L - Niente di straordinario
Pubblicazione 5/06/2022
XXII
Quando si pensa alla morte, non c'è molto da dire e non c'è molto da fare.
In trepidante attesa della mia, non avevo niente da fare.
Avevo disturbato Demetri che aveva chiaramente voglia di starsene da solo. Poi avevo proseguito con il flirtare con Chelsea e qualche umana un po' civetta con il solo scopo di far ingelosire Heidi. Infine, non soddisfatto, cercai di intrufolarmi nel palchetto.
Tentativo fallito miseramente.
L'unica cosa che mi restò da fare, fu girare come lo yo-yo con cui Alec giocherellava davanti la porta.
Girare era stato da sempre il mio forte.
Era difficile trovarmi nello stesso punto o nello stesso posto. Agli occhi di un osservatore inesperto potevo sembrare indiavolato ad andare a zonzo circumnavigando il perimetro del salone.
Mi piaceva pensare di star mettendo alla prova la mia resistenza fisica, vincendo su ballerini in tempesta, saette d'oro e d'argento, tuoni di voci femminili e maschili e, in ultimo, una burrasca di aromi, così profumati da togliere il fiato.
In realtà, la mia era una frenetica impazienza. Non riuscivo a starmene con le mani in mano. Vissi di fretta i balli che precedettero il terzo valzer.
Relitto in balìa delle onde, girai nuovamente per la Sala, schivando gli occhi indiscreti di Renesmee, quelli preoccupati del suo clan e quelli angustiati del mio. Girovagai, beato tra raso, seta e organza, ammirando sul collo delle dame preziosi diamanti e sulle loro chiome diademi scintillanti. Finché la mia sete non mi ricordò di star soffocando, costringendomi a rallentare il passo per non saltare addosso a qualche umano prima del tempo. Fiancheggiai le colonne doriche, rendendo i miei piedi oziosi. Mi trattenni ai fusti scanalati e spigolosi, desideroso di una via d'uscita o di uno spiraglio d'aria fresca.
Mi venne l'istinto di fumare e dovetti sopprimerlo, accartocciando il pacco di sigarette. Cercando tra le tasche l'unico passatempo rimastomi - il mio orologio mezzo scassato - ci trovai Marlboro e rimpianti.
Avrei voluto essere più coraggioso nella vita. Mi sarebbe piaciuto vivere una vita fedele ai miei principi e alle mie inclinazioni, portando a termine ciò che avevo iniziato. Coltivai tanto, ma di frutti ne avevo raccolti ben pochi. Dei tanti hobby, nessuno tramutò in vocazione.
Ce ne furono tanti: la passione per gli ingranaggi da bambino; quella per la patria e l'onore da giovane; quella per la verità, e vien da sè, il giornalismo americano negli anni '60; quella per la fotografia negli anni '80.
Non eccellevo in nessuno di questi, motivo per cui li avevo seppelliti dedicandomi a qualcosa di nuovo di decennio in decennio. Non c'era niente di straordinario in me, per questo avevo optato per qualcosa di più facile. Fare ciò che gli altri si aspettavano da me: la vita da Cacciatore.
Poi vennero le responsabilità da capoclan, quelle da fratello maggiore e da padre per una sorella che un padre lo aveva già.
Avevo trascorso gli ultimi sessant'anni della mia immortalità da finto vampiro, convincendomi che un mantello blu mi avrebbe reso quel che forse non ero mai stato: un succhiasangue.
Avevo imparato troppo tardi che, per quanto potessi vivere in eterno, non avrei mai potuto riavvolgere il nastro della mia vita. Non avrei mai più avuto il sorriso di mia madre alla nascita di Margaret, i viaggi con Arthur alla ricerca di altri simili e gli insegnamenti di Sebastian da bambino.
Il ruolo di capoclan mi aveva sciupato. Non avevo dedicato loro affetto ma denaro, credendo che per quello ci sarebbe stato tempo. Avevo soddisfatto tutte le richieste di Maggie - anche viziandola - e aiutato Artie a crescerla. Avevo calcolato quanti soldi servissero a Margaret per farle frequentare il Canadian College of Performing Arts, quanti per i viaggi di Arthur e quanti a me per tornare da loro. Da quando avevo iniziato a lavorare al fianco di mio padre, ero diventato un businessman.
Tuttavia, quella sera avrei dovuto dir loro addio e non ne trovai il coraggio. L'unica cosa a cui dissi addio furono i miei rimpianti perché sarebbero svaniti con me.
Non potevo cambiare il passato, quel che era fatto era fatto. Piuttosto che rimuginare, potevo solo andare avanti verso il mio declino.
Era la mia fine.
30 minuti o poco più e avrei messo fine all'eternità. Avrei messo un punto a ciò che è infinito per definizione.
La mia morte mi era sembrata così lontana... ma adesso era così vicina, così tanto che potevo toccarla, pregustarla...
Averla pianificata con le mie stesse mani, era una delle cose di cui potevo andare fiero. Di solito, arriva all'improvviso quando meno te la aspetti.
Ma la mia, no.
La mia l'avevo analizzata e studiata con distacco professionale, come se dovessi decapitare uno dei tanti vampiri ribelli. Avevo preso nota dei miei punti deboli, memorizzando le visioni di Alice.
Il mio lavoro mi aveva insegnato a distinguere la morte dal lutto senza lasciarmi coinvolgere troppo. Anche in quel momento, in cui spiavo quella kozà danzare con suo padre, non provai niente. Se fosse morta non mi sarebbe dispiaciuto, anche lei avrebbe trovato un po' di pace. Renesmee desiderava la morte, me lo aveva dimostrato con quel gesto sulla scogliera.
Se fosse rimasta viva, non ne avrei gioito ma avrei gradito che la sua vita alleviasse le pene di Maggie. Eppure, con l'amaro in bocca, ero persuaso che Renesmee mi avrebbe causato problemi anche dopo la morte. Faceva troppe domande, fissava i difetti dei suoi interlocutori e annotava tutti i corpi che incontrava. Avevo impiegato uno sforzo immane sia per nasconderle la mia natura che per scappare dalla sua dannata curiosità.
Quella sera l'avevo rivalutata - forse sedotto dal suo odore asfissiante. La reputazione che avevo di lei, da penosa e stupida preda, aveva raggiunto uno gradino in più. Era una donna di nobile e timida arguzia. Aveva la capacità di decifrare qualsiasi gesto e scattava in piedi per minuzie come singole alterazioni corporee.
Non so cosa mi preoccupava di più, se la sua abilità medica o il suo talento da narratore. Entrambe le caratteristiche facevano di lei una persona controversa.
Pensavo di aver nascosto per bene me e i miei rimpianti, dietro a una grande colonna in una nicchia sotto il palchetto. Ma non considerai di essere troppo alto e ingombrante per poter essere trascurato dalle domande pleonastiche di Sebastian.
« Tua madre non ti ha mai detto che non si gioca con il cibo? » chiese, alludendo al mio goffo tentativo di avvicinarmi a Renesmee.
« Cosa vuoi? »
Non rispose, preferì continuare il suo interrogatorio: « Sei arrossito prima, te ne sei reso conto? »
Imitò perfino la mia postura: proteso in avanti, con i gomiti poggiati sulla balaustra e lo sguardo perso in quell'accozzaglia di umani e vampiri.
« Un vampiro non può arrossire, così come un padre bicentenario non può sottrarsi dal mettere in imbarazzo il figlio. » esternai con voce inaspettatamente roca. Massaggiai il collo per capire cosa non andasse nelle mie corde vocali, ma era inutile occultare la mia sete. La conosceva da anni, ne conosceva le caratteristiche e i tratti, tanto quanto io conoscevo la sua faccia tosta.
Gli si dipinse in faccia lo stesso sorriso bonario che Arthur mostrava per accondiscendenza, ma ciò che uscì dalle labbra sottili che puzzavano di sigaro, fu ben altro.
« Ci scommetto la prossima spedizione che hai qualcosa in mente. »
Nessuno voleva scommettere con Sebastian, dato che l'unico risultato possibile era la sua vittoria. Non era fortuna ma era abilità nel riconoscere il cavallo vincente. Come potergli dare torto? Forse ce l'avevo scritto in faccia che avrei combinato un bel guaio.
« Non fare questi giochetti con me. Potrai aver scommesso con Demetri sulla morte di Nahuel, ma non puoi scommettere su di me. Sappiamo entrambi come va a finire. »
« Sappiamo entrambi che ho ragione. » riprese, facendomi il verso. « ... ogni volta in cui stai calcolando qualcosa, ne tieni traccia... » si lamentò indicando l'orologio che rigiravo tra le dita. Nascosi l'orologio in tasca e portai avanti la mia perlustrazione: memorizzai i volti, le posizioni assunte nella sala, e pensai a dove si potessero trovare durante il terzo valzer. Era importante che memorizzassi tutti perché al buio mi sarebbe servito ricordare le loro posizioni per poterli spazzare via.
« Stavo scegliendo la cena. Il menù è vario. » e rimase spiazzato dalla mia glaciale risposta.
« Se non vuoi uccidere, finisci una preda già iniziata. » mi rassicurò, posandomi una mano sulla spalla.
« Pensavo di smettere. » disse tutto d'un fiato, mi voltai e notai il suo volto stanco. Forse per la prima volta in vita mia, vidi mio padre esausto. Ma non mi lasciai impietosire dai suoi occhi rossi: « Spero tu non voglia redimerti assumendo il ruolo di padre presente, perché ti ricordo che Margaret non ha più bisogno di noi. »
Sebastian si ammutolì, balbettò qualcosa: « Non è per quello... è per mama, dovremmo darle una degna sepoltura. Onorare la sua morte... come si deve a un buon cristiano... »
Non riuscivo a credere alle mie orecchie. Percepivo la collera, i mei pugni chiudersi pronti a sferrargli un gancio sul mento.
Scrocchiai le nocche con forza, feci un respiro profondo e a malincuore tornò alle mie narici il profumo di Renesmee, e gli regalai il mio odio al posto del mio addio: « Come fai a seppellirla se non hai nemmeno un corpo su cui piangere? Parlane con Arthur. Non mi riguarda. »
Mio padre voleva la mia approvazione per abbandonare i Volturi? Non lo avrebbero mai consentito, Sebastian sapeva troppo: conosceva a memoria gli schemi da utilizzare in guerra, le modalità di caccia e come i Volturi riuscivano ad appropriarsi delle proprie prede.
Mi allontanai con l'insana voglia di distruggere tutto e tenni lo sguardo basso per paura di dare sfogo ai miei violenti desideri. Seguii le gradinate che davano l'accesso al palchetto e su quei gradini mi imbattei in qualcosa che avevo evitato: Heidi.
Fu improvviso e fugace, a tal punto che non la riconobbi subito. Ci volle un po' per associare la seta rossa al suo corpo longilineo e poi al suo viso stretto e allungato.
« È il momento. » mi sussurrò all'orecchio, posando le labbra scarlatte sul mio lobo. Lo mordicchiò, a tal punto da schifare Sebastian che mi guardò inorridito e io ricambiai con malignità.
Le porte si chiusero, Jane inserì la chiave e si sentì un click, a cui prestammo attenzione soltanto noi esseri sovrannaturali. Gli umani del tutto ignari credevano fosse una messinscena, una specie di "teatro nel teatro"; e invece, loro erano il dessert.
L'orchestra cambiò registro e si passò al valzer. Tutti quei vampiri presero posizione, baciarono la mano della propria dama e si unirono alle danze. C'era chi sapeva danzare e chi era più esperto degli altri; si potevano osservare uomini che sembravano dei tronchi per quanto erano rigidi e donne così graziose da sembrare piume al vento. Margaret era una di loro, sembrava che con quei tacchi non toccasse terra ma che librasse leggera. Il merito era anche del cavaliere: Sebastian, un eccellente ballerino ottocentesco.
Avevo ancora presente, quando avevo insegnato a ballare a Margaret. Per mama, il ballo era uno degli insegnamenti cardine dell'educazione di un corretto gentiluomo.
Aveva imparato da piccina, mettendo i suoi piccoli piedini sui miei, mentre Arthur si divertiva a cambiare musica per mettere qualche cd, sostituendo le ballate del vecchio giradischi di Sebastian. Lui preferiva i balli tradizionali russi: la polka, la kalinka oppure la mazurka polacca.
Io, come Sebastian, avevo da sempre nutrito un'inequivocabile ammirazione per la cultura europea che trasmisi a Maggie.
Intanto che Margaret volteggiava nel suo abito blu, brillando nelle sue stesse paillettes, c'era chi se la passava peggio. Chi si perdeva in chiacchiere, chi si fissava su un solo passo, chi scimmiottava i passi, chi aveva la gobba e chi andava totalmente fuoricampo. Tra questi, Renesmee e Nahuel.
Renesmee era goffa, inciampava ogni due passi di Nahuel, ma entrambi ne ridevano consci della loro inesperienza.
Una donna così fine e allo stesso tempo così impacciata si sarebbe potuta definire un ossimoro, ma la definii buffa, a tal punto che strozzai una risata. Nahuel era molto simile a Renesmee. Due caratteri spensierati, due attraenti mezzosangue in grado di ridere anche durante un valzer di sangue.
« Potresti farti perdonare... » Heidi non terminò la frase, ma la lasciò interrotta tra i canini e quando le rivolsi lo sguardo, tutto di lei mi innervosì: Il suo odore di morte, così vicino da poter essere tangibile, il suo corpo ingannevole privo di vita... Nessuna ruga, nessuna espressione facciale, nessuna emozione, nessun imbarazzo.
Era solo un corpo. Lei era la lussuria e io il peccatore.
Gli archi avevano appena dato inizio al ballo della morte, e una parte di me - la più codarda - non voleva avere come ultimo ricordo il viso color cenere di Heidi, né il suo corpo prorompente.
Trovai una cattiveria da dirle per salutarla: « Potresti concederti a Nadhim, potrebbe fare parte della Guardia... un giorno. » ammiccai adocchiando quell'uomo. Testa rasata, occhi rossi, magro e slanciato, dalla carnagione olivastra. Avrebbe potuto avere successo, se fosse stato accompagnato da una guida adeguata come la brama di potere di Heidi. Lei amava circondarsi di uomini forti, poterli assoggettare era uno delle sue distrazioni dalla monotonia dei Voluri.
Percorsi la scalinata, un gradino alla volta e notai che il primo valzer era appena finito.
Toccava al secondo.
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