Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

𝑪𝒂𝒑𝒊𝒕𝒐𝒍𝒐 𝟏𝟎

ENRICO

16 gennaio 2010

Alla fine, lo avevamo fatto. Il giorno del suo compleanno. Cinque giorni prima. A Natale non si era creata l'occasione e neanche a Capodanno. Troppa gente intorno ogni volta. Sapevo avrebbe fatto male e mi ero preparato psicologicamente a provare dolore. Brando ce l'aveva messa tutta per farmi rilassare e io avevo cercato di concentrarmi sul momento, senza pensare alle mie paure. Più facile a dirsi che a farsi. Così quando avevo visto che stavamo rischiando di non concludere di nuovo nulla, avevo stretto i denti e sopportato quell'intrusione impaziente.

Per fortuna, il tutto era durato poco, compreso il dolore, e lui era sembrato contento. Anche io lo ero stato. Molto. Avevamo rotto il ghiaccio ed ero sicuro che le volte successive sarebbero andate sempre meglio. Dovevamo solo prendere confidenza con i nostri corpi e capire cosa ci piacesse fare e cosa no. Finalmente, non c'erano più ostacoli tra noi: mi aveva fatto suo, e di conseguenza lui sarebbe stato solo mio. Non avrebbe avuto più nessuna ragione per cercare altre persone. Gli avrei dato tutto ciò di cui avesse bisogno, purché lo reclamasse da me. Avrei fatto in modo che non ne dubitasse mai.

«Brando?»

«Sì?» mi rispose senza staccare gli occhi dal televisore. Eravamo chiusi in camera sua e lui stava giocando alla play, mentre io finivo i compiti di matematica seduto alla scrivania. Quel pomeriggio ci eravamo già distratti abbastanza e almeno uno dei due avrebbe dovuto occuparsi dei doveri.

«Stiamo ufficialmente insieme, vero?» Glielo chiedevo quotidianamente perché ancora non ci credevo davvero.

«Ti ho detto di sì! Cosa devo fare per fartelo capire? Mi sembri scemo a volte.» Si spazientì.

Perse la concentrazione dal gioco e, insieme, la partita. «Porca puttana!» Imprecò, alzandosi dal divano e scagliando il joypad contro i cuscini. «Tu e le tue cazzo di paranoie! Stavo per vincere.»

«Scusa. Non volevo distrarti.» Mi morsi il labbro per impedire di farmi trascinare dalle emozioni. Ero abituato ai suoi scatti di rabbia, ma quando erano rivolti verso di me mi ferivano. Voleva dire che lo avevo portato all'esasperazione.

Fece un paio di volte il giro della stanza per calmarsi e poi si accucciò accanto a me, prendendo le mie mani tra le sue e baciandomi un dito alla volta.

«No, scusa tu. Non devo arrabbiarmi così con te. Sai che odio vederti triste a causa mia.» Si protese per riuscire a darmi un bacio sulla bocca. Adoravo quando tirava fuori il suo lato più dolce, e approfittai di quelle labbra morbide per saziarmi di un po' di amore. «Cosa vuoi fare? Vuoi dirlo ai nostri genitori? A scuola lo sanno già tutti... è solo questione di tempo perché la voce circoli.»

«No,» gli risposi deciso, «non voglio che siano loro i primi a saperlo.»

Mi guardò con aria interrogativa, ma poi capì quali fossero le mie intenzioni. C'era solo un'altra persona che si era guadagnata il mio affetto incondizionato.

«Va bene, allora. Andiamo a dirlo alla nonna.»

17 giugno 2023

Augusta Vittoria De Mari, mia nonna da parte di mamma, aveva ottantanove anni ma lo spirito di una sessantenne. Quarta erede del titolo nobiliare, era rimasta orfana a vent'anni e vedova a trentacinque, con due figlie piccole. Aveva dovuto farsi un gran culo per mantenere intatto il patrimonio di famiglia, adattandosi ai cambiamenti della società e investendo in nuovi mercati. Molti uomini avevano cercato di portarla all'altare una seconda volta, ma lei non ne aveva mai voluto sapere. I suoi unici interessi erano sempre stati solo la sua famiglia e le sue proprietà.

Pur essendo estremamente autonoma e autosufficiente per una donna della sua età, da una decina di anni si era trasferita a casa di mia zia.

Quella mattina, me ne stavo coricato sul divano del suo salottino, con la testa appoggiata sul suo grembo e lo sguardo fisso al soffitto. Andavo a trovarla almeno una volta alla settimana ed erano momenti preziosi di cui temevo la fine. Nella vita, mia nonna aveva subito tantissimi interventi, arrivando spesso a rischiare la pelle, ma ogni volta ne era uscita più forte. Peacemaker, protesi alle anche e protesi al ginocchio: la chiamavo la nonna bionica. Prima o poi, però, avrebbe dovuto fare i conti con l'inevitabile... e io non sarei mai stato pronto a quel momento, perché senza di lei mi sarei sentito ancora più solo.

«A cosa pensi, tesoro mio?» mi chiese, passando una mano dalle dita nodose tra i miei capelli.

«A niente in particolare.» Risposi senza distogliere gli occhi dal delicato affresco floreale.

«Sarò anche vecchia ma non mi inganni. Lo vedo che sei infelice e vorrei che me ne parlassi. Una volta mi dicevi tutto...»

Era vero. Mia nonna era sempre stata la mia confidente, sia quando le cose andavano bene, che quando avevano iniziato ad andare male. Per quanto fossi sicuro che non approvasse la mia relazione con Brando, non l'aveva mai giudicata e mi aveva sempre dato buoni consigli per aiutarci a risolvere i nostri problemi. Da quando, però, ero stato io a chiedere un periodo di pausa, avevo costruito un muro anche con lei, perché temevo che questa volta i suoi suggerimenti avrebbero condotto in una direzione diversa. E non ero pronto a percorrerla.

«Sono felice. Perché non dovrei esserlo?»

«Guardami negli occhi e ripetilo un'altra volta.» Puntò un dito sotto il mio mento e mi costrinse a specchiarmi nelle sue iridi acquose. L'azzurro che le aveva brillato tutta la vita negli occhi, adesso, era appannato dalla cataratta ma il suo sguardo indagatore non aveva mai perso di intensità.

Deglutii a disagio la saliva che mi aveva impastato la bocca. Se volevo essere credibile, mi sarei dovuto concentrare su quello che stavo per dire.

«Sto costruendo la mia felicità. Sai che non è facile con lui... ma ci stiamo impegnando molto.» Buttai fuori.

«Va bene, tesoro. Mi fido di te. Sai che vi amo entrambi alla stessa maniera, anche se Brando è meno affettuoso di te. Ormai siete adulti e vi auguro un futuro sereno.»

Perché sembrava così triste ora? La sua voce diceva una cosa ma il suo volto esprimeva tutt'altro.

«Nonna,» mi tirai su a sedere e le avvolsi le spalle in un abbraccio, «non preoccuparti per noi. È vero che abbiamo passato momenti difficili, ma abbiamo sempre lottato per stare insieme. Lo sai, no? Ci hai visti crescere uno accanto all'altro.»

Mi accarezzò una guancia con affetto e mi sorrise. Dio, quanto amavo quella donna. «Lasciami essere sincera per una volta: tu hai lottato per voi. Tu ti sei sempre addossato i suoi problemi. Tu lo hai messo sempre al primo posto. Puoi dire che lui abbia fatto lo stesso per te?»

Un pugno in faccia avrebbe fatto meno male. Non mi diceva cose che non sapessi, ma sentirle a voce alta avevano tutt'altro effetto rispetto al sibilo nella mia testa. Era tutto vero, ma io ero quello fortunato. Quello che, nonostante due genitori indifferenti, aveva avuto tutto per diritto di nascita e non si portava addosso traumi che gli avevano rovinato la vita. L'unica fortuna di Brando era stata quella di essere adottato dai miei zii, ma il suo passato non sarebbe mai stato cancellato. Non meritava che fossi io a fare uno sforzo in più?

«I-io...» balbettai, non sapendo cosa risponderle.

«Enri, riflettici bene e prova per una volta a pensare a quello che vuoi tu. Sono abbastanza vecchia per assicurarti che non è bello vivere di rimpianti. Sei ancora giovane per scrivere il futuro che desideri davvero.»

Annuii, commosso e frastornato da quel discorso a cuore aperto. Avrei fatto tesoro delle sue parole, anche se non sapevo da dove partire per metterle in pratica.

Mentre mi beavo del calore del suo abbraccio, mia madre e mia zia fecero irruzione in salotto. La mia quiete era finita. Quando quelle due si presentavano insieme non era mai un buon segno.

«Brando non c'è?» Mi chiese mia madre con disappunto.

«No, è andato a correre ma tra un po' dovrebbe arrivare.»

Era sabato, uno di quelli rari durante i quali ci radunavamo in famiglia per pranzare tutti insieme.

«Ok, allora aspetteremo anche lui per condividere l'idea che io e tua zia coltiviamo da un po'.» Si scambiarono un'occhiata complice, di quelle che mi facevano tremare le ginocchia.

«Che cosa state architettando? Voglio saperlo subito.» Indagai sospettoso.

Mia zia non vedeva l'ora di spifferare tutto e, senza aspettare il consenso della sorella, iniziò a parlare. «Abbiamo trovato la clinica in America che fa al caso vostro.» Dovette dare per scontato che avessi capito a cosa si riferisse perché rimase in attesa di una mia reazione, ma io ero decisamente confuso.

«Clinica? America? Per cosa?» Domandai spostando lo sguardando su ogni donna attorno a me.

«Per la GPA, ovviamente,» proseguì mia madre, «avete raggiunto l'età giusta per fare un figlio, no?»

Scattai in piedi sconcertato da quello che avevo appena ascoltato. Non stavano dicendo sul serio! Io e Brando non avevamo mai parlato seriamente di figli ed ero abbastanza sicuro che fossimo d'accordo sul non volerne. Eravamo già abbastanza incasinati noi, ci mancava solo di rovinare la vita a una creatura innocente.

«Siete per caso impazzite? Come vi è venuta in mente un'idea simile senza prima chiederci cosa ne pensassimo?»

Mia madre mi raggiunse e mi afferrò per le spalle sfidandomi a guardarla nei suoi occhi glaciali. Era poco più bassa di me, il volto affilato contornato da un caschetto di capelli castani che tingeva ogni mese per non dare tempo alla ricrescita di mostrarsi.

«Senti, non abbiamo mai avuto niente contro la vostra bizzarra relazione. Non ci interessa che siate gay, bisessuali o quello che diamine siete. La nostra famiglia, però, ha pur sempre bisogno di un erede e la scienza ci viene in soccorso per fare in modo di averne uno di sangue.» Era entrata nella modalità ricca donna senza scrupoli e avrei voluto scappare da quella casa gigantesca che in quel momento mi sembrava così opprimente.

«Enri?» richiamò l'attenzione mia zia, che era una versione molto più dolce e gentile di quell'arpia di mia madre. «Non vogliamo mettervi fretta, solo invitarvi a prendere in considerazione la cosa. Sapete che non sarà un problema sostenere tutte le spese necessarie e parliamo di una procedura regolamentata e controllata.»

Non avevo nulla contro la GPA, anzi, ritenevo fosse una grande opportunità sia per coppie eterosessuali che omosessuali. Se un giorno avessi desiderato un figlio mi sarei informato a dovere ma, a oggi, il problema era proprio l'idea di avere un figlio, non come farlo. Questo concetto sarebbe stato difficile da far capire a una donna che mi aveva generato solo per assicurare la successione del suo nome.

Cercai di calmarmi e tornare in me. La nonna non aveva preso parte alla discussione ma mi rivolse uno sguardo comprensivo. Poi, parlò alle sue figlie.

«Sono sicura che se Enrico e Brando decideranno di allargare la famiglia, saranno i primi a informarsi a dovere su tutte le varie opportunità. Concedetegli di arrivare a trent'anni senza il peso di questi pensieri.»

Mia zia mise su il broncio e mia madre sbuffò. Non sopportavano di essere zittite quando erano in preda al loro entusiasmo.

«E va bene,» si arrese per prima mia zia, «ma ti lascio comunque il fascicolo che abbiamo creato con tutte le informazioni raccolte. Non si sa mai che vi venga voglia di sfogliarlo. Vado a preparare il pranzo. Vieni con me, Anastasia?» Mia madre annuì e insieme si diressero verso la porta, sbattendola alle loro spalle.

Per qualche secondo rimasi a fissare il punto in cui erano sparite, quando la nonna ruppe il silenzio: «Ribadisco il mio consiglio: pensa bene a come vuoi costruire la tua vita.»

Mi voltai con un'espressione rassegnata e tornai ad accucciarmi accanto a lei in posizione fetale. Quanto stavano deragliando i miei desideri da quello che avevo sempre pensato?

***

«Cosa pensi di questa storia del figlio?» Brando mi colse di sorpresa con quella domanda. Ci si metteva pure lui ora?

Stavamo tornando a casa dopo il pranzo e mi fermai di colpo, tirandogli il braccio per farlo voltare verso di me.

«È una follia e quelle due sono pazze. Io non ne voglio figli.» Risposi con fin troppa durezza.

«Non ne vuoi in generale o non ne vorresti con me?» Non c'era rimprovero nella sua voce, solo curiosità. Realizzai di non sapere come rispondere, perché non avevo mai preso in considerazione l'idea di costruire una famiglia con qualcuno che non fosse lui. All'improvviso, un bambino ricco di lentiggini e con un sorriso che sembrava un raggio di sole prese forma nella mia testa. Sbattei le palpebre per scacciare quel pensiero assurdo e inopportuno, e strillai stizzito: «In generale! Non mi ci vedo proprio come padre.»

«Io invece ti ci vedrei. Nessuno sa prendersi cura delle persone meglio di te.»

"È di me, infatti, che non so prendermi cura", pensai.

Lo stomaco mi si contorse, ma non riuscii a elaborare le emozioni che stavo provando. Non derivavano da Brando, erano completamente inedite.

«Beh, grazie.» Borbottai imbarazzato. «E tu, invece? Ti ci vedresti come padre?»

Un'ombra gli oscurò il volto rendendo la sua espressione minacciosa. Una persona che non lo conosceva bene avrebbe pensato che fosse pronto a spaccare qualcosa.

«No.» Affermò senza esitazione, e io sospirai di sollievo.

«O meglio...» riprese, perdendosi qualche secondo a riflettere.

Aiuto.

«Sicuramente non vorrei un figlio che discenda da me. Se, però, un giorno dovremo adempiere al volere della nostra famiglia, allora cercherò di essere un buon padre per un figlio con i tuoi geni.» Concluse quel discorso solenne prendendomi il viso tra le mani e baciandomi a fior di labbra.

Ok, in quel momento avrei solo voluto vomitare. Avevo bisogno di aria, di respirare a pieni polmoni e liberare la mia mente da quei discorsi assurdi.

Mi staccai da lui e sospirai. «Senti... Ti dispiace se oggi pomeriggio vado a fare un giro con la moto?»

Brando alzò le spalle indifferente. «Fai quello che vuoi, tanto io tra un'ora mi preparo per andare a Santa Margherita a fare sup. Poi stasera mi fermo con gli altri fuori a cena.»

Ah. Non me lo aveva detto e non mi aveva invitato. Provai sollievo a constatare che la cosa non mi feriva più. Sentivo, però, la necessità di passare anche io un sabato sera in compagnia. E c'era una sola persona che desiderassi vedere.

***

SPAZIO AUTRICE: Buongiorno 💕 Un nuovo episodio sui giovani Enrico e Brando... immagino già tutti i vostri facepalm 😆 Ma che brutta cosa è la dipendenza affettiva? Enri, ti prego, escine!

Fanno la comparsa le donne De Mari: la nonna è una meravigliosa creatura che riesce a leggere in maniera chiara il cuore del suo nipote preferito ❤️‍🩹 ci si chiede come abbia fatto a generare una figlia tanto fredda e calcolatrice 🥲

Mamma e zia due partner in crime proprio 😅 Enrico sconvolto da certi piani diabolici! Ma ce li vedete quei due genitori? Dio ce ne scampi!

E chissà chi vorrà vedere Enrico per passare il suo sabato sera... non lo immaginiamo proprio 👀

Se il capitolo vi è piaciuto lasciate una stellina e ricordate che ogni feedback è sempre ben gradito! 🫶🏻

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro