, tesa, sta sulla soglia guardando me e Gioia con uno sguardo che non riesco a decifrare.
"Gareth Hanson è giù e chiede di te." Mi informa.
Gioia si illumina e ridacchia, dandomi di gomito, mentre io abbasso lo sguardo, rossa come un pomodoro. Mia madre esita un attimo, torcendosi le mani fra loro, prima di sospirare e abbassare la testa a sua volta in direzione del pavimento.
"Sei davvero bella stasera." Mormora a voce così bassa che temo di essermi immaginata tutto, ma anche Gioia al mio fianco si immobilizza e mi rivolge un'occhiata interrogativa, come per sincerarsi di aver udito bene.
Mia madre sgattaiola al piano di sotto ed io rimango interdetta per un attimo prima che il cuore prenda a martellarmi forte nelle orecchie al pensiero che Gareth mi sta aspettando al piano di sotto per portarmi alla festa.
Gioia mi stringe una mano per incoraggiarmi ed io faccio un respiro profondo prima di prendere il coraggio a due mani e dirigermi verso le scale, scendendole piano per evitarmi una caduta rovinosa giù dai gradini che rovinerebbero il lavoro di mia sorella e mi farebbero perdere un sacco di punti.
Gareth è stato fatto accomodare in salotto e, seduto sul divano, spiega ai miei genitori che la festa si tiene a casa sua e che durerà fino a mezzanotte circa.
Mia madre storce il naso, chiaramente contraria all'idea che io torni così tardi a casa, ma non protesta e rimane silenziosamente seduta accanto a mio padre che, stranamente, sembra essere il più autorevole dei due. Forse non vuole sminuire la sua figura davanti a Gareth o forse si è realmente convinta che farmi andare alla mia prima ed ultima festa sia una buona idea, fatto sta che non ha nemmeno alzato lo sguardo.
"Vi prometto che non la perderò di vista. Certo, sarebbe difficile farlo, è casa mia, non una discoteca vera e propria ma..."
La voce di Gareth si affievolisce quando entro nella stanza ed i suoi occhi si sollevano su di me, osservando il mio abbigliamento prima di incontrare il mio viso. Abbozzo un sorriso e spero che il calore che sento non sia ben evidente sulle mie guance.
Gareth apre la bocca, poi la richiude, e mio padre si volta nella mia direzione, incuriosito. I suoi occhi si spalancano e la bocca si schiude mentre un sorriso complice gli illumina i tratti del volto. Sembra di nuovo giovane e mi fa sentire bella.
"Keara." Mi saluta papà, voltandosi subito verso Gareth.
"È tutta tua" dice, e mia madre emette un verso strozzato, palesemente in disappunto. Vorrei che il pavimento mi inghiottisse per non lasciarmi più, ma Gareth rompe l'imbarazzo alzandosi e salutando i miei prima di raggiungermi sulla soglia.
Mi guarda ed io non posso fare a meno di notare quanto stia bene senza la divisa scolastica: la camicia ha qualche bottone aperto che lascia intravedere il petto liscio ed i pantaloni neri gli ricadono morbidi sulle gambe. Gli faccio strada fino all'ingresso e solo quando siamo fuori mi permetto di prendere un respiro profondo.
Gareth fa lo stesso e ci voltiamo l'uno verso l'altra nello stesso momento, scambiandoci uno sguardo complice prima di scoppiare a ridere.
"Scusa per la situazione imbarazzante." Dico guardandomi i piedi per impedirmi di sbavare alla vista dei suoi occhi.
"Non fa niente, mi sono offerto io di farlo." Esita un momento prima di parlare, ma quando lo fa, è come se qualcosa dentro di me si accendesse.
"Sei molto bella stasera. Il vestito ti sta davvero bene."
"Grazie." Sussurro, sorridendo tra l'imbarazzo ed il sentirmi lusingata.
Sento la sua mano scivolare fra la mia ed il sorriso mi muore sulle labbra, mentre alzo lo sguardo su di lui. Sembra rilassato, ma noto una luce insicura nei suoi occhi che me lo fa apparire più umano e fa sì che parte del mio imbarazzo si dissolva.
"Vogliamo andare?" Mi chiede, ed io annuisco, abbozzando nuovamente un sorriso.
Ci incamminiamo verso casa sua, ad appena cinque isolati dal mio, ed io mi godo la vista della nostra Regione di notte: non sono mai uscita prima a quest'ora, nemmeno con mamma e papà, e devo ammettere che se non ci fosse Gareth a guidarmi rischierei seriamente di perdermi.
Ci fermiamo poco dopo davanti ad una casa singola, distribuita su due piani, in una zona molto simile alla mia, con l'unica differenza che qui le case hanno tutte l'illuminazione esterna.
Gareth mi fa entrare nell'ingresso ed un odore di agrumi e vaniglia da far venire l'acquolina in bocca mi avvolge, facendomi sentire quasi a mio agio. Noto che non c'è musica e nessuna delle stanze ben arredate che superiamo è addobbata o piena di studenti pronti a divertirsi e per un attimo mi insospettisco.
Possibile che debbano ancora arrivare tutti?
In fondo al corridoio c'è una porta che, una volta aperta, emana un forte odore di fumo mentre i bassi rimbombano. Gareth si volta verso di me mentre scendiamo le scale che portano al seminterrato ed io gli faccio un cenno affermativo mentre richiudo la porta alle nostre spalle.
È straordinario il modo in cui lui e sua sorella hanno organizzato questo evento: le luci sono state abbassate e altre lampade proiettano una luce rossa che illumina a malapena una pista da ballo gremita di ragazzi e ragazze che, con mia grande sorpresa, sfoggiano vestiti davvero corti e provocanti. Alcune di loro sono talmente diverse da sembrare modelle e attrici ed io sono grata a Gioia per avermi preparata: se avessi indossato i jeans ed una semplice maglietta avrei certamente fatto una pessima figura.
Gareth continua a tenermi per mano mentre mi guida tra la calca di ragazzi verso un tavolo ricoperto da bicchieri di plastica e ne riempie due con una bottiglia trasparente dal collo strano prima di porgermene uno.
Io lo prendo e bevo un grosso sorso per poi pentirmene amaramente: è alcool, non so quale di preciso, e mi brucia in gola facendomi lacrimare.
"Accidenti." Impreco, tossendo, e Gareth mi sorride, sinceramente divertito. Lui prende un sorso dal suo bicchiere ma non sembra scalfirlo più di tanto.
"Vacci piano Keara" mi dice vicino all'orecchio per sovrastare il rumore e la musica "questa roba ti sale tutta dopo."
Non sono sicura di che cosa voglia dire ma annuisco, trattenendo a stento una risata.
"Vieni, ti presento un paio di persone." Mi prende per mano e mi trascina con sé presentandomi molti dei ragazzi della nostra scuola che io ho solo incrociato nei corridoi fino ad ora.
Gareth è solare e divertente e riesce a parlare con tutti di qualsiasi cosa e, allo stesso tempo, riesce a non farmi sentire esclusa né sola. Per tutta la sera mi tiene per mano e mi porta in giro mentre fa gli onori di casa, assicurandosi che ci sia sempre qualche bottiglia piena.
Un paio d'ore dopo l'inizio della festa ho già fatto la conoscenza di mezzo istituto e camminato più di quanto non abbia mai fatto in vita mia e Gareth sembra sempre più allegro e sudato.
"Ti va di ballare?" Mi si avvicina all'orecchio mentre parliamo con un gruppo di ragazzi dell'ultimo anno. Sono simpatici ma non sembrano essere ben messi ed il rossore sulle loro guance indica che hanno alti quantitativi di alcool in corpo.
Annuisco e lascio che lui mi guidi in mezzo alla pista da ballo, indecisa su come dovrei muovermi: la gente è talmente stipata da rendere difficile respirare e qualsiasi movimento è ostacolato dagli altri. C'è chi salta sul posto, chi si dondola sui talloni, chi muove i fianchi e perfino chi si bacia, ed io non riesco ad averne mai abbastanza.
Se qualcuno si baciasse con così tanta passione a scuola o per strada verrebbe immediatamente arrestato, multato e denunciato dal Governo come un fornicatore, oltre che a venire considerato un personaggio poco rispettabile, ma qui a nessuno sembra importare cosa facciano gli altri né con chi.
È tutto completamente illegale e, allo stesso tempo, accettato da tutti.
Gareth mi passa le braccia attorno alla vita, attirandomi più vicina, ed io appoggio le mani sul suo petto, arrossendo quando sfioro con le dita la sua pelle nuda ma senza spostarmi, troppo euforica di star facendo qualcosa di così proibito e, allo stesso tempo, così bello.
"Ti piace la musica?" Mi chiede, avvicinandosi al mio orecchio.
"È buona per ballare."
Lui sogghigna. "Non è il tuo genere, eh?"
"Non sono abituata a sentirla così alta" Ammetto "ma mi piace."
Gareth non smette un attimo di parlare e farmi domande: quale colore preferisco, in quale materia vado meglio, se sono contenta della mia famiglia, cosa ne penso della situazione politica.
Ad un certo punto smette di parlare e mi guarda dritta negli occhi, aumentando la stretta sui miei fianchi e facendomi mozzare il respiro. Abbassa la testa verso la mia e prima che possa rendermene realmente conto la sua bocca è sulla mia e si muove dolcemente mentre con la lingua schiude le mie labbra.
Come se l'avessi fatto già decine di volte porto le mani dietro la sua nuca ed accarezzo dolcemente le ciocche dei suoi capelli, godendomi la sensazione dei fili soffici che mi scorrono fra le dita mentre una parte del mio cervello registra il tocco delicato delle sue mani che scivolano più in alto sulla mia schiena, attirandomi più vicina.
Ansimo quando i nostri corpi si fanno così vicini da diventare un tutt'uno e lui rallenta il ritmo del bacio, limitandosi a posare dolcemente le labbra sulle mie una, due, tre volte.
Quando ci stacchiamo sono combattuta: una parte di me vorrebbe gettarsi su di lui e continuare a baciarlo per sperimentare una seconda volta l'euforia e la gioia provata poco fa, ma l'altra mi urla di scappare.
Improvvisamente capisco perché mia madre mi abbia vietato di stringere amicizie e di partecipare a feste come questa ed il dolore nel mio petto aumenta gradualmente fino a diventare insopportabile.
Sento le lacrime salirmi agli occhi e non riesco a fermarle mentre mi invadono le guance, facendo sparire l'espressione estasiata dal volto di Gareth. Non voglio trascinarlo giù con me, né ora né mai, e sento che l'unica cosa da fare è andarmene e non vederlo mai più.
Mi faccio strada tra i corpi che si muovono a tentoni, raggiungendo le scale solo dopo una buona manciata di minuti ed arrampicandomi con disperazione su di esse finché non giungo alla porta che dà sul corridoio e la spalanco, precipitandomi fuori.
"Keara!" La voce di Gareth mi raggiunge non appena varco la soglia di casa ed esco nella notte fredda di Ottobre. "Keara!"
Mi afferra per un braccio ed io mi divincolo, invano.
Lui mi costringe a voltarmi e l'espressione ferita sul suo viso non fa che amplificare il mio senso di colpa ed il mio strazio, facendomi desiderare di non essere mai nata.
"Lasciami andare." La mia voce non è ferma come vorrei e temo che Gareth possa non darmi retta.
"Mi dispiace, non volevo costringerti." Mi dice, abbassando la voce perché siamo all'esterno. Io scuoto la testa, desiderosa di poter piangere per una simile idiozia.
"Non sei stato tu" lo rassicuro "devo solo andarmene."
"Ma perché?" Gareth sembra veramente deluso ed io stringo i denti. Come faccio a dirglielo? Come posso caricarlo di questo fardello?
"Non importa" dico "tra poco sarà tutto finito."
"Che stai dicendo?" Mi chiede, la confusione ad incendiargli lo sguardo. Scuoto la testa cercando di schiarirmi le idee.
"Non sarei mai dovuta venire qui." Gareth mi tira a sé ma io cerco di opporre resistenza, dibattendomi fra le sue braccia.
"Non ti penti di avermi baciato?"
"No." Sussurro e la confusione sul suo volto aumenta.
"E allora cosa c'è che non va?" Mi chiede seriamente in apprensione.
Chiudo forte gli occhi e cerco di trovare il coraggio di calmarmi e spiegargli, ma le parole non riescono a risalirmi la gola e l'unica cosa che riesco a fare è armeggiare con la manica del dolcevita per scoprire l'avanbraccio.
"Questo non va." Mostro a Gareth il tatuaggio mentre tremo come una foglia. "Sto morendo"
Lui impallidisce mentre legge la mia data di morte e sposta gli occhi colmi di terrore sul mio viso. Leggo nei suoi occhi il desiderio di sentirmi smentire ciò che ha visto, ma io so di non poterlo accontentare quindi mi limito ad abbassare lo sguardo.
"No." Ansima.
"Mi dispiace." Sussurro.
ED ECCOMI QUI.
So che è mezzanotte e, tecnicamente, il giorno è scaduto (e molti di voi staranno dormendo) ma ho finito ora di scrivere il capitolo.
Oggi è stato un calvario: ieri mio padre ha rotto una lampada ed io mi sono tagliata una mano raccattando i cocci. Non contento mi ha trascinata in bici oggi e mi ha coinvolta in un furto di pannocchie (quelle di mais) dal campo di un contadino che, se ci avesse beccati, ci avrebbe fatto il culo a strisce che manco una zebra.
Inoltre tutti quelli che passavano in macchina ci lanciavano occhiatacce da far venire i brividi ai pinguini.
Che posso farci? Ho un padre che è un ragazzino.
Sono stanca quindi non mi dilungo più di tanto, prendo solo il tempo di ringraziarvi per tutte le cose carine che mi scrivete <3
Siete i lettori migliori del mondo <3
Domandina (giusto per rendere meno triste questo spazio): come pensate che si risolverà la storia?
Un bacione e a domani.
William
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