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Capitolo 19

Posso solo immaginare quello che potrebbe succedere. Nulla di buono, ovvio.

Come potrebbero mai crederci? Il padre e marito sparisce di casa, la famiglia si trasferisce in un'altra città senza fare denuncia e dopo alcune settimane si riscopre il cadavere. La polizia verrà a interrogarci, ma noi sappiamo cosa è veramente successo. Lui se n'è andato di casa e non ha dato più notizie. Lo abbiamo dato per morto e avevamo ragione.

Ma ora il suo cadavere ci darà altri problemi...

Continua a tormentarmi, continua sempre a tormentarmi. Non me ne sono mai liberato veramente. Neanche fuggire in un'altra città è servito a qualcosa. Il suo fantasma mi perseguita, come la mia ombra.

Apro la manopola della vasca, facendo scorrere l'acqua tiepida. Dovrei fare una doccia, ma ho intenzione di rilassarmi e restare sdraiato per un po'.

Ho ancora il profumo di Chris addosso, un'aroma naturale emanato proprio dalla sua pelle. L'ho sentito quando mi ha abbracciato questa mattina e non se n'è più andato.

Mi volto di schiena allo specchio, osservando il taglio netto dalla scapola ai reni, l'ultima violenza subita... Ho altri tagli sulla pelle, piccole cicatrici quasi impossibili da vedere, ma ci sono. Ciò che è scomparso sono stati solo gli ematomi che hanno comunque lasciato un segno dentro di me.

Immergendomi nell'acqua tiepida, rivedo ancora sui miei fianchi i segni rossi delle sue dita. Dopo si era scusato, mi aveva abbracciato e aiutato a pulire. Quel giorno avevo smesso di parlare, di bere, di mangiare. Mamma si era accorta di ciò, ma le mentii, affermando che avevo avuto solo un mal di pancia.

Quello che accadde dopo fu solo conseguenza del mio stupido amore. Della mia ingenuità, della mia ignoranza. Ero cambiato, non ero più quel ragazzino innocente che tutti credevano. Ero consapevole. E lo desideravo più di ogni altra cosa al mondo, anche se a volte mi puniva, quando mi chiedeva di pregarlo.

Credo sia stato l'alcol a ucciderlo e a uccidere il nostro rapporto. Negli ultimi tempi beveva sempre di più e il suo atteggiamento mi allontanava da lui. Mi rifugiavo altrove, nella mia stanza, ed è stato allora che mi accorsi di John.

L'avevo conosciuto durante le docce degli spogliatoi, a scuola. Non mi ero mai accorto di lui, prima di quell'incontro, il che era strano ma non impossibile. Me ne stavo sempre per conto mio, con la testa bassa, sui libri. Quella sera di pioggia, però, dopo gli allenamenti di pallavolo, qualcosa era cambiato.

Ero rimasto l'ultimo a cambiarmi sicché nessuno avrebbe potuto vedermi nudo, quindi mi ero buttato sotto il getto della doccia, gelata e poi bollente. Fu allora che me lo ritrovai al fianco. Bello, nudo, atletico. La pelle scura e gli occhi verdi. C'era un non so che nel suo sguardo, qualcosa di particolare che si tramutò in desiderio poco più avanti.

Quella volta, non ci dicemmo una parola, ma io me ne ero andato imbarazzato e con l'ombra del suo sguardo dipinta sul mio.

È difficile distinguere la verità dalla menzogna, quando per tutta la vita hai conosciuto un solo tipo di amore. E io non avevo strumenti per capire quello che da lì a poco sarebbe successo. Non potevo immaginare cosa avrei sentito e come mi sarei trasformato.

Prendo la spugna imbevuta di acqua e sapone e massaggio il braccio fino alla spalla. Mi lavo il petto, scendo giù per la pancia, infilando la spugna tra le cosce. Voglio pensare ad altro, cancellare il passato. Sono qui per ricominciare, per stare con Chris...

Chris... Ma stiamo veramente insieme? Insomma... che cosa siamo?

Il telefono vibra sul bordo del lavandino. È sicuramente lui, mi chiama da tutta la mattina. Non lo biasimo, ma finora non ho avuto il coraggio di rispondergli. Tuttavia, non riesco più a ignorarlo e così allungo un braccio per cercare di afferrare il telefono.

«Pronto?».

«Dove cazzo sei?». Il tono della sua voce mi fa saltare in aria e quasi mi cade lo smartphone nella vasca.

Dio... è veramente arrabbiato o preoccupato... Dovevo rispondergli.

«Scusa...», dico a bassa voce, tant'è che non sono sicuro se mi abbia sentito.

Avverto un silenzio dall'altra parte. «Ero in ansia...», risponde placando la sua ira. «Ti mando messaggi da tre ore e non rispondi... pensavo ti fosse successo qualcosa».

Serro le labbra. Non ne combino una giusta. L'ho fatto stare male, ingiustamente, e non so perché, ma per questo, sto male anch'io. È come se mi fossi dato un pugno da solo, senza rendermene conto.

«Bill...». La sua voce è nuovamente calda e dolce, come sempre. «Scusa se ho urlato».

«Hai ragione...», lo fermo prima che possa dire altre stupidaggini. «La colpa è mia».

«Stai bene? Dove sei?», mi chiede, trasmettendomi un po' di ansia.

«Sì, sto bene... sono a casa».

«D'accordo...», dice soddisfatto. «E cosa fai?».

Sorrido.

«Eh? Che c'è?».

Cerco di trattenere una risata. «Niente sono nudo nella vasca da bagno...».

«Ah...». Dal sospiro sembra in imbarazzo. «Ok... allora ci sentiamo più tardi per la festa?».

La festa vero... me n'ero già dimenticato.

«Sì, ok...».

«E rispondi!», mi intima e lo immagino a fissarmi con i suoi intensi occhi grigio-azzurri.

«Sì, sì... lo farò», rispondo ubbidiente. «Ciao...».

«A dopo, ciao».

Termino la chiamata e sprofondo nuovamente sotto l'acqua. Chiudo gli occhi e mi lascio cullare dal silenzio ovattato intorno a me. Anche se apprezzo la sua preoccupazione, comincio a sentirmi disturbato: so che lui ha delle aspettative su di me e non voglio rischiare di deluderlo.

Quando ho finito, mi avvolgo nell'accappatoio mentre l'acqua scorre via sotto i miei piedi. Mi do una leggera sistemata ai capelli – mi secca asciugarli – indosso gli slip e vado nella mia stanza.

Devo ancora abituarmi a questa atmosfera. Rispetto all'inizio, la mia camera è decisamente più confortevole. Mi distendo sul letto e mi convinco che andrà tutto bene, che non ci saranno problemi, che...

«Bill!», mi chiama mamma dal piano di sotto. «Puoi scendere, per favore?».

Non so cosa voglia, e sinceramente sono anche seccato. Non mi va di alzarmi dal letto, ma devo farlo.

Apro il cassetto dell'armadio, prendo un paio di pantaloncini e una maglietta e scendo giù.

Sono ancora a metà rampa, quando vedo il nuovo "fidanzatino" di mamma all'ingresso.

Lo sceriffo O'Donnell indossa la sua divisa, il capello, la spilla e un'espressione enigmatica sul volto spigoloso. Cerco di decifrarla, ma è lo sguardo di mia madre che mi fa preoccupare. «Ciao Bill».

«Salve», rispondo celermente, fermo sugli ultimi giardini. «Che succede?».

Mamma bisticcia un po' con le mani: è nervosa. «Lo sceriffo vorrebbe farti alcune domande...», comincia a spiegare. «Su tuo padre».

Non posso crederci... Non riesco a immaginare che stia già succedendo. Ma in fondo, se i giornali hanno pubblicato la notizia questa mattina, la polizia ne era già a conoscenza.

«Non preoccuparti...», chiarisce l'uomo accennando un sorriso. «Solo qualche domanda... non è un interrogatorio».

Non so che dire, perciò mi limito ad annuire.

Mamma fa cenno allo sceriffo di accomodarsi in cucina e corro a sedermi su una delle sedie del tavolo. Sto per chiedere dov'è nonna, quando mia madre chiude la porta e ci lascia soli.

«Allora», sospira lo sceriffo poggiando il suo cappello sul tavolo. «Come stai?».

Lo fisso negli occhi neri come la pece. Odio la sua cortesia, so che lo fa per mettermi a mio agio, ma è tutto inutile con me. «Possiamo andare al sodo?».

L'uomo sembra sorpreso della mia risposta, ma sorride annuendo. Prende una foto dalla tasca della camicia da sceriffo e me la mette davanti. L'immagine è quella di un cadavere bianco come un lenzuolo. Ha la pelle raggrinzita e le labbra sono viola, spalancate.

«Lo riconosci?».

I piccoli peletti lungo le braccia si sollevano. Sento come se qualcuno mi stesse colpendo con un martello al petto. Ho il cuore che potrebbe sprofondare, schiacciato dal resto del mio corpo.

Apro la bocca per rispondere, ma ho scarsa salivazione. Annuisco leggermente, fissando i tratti somatici dell'uomo nella foto.

«Chi è?», chiede lo sceriffo, ma sappiamo entrambi la risposta.

«Mio...», la voce mi trema come una foglia scossa dal vento.

Distolgo lo sguardo, voglio dimenticare quell'immagine, e lui la mette via nel suo taschino. «Quando è stata l'ultima volta che l'hai visto?».

C'era la pioggia...

«Non lo so... non me lo ricordo...».

«Qualche settimana fa? Un mese fa?», insiste O'Donnell con un tono di voce che mi fa innervosire.

«Non lo so!», rispondo alzando il tono. «Una sera è uscito di casa e non è più tornato».

Lo sceriffo mi squadra attentamente, come se stesse cercando di leggermi nella mente. «E tu e tua madre ve ne siete andati così? Senza dire niente a nessuno?».

Stringo i pugni... Basta con queste domande, ormai non ha più senso...

«Bill?».

«Era un ubriacone, usciva tutte le sere! Non volevamo più vederlo...», decido di rispondere per farlo tacere, ma ovviamente non si ferma.

«Capisco... E che giorno era quando se n'è andato?».

«Non abbiamo finito?», sbotto alzandomi in piedi.

La sedia del tavolo si inclina, rovesciandosi per terra. La porta della cucina si apre e mamma entra in mio soccorso. «Che succede? Va tutto bene?».

Mamma mi avvolge nelle sue braccia, ma mi sento soffocare. I miei occhi sono fissi sullo sceriffo che, incurante della mia reazione, si rimette il cappello e si alza con estrema calma.

«È tutto apposto Martha, abbiamo finito...».

Che cosa vuol dire quella risposta?

«È evidente che tra te e tuo padre non c'erano buoni rapporti...». Si ferma sulla soglia della porta della cucina, prima di darci le spalle. Toglie nuovamente il cappello e se lo stringe al petto. «Spero per voi che non sia successo nulla di grave, anche se posso immaginare...».

Quelle parole mi arrivarono dritte al petto, facendomi sanguinare. Calde lacrime scendono dai miei occhi, bruciando il mio viso.

Mi sento così solo, pieno di vergogna... è come se mi avessero spinto dalla cima di un burrone. Credo sia questa la sensazione che si prova, un lento cadere verso l'oscurità. Mamma prova a prendermi la mano, ma continuo a scivolare, lei insieme a me.

«Capisco». Sono le sue ultime parole.

Cosa? Cosa ha capito? Non abbiamo detto niente! Non è successo niente...

Fa un lieve saluto con la testa, quindi si rimette il cappello, uscendo di casa.

«Amore...», sussurra mia madre, asciugandomi le lacrime sulle guance. «Andrà tutto bene, vedrai...».

«Lasciami!», urlo liberandomi dal suo abbraccio.

«Bill!».

Corro su per le scale, dritto nella mia stanza. Non voglio che mi veda così... Non voglio vedere nessuno!

Sento tutto il fango addosso, la merda che ho dovuto nascondere e sopportare per tutti questi anni. I demoni sono ritornati a galla, le immagini, i ricordi... I ricordi di quelle sere, delle grida, dei pianti. Dei baci nascosti, della pioggia, del fango... Tutto quel fango...

Scoppio a piangere per Josh, per quello che gli è successo, per quello che non sono riuscito a fare... Le ombre mi stanno circondando e tiro fuori il vecchio borsone dall'armadio, quello con cui sono venuto.

Tiro la cerniera e apro la tasca interna. È ancora lì, l'ho portata con me e l'ho tenuta nascosta per tutto questo tempo. È l'unica cosa che ho di lui, l'unica immagine, l'unico legame.

È la foto di un vecchio giornale che ritrae un bel ragazzo dagli occhi verdi e riccioluto. "JOSH MERRICK" annuncia il titolo. "RAGAZZO SCOMPARSO DA PIÙ DI UNA SETTIMANA".

Le mie lacrime si posano su di lui...

Josh...

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