Capitolo 20
Era un lunedì freddo, umido e piovoso, come il giorno in cui sono venuto qui. La mente mi riporta a quello strano episodio, a Josh, e al nostro primo incontro nelle docce. Quanto era stato imbarazzante? E quanto ero stato sciocco? Se fossi stato più attento, se non mi fossi fatto prendere dal panico, magari avrei notato anch'io la sua erezione.
Ho rimesso il foglio di giornale al suo posto, ho sbagliato a conservarlo, forse dovrei distruggerlo. È che sembra tutto così assurdo, così irreale. La verità è che sono un ingenuo. Pensavo davvero di potermela cavare così? Cambiare città e re-settare la mia vita? Io la ricordo quella notte... c'era vento e freddo. Ricordo lui davanti alla porta di casa, era ubriaco e mi aveva messo le mani addosso. Poi era entrata mia madre...
E dopo?
Il sangue sulle mie mani...
Sì, avevo sbattuto la testa. Lui mi aveva picchiato come al solito, c'erano i pezzi di vetro di una bottiglia sparsi per tutta la cucina.
È stato allora che mamma mi ha detto che ce ne saremmo andati, che quella casa non faceva più per noi.
Il telefono vibra e mi riscuote dal mio stato fetale. Allungo il braccio e rispondo senza nemmeno guardare il display. «Pronto?».
«Bill! Finalmente mi rispondi...». Chris... è ancora agitato. Perché?
«Cosa...».
«Dove sei?», mi chiede infastidito. Non mi piace questo suo tono.
«Che ore sono?», bofonchio allontanando il display del telefono dal mio orecchio. Segna le 20:45.
«Sono già tutti qui...», mi dice Chris. «Vengo a prenderti?».
A questo punto mi alzo dal letto. Non sto capendo più niente. «Tutti dove?».
«A casa mia! La festa... Bill, ma che ti succede? Stai bene?», risponde allarmato.
La festa! Quella maledetta festa organizzata per i genitori di Mike. L'avevo completamente rimossa. Di nuovo.
«Come... non penso di venire», dico con un filo di voce.
«Ma perché? Sono tutti qui, Ellie e i gemelli... manchi solo tu».
Mi fa male la pancia e mi gira la testa. È stata una giornata difficile, non posso sopportare anche una festa.
Stavo per dire tutto questo, ma poi sento un gran rumore di sottofondo e la voce di Mike abbaiare al telefono di Chris: «Ehi, William! Sei rimasto a casa in castigo? Qui ci stiamo divertendo...».
«Smettila, Mike, lasciami il telefono...».
Sento del rumore, Chris è indispettito.
«Scusami, fa sempre l'idiota. Dai, vieni, ti sto aspettando...».
Mi sta aspettando. Non gli altri, ma lui, e per qualche strana ragione, questo pensiero mi conforta. Ma ho pianto e dormito tutto il pomeriggio, non sono in uno stato presentabile, non posso venire!
«Chris, io... non sono neanche pronto».
«...su facciamo un brindisi...», sento di sottofondo. «...cin-cin!».
Si stanno divertendo, nessuno sente la mia mancanza, non dovrei essere lì. «Mi spiace, Chris... ma non me la sento».
Chiudo la chiamata prima che possa rispondermi. Mi fa male il petto, ma non voglio che mi veda così. Sembro solo un patetico ragazzino che non sa nemmeno che cosa vuole dalla sua vita. Ecco, mi sono ritornate le lacrime che mi tengono prigioniero a quel passato che odio ricordare.
Il telefono vibra di nuovo nella mia mano, ma lo lascio cadere sul letto e non rispondo. Scusami, Chris, odiami se vuoi, forse è quello che mi merito.
Inspiro un profondo boccone d'aria e lascio uscire un groppo dalla gola. Decido che è meglio allontanarmi dalla mia stanza e darmi una sistemata. Prima in bagno per lavarmi il viso e i polsi, poi scendo in cucina, buia e silenziosa.
Probabilmente, mamma e nonna sono già a letto. Anche per loro è stata una difficile giornata. Apro il frigorifero per cercare qualcosa da mettere sotto i denti, ma non c'è nulla che mi aggrada, così bevo dell'acqua per idratarmi.
Suona il campanello.
È lo sceriffo? Hanno scoperto qualcosa? Non mi sorprenderebbe finire schiacciato dall'ennesimo pugno del passato.
Chiudo lo sportello del frigorifero e vado in corridoio. Forse dovrei ignorare quel suono e fare finta di nulla. Non sono pronto per affrontare il mondo esterno, mi basta il buio del corridoio che ora mi abbraccia.
Din-don.
Suona ancora e probabilmente il campanello sveglierà tutta la casa. Dal piano superiore ancora nessuna luce, così mi faccio coraggio e apro la porta.
«Chris...».
È straordinariamente bello, e senza fiato. Indossa dei pantaloni beige e una giacca blu. Le sue guance sono rosse e gli occhi brillano.
«Scusa...», inspira ed espira. «Mi sono messo a correre...».
«Cosa...», rimango interdetto. «Cosa ci fai qui?».
Appoggia una mano sullo stipite della porta. «Vieni con me».
Indietreggio portandomi il pugno al petto. «Non voglio venire alla festa, non mi sento a mio agio...».
«Non parlo della festa». Inspira di nuovo. «Vieni con me. Solo io e te».
Solo io e te. Sì, sì... per un attimo ho l'istinto di buttarmi fra le sue braccia e fare qualunque cosa mi chieda, ma poi mi blocco, terrorizzato.
«Non posso, io...».
«Ti prego», mi supplica mordendosi le labbra. «Parliamo soltanto. Voglio farti vedere un posto speciale».
«Ma...». Sono praticamente in pigiama, con un paio di pantaloncini e una maglietta. «Mia madre dorme...».
«Dai, mettiti una giacca e le scarpe. Torniamo a casa prima di mezzanotte».
Insiste, ed è incredibilmente irresistibile. Be', sono io che non riesco ad oppormi. Afferro la porta di casa e mi volto indietro verso l'appendiabiti: se resto qui l'oscurità continuerà a risucchiarmi nel suo abbraccio e alla fine lei l'avrà vinta, ma se esco allora il buio della notte potrà mostrarmi un'altra via dove andare. È quello che voglio, quello di cui ho bisogno? Una mano che mi salvi?
Afferro la giacca e le scarpe all'ingresso, mi chiudo la porta alle spalle senza prendere le chiavi, ma non m'importa. Questa volta voglio uscire e non tornare indietro.
Chris mi sorride, mi prende la mano e mi porta via. Iniziamo a correre lungo il marciapiede e per un attimo mi viene da ridere. Non ho idea di cosa abbia in mente, ma quando finisco il fiato siamo davanti il cancello di casa sua.
«Aspettami qui», mi dice.
Non vorrà mica farmi entrare... Non sono presentabile e sinceramente non ho molta voglia di stare in mezzo alle persone. Se ritorna con un invito, la mia risposta sarà "no".
E invece mi sorprende. Il vialetto di casa s'illumina e lui esce fuori al cavallo della sua moto.
«Mettilo», mi dice porgendomi il casco.
Non faccio domande e obbedisco. Vorrà portarmi al lago? Va bene.
Metto il casco e salgo sulla sua moto, ma questa volta mi stringo forte a lui senza timore. Lui mette la freccia e accelera verso la periferia. D'un tratto chiudo gli occhi e Heaven's Hill sparisce dietro le curve dell'autostrada.
«Dove stiamo andando?», urlo da sotto il casco, contro il vento.
«Lontano!», risponde.
Mi fido di lui, può portarmi dovunque. Questa sera ho scelto di abbandonarmi alla scoperta. Mi basta stringerlo per non avere paura e non pensare più a nulla. Se fosse sempre così facile, forse non soffrirei così tanto.
Lontano vedo le luci della città, caotica, misteriosa.
Lì le stelle non si vedono, ma Seattle è stata comunque casa mia.
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