R - Non è un buon motivo per ignorarmi
Pubblicazione 15/05/2022
XIII
"Dovresti sfruttare la tua velocità. Ieri sera ne hai dato prova con Leah." mi rimproverò mentalmente mio padre dopo l'ennesimo tentativo andato in fumo. Avevo dato massima prova delle mie capacità sfuggendo alle prese di Leonard più d'una volta ma non appena mi avvicinai alla porta, inciampai sui miei stessi passi cadendo per terra senza che il colpo andasse a buon fine.
"Dovresti evitare di entrare nei miei pensieri, papà." risposi lanciandogli un'occhiataccia, mentre riprendevo fiato, stanca e amareggiata. Mio padre non mi toglieva gli occhi di dosso, sfruttava tutte quelle occasioni in cui non ero nascosta a casa Black oppure a casa nostra per dirmi la sua. Era stato lui a insegnarmi a cacciare così come a difendermi ed era logico che volesse accertarsi delle mie abilità. Le sue intrusioni nella mia mente si facevano sempre più ricorrenti così come le sue ramanzine. Dispensare consigli non richiesti, rimproverarmi quando mi nascondevo e, cosa più fastidiosa fra tutte, bacchettarmi quando pensavo distrattamente a Jacob, era il suo modo per esternare la sua paura di perdermi.
« Per oggi avete finito. » suggerì nonno, sistemandosi al fianco di mio padre. I due avevano assunto la stessa posizione, entrambi con i gomiti appoggiati sul parapetto del porticato bianco che dava sul cortile esterno della reggia di Esme. Per un attimo, mi sembrarono davvero padre e figlio: stesso portamento, stessa espressione corrucciata e stessi occhi dorati.
Ignorai lo stop del nonno e cercai invano l'approvazione di Leonard per avere un'altra chance. Sì, volevo riprovarci ma anche sfruttare quel ragazzone come sacco da boxe per scaricare la gelosia e la frustrazione accumulata dalla lite con Jake. Ma lui non ne aveva proprio voglia. Se ne stava con la schiena posata su quella specie di porta fatta di tronchi sbilenchi, con la testa china su un orologio da tasca dorato, scorrendone docilmente la lunga catenella tra le dita. Il suo orologio era il suo giocattolo e, ogni volta che ne aveva l'occasione, dava più importanza allo scoccare del tempo piuttosto che alle persone attorno a lui. Era un pezzo d'antiquariato fuori dal comune: internamente, sottili lancette azzurrine gareggiavano sul quadrante in madreperla; esternamente, sull'oro erano incise le sue iniziali: una piccola L, seguita da una grande W sorretta da un leone.
« Con grande rammarico, noto che il vizio di fissare non te lo togli. » disse contrariato, osservando che mi ero avvicinata fin troppo per i suoi gusti.
« Vorrei riprovare. » lo esortai con voce ferma e approfittai di quella minima vicinanza per analizzare meglio quel cimelio. L'orologio si apriva su entrambi i lati per rivelare uno straordinario meccanismo fatto di ingranaggi, ruote e rotelle. Presentava una cassa a occhio di bue sulla parte anteriore e una piccola finestrella sul fondello da cui mi fu possibile ammirare il bilanciere oscillare avanti e indietro.
L'incessante ticchettio, amplificato dal silenzioso fruscio delle foglie svolazzanti, era quasi ipnotico.
« E io vorrei che trovassi qualcos'altro da guardare. » si lamentò della mia insistenza, mi diede le spalle e, facendo cenno a quei due uomini di non voler essere infastidito, si incamminò verso la radura.
"Torna dentro. Non ha voglia di proseguire con l'allenamento."
Un altro suggerimento non richiesto. Grazie, papà.
"Non è un buon motivo per non parlarmi." Replicai, quasi inseguendolo, salutando mio nonno e mio padre con un mezzo sorriso.
« Il tuo orologio è bellissimo. Lo hai da molto tempo? » gli domandai, tentando di mantenere il suo passo svelto, calpestando erba bagnata e terriccio fresco con un balzo raggiunsi il suo braccio e mi ci aggrappai.
« ... o qualcun altro con cui parlare... » sbuffò, infilando l'orologio in tasca e svincolandosi dalla mia presa, risentito e affranto continuò la sua passeggiata solitaria. Da come si comportava, non sembrava timido o introverso. Nient'affatto, era estroverso ma riservato ed era uno strano connubio. Per un'asociale come me si poteva essere estroversi o introversi. Nessuna via di mezzo.
Ma in quella minima simpatia che c'era tra di noi, i ruoli si erano invertiti. Ero io a fare la prima mossa mentre lui sopportava silenziosamente, aspettando il momento - o la scusa giusta - per sottrarsi alle mie domande. Quella velata avversione che provava nei miei confronti, mi divertiva e allo stesso tempo incuriosiva tanto quanto il suo corpo malmesso.
« Hai sempre la bocca piena? O fumi o mangi, apri bocca raramente... se le mie teorie sono esatte, lo fai per la sete. Anche a me capita, a volte preferisco mangiare piuttosto che bere, ma non ho mai fumato... almeno non ho mai provato... » proseguii, dando voce ai miei pensieri.
Lui si fermò, sospirò e mi interruppe domandando maliziosamente: « Ti interessa la mia bocca, vampirella? » e sulla sua faccia si era stampato un ghigno sornionamente allusivo.
« Stronzo. » dissi tutto d'un fiato, ignorando che davanti a noi c'erano i suoi fratelli. Quando mi resi conto che Leonard si era incamminato di tutta fretta per raggiungerli, biascicai delle scuse ma Arthur preferì sfruttare la mia sfrontatezza per dirne quattro al fratello, scompigliandogli i capelli, si prese gioco di lui: « Arrogante, misogino, durak, ma ha anche dei difetti. »
Maggie, come se nulla fosse, prese i due per le spalle e stringendoli li strigliò per bene con voce stridula: « Voi due non la smettete mai di punzecchiarvi? Ogni scusa è buona, siete sempre i soliti... »
Come sempre, Arthur era felicissimo di vedermi e, facendomi l'occhiolino, mi sorrise dolcemente mentre riceveva le lamentele di Maggie. Tuttavia, il risolino di Margaret e le battute di Arthur cessarono quando lo squillo di un vecchio cellulare si intromise prepotentemente e Leonard rispose in un italiano fluente, allontanandosi da noi. Gli altri due, mi salutarono e lo seguirono senza fiatare.
Mi ritrovai un'altra volta sola con i miei pensieri, calciai l'erba bagnata pensando di poter calciare via la tristezza. Il mio tentativo di immergermi nella medicina per sfuggire dai problemi di cuore con Jake fu vano: parlare con Leonard era stato un buco nell'acqua.
Ritornai verso il giardino dei nonni, convinta che mio padre mi stesse ancora aspettando. Invece si erano dimenticati della mia assenza oppure non avevano voluto darci peso. Mi rifugiai ai piedi della magnolia in fiore, spiando la mia famiglia ridere e scherzare dentro casa. Le finestre mostravano le luci accese, papà suonare il pianoforte e gli zii scherzare fra di loro. Agli occhi di un estraneo quella poteva sembrare una famiglia perfetta: armoniosa, serena e priva di preoccupazioni. Più si faceva vicina l'Iniziazione, più le risate erano tenui e smorzate, e più gli occhi di mio padre si facevano tristi e quelli di nonno Carlisle seri.
Avrei voluto fermare il tempo, bloccarlo a quel giorno d'autunno a Victoria, immobilizzarlo quasi come quel cielo che si avvicinava alla notte. Non c'era niente a farmi compagnia, né un filo di vento, né il rumore delle cicale.
Chiusi gli occhi, poggiando la testa sulla quercia e, immergendomi nel pomeriggio inoltrato, ripensai a Jacob e a cosa fosse giusto fare. Sarei dovuta restare a casa Black? Cosa avrei dovuto dire a Jake e cosa a Leah? Come potevo evitare che la mia gelosia diventasse tossica, quasi patologica? C'era davvero motivo di essere gelosa?
« Perché è così difficile?! » mi lamentai, strizzandomi le guance e pizzicandole il più possibile per smettere di tormentarmi. Quando aprii gli occhi vidi mia madre, piegata sulle ginocchia togliermi le mani dal viso e stringerle a sè.
« Tranquilla, te la cavi piuttosto bene per essere una mezzosangue. » mi rassicurò, ipotizzando che la causa del mio malessere fossero le mie mediocri performance in battaglia. Quella frase, detta con tutta la dolcezza di cui mia madre era capace, mi ricordò quanto fossi inadatta, pigra, svogliata e incapace, in un corpo non conforme a fare ciò che gli altri, invece, consideravano un divertimento o naturale istinto di sopravvivenza.
« Non sono al vostro stesso livello. E non sono neanche lontanamente vicina al livello di Maggie e dei suoi fratelli. »
« Loro hanno trascorso gran parte della vita a difendersi. Tu hai avuto la fortuna di non essere mai stata in battaglia. »
« Sono stata fortunata ad aver avuto voi a proteggermi. »
Il mio destino sarebbe stato diverso senza il mio clan. Probabilmente, non sarei sopravvissuta all'unica figura estranea che avessi mai dovuto affrontare nella mia breve eternità: quella di Aro che da piccola avevo soprannominato l'acchiappa-pensieri. I suoi occhi iniettati di sangue, la risata acuta e la paura che questa portava con sé furono i protagonisti principali dei miei incubi d'infanzia.
Si sedette accanto a me e ne approfittai, per farmi coccolare da mia madre. Appoggiai la testa sul suo grembo e spiai il blu nascosto tra gli appariscenti boccioli rosa.
« Ma non è questo che ti preoccupa. » disse pensierosa accarezzandomi la fronte e capì subito chi era al centro dei miei pensieri: « Jake? »
« Mamma, per favore non chiedere. » dissi imbronciata. Odiavo che i miei genitori potessero mettere il becco tra me e Jake. Detestavo che mia madre lo avesse conosciuto prima di me e che conoscesse parti del suo carattere che io ancora non avevo avuto modo di conoscere.
« Devo preoccuparmi? »
« Affatto! Potresti preoccuparti di farmi da scudo contro quell'impiccione di papà. » le dissi scherzosamente, fingendo di avere le stesse doti di Maggie. Lei sorrise divertita e annuì, occultando il mio caos come polvere sotto il tappeto.
In cuor mio, sapevo benissimo di non poterle parlare dello stesso uomo che fu rivale di mio padre per il suo amore. Avrei voluto dirle che temevo di deluderla con il mio comportamento, con la mia incertezza nel combattere e nell'esprimere le mie emozioni all'uomo della mia vita. È così difficile essere sicuri di sé stessi, quando si è consapevoli di essere diversi dagli altri.
Questa consapevolezza era mia amica fin dalla tenera età, quando mi ero resa conto di essere l'unica a crescere. Di settimana in settimana ero cresciuta a vista d'occhio sotto lo sguardo attento del mio clan, assolutamente inconsapevole della mia evoluzione finché non avevamo trovato Nahuel e, solo successivamente, Margaret.
Posai la mia mano sulla sua pelle fredda, portando alla luce le immagini dei miei errori in battaglia e di quante volte sarei morta se l'allenamento fosse stato reale. Ero un pesce fuor d'acqua, una mezzosangue tra vampiri specializzati in ogni campo: Emmett era il più robusto e forte, Rosalie l'assassina perfetta, Jasper il combattente esperto, Alice la veggente, Carlisle l'ex Volturo, mia madre lo scudo e mio padre il guarda-pensieri.
Io non avevo doti particolari. Nessun potere speciale, ero una racconta-storie un po' malinconica.
« Guarda-pensieri è davvero buffo. » mi fece notare.
« Avrei detto guardone... » le dissi sbuffando e lei mi rimproverò accigliata: « Renesmee, stai parlando di tuo padre! » e rise felice.
« Piccola mostra-pensieri, tuo padre non è un guardone. Il suo potere gli dà la possibilità di comprendere veramente chi gli sta davanti, così come il tuo ti dà la possibilità di farti comprendere. È più difficile per chi non ha questa capacità comprendersi e lasciarsi comprendere... sai quanto è difficile immedesimarsi in tuo padre? Non ne hai idea. »
Delle parole di mia madre, captai solo quelle che mi avrebbero fatto comodo per sbrogliare la matassa. Il mio problema con Jake era la comprensione! Io non avevo compreso il suo punto di vista, non ci avevo nemmeno provato. Avevo provato a impormi, costringendolo ad accettare quella convivenza e a sopportare le angherie dei Winslear.
« Mamma! Sei un genio! » strillai, felice della mia scoperta. Le lasciai un bacio sulla fronte, salutandola.
« Dove vai? Dovresti cenare! »
« Risolvo un problema e torno! » dissi sorridente e facendole l'occhiolino andai dritta dal mio problema di nome Jacob Black.
-
"Vorrei parlarti, da soli." Questa era la frase che avrei dovuto ripetere a Jake.
La ripetei mentalmente, più e più volte per ricordarmi di non scaricare la mia rabbia su nessun licantropo, che fosse Seth o Leah. Titubante se bussare alla porta di casa Black o entrare utilizzando le chiavi che mi aveva dato Jake, decisi di farmi coraggio e colpii la porta con così tanta forza da lasciare le mie nocche impresse sul legno marrone.
Non ricevere nessuna risposta non mi scoraggiò, tutt'altro. Mi spinse a riprovare con più insistenza, finché Seth spalancò la porta. Visibilmente assonnato, stropicciò gli occhi ancora frastornato e mi chiese: « Cosa c'è Nessie? Hai interrotto il mio pisolino... »
« Devo parlare con Jacob. »
« Non potevi passare domattina? Comunque Jake non è in casa. Puoi aspettarlo dentro se ti va. » disse sbadigliando e invitandomi a entrare. Mi ero arrovellata per niente, mi ero tormentata su Jake senza motivo. Non era nemmeno lì, non c'era il suo odore ma... non c'era nemmeno quello di Leah.
Innervosita da quella scoperta, cercai di dissimulare domandandogli dove fosse andato, ma ero agitata. Mi sudavano le mani e la mancanza del suo odore mi aveva lasciato con il magone. Avevo paura che fosse con Leah e che lei mi stesse, pian piano, sostituendo.
Seth si trovò in difficoltà e per rispondere a quella domanda, scattò sull'attenti e gli sbadigli divennero meno frequenti. Inclinai leggermente il capo e continuai a guardarlo fisso in attesa di una risposta che tardò ad arrivare. Eppure, non tardò la tachicardia associata a quello stato di ansia che avevo indotto con la mia insistenza.
« Eh... credo sia in città. Sì mi sembra di sì. »
« Digli che lo aspetto domani pomeriggio al solito posto. » replicai con voce rauca e me ne andai, girando i tacchi.
Mi ero già immaginata il finale: credevo di trovare Jake sull'uscio e io gli sarei saltata addosso, baciandolo e stringendolo a me. Gli avrei confessato che era tutta colpa mia e delle mie idee folli, che non sapevo gestire le mie emozioni e che la gelosia per Leah mi stava facendo dubitare perfino di una cosa scontata come l'imprinting.
Ma non andò così e la rabbia e l'insoddisfazione diedero modo al mio corpo di accendere la sete e sopprimere la fame. Ero così arrabbiata che non mi importava se mi avesse visto cacciare o se avesse fiutato che puzzavo di sangue. Se lui poteva andare con Leah non so dove, anch'io avrei potuto fare lo stesso. Spensi il cellulare e trasformai la mia sete nel mio unico desiderio.
Quella notte avrei bevuto così tanto sangue da star male. Sarei stata un vampiro e nient'altro.
Con la gola in fiamme, seguii i rumori della natura notturna scortata dal frinire delle cicale, dal gracchiare delle rane e dai passi incespicanti dei cervi impauriti sul terreno.
Inspirai l'aria del bosco per seguire la traccia più vicina a me e diedi inizio alla caccia.
Potevo addentrarmi nella foresta indisturbata perché ero l'unica a non conoscere confini. Ero la sola del clan Cullen a poter oltrepassare la Riserva. Nemmeno il branco di Sam Uley poteva darmi fastidio, sapevano che ero l'imprinting di Jacob e per questo avevo il privilegio di entrare nel loro territorio e predare in santa pace.
Corsi, saltando ruscelli e fossati, superando anche un dirupo, gioendo di quanto fossi veloce. Correre era la cosa che sapevo fare meglio, così come scappare dalle mie responsabilità. Ad esempio, la responsabilità di essere la compagna di Jacob per l'eternità.
Sarei dovuta essere la Mrs. Black prima o poi. Avrei dovuto realizzare le visioni di Alice, concedermi a Jake e metter su famiglia. Quelle visioni le vedevo svolazzare nei rami che superavo in fretta, vedevo appesi come foglie il nostro primo appuntamento a Victoria, il nostro matrimonio, un abito bianco e un appartamento dove saremmo stati solo io e lui, senza vampiri o lupi.
Ma non ero pronta a sposarmi, non ancora. Avevo sempre assunto un atteggiamento di neutralità nei confronti di un eventuale ufficializzazione della nostra relazione. Sapevo che l'unica persona al mondo in grado di amarmi sarebbe stata Jacob, ma non volevo correre troppo.
Mi fermai di scatto avendo trovato la traccia giusta e lo vidi: un bellissimo cervo, con il collo allungato e il manto color noce, zampettava sulla collina tirando qualche filo d'erba. Ci guardammo per qualche secondo e istantaneamente si defilò dal mio campo visivo.
Fantasticai sulle sembianze di quel cervo e le associai a quella di Leah, meditando su come sarei riuscita a intrappolarla e ad abbeverarmi del suo sangue e a quanto mi sarebbe piaciuto lasciarle la mia firma coi denti. Correvo sempre più in fretta per stare al passo del cervo, fino al momento in cui il cervo si arrestò, dritto e rigido, e cadde a terra esanime.
Mi avvicinai alle spoglie e negli occhi spenti dell'animale, intravidi quelli di Leah. Non ero stata io a ucciderlo, ma l'uomo alle mie spalle: Leonard che mi invitò al banchetto.
« Prego, prima le signore. »
Distratta dalla gelosia e da Jake, non mi ero resa conto di aver cacciato la sua stessa preda. Riacquistando un minimo di lucidità, indietreggiai, per non mandare in fumo il mio primo mese di astinenza dal sangue: « No, non posso farlo. »
« Il digiuno volontario prosegue? » chiese, passandomi davanti e chinandosi per accarezzare l'animale che emetteva gli ultimi sospiri.
« Non so di cosa tu stia parlando. Scusami, devo andare. »
« Dove credi di andare? Anch'io ti ho osservata. » e mi porse la mano per guardare più da vicino il mio pasto. Sarei potuta andar via se solo avessi avuto più autocontrollo. Non riuscii a muovermi, i miei piedi erano saldi al terreno e il mio corpo era pronto a bere. L'unica cosa che mi venne in mente fu imitarlo.
Non potevo commettere errore peggiore perché quel gesto garbato si trasformò in una tentazione ematica: « Senti il suo affanno? I suoi battiti lenti? Il suo profumo... è così seducente. » mi bisbigliò all'orecchio.
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