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La persona che apri la porta era Amanda, una mia amica.
Dopo pochi secondi corse via con le lacrime ai occhi.
Il perché? Semplice:
A lei piaceva quell'idiota che avevo accanto.
-MIKEY PERCHÉ L'AI FATTO?!
Dissi acidamente sbraitando.
Silenzio.
Nessun rumore.
Nessuna risposta.
Mi fissava non tralasciando emozioni.
Il suo sguardo era impassibile.
Strinsi i pugni.
Mi sentivo male dalla rabbia.
Scoppiò in una risata.
-perché ridi? Sono partiti quei pochi neuroni che ti erano rimasti?
Continuava a non rispondere.
Il suo sguardo però si era addolcito.
Cosa gli passava per la testa?
Volevo capirlo.
-vieni qua.
Da dove se ne esce con queste parole tranquille? Parla come se fosse innocente.
Di sorpresa mi afferó per i polsi e mi trascinó in mezzo alle sue braccia.
“Una casa può essere fatta anche solo di due braccia.”
Lessi una volta in un libro.
All'inizio non avevo capito quelle parole, ora invece, le comprendevo alla perfezione.
Mi abbracciava come se fosse la cosa più naturale del mondo, come se tutti gli abbracci dati in precedenza ad altre, non fossero stati altro che esercizi per poter abbracciare meglio.
Il battito accelerava, le mie guance arrossivano e il mio stomaco pareva una gabbia piena di farfalle.
E lui?
Cosa stava provando?
Volevo saperlo. No, necessitavo saperlo.
Ma non avevo il coraggio di parlare.
Avevo paura.
-calma ora?
silenzio.
-mi tolgo?
Aggiunse.
-si, è imbarazzante.
Distolsi lo sguardo fissando le sudice piastrelle del bagno.
Non doveva vedermi mentre ero debole. Nessuno mi aveva mai vista in quello stato.
Tranne un vecchio amico di infanzia. Lui sapeva tutto di me.
-scema. Dovremmo andare. Posso lasciarti o devo rimanere così ancora per tanto?
-sai già la risposta.
Mi lasciò andare.
Un po volevo risentire quella sensazione di sicurezza, ma il mio orgoglio me lo impediva.
Mikey mi guardò e mi sorrise.
Non riuscivo a non fissare quella faccia da culo. Era fottutamente adorabile.
Sto diventando una persona incoerente.
-scema.
-la smetti? Sei fastidioso.
Roteai gli occhi indispettita.
-no, mi piace vederti incazzata.
-Mikey, ti odio.
Dissi severa.
/10 minutes later/
Mi diressi ai posti in fondo, dove era seduta Amanda.
Aveva gli occhi lucidi.
-hai pianto vero?
-non ho pianto.
Disse a sguardo riverso altrove.
-perché mi menti?
-Sembravate intimi.
Continuava a non guardami in faccia.
-non pensare male, quel cretino mi ha voluto fare un scherzo.
Un brivido mi attraversò la spina dorsale.
-seria?
Aggiunse con evidente entusiasmo.
Annuì.
Sembrava che le cose si fossero risolte, così tornai a posto.
Appena seduta Mikey chiese:
-che le hai detto?
-affari tuoi?
-ok... nascondimi pure le cose.
Fece il finto offeso.
-molto simpatico. Mi è venuto il mal di testa.
Mi aveva ignorata.
Stava pensando, era distratto.
Si voltò dicendo:
-scusa, prima ho esagerato.
-mi vendicheró.
Testa di minchia te la faccio pagare.
-sono stupito.
-spiegati meglio?
Alzai un sopracciglio, non avevo capito il senso di quella frase.
-normalmente le altre avrebbero già iniziato a piangere e a lamentarsi, tu invece te ne sbatti e pensi alla vendetta. Potrei farti qualsiasi cosa e tu non parleresti.
-Perché ti fidi così tanto di me?
-quanto siamo curiose.
Sorrise maliziosamente.
Lo ignorai, era inutile perderci tempo.
Mentre con fatica mi avvicinavo al finestrino, poiché Mikey ci era seduto accanto, notai che il cielo non era più limpido.
-Forse pioverà.
Disse lui notando il mio interesse per il tempo.
-spero di no.
L'ora a seguire fu il nulla cosmico.
Quando tutto sembrava perduto, la professoressa urlò:
-SIAMO ARRIVATI! Ragazzi, mettetevi in fila con la persona con la quale eravate seduti, queste saranno le coppie.
Shok. Seriamente?
All'improvviso sentí una mano sulla spalla.
Mikey mi stava guardando come per dire: "Ti uccidero mentre nessuno guarda".
Dopo un breve tratto di strada percorso a piedi, arriviammo all'hotel.
Grande e spazioso.
Mi piaceva.
Dovevamo mangiare, era mezzogiorno dopotutto.
Prima però, dovevamo lasciare le valige nelle nostre stanze.
Tutti quanti avevano una stanza propria, e se si voleva, si poteva stare con un compagno.
Ma io da brava asociale decisi di rimanere da sola.
Because life sucks.
La stanza era carina: c'era un letto matrimoniale spazioso e morbido, una tv con 4 programmi, nel migliore dei casi, e un bagno.
Posai la valigia e ritornai nella sala dove teoricamente dovevamo mangiare.
Ero la prima, gli altri erano ancora su.
Approfittai di quella situazione per dare un'occhiata in giro.
La mia esplorazione venne interrotta però da un'improvvisa nausea.
Troppo improvvisa.
Mi appoggiai al muro e scivolai a terra con le mani strette ai fianchi per il dolore allo stomaco.
Il dolore era atroce, al punto tale che chiusi gli occhi...
...quando tempo dopo li riaprì, mi ritrovai sul divano che era situato all'entrata.
Chiesi alla cameriera accanto a me il perché mi trovassi lì.
E lei gentilmente rispose:
-cara, sei svenuta. Ti era venuta un po di febbre, ora è scesa, ma non del tutto.
-grazie mille, è stata molto gentile. Sa dirmi anche chi mi ha portata qui?
-un ragazzo che ha detto di chiamarsi Michele, Mikel qualcosa del genere.
Perplessa.
Qualcuno entrò in quella sala. E si, era proprio lui.
La cameriera in quel momento uscì.
-cazzo ci fai qui?
-i prof mi hanno detto di rimanere.
Feci una faccia sconvolta.
-Scusa e grazie per avermi aiutato.
Annuì.
-ti è passata la febbre?
-non ne ho idea.
Bisbigliò qualcosa che non riuscii a comprendere e si avvicinò poggiando la sua fronte sulla la mia.
-sei calda, rimani a letto.
Ma...
Ovvio che sto male.
Ti avvicini così all'iprovivso.
-da quand'è che sei così gentile?
Ero seriamente intenzionata ad ottenere una risposta.
-mi hai fatto preoccupare.
Disse distogliendo lo sguardo.
Per caso era in imbarazzo?
Impossibile. Non è da lui. Non pes...
Mi abbracciò.
Nuovamente quella sensazione di conforto mi invase il corpo.
Ero al sicuro, ero protetta, ero al caldo.
Sentii le sue braccia intorno a me, mi teneva stretta a lui.
Incastrai la testa nella piega del suo collo. Sprofondai nel suo abbraccio e annegai nel suo profumo.
Mikey mi mandava gli ormoni in cristomadonna.
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