Capitolo 38
Era ubriaco, come quasi tutte le sere. Ormai la camicia sgualcita che portava addosso non gli si chiudeva più attorno alla vita.
Io ero nella mia stanza, quando avevo deciso di andare in cucina per prendere qualcosa da mangiare. Avevo cercato di farlo in silenzio, per evitare di disturbarlo o attirare la sua attenzione. Ultimamente era diventato insopportabile vederlo in queste condizioni. Era troppo difficile resistere, assecondarlo... il mio corpo si rifiutava e ciò mi costava molto.
Avevo aperto il frigorifero, ma non c'era ormai quasi nulla. Mamma era uscita a fare la spesa, così mi dovetti accontentare di un succo.
Non avevo fatto in tempo a versarmelo in un bicchiere.
«Bill...». Con voce pesante e affannata, papà si era accostato allo stipite della porta, grattandosi il cavallo delle mutande.
Non voglio adesso, avevo pensato, ma sapevo di non potergli sfuggire. Ormai non c'era più niente che potessi fare. Io ero suo, e lo sarei stato per sempre.
Si era avvicinato e la sua bocca si era posata sulla mia. Un bacio avido, violento, fatto di lingue mal riposte e mani che premevano sopra le natiche.
Avevo chiuso gli occhi, immaginando che fosse diverso, che fosse come era un tempo, quando ero più giovane e lui meno ubriaco. Avevo immaginato che quelle mani che mi prendevano e mi piegavano rozzamente contro il tavolo della cucina fossero di Josh. Avevo immaginato il suo fisico perfetto, i suoi addominali, le sue braccia da giocatore di pallavolo. Era stato l'unico modo per sopportarlo, per non sentire il peso di quella pancia sopra la mia schiena. Il peso di quel corpo flaccido che puzzava di alcol e sudore. Era tutto migliore, se chiudevo gli occhi. Ma poi mi aveva preso la faccia con la mano e mi aveva tirato a sé cercando un bacio umido che non volevo ricambiare. I miei occhi si posarono sulla luce della cucina, sull'unica lampada accesa, sulle ombre nella porta d'ingresso e sugli occhi azzurri di mia madre.
«Mamma...».
Mi risveglio di soprassalto nell'oscurità.
Quel ricordo è ancora lì, scolpito nella mia mente come se fosse accaduto proprio ieri. Era stato il giorno più brutto della mia vita. Il giorno in cui mamma aveva scoperto tutto.
L'orrore, la paura e la delusione che lessi nei suoi occhi... quella vena di disgusto e repulsione... certo che avevo rimosso il ricordo. Chiunque, al mio posto, avrebbe voluto dimenticare.
Ma non si può sfuggire ai propri demoni, alle proprie colpe.
Sono completamente sudato, bagnato dalla testa ai piedi come se avessi corso sotto la pioggia. Mi sento sporco. Pezzetti di legno mi si sono incollati alla pelle, insieme alla polvere. Mi disfo dall'intreccio di lenzuola che mi soffocano e mi metto seduto, con la schiena appoggiata alla testiera del letto. Osservo il rettangolo di luce proveniente dalla finestra, il chiarore grigio-blu provenire dalla luna. Vorrei alzarmi, aprirla, ma solo in questo momento mi rendo conto delle chiazze di sangue intorno a me.
Sollevo le mani, sono rigide e screpolate, incrostate. Ne sento appena il controllo, e bruciano. Sono stato uno stupido. Ho urlato così forte che adesso mi prude anche la gola. Ho veramente perso il controllo, come poche volte in vita mia. Ma almeno, ora mi sento libero. Svuotato da ogni sensazione. Apatico.
E mi lascio beare da questo stato, appoggiando la testa alla parete e chiudendo gli occhi.
Un punto rosso.
Mi sembra di vedere un punto rosso, ma forse è solo una mia impressione.
E poi vedo un riflesso, un contorno di labbra, due dita e la punta di un naso. Infine, un vapore si accende nel buio e si rischiara nel rettangolo di luce che proviene dalla finestra.
Capisco solo adesso che qualcuno sta fumando davanti a me, seduto su una sedia, che mi fissa.
Il primo istinto è quello di gridare, ma mi mordo le labbra e afferro con le dita dolenti le lenzuola.
«Ciao, Bill...». La sua voce è calma, distesa, melliflua. «È così bello vederti dormire... sembri proprio un bambino».
Guardo la finestra, non posso scappare da lì, la mia camera è al primo piano, rischierei di rompermi una gamba. Poi c'è la porta, non l'ha chiusa a chiave, è semiaperta. Probabilmente crede già di avermi in pugno, che sarò una preda facile, che mi lascerò toccare.
Istintivamente cerco il telefono, forse potrei mandare un messaggio mentre lo distraggo, ma mi ricordo che l'ho stupidamente scaraventato contro la parete.
O'Donnell tira un'altra boccata di fumo che soffia via dai polmoni, abbassandosi in avanti. Ha ancora addosso il suo cappello da sceriffo, ma il distintivo a forma di stella che gli luccica all'altezza del cuore, è solo un insulto al suo ordine di polizia.
«Che cazzo ci fa qui?», chiedo cercando di assumere un tono greve, ma ciò che esce fuori è una voce isterica e confusa.
Non lo vedo con chiarezza ma mi sembra che stia sorridendo. «A finire quello che ho iniziato...».
Ritiro le gambe al petto nel tentativo di mettermi in posizione di scatto. Non voglio che si accorga delle mie intenzioni, così continuo a fissare il buio davanti a me.
«Tua madre era una bugiarda». Getta a terra la sigaretta, la calpesta con la suola degli scarponi, quindi si alza entrando nella luce. «Ha provato a fregarmi...».
Se in questo momento mi alzassi per fuggire, non avrei via di scampo. Si butterebbe su di me e chissà cosa farebbe...
«Mia madre non era una bugiarda!», ribatto in un sussurro.
Si avvicina, con l'eco dei passi che si ripercuotono nel legno del parquet.
«Davvero, piccolo Bill?». Odio la sua voce. Odio il suo tono. «E allora perché mi ha sedotto? Perché ha cercato di farsi fottere se non per coprire la vicenda!».
«Bastardo!», urlo scattando in avanti.
Si getta sul materasso mentre mi butto di lato, cadendo rovinosamente a terra. Sento che mi afferra una caviglia, che mi trascina indietro sul letto. «Dove credi di andare, assassino!».
Non sono un assassino, dico tra me e me.
Calcio, mi scuoto, ma le mani mi fanno male e faticano ad aggrapparsi a qualcosa. Alla fine, le mie dita si annodano a qualcosa di duro, liscio e ruvido: il pezzo del letto a baldacchino che avevo fatto saltare. Lo stringo forte con entrambe le mani, mi volto, e lancio un colpo nel vuoto.
O'Donnell, sopra di me, cade di lato, dopo un secco tonfo.
Il battito è accelerato e l'adrenalina in circolo mi spinge ad alzarmi da terra e correre via.
«Nonna!», urlo per la casa, ma nessuno mi risponde.
Il cielo tuona, un lampo attraversa tutte le stanze. Il corpo di nonna Kathy è disteso sul pavimento del salotto, la faccia in giù. «Nonna...».
Respira ancora, ma non capisco perché non si svegli.
«Le ho iniettato un tranquillante», chiarisce O'Donnell comparendo alla fine delle scale. «Siamo solo io e te».
Mi guardo intorno, alla ricerca di qualsiasi cosa possa lanciargli contro.
Inizia a picchiettare, la pioggia scende funesta contro le finestre, mentre un altro lampo illumina il volto di O'Donnell.
Si butta su di me, cerca di afferrarmi, ma gli sfuggo ancora. Sono sottile, veloce e le mie gambe sono forti abbastanza da permettermi un altro scatto, un'altra corsa verso il corridoio della cucina. Afferro una lampada, gliela lancio contro, ma finisco per romperla contro il muro.
«Aiuto!», grido tra le stanze della casa, ma ho come la sensazione che la mia voce sia solo un flebile sussurro.
Respiro a fatica e le immagini sono distorte come attraverso un caleidoscopio di colori. Afferro la maniglia della porta della cucina che dà sul retro della casa, ma non faccio in tempo a spingerla.
Mi sento tirare all'indietro, afferrato per il colletto della maglia e scaraventato sopra il tavolo della cucina.
«Lasciami!».
Le sue mani risorgono dall'oscurità, e sono la personificazione di tutti i miei demoni. Non vedo da dove provengono, ma le sento afferrarmi la carne, stringerla sotto i duri polpastrelli, fino a soffocarmi. Fino a strapparmi gemiti di dolore che riportano a galla incubi senza fine.
«Noooo!».
Continuo a urlare e a dimenarmi, fin quando con un calcio, lo prendo all'inguine. Lui si piega in due per il dolore, soffocando un ruggito.
Scendo giù dal tavolo, perdo l'equilibrio e mi aggrappo alla parete.
Cerco i coltelli... dove sono i coltelli da cucina?
È tutto inutile. Non faccio in tempo. La mano dello sceriffo mi afferra per i capelli e mi costringe a sottostare alla sua presa. Sento il suo alito, il suo fiato di tabacco. Voglio vomitare, voglio morire... non ce la faccio più... quanto ancora dovrò sopportare tutto questo?
«Stai ferma, puttana», impreca tra le labbra.
Ma l'istinto mi suggerisce di alzare un ginocchio e colpirlo ancora. Lo prendo proprio lì, in mezzo alle gambe, e con entrambe le mani lo spingo contro il tavolo della cucina.
Ho un attimo di respiro, una chance per correre e scappare via.
Mi dirigo presso la porta d'ingresso, la spalanco, afferro l'aria a morsi e corro verso la strada.
Piove. Un acquazzone estivo, di quelli improvvisi e funesti, trascinato dal vento e dai fulmini.
Dovrei andare da Chris, urlare aiuto, ma chissà per quale motivo, le mie gambe mi costringono a prendere una strada diversa, offuscata dall'acqua che mi bagna il viso. Voglio trovare un rifugio, nascondermi. Così mi ritrovo nel bosco, sotto le fronde di aghi di pino, calpestando foglie e rami secchi, caduti.
Caduti come i miei sensi.
Ho freddo, sono stanco. I miei piedi non ce la fanno più e la gola è secca per la sete. Il cuore mi batte così forte che sembra voglia uscire dal petto; nelle mie orecchie, c'è solo la frequenza dei battiti, l'eco di tamburi che mi infiammano il viso.
Dove sono? Perché sono qui? Perché non sono andato verso il centro, a cercare aiuto? Sono uno stupido! Merito di morire qui, in mezzo al buio, tra questi alberi sconosciuti, in un posto qualunque come Josh. Il mio corpo non verrà mai ritrovato, e sarò quello che sono sempre stato: il nulla.
All'improvviso sento un rumore. Sono dei passi che corrono, li riconosco. La pioggia li copre, ma non abbastanza. Sono dietro di me o davanti o intorno.
Forse è solo nella mia testa, forse la paura è così tanta che mi sto immaginando la presenza di qualcuno.
E poi avverto un click.
Ruoto su me stesso. Lo vedo. Mi afferra.
Il suo corpo mi schiaccia e mi spinge a terra, nel fango. Finisco sopra il terreno bagnato, sbucciandomi le ginocchia e i palmi delle mani. È troppo pesante per me, ma con tutta la forza che ho in corpo mi spingo in avanti. Un braccio dopo l'altro, incastonando le dita nella melma di terra, rami e foglie. Ma lo sceriffo è ancora lì, avvinghiato alle mie gambe. Il suo corpo si muove sopra il mio, mi sovrasta, mi inchioda, finché non sento la sua ruvida mano nella mia bocca.
«Adesso sta fermo», ruggisce.
E arriva un lampo. Un fulmine zigzaga nel cielo, sopra le fronde. Ma è quando il tuono rimbomba nell'aria che arriva quel colpo alla mia nuca. Un tonfo secco, piatto e metallico, come il calcio di una pistola.
La pioggia scende giù, su di me, e dal cielo scuro vedo le stelle cadere.
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