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Capitolo 18

La porta di casa è socchiusa. Strano. Non ci faccio tanto caso. Voglio andare dritto in bagno a farmi una doccia e togliermi di dosso quella cattiva sensazione.

Chiudo la porta alle spalle e inspiro profondamente prima di fare un passo all'ingresso.

È in quel momento che sento dei singhiozzi. Mamma sta piangendo? In una frazione di secondo, immagino cento scenari differenti. Penso le cose peggiori, che sta male, che è successo un incidente, che lo sceriffo O'Donnell l'ha tradita o picchiata...

Nonna Kathy la conforta a bassa voce, così mi decido a dirigermi in cucina. «Che cosa è successo?».

Le ritrovo sedute al tavolo, chine su un foglio di giornale. Nonna Kathy abbraccia mia madre e le accarezza i capelli come se fosse una bambina: poche volte l'ho vista così fragile.

«Perché piangi?», insisto con il cuore in gola.

Sento la pressione sanguigna scendere, togliendomi forza lungo le braccia e le gambe. Inizio a pensare davvero al peggio, poiché entrambe mi guardano con un'espressione persa e incapace di rispondere alla mia semplice domanda.

Alla fine, è mamma che con la mano spinge il giornale verso di me.

Spalanco gli occhi e leggo l'articolo in prima pagina: "Seattle. Uomo 40enne ritrovato morto nei pressi del fiume Columbia". Non posso crederci, così proseguo. "Alcuni locali credono che la vittima sia proprio Arthur J. Graham".

«No...». La mia voce trema, così come le mie mani.

Sento gli occhi spalancati, riempirsi di lacrime, e i demoni appoggiarsi sulle mie spalle.

«No...».

«Amore...». Mia madre si alza, abbracciandomi. «Vedrai, non succederà niente... andrà tutto bene...».

Le ginocchia cedono al peso gravoso sulle mie spalle e il cuore scivola tra fegato e polmone. «Non è vero...», sussurro, mentre mamma cerca di raccogliermi. «Lui continuerà a tormentarci... anche adesso che è morto».

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