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R - Mela avvelenata

Pubblicazione 17/06/2022

XXVIII

« Ad esempio, prendi questa vena. È una bellissima vena. È una delle poche a essere ancora verde, palpabile e morbida. Potresti portarmi siringhe, flebo, qualche sacca di sangue... potrei provare anche su quelle nere, ma non credo che avrebbe effetto... » dissi scoprendo il lenzuolo, prendendo l'avambraccio di Leonard e tastando le vene a mia disposizione.

Indicai a Sebastian la vena cefalica e la vena basilica di destra, le più grandi vene del braccio andate perse a seguito della malattia per il loro colore antracite.

Alcune vene erano nerastre, altre verdi come quelle umane. La mia teoria era che tutto ciò che appariva di consistenza e colore umano aveva una funzione fisiologica inalterata, cioè non era stato intaccato dalla malattia. Tutto ciò che era nero, era perso.

« Esiste una disciplina chiamata prossemica. » si lamentò Leonard, allontanando il braccio. Ed era la prima parola che diceva dopo giorni e questo mi fece avere un sussulto, tolsi di fretta tutti fogli che avevo disteso, scusandomi silenziosamente per averlo toccato senza il suo consenso.

Anche Sebastian se ne meravigliò a tal punto da rispondergli a tono: « Esiste anche il pudore. »


Ancora con gli occhi semichiusi, posò a fatica il dorso sullo schienale del letto tirandosi su, rifiutando il nostro aiuto. Sembrava un malinconico angelo di un dipinto rinascimentale. I riccioli biondi erano quasi scoloriti e ricadevano sulla fronte umida, lasciando spazio a qualche goccia di sudore che si spingeva più giù lungo il torace; la garza bianca avvolta dal petto alla schiena celava la pece tra i pettorali nudi; il lenzuolo madido e macchiato lo ricopriva fino ai fianchi mostrando i boxer grigi.

« Credo che Renesmee abbia visto così tanto da non sentirsi oltraggiata. » con affanno e voce roca fece uso del suo umorismo e io mi emozionai, non tanto per l'imbarazzo, ma perché temevo che mi odiasse per quello che gli avevo fatto.

Pensare al senso del pudore di questi uomini di altri tempi, mi fece vergognare di me stessa e della mia sfrontatezza. Il mio rossore fu notato da entrambi e immersi il viso tra gli appunti sottolineati, ignorando la battuta di un malato snob.
« Ho fame. Voglio del cibo vero. » replicò al silenzio insorto. Quella frase mi entusiasmò, il mio cuore mi tradì e il battito accelerò. Anche Sebastian fu appagato dalle parole del figlio e per questo motivo disse: « Stasera si cena! »

La mia diagnosi era che stesse morendo di inedia o di una forma alternativa che comprendeva oltre al digiuno protratto anche la sete protratta. Setacciai a fondo le mie conoscenze scientifiche per trovare una parola che in medicina potesse descrivere il suo stato, oppure indicare un possibile decesso per disidratazione e per fame. Ma lui era indefinibile e la sua malattia inclassificabile per le scienze moderne.

Normalmente, un uomo senza cibo può sopravvivere all'incirca più di 30 giorni se è un soggetto sano, invece un obeso può arrivare fino a 80 giorni. Incredibile vero? Considerando un mezzosangue ferito che ha perso grandi quantità di sangue e in stato di disidratazione direi una settimana, oppure due, trattandosi del fisico statuario di Leonard. Un mezzosangue senza sangue era al pari di un uomo senza acqua? Un umano poteva sopravvivere circa 3-4 giorni, ma un mezzosangue... non lo sapevo.

« Ne voglio ancora. » ordinò Leonard e Sebastian gli riempie il piatto.
Quello che più odiavo di me era non avere alcun tipo di conoscenza, formazione o preparazione al trattamento di un mezzosangue. Non conoscevo né la risposta giusta né quella sbagliata, dovevo trarla dall'esperienza. Eppure, come ogni umana che si rispetti, provavo profonda avversione per la mia ignoranza. Perfino da piccola, avevo pianto per un minimo errore nella mia preparazione: dalle lacrime per un calcolo errato a quelle per un errore di calligrafia.

Ero una dannata perfezionista e per questo, stavo dedicando anima e corpo al suo caso clinico, per poter eccellere, per poter soddisfare la mia ambizione.
« Un calice di vino? » mi chiese Sebastian. Gli feci cenno di sì, ringraziandolo per avermi destato dai miei astrusi calcoli.

Mi servì da bere in maniera molto elegante: la bottiglia non toccò mai il calice e, roteandola lievemente sul proprio asse nel rialzarla, impedì che potesse sgocciolare. Eravamo tutti e tre, seduti a tavola: a capotavola, Sebastian che supervisionava la cena, e io e Leonard, l'uno davanti all'altro a giocherellare con il cibo nel piatto.
« Possiamo darci del tu? » gli chiesi, sorreggendo lo stelo del calice e guardando il suo contenuto. Era il secondo bicchiere che accettavo, che buttavo giù. Ero stanca e avevo bisogno di un buon anestetico per recuperare le ore di sonno perse.


« Tu dovresti mangiare qualcosa. » mi suggerì Sebastian premurosamente. Se lo avessi conosciuto al di fuori di Volterra, non avrei mai sospettato potesse essere un Cacciatore o far parte dei Volturi. La sua somiglianza con i gemelli era sconvolgente, in particolare con Arthur. Aveva boccoli castani con striature simili a una quercia, naso dal taglio dritto e un neo sullo zigomo sinistro, lo stesso che aveva il secondogenito. I suoi lineamenti erano duri quanto quelli di Leonard.


« Lei ha una predilezione per i superalcolici. » chiarì Leonard con sguardo assorto, stravaccato sulla sedia si sforzò di portarsi avanti nella mia direzione e fece tintinnare il mio calice. Con le mani ferite poggiate sotto al mento e i gomiti sul tavolo sembrava si stesse tenendo la testa per non farla rotolare giù. Non guardava nemmeno me, ma qualcosa dietro di me. Peccato che dietro di me c'era una crepa sulla parete panna. La sala da pranzo non aveva niente che potesse attirare la sua attenzione alle mie spalle. Era spartana: un tavolo in rovere invecchiato, alcune macchie di cera sciolta delle candele e i piatti spizzicati in ceramica.


Leonard aveva da poco terminato di mangiare con foga più che con fame. Stava recitando prendendomi un'altra volta in giro. Aveva finto naturalezza, quando in realtà si era sforzato per finire la sua porzione di pollo e per mangiarne tante altre, solo per poter compensare a quello che non era riuscito a ingerire nei giorni scorsi.

« Non lo sapevi? » interrogò suo padre, infastidendomi con cattiveria. Abbassai lo sguardo, fingendo di non ascoltare, ricordando a me stessa che era malato e febbricitante.

All'improvvisò, fece esplodere il mio bicchiere in piccoli pezzi, rivelandomi irrequieto cosa pensasse veramente di me: « Lo sapevi che Renesmee fa sempre le scelte sbagliate? Si è fidata di una bottiglia di gin per trovare il coraggio di affrontare il suo amato licantropo, di cui si è a sua volta fidata erroneamente perché... »
« Leonard smettila, stai esagerando. » ribatté il padre, impensierito dalla mia espressione assente, dal vuoto riemerso dal ricordo di Jacob, dal ricordo di non aver avuto la forza di affrontarlo.
« No, no, no. Adesso arriva la parte più divertente. Lei si è fidata dei Volturi: della promessa di Aro, di te. Sei così stupida da prestare fede alle parole di un vampiro? Da credere veramente che possa andare tutto per il verso giusto? Chert... hai giurato di servirli... non ci sarà nessuno a proteggerti. »

Se fosse stato un umano, se fosse stato uno dei tanti miei pazienti, uno tra i tanti, avrei già risolto. Sarebbe già tornato a essere Cacciatore. Però Leonard era Leonard, un mezzosangue corroso dalla pece, un uomo stremato dal dolore. Era bravo a nascondersi dietro uno scudo d'arroganza, come lo ero stata io a vestirmi d'apatia.

Mi acciuffò il polso e lo trattenne a sè, per far sì che lo guardassi anch'io, che guardassi come lo avevo ridotto: « La tua morte sarà più penosa della mia ed è tanto vicina... quanto credi ci metteranno a bere il tuo sangue? Giorni? Ti piacerebbe! Qualche ora dopo la mia morte e sarai morta anche tu. Tu... tu mi tieni in vita perché sono l'unica cosa che ti tiene in vita! » urlò con disprezzo, lasciandomi e fu zittito da uno schiaffo in faccia da suo padre.

« Dovresti essere grato della sua bontà d'animo! Invece mostri tutta la tua becera tracotanza... »

Ero nauseata da tutto ciò che mi aveva detto, dal vino e dal pollo. Mi alzai senza dire niente. Aveva ragione. Quello che aveva detto mi colpì tanto da chiudermi in bagno e rimettere.

Era vero tutto ciò che aveva detto. Avevo commesso un errore nell'essere lì. Anche la mia nascita era stata un errore. Figuriamoci le mie azioni, le mie scelte... Non ne combinavo una giusta da tempo.

L'unica cosa giusta che io avessi fatto nella mia vita era stata puntare su me stessa, sulla mia istruzione, sulla mia curiosità, sulla medicina. Per questo, mi ero impuntata tanto su di lui, per riscoprire la fiducia che avevo perso in me stessa.

Mi ero ostinata a credere che il mio futuro potesse essere roseo, a credere che Victoria, sarebbe stata la scelta giusta per ricrearmi una vita a forma di mezzosangue e non una vita in una bolla, una vita scelta dal mio clan a Forks. I miei genitori avrebbero preferito che io restassi con loro, che abitassi in una città più vicina, che non andassi in un'altra nazione da sola. E invece cosa ho fatto? Tutto l'opposto. Ero andata in Canada con Margaret e poi in Italia con Leonard.

Il mio problema, era che non facevo mai quello che era più sicuro per me. Nella mia fragilità, ero una ribelle ed era questo ciò che tutti odiavano di me. Jake aveva odiato per anni la ribellione del mio corpo al suo contatto fisico, la mia famiglia il mio essere così umana e Leonard mi odiava per non averlo ascoltato.

Mi ero sentita utile, quando Aro mi aveva dato quell'incarico. Per la prima volta nella mia vita, avevo trovato uno scopo al di fuori delle visioni di Alice.

Nel medicarlo, avevo riassaporato l'adrenalina avuta al primo contatto con un bisturi e un addome aperto. Stavolta con qualche piccola differenza: due squarci profondi, uno ampio sul torace e uno breve sul petto, entrambi così vicini che sembrava aprissero un varco verso la pece, verso la sua anima.

Guardai il mio riflesso allo specchio e mi vidi esausta e scossa. Avevo bisogno di stendermi, di chiudere gli occhi, di farmi accarezzare dalla brezza delle montagne toscane e cullare dal rumore delle cicale.

Andai in camera da letto, spalancai la finestra e scrutai le lucciole svolazzare nella notte, gli consegnai i miei dubbi ma loro me li riportarono indietro.

« Lo sapeva che sarebbe stato punito. Lui voleva essere punito. » rifletté Sebastian ad alta voce. Mi aveva raggiunto e aveva messo una mano sulla mia spalla.

Voleva consolarmi ma il suo piano non andò a buon fine: « Non importa cosa volesse. Che motivo c'era di punirlo, se non di denigrarlo? Di incoraggiarlo a disprezzare sè stesso più di prima? Non capisco. »

« Lo hanno fatto per correggerlo. Ha meritato quel castigo e avrebbe meritato ben altro. Grazie a te, sono stati benevoli. »

Interdetta dal suo tono piatto, esplosi: « Benevoli? Hanno aggravato la sua condizione... ne parli con una freddezza tale che... non sembra nemmeno essere tuo figlio. » poi ripresi lucidità, correggendomi: « Scusami... non volevo offenderti. »

« Il suo spirito non è buono, non più. Non quanto il tuo. » e mi spiegò con lo stesso tono che usava Leonard nel spiegarmi qualcosa di nuovo: « Immagina di aver giurato fedeltà al tuo clan e di tradirlo per puro egocentrismo. Loro non volevano che morisse, volevano avvertirlo. Per questo ti hanno utilizzato per dargli una seconda chance. Per dargli qualcosa per cui vivere. Se non per sè stesso, per qualcuno di innocente... il pensiero che tu possa vivere quello che ha vissuto lui a Volterra, lo sta dilaniando. »

« Quando ha deciso di sfidare la Guardia... forse non stava già bene. Quando si è feriti, si è deboli e si possono dire o fare cose che gli altri non capirebbero... » dissi ripensando al mio tuffo dalla scogliera e credetti che Leonard potesse essere disorientato allo stesso modo, quando aveva deciso di tradire la fiducia dei Volturi.

Sebastian non credette alla mia versione e per poco si aprì, sfogandosi: « Avevo scommesso tutto su di lui, tutto ciò che mi era rimasto. Un inglese non scherza mai quando si tratta di una scommessa. Ingrato e indisciplinato. » disse stringendo i pugni.

« Starà meglio. Tornerà a essere come prima. »
« Un tempo non era così... dopo quello che è successo, è cambiato tutto. »
« Sarà stato tremendo quando lo hanno trasformato. » risposi senza riflettere. Mi squadrò dalla testa ai piedi, si stropicciò gli occhi, fregando le dita sulle palpebre come se fosse realmente assonnato, prese fiato e domandò incerto: « È questo quello che ti ha raccontato? » annuii confusa.

« Era l'aprile 1951, Arthur viveva in Germania mentre Leonard in Italia. Leonard è sempre stato molto protettivo nei confronti di Arthur. Da buon fratello maggiore, decise di monitorarlo in territorio tedesco. Malauguratamente, Arthur lì conobbe una donna: Heidi, un vampiro neonato molto avvenente. Quello sciocco non resistette al suo fascino, e lei se ne approfittò per poter assaggiare quel nettare assai raro. Leonard trovò Arthur in una pozza di sangue in una stanza d'albergo e fece quello che credeva fosse più giusto fare: provò a rimuovere più veleno possibile abbeverandosene. Ciò che ottenne fu tutt'altro che la salvezza: Arthur non morì, Leonard riuscì a tirar fuori quanto veleno serviva per rendere Arthur un vampiro e allo stesso tempo per rendere lui quello che è adesso. »

Quando vidi le mele sanguigne scintillare la luce fioca delle candele, pensai a una favola dei fratelli Grimm: Biancaneve. Lì, mi venne un lampo di genio.

« Avvelenato. » bisbigliai.

Presi una mela, la mostrai a Sebastian e gli ricordai la frase che Aro aveva detto la sera dell'Iniziazione: « Mordere una mela avvelenata è proibito. »

E strillai, eccome se strillai dalla gioia.

« Cazzo! Ci ha fregato. Ha fregato entrambi. » dissi a suo padre dopo aver sbrogliato la matassa.

« Leonard è la metà perfetta di una mela avvelenata. »


Ispirazione:

"An Englishman does not joke about such an important matter as a bet.": un inglese non scherza mai quando si tratta di una cosa importante come una scommessa. - Jules Verne

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