Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

Capitolo 35

Stiamo aspettando da mezz'ora, seduti su una delle tre sedie del commissariato. Per mia fortuna, lo sceriffo O'Donnell non è presente, ma con noi c'è l'agente Garcia che si sta affogando nei suoi dodici donut ricoperti di cannella. Continua a ripetere che la cannella fa bene, ma a giudicare dall'enorme mole del suo corpo e dal suo triplo mento, credo che dovrebbe farne un uso più appropriato.

Appoggiato sullo stipite della porta che conduce alle celle, c'è il vice sceriffo. È giovane, gentile, con occhi azzurri e capelli biondo scuro. Sta sempre al telefono, concentrato, e mi chiedo se sappia qualcosa riguardo a quello che è successo stanotte. Non ne abbiamo ancora parlato con Chris, non ne abbiamo avuto il tempo. Dopo tutto quello che ci siamo raccontati, il piccolo e irregolare interrogatorio di O'Donnell era passato in secondo piano.

All'improvviso, la porta a cui il vice sceriffo faceva da guardia, si apre, e una donna minuta, di colore, esce con un enorme cartelletta stretta tra le braccia. Indossa un paio di tacchi neri, un pantalone lungo e una giacca con diverse cerniere. Il viso è piccolo quanto il suo corpo, tondo come una palla, accentuato dai neri capelli a caschetto e dal grosso naso a patata.

«William». Si avvicina a me, tendendomi una mano. «Sono Crystal Brooks, l'avvocato di tua madre».

Chris appoggia la sua mano sulla mia coscia per un breve momento, quindi mi alzo per ricambiare il saluto della donna.

«Posso entrare?», chiedo con il cuore a mille.

«Sì, ma...». Abbassa il tono di voce e mi guarda con i suoi grandi occhi neri e lucidi. «Con tua madre siamo riusciti a trovare un accordo. Non preoccuparti», aggiunge facendomi l'occhiolino.

«Cosa significa?», chiedo sopra i suoi sussurri.

L'avvocato mi fa un cenno con la testa e poi indica la porta. «Non fate cenno alla faccenda, tua madre ti spiegherà tutto».

Il vice sceriffo si avvicina, riponendo il telefono in tasca. Fa ruotare le chiavi intorno all'indice, quindi mi fa segno di seguirlo. «Andiamo?».

I miei occhi si posano su Chris prima di andare. Mi sorride, in un vano tentativo di farmi sentire meglio, ma ho l'impressione che niente di ciò che sentirò mi farà del bene.

«Ci vediamo dopo», mima Chris con le sue labbra, e a passo lesto raggiungo la porta della prigione.

Mia madre si trova proprio lì, nella cella accanto alla finestra, seduta su una scomodissima panchina.

Quando mi vede arrivare, corre verso le sbarre, tendendomi le sue braccia.

E io le cerco, le stringo, lasciandomi avvolgere dal loro tocco risanatore.

«William, amore mio...», sospira mamma, e le nostre fronti, con fatica, si toccano tra le sbarre.

Le mani si stringono, e per un attimo chiudo gli occhi, immaginando di essere ancora a casa. Ancora al sicuro.

«Mamma...». Ho un groppo alla gola. Tutto quello che avrei voluto dirle evapora nella mia testa, come neve al sole. L'unico pensiero che sopravvive è il bisogno di lei, di rivederla a casa, di darle un vero abbraccio e far finta che nulla di tutta questa storia sia mai accaduto.

«Come sei bello... ti vedo... diverso!».

Sorrido, ma quando riapro gli occhi nei suoi, vedo anch'io una donna diversa. Sembra più magra, sciupata, trascurata. Ha una bellezza spenta che mi stringe il cuore in una morsa di spine. «Stai mangiando?».

«Sì, amore, non preoccuparti. Qui sto benissimo», risponde cercando il mio viso con le sue mani. «Tu, invece? E la nonna?».

Scuoto la testa, in un misero tentativo di cacciare via le lacrime. «Va bene, ma...». Le labbra mi tremano. «Voglio che torni a casa».

Mi accarezza i capelli, mi tira ancora sé. Se fossi qualche centimetro più piccolo, potrei persino passare attraverso queste fredde e pungenti sbarre, ma le nostre fronti sono l'unica cosa che si riescono a toccare. «Amore mio... io non posso tornare a casa...».

«Cosa?!». Sento le gambe farsi molli come gelatine. «Perché?».

«Ho fatto un patto con il giudice. Ormai ho confessato, mi manderanno in carcere».

Spalanco gli occhi, incredulo di fronte a quelle parole. «Ma che stai dicendo? No, no! Sono stato io. Sono stato io!».

«Ssh!». Mamma mi tappa la bocca e mi intima al silenzio. «No, amore. Io sono stata. È stata legittima difesa... ma ho l'aggravante di aver occultato il corpo. Non sono stata sincera e...».

«Non è vero», rispondo in un sussurro. «Ora ricordo... ricordo tutto!».

Adesso è mia madre che scuote la testa, che cerca di tenermi a sé, stampandomi un bacio sulla fronte. «Quella notte...». Si ferma. Vuole parlare, ma non trova il coraggio.

Mi allontano, non posso sopportare tutto questo. Non posso sentire le sue mani su di me, con la consapevolezza che questa potrebbe essere l'ultima volta...

«Lo sceriffo non ti crede, ce l'ha con me!».

«Lo sceriffo?», fa eco con tono allarmato. «Ti ha parlato?».

«Mi ha quasi investito, in realtà...», rispondo con un mesto sorriso.

«Come ti ha investito?».

Scuoto la testa. «È una lunga storia. Correvo per strada, ero scosso per via di un litigio con Chris. Lo sceriffo mi ha trovato e mi ha portato a casa sua».

Improvvisamente, sento le mani di mia madre avvinghiarsi alle mie braccia, come gli artigli di una leonessa. «Devi stare lontano da lui! È pericoloso!».

Pericoloso? Un campanello d'allarme rimbomba nella mia testa. Il pavimento comincia a cedere, si sgretola intorno ai miei piedi e l'aria si fa pesante. Rivivo quei momenti di tensione, l'oscurità della cucina, la lampada, la cintura.

Deglutisco. «Perché?».

«Crede che io l'abbia manipolato... che lo abbia sedotto per coprire le prove. Lui sa che mento...».

«Dovrei essere io qui!», sibilo stringendo la presa su mia madre. «Non tu... io... i-io l'ho...».

«No, Bill!», mi ferma. «Va bene così. Quella notte...». È dura per entrambi. «Quella notte tu hai cercato di proteggermi». La sua voce è bassa, un sospiro teso e preoccupato. «Adesso, lascia che sia io a proteggerti!».

Mi allontano. Quelle sbarre fredde stanno congelando le mie mani e le mie braccia. Sento brividi in tutto il corpo, mentre un calore si sprigiona lungo la gola fino alle orecchie. Non respiro, il naso è ricoperto di muco, mentre la vista è sfocata dalle lacrime. Non ho nemmeno il coraggio di farmi vedere in questo stato, tant'è che sfuggo al suo sguardo fissando un vaso di piante sotto la finestra.

«Bill... è giusto così!», dice mia madre allungando una mano verso la mia spalla.

«No, non è giusto...».

«Avvicinati».

Faccio un passo in avanti e prendo la forza di guardarla negli occhi. Sono chiari e splendidi, pieni di vita e di energia. Sono in contrasto con le rughe sul suo viso, con quei capelli spenti e aspri che le ricadono dietro.

«Promettimi che non dirai nulla», sospira. «Promettimi che terrai questo segreto per te».

Mi sta chiedendo di mentire? Di infrangere la legge? Di condannarla!

«Promettilo!». Questa volta, la sua voce è una richiesta disperata, un grido che mi fa sobbalzare. «Ti prego...».

Non sono mai riuscito a dirle di no. Tutto pur di non deluderla. Anche se in fondo... non mi sono mai meritato il suo amore. L'ho tradita milioni di volte. Mi nascondevo, dentro il suo letto, e non m'importava. Quanto l'ho già delusa? Non le avrò fatto schifo? Sicuramente, la sua compassione, è ciò che mi ha salvato. Al suo posto, non so se sarei stato così forte.

«Va bene», ammetto in un soffio.

«Promettilo!», ribadisce a denti stretti.

Ingoio questo boccone amaro che sa di menzogne. Ingoio questa dura realtà, questo segreto che non dovrà più posarsi sulle mie labbra. «Te lo prometto».

Mamma espira profondamente, come se si fosse liberata di un peso. Mi chiama a sé e io mi lascio cullare dal suo modesto abbraccio. «Bravo, amore mio, ti voglio bene».

Sento di sbagliare, che dovrei essere io quello dall'altro lato.

«Promettimi che ti prenderai cura di nonna e della casa. Che farai il bravo ometto».

Annuisco, strofinando la mia fronte sulla sua.

«Bravo... e mi raccomando», aggiunge con un monito. «Stai lontano dallo sceriffo». 

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro