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32

Un'altra settimana e mezzo era passata da quando James era stato qui. Mi aveva telefonato, nonostante non gli rispondessi. Gli mandavo solo messaggi. Messaggi sfuggenti, risposte a monosillabi. Lui non mi dava risposte ed io non davo le mia.

Mi alzai dal letto, colta da un capogiro. Le persiane erano abbassate e filtrava solo un po' di luce dagli spiragli che si proiettavano come delle lucine magiche sulle pareti bianche e spoglie della camera, dove sul soffitto vi era un po' di muffa per l'umidità.

Arrancai fino al bagno, sentendo un senso di nausea ed una specie di conato salirmi in gola e riverberarsi sul palato. Sentii la lingua come pastosa, e scossi la testa.

Aprii la porta che produsse un cigolio basso, poggiando le mani sul lavabo di marmo freddo, aprendo la piccola cannella.
L'acqua scorreva lenta come un gocciolio, poiché non ne usciva tantissima, ed era debole.
Lo specchio usurato, mostrò il mio viso pallido. Non avevo una bella cera.
Mi chinai un po', prendendo con la mano a coppa un po' d'acqua per sciacquarmi il viso, ma sentii un dolore verso il ventre, e mi catapultai con uno scatto veloce verso il water bianco e un po' arrugginito sotto la gamba, piegandosi su di esso.

Fu un attimo il tempo di prendere un respiro che sentii il conato salirmi prepotente e rigettare tutto ciò che avevo mangiato la sera prima. Un altro conato, ed anche i liquidi verdognolo si mischiò alla poltiglia.

Sentii dei passi veloci verso le scale come un ticchettio potente, e lo scalino che scricchiolava. La porta venne spalancata in modo brusco, e la maniglia di metallo della porta sbatté contro il muro per tornare indietro.

"Cindy" avvertii la voce preoccupata di Daniel al mio udito in po' ovattato dal mio stato momentaneo, e dal capogiro forte che pulsava sulle tempie.
"Cindy, Dio. Stai bene?" Si piegò, prendendomi i capelli in una morsa dolce e leggera, scostandomi delle ciocche madide dalla guancia che raggelava e piccole gocce di sudore imperlavano la mia fronte, facendomi prudere la cute proprio sull'attaccatura dei capelli.

Respirai in affanno, cercando un senso di quiete interiore, dato lo sballottamento del mio intestino che brulicava prepotente.
Annuii con la testa debolmente, tenendo lo sguardo basso.

"Non dovresti...v...vedere questo schifo" pronunciai ispida e filante, mangiandomi alcune parole che uscivano a sforzo dalle labbra secche e la gola prosciugata.

"Che cazzo dici? Pensi che un po' di vomito mi faccia effetto? Mi fa stare più male la vista del tuo viso" mi prese delicatamente il mento tra il pollice e l'indice portandomi verso di lui, senza resistenza da parte mia poiché non ne avevo le forze necessarie per ribellarmi.

Guardai i suoi occhi più intensi e bui, guardarmi profondamente e perlustrare il mio viso.
"Ti porto dal medico" proclamò risoluto, aiutandomi ad alzarmi ed azionando la levetta dello sciacquone con un rumore possente.

"No! Spostati" risposi burbera, sentendo gli occhi velarsi e riempirsi di lacrime. Mi sentivo in conflitto con me stessa.
"Scusa Daniel" aggiunsi, guardandolo mentre cercava di capire che cosa avessi, e gli occhi indugiavano su i miei spenti ed arrossati.

"Scusa davvero. Sei l'unico che mi sta sostenendo ed io mi comporto così. Non lo so che mi succede" ammisi passandomi la mano tra i capelli, sentendomi meglio, ed alzandomi.

"Tranquilla" rispose melenso, racchiudendomi in un abbraccio dolce.

Mi lavai i denti, mentre Daniel andò giù ad aggiustarsi.
"Non andrai mica a lavoro così oggi?" Più che una domanda suonava come un'affermazione assertiva, che aspettava una mia risposta accondiscendente.

M'infilai un jeans stretto ed una camicia rosa cipria in chiffon, scendendo le scale.
"Devo. Ma comunque prima devo passare in un posto. Tu resta pure qui" lo avvertii più per non farlo venire con me, mentre raccattai la borsa a tracolla nera ed il giubbotto bianco.

"Cosa? Ti accompagno" replicò prendendomi per pazza, ed alzandosi di scatto dal divano.

"Davvero Daniel. Torno presto" mi girai verso il suo volto, tenendo una mano sul pomello della porta, parlandogli in modo delicato. Si passò una mano dai capelli alla nuca, per poi annuire.

"A dopo. Se hai bisogno...chiama" imitò il gesto del telefono con il pollice ed il mignolo, e gli regalai un sorriso prima di annuire e richiudermi la porta alle spalle con un tonfo debole.

C'era un po' di sole che scaldava il tragitto e rendeva tutto più limpido. M'infilai gli occhiali da sole, raccattandoli dalla borsa.

Stavo andando dal ginecologo. Ero troppo in subbuglio e temevo di essere rimasta incinta, dall'ultima volta con James. Ero troppo su di giri, ma ultimamente. Quindi non sapevo se preoccuparmi o meno, ma dell'ansia regnava in me. Perché se non saremmo tornati come un tempo, avrei tirato avanti da sola. Sempre e solo con le mie forze. Ma in caso lo ero davvero potevo solo essere felice. Perché il frutto di un'amore vero non è mai peccato.

Entrai dentro il consultorio giovanile. Non distava molto. Giusto venti minuti a piedi ma dato il vento leggero e caldo ci arrivai benissimo.
I muri erano rivestiti tutti da assi di legno faggio lucido, ed una ragazza dietro al bancone bianco mi sorrise.

"Sono qui per il consultorio" ammisi imbarazzata, togliendomi gli occhiali. Notai le varie porte marroni con le varie targhette in oro con inciso i nomi dei medici, mentre sul muro era affisso un quadro con del vetro, per illustrare cosa fosse. Odontoiatria, Vaccini, Ginecologia.

Riportai lo sguardo sulla ragazza con una coda ramata, e mi sorrise, vedendo gli occhiali sobbalzare per gli zigomi che si alzarono lievemente.
"Guardi è proprio la porta in fondo al corridoio. Può accomodarsi con le altre signore" m'indicò gentilmente, sporgendosi il giusto dal bancone, mentire annuii e la ringraziai.

Mi avviai titubante, verso le sedie rosse d'attesa. C'erano ragazze giovanissime, accompagnate anche dalle mamme, ed alcune che non superavano la quindicina con già un bambino piccolo nella carrozzina, che dondolavano dolcemente.

Mi sfilai la borsa dalla testa e la poggiai sulle ginocchia, che tenevo serrate ed appena tirate indietro, inchiodando i piedi sotto la sedia, sulle punte.
"Prima volta vero? Non ti ho mai vista" constatò una ragazza dai capelli blu, ed alcune ciocche rosse, squadrandomi.

"Si. Prima volta" affermai, aspettando il mio turno, mentre una ragazza entrò ed una uscii, superando il corridoio e sparire dietro la porta in vetro.

"Ti vedo tesa. Rilassati, è una visita di prassi. E poi è una donna che fa il consultorio" mi rivelò, sorridendomi. Il fatto che era una donna mi sollevava, ma non placava certo l'ansia.

Finché non vidi uscire la ragazza di prima, e mi alzai dato che ero arrivata dopo di lei.
Varcai la soglia marrone, entrando dentro per richiudere la porta con un tonfo leggero.

"Salve, si sieda" una signora di mezz'età dai capelli biondo cenere e lunghi fin sopra le spalle, m'invitò a sedermi. La scrivania bianca copriva parte della sua figura, e fogli erano sparsi in disordine sul piano. Un computer nero, una fotocopiatrice, erano di lato, mentre dietro degli scaffali bianchi con i vari book impilati perfettamente. A destra vi era una stanza da cui potei vedere spuntare un lettino con della carta bianca sopra, mentre a sinistra la finestra grande, emanava luce e calore.

Mi sedetti, incerta, e mi morsi il labbro.
"È la prima volta che viene?" Mi chiese, sfogliando dei fascicoli per tornare sul mio sguardo, mentre il suo era visibile da sotto gli occhiali a montatura rossa.

"Si" annunciai flebile, mentre mi porse un figlio.

"Bene. Qui metta i suoi dati, eventuali malattie, o qualche suo parente, ed una firma in basso. Dopo di che procederemo ad una visita di prassi e mi dirà il motivo per il quale si trova qui" mi spiegò carezzevole, prestandomi una penna che prese dal portapenne in ferro, ed un sorriso che ricambiai, prima di calarmi nella lettura.

Compilai il modulo, e sottolineai la malattia di mio padre che comunque non era rilevante per ciò che dovevo affrontare.
"Bene, venga con me" m'incitò dolcemente, alzandosi ed aggiustandosi la gonna in tweed grigio fumo, prima di scortarmi nella stanza.

"Si levi i pantaloni e le mutande e si sdrai sul lettino" m'invitò di nuovo, aggiustandosi gli occhiali ed infilandosi dei guanti in lattice.

Mi sganciai il bottone dei jeans ansiosa e così mi sfilai anche il tanga.
Mi sdraia sul lettino con le palpitazioni a mille, e con gentilezza mi allargò le gambe, prima di sentire un dito affondare dentro di me. Sobbalzai, poiché era un senso di fastidio e strano fatto da una donna.
Tastò o almeno avvertivo quello, mentre mi rivolse un sorriso e mi ordinò di rilassarmi e di non preoccuparmi.

Quando lo sfilò così come i guanti che buttò in un cestino bianco.
"È incinta vero?" Mi domandò come se cercasse una conferma che non avevo.

Mi drizzai, mettendomi a sedere sentendo la carta muoversi sotto di me e spostarsi leggermente con delle pieghe.
"Facciamo l'ultima prova che dirà se è esatto o no" mi guardò negli occhi mentre mi morsi il labbro, annuendo.

Prese un bicchiere bianco, e me lo porse.
"Vada dentro al bagno e faccia la pipì qui dentro, basta qualche goccia" affermò docile.

"Ok" sussurrai in preda ad un'ansia che mi stava logorando. Ero incinta, e se lo ero? O forse no? Mille domande si sovrapponevano ed il pensiero era positivo ma anche negativo.

Stetti attenta a centrare il bicchiere che tremava nella mia mano, allungata tra le gambe anch'esse tremolanti. Finché non finì e mi riaggiustati per tornare da lei.

"Bene. Ora inserirò questo dentro e vedremo" infilò un bastoncino dentro, con l'ansia che cresceva. L'orologio rosso, affisso sulla parete bianca, scandiva i secondi, con un rumore petulante al mio udito.

Finché non mi rivolse un sorriso smagliante.
"Complimenti Cindy. Sei incinta" mi diede del "tu" per darmi la lieta notizia ed un senso di leggerezza e dolcezza m'invase il corpo, piccoli brividi nel sapere che una creatura sarebbe nata dentro di me, che avrei curato e portato dentro il mio grembo per nove mesi. Una parte di me e di lui che sarebbe rimasta per sempre anche se noi non saremmo tornati. Ci speravo, credevo nelle sue parole. Non avevo certezze ma solo domande, ma sentivo che qualcosa di bello poteva ancora accadere nella mia vita.

Mi toccai la pancia, sentendo gli occhi inumidirsi e risi di cuore.
"Grazie" sussurrai con la voce smorzata dalla gioia immensa che stavo provando.

Uscii da lì, dandomi appuntamento per un'altra visita ed il nome di un bravo ginecologo, complimentandosi di nuovo.

La strada era lunga ed in salita ma insieme avremmo superato tutto.
"Non ti preoccupare, piccola o piccolo, noi resteremo per sempre insieme" sussurrai verso il mio ventre ancora piatto ed accarezzandolo con affetto.

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