37
Pov. Daniel
Ero stato accanto a Cindy, tutto questo tempo. Cosa speravo? A cosa puntavo? Al suo cuore? Impossibile! Non puoi donare un cuore a chi l'hai già donato. Lei aveva fatto la sua scelta. Contro tutto e tutti avrebbe sempre scelto James. Il loro amore era stato fatto di ostacoli, prove che hanno sempre superato. Divisi e ritrovati. Perché ciò che non si può perdere torna sempre.
La guardai andare via su quel taxi, via da me, per andare da lui. Per dargli la lieta notizia di un cerchio che si sarebbe chiuso. Un'amore completo. Ora che niente più barriere li avrebbero divisi, non sarei stato certamente io a dividerli. Lei apparteneva a James da sempre. Io ero solo un'antagonista. Una figura che rimpiazzava i suoi giorni scuri. Finii quel pezzo di pane come se fosse stato cemento, sotto i miei denti.
Mi feci la valigia. Ero ora di tornare a Los Angeles. Da mio padre, dalla madre di James, e al mio lavoro, rimasto accantonato per troppo tempo, ma avevo mesi arretrati. Poiché non andavo mai in vacanza.
Chiusi quella porta di casa sua, con una morsa allo stomaco che mi stritolò quasi le viscere. Non mi voltai, non mi soffermai a vedere il divano, la cucina. Le parole e la voglia che avevamo entrambi. Era solo passione da parte sua, da parte mia era ben altro.
Il viaggio in aereo fu tranquillo, tutto come sempre. Guardavo fuori sapendo cosa stavo lasciando. Tornare alla mia solita routine. Iniziare di nuovo da dove avevo lasciato.
Arrivai all'aeroporto, scendendo dall'aereo, sentendo apprezzamenti da due hostess, che mi salutarono cordialmente. Le rivolsi un sorriso dolce ad entrambe, ma era un sorriso finto. Non avevo voglia di possedere delle donne. Volevo solo scordarmi di tutto.
Mi avviai con la valigia nera, verso il sottopassaggio. Dove avevo accantonato la mia macchina. Era lì. Mi guardava con i suoi fari spenti come i miei occhi. Mi dava il bentornato. Potevo sentire il refolo di vento caldo di Los Angeles, passare attraverso quelle colonne di cemento, grigie.
Tirai fuori le chiavi dalla tasca del pantalone, e posai la valigia piccola dietro il bagagliaio.
Aprii lo sportello, della macchina nera lucida, sistemandomi sul sedile di pelle e tessuto nero, prima di richiuderlo con un tonfo pesante, innestare la prima e partire.
La macchina che avevo affittato a Miami, la lasciai all'aeroporto. Quella macchina che aveva ospitato Cindy, le sue paure, il suo imbarazzo, la sua risata, i suoi occhi persi. Tutto di lei, ed ora in questa mia mi sentivo perso, senza più il suo profumo ad impregnare i tessuti che sapevano ancora di nuovo e di pelle.
Guidai piano, lento. Non avevo più furia, non stavo perdendo più niente. Finché non arrivai davanti casa mia. Era una villetta con una piccola aiuola, senza fiori. Odiavo quel profumo inebriante, che assaliva le narici. Amavo di più il profumo di erba tosata, e di umidità. Amavo la pioggia, perché il sole andava e veniva. La pioggia durava di più e quando se ne andava lasciava la scia del suo odore pastoso.
Sostai la macchina, nel vialetto, asfaltato di fronte al garage dal bandone verde bottiglia.
Salii i gradini di mattone, aprendo la porta di casa, marrone lucida, con un giro di chiave lunga nella toppa di ferro dorata.
Trascinai la valigia, in modo svogliato, sulle mattonelle bianche lucide variegate, con sfumature sul taupe. Appoggiandola al muro beige.
Sentii lo spruzzo del deodorante per ambienti, spruzzare veemente, e l'odore aggrumato, diffondersi tra quelle pareti, dandomi sollievo.
Aprii il frigo, trovando il cartone, delle lattine di birra ancora intatto. L'unica cosa che avevo lasciato in frigo. Ne presi una, sentendo quanto fosse fresca al contatto con la mia mano calda, stappandola con un rumore rilassato, della levetta in metallo. Mi portai alle labbra il liquido, rinsavendomi.
Per quale cazzo di motivo mi sentivo abbattuto? Come se fossi stato un fottuto involucro di me stesso, senza più una ragione. Strinsi la lattina tra la mano destra, scagliandola contro il cestino, e facendo centro, prima di lasciarmi andare sul divano di pelle nero, con la testa china ed i capelli tra le mani.
Domani dovevo rientrare allo studio. Mio padre sarei andato a trovarlo domani. Non mi serviva una cazzo di seduta, e consigli da psicologo che mi facevano solo perdere tempo e pormi ancora più domande. Volevo la mente libera. Era un uomo, non ero una femminuccia che stava a casa a disperarsi per una ragazza che non gli era mai appartenuta. Dovevo evadere i pensieri, e concentrarmi su altro. Dando sfogo al Daniel che era rimasto per troppo tempo a fare il burattino.
Mi alzai dal divano in pelle, andando a farmi una doccia. L'acqua scorreva violenta sul mio corpo nudo, e poggiai le mani alle piastrelle turchesi, anche loro schizzate da gocce luminescenti.
Mi avvolsi il corpo in un telo, fino alla vita. Togliendo con il palmo, un po' di quella condensa e guardai il mio viso, allo specchio. Rifletteva il mio stato d'animo. Sorrisi, per vedere i miei occhi blu, tingersi di una tonalità più scura, quasi fino al cobalto, e mi aggiustai i capelli, lasciandomi un po' il ciuffo mosso.
Tornai in camera, lasciando cadere il telo celeste, prendendo una maglia nera bucherellata a mezze maniche, un jeans scuro ed una camicia a quadri rossa che mi legai alla vita, insieme ad un paio di Nike bianche. Oggi mi sentivo un Daniel diverso. Fuori dal mio solito perbenismo. Ordinato e preciso. Mi ero stufato.
Scesi in fretta le scale in cotto, andando verso la porta.
Sgusciai dentro la macchina, e partii verso qualche locale che mi potesse soddisfare.
Arrivai davanti ad uno. Il Tiger. Guardai l'insegna luminosa a led rossa e blu, che lampeggiava su un invito "Open".
Tirai in dietro la maniglia rossa, venendo accolto da una luce soffusa, ed una musica latina. Ragazze in minigonna e tacchi, ancheggiavano con movimenti sensuali, ballando anche tra loro.
Le superai, lasciandomi i loro occhi famelici, dietro al mio fondoschiena, e repressi un ghigno divertito. Mi avviai verso il bancone in legno ciliegio, guardando dietro, gli scaffali di legno intarsiati, con le miriadi di bottiglie. Liquori per ogni tipo e per ogni stato d'animo.
Richiamai l'attenzione della barista, sbattendo una mano sul bancone, con un tonfo sordo. Una ragazza dai capelli riccioli e neri. La carnagione olivastra in perfetto contrasto con i suoi occhi verdi. Non erano gli occhi di Cindy. I suoi erano verde cangianti. Cambiavano sempre di colore e sfumatura. Quelli di questa ragazza sconosciuta, erano verdi ipnotici con sfumature dorate, che potei notare dall'abat-jour con il paralume Beige, che dava una luce fievole e soffusa al bancone, che era contornato da lucine sul soffitto in trave.
"Ciao. Cosa ti porto?" Mi chiese dolcemente, con un accento perfetto, poiché ero sicuro che fosse cubana o giù di lì.
"Tu cosa puoi darmi?" La ripresi con un'altra domanda, poggiando i gomiti sul bancone, e chinandomi di poco verso di lei.
Piegò un attimo la testa, in imbarazzo, e parte di capelli le finirono sulla spalla destra, notando un po' di rossore.
Si morse il labbro carnoso, contornato da un rossetto viola, e si chinò di più vicino a me, fino a sfiorarmi il lobo.
"Ora qualcosa da bere, dopo il turno quello che vuoi" sussurrò seducente, incontrando i miei occhi divertiti, ed increspai le labbra in un sorriso sfacciato.
"Dicono che sul posto di lavoro, sia più eccitante. Magari dietro allo sgabuzzino" indicai con un movimento degli occhi, la porta addetta solo ai dipendenti e sorrise intimidita.
"Dicono bene, ma il mio capo non la pensa così" innalzò le spalle, prendendo una bottiglia dallo scaffale, con del liquido ambrato. Si girò il tempo di lasciarmi vedere le natiche sode, coperte da un mini shorts in jeans ed un top corto rosso le comprimeva il seno generoso.
Decisamente me la sarei scopata stasera.
La guardai porgermi il bicchiere e lanciarmi un sorriso come conferma per il dopo, prima d'infilare la pezza nel jeans, lasciandola penzolare, e servire un gruppo di ragazze.
Lo portai fiero sulle labbra, sgolandolo in una sorsata. E più il tempo passava, più bevevo, più stavo meglio con me stesso.
Contai quasi privo di razionalità i bicchieri finiti.
"Uno....due...questo terso...no terzo...quattro..." non terminai poiché una voce calda ed intensa ma anche forte, continuò a contare per me.
"Cinque, sei, sette, otto. Nove...baby nove bicchieri e già stai a pezzi" mi voltai verso la ragazza che forse cercava rogna o un pisello
da succhiare. Aveva un caschetto rosa con la frangia ed un viso familiare. Cazzate! Chi cazzo conoscevo in questo buco di merda.
Passavo le mie giornate tra scartoffie dei casi, uomini ricchi che volevano acquistare proprietà e non ne volevano vedere altre. Puntavano in alto. Andavo a trovare mio padre e la madre di James. Grigliate la domenica a pranzo e poi di nuovo lavoro. Non avevo tempo per un cazzo.
Mi passai una mano sul ciuffo, con un sorriso sbieco.
"Tu sei?" Le domandai incuriosito, vedendola sporgersi sul bancone guardando prima me e poi la ragazza, chiamandola con un "pss" soffiato dalle labbra scarlatte, come se fosse stata una cagna la barista. E probabilmente lo era. Perché dopo me la sarei sbattuta come la cagna che era.
Le guardai il fondoschiena, e il culo avvolto in uno shorts di pelle.
Stava messa bene la ragazza. Il seno lo stesso. Ero sicuro fosse una quarta, in quel top bianco, aperto appena davanti da una zip nera.
"Una ragazza, un fantasma, un'apparizione. Quella che ora ti farà divertire" proclamò fiera, innalzando un sopracciglio e prendendo il bicchiere con un liquido trasparente. Vodka.
Si allontanò appena da me, vedendola sculettare. Magari mi sarei sbattuto entrambe. Era meglio abbondare. Avevo il cazzo duro, rimasto fermo per troppo.
Andò verso il Juke-box, inserendo una monetina argento dentro, e cliccare sul led, una canzone. Un'altra latina.
Si avviò verso la pista, iniziando a ballare e guardandomi. Percorreva il suo corpo con le mani, con movimenti decisi e mai incerti.
Mi guardò insistente, fissa. Non si schiodava da me ed io non mi schiodavo da lei. M'invitò con un gesto dell'indice ad avvicinarmi a lei, e non me lo feci ripetere due volte. Sbattei anche il decimo Shot sul bancone, con un tonfo cristallizzato, andando verso quella ragazza misteriosa ma conosciuta.
Le avvolsi le mani intorno alla vita, attaccando la sua schiena al mio petto. La sentii sospirare e tirare indietro la testa sul mio petto, allacciando le braccia esili al mio collo.
"Mi dici come ti chiami?" Le sussurrai sull'orecchio, vedendola sorridere divertita.
"L'alcol ti ha bevuto il cervello Daniel" si fece beffa di me, in modo derisorio ma sempre con voce sensuale.
"Si, probabile. Come sai il mio nome?" Le domandai più scuro, staccandomi appena, e si girò con il viso verso di me.
I suoi occhi ambrati. Mi prese delicatamente il polso, mostrandomi il mio bracciale in acciaio con il mio nome.
"D-A-N-I-E-L. Daniel" mi fece lo spelling, ed il mio nome sulla sua lingua suonava benissimo. Sarebbe stata brava anche a succhiare con quella lingua, che avrei voluto vedere percorrere il mio glande con movimenti rotatori.
"Ti sei incantato?" Mi domandò schioccandomi due dita davanti, innalzando il sopracciglio.
"Hai voglia di succhiarmi il pene?" Le domandai di getto, ormai fuso dall'alcol, ne ero certo. Chi cazzo direbbe una cosa simile.
Infatti gettò la testa indietro, ridendo di cuore.
"È così che abordi le ragazze? Chiedendole se vogliono succhiarti il pene?" Si asciugò una lacrima d'ilarità, che le era rimasta sulla rima cigliare, sorridendo ancora.
Sorrisi a mia volta, venendo accolto da un barlume di ragione.
"Cazzo, no! Era terribile" affermai sincero, guardandola negli occhi.
Ci fissammo intensamente, e la notai deglutire, mentre la mia mano le cinse il fondoschiena, per attirarla di più contro il mio petto. Sospirò, chiudendo un attimo le palpebre.
"Io ti conosco" le sussurrai con le labbra sul suo lobo, e la baciai il collo, stringendo i suoi capelli nel palmo. La sentii emettere un piccolo ansimo annuendo.
"Mi conosci, meglio di chiunque altro" rivelò, scostandosi per guardarmi negli occhi.
"Ma sei troppo ubriaco, per ricordartelo. Perciò ti riporto a casa, e ti sarà tutto più chiaro" aggiunse divertita quanto me, avviandosi al bancone per lasciare una banconota alla ragazza che mi guardò delusa, mente questa sconosciuta, mi prese per la mano, riservandomi un'occhiataccia.
"Non ti ho ancora succhiato il pene, e già mi volevi tradire?" Domandò derisoria, mordendosi il labbro.
"No, non potrei" le confermai, prendendole il polso ed attirarla contro di me. Il suo palmo si scontrò contro il mio petto, dove batteva il cuore, mentre le mie labbra trovarono le sue, sempre più vicino, i respiri che si confondevano, ed in un attimo eravamo labbra contro labbra, un gioco di lingue passionale, che sarebbe continuato quando sarei stato più lucido. Ma quella bocca aveva un nome, il suo.
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