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Capitolo 17

Brancolo nel buio, con strane ombre intorno a me. Mi metto a correre certo che tutto ciò non è reale. La realtà non è così fredda, non è così oscura.

È un sogno... no, un incubo... e so dove vuole portarmi.

Davanti a me, c'è la porta della camera da letto, dove lui mi aveva portato. Le tenebre della notte gettano una luce bluastra sulla bianca porta, ma la maniglia sembra luccicare e invitarmi a prenderla.

Non posso resistere, non ho il controllo del mio corpo. Seguo la forza invisibile che mi ha portato lì, con il cuore nella gola. Se mi guardassi, non riuscirei a vedere neanche me stesso. È come se fossi solo un'essenza, un'anima sperduta in un oceano di ombre.

La porta si apre e mi ritrovo nella camera da letto. È quella dei miei genitori. È dove tutto ha avuto inizio.

Quanto ero stato stupido... All'inizio, mi ero lasciato lusingare dal suo desiderio. Ero stato consenziente, fiducioso, felice. Ma poi, tutto era cambiato. Il suo sguardo era mutato in una maschera di pura rabbia selvaggia. Non c'era più l'uomo che avevo amato, ma un animale preda dell'istinto.

Entro nella stanza, anche se non voglio. La porta si chiude alle mie spalle e sparisce. È tutto come allora, la lampada accesa, le coperte stropicciate, le pareti rosa salmone.

Cado sulle mie ginocchia, ai piedi del letto, lì dove si era preso la mia cosa più preziosa. La testa comincia a scoppiarmi e il silenzio fa spazio al rumore. Non è realmente nella mia mente, ma tutto intorno a me. Gli echi di quelle botte, delle sue mani su di me, del suo respiro irregolare. Dei suoi grugniti. Gli avevo chiesto di fermarsi, mi faceva male, ma non c'era stato verso.

«Non resisto più...», ansimava.

Mi aveva girato di spalle, incurante del mio dolore. Dei crampi allo stomaco, delle ferite che mi aveva procurato. Aveva continuato a spingere, distruggendomi l'anima a ogni affondo. Neanch'io ero più riuscito a resistere.

«No... no... basta...». Non avevo più fiato in gola. «No... ti prego... no, no, no...».

«NO, NO, NO, NO!».

«Bill, calmati!».

«NO, NO, no...». La mia voce è rauca, consumata, stanca.

Ho le lacrime al viso e non so cosa sia successo. Sento Chris intorno a me, le sue braccia che mi avvolgono e mi stringono.

Siamo nel suo letto, distesi, io accanto a lui, e mi dondola, lasciandomi dei teneri baci sulla fronte.

«Va tutto bene», mi dice. «È stato solo un incubo...».

«No...», sospiro. Non era solo un incubo... sembrava reale.

Era stato il momento più brutto, che mi aveva segnato di più. Ricordo ancora i segni rossi e gli ematomi sui miei fianchi.

«Che cosa hai sognato?».

Non ho il coraggio di rispondere, non potrebbe accettarlo. Finirebbe per guardarmi con altri occhi e, magari, smetterebbe persino di abbracciarmi come in questo momento.

Dolcemente, asciuga le lacrime che ho sul viso, continuando a dondolarmi tra le sue braccia.

«Andrà tutto bene...», ripete con una mano tra i miei capelli sudati. «Andrà tutto bene».

Restiamo così per un lungo momento. Sono secondi, minuti, giorni? Non lo so... è come se il mondo si fosse fermato. Vedo solo la luce di fronte a me, i raggi dorati del sole che filtrano dalle serrande della sua stanza. Poggiano su ogni cosa, tingendo la superficie di una calda fotografia. I mobili di frassino sembrano più scuri, così come l'arancio dell'armadio e della scrivania.

Chris mi conforta; il suo profumo si attacca alla mia pelle e vorrei che non se ne andasse più.

«Vuoi fare colazione?».

Scuoto la testa. «Voglio tornare a casa».

Anche se apprezzo tutto questo, la paura ha lasciato spazio alla coscienza, che ora si sente sporca e soffocata. Non voglio che mi veda ancora così, in queste condizioni. Mi sento come un bambino che si è fatto la pipì addosso, pieno di vergogna.

Mi sciolgo lentamente dal suo abbraccio e mi rimetto in piedi continuando a dargli le spalle. Sento il peso del suo sguardo su di me, ma non ha importanza. Mi rivesto, incurante della sua presenza, poi lascio che mi accompagni fino alla porta.

«Oh, ma guarda un po'! Allora erano le tue le urla di stamattina...».

Mike sbuca dalla spalliera del divano, a quanto pare nascosto dai suoi cuscini. Né io né Chris riusciamo a ribattere qualcosa.

«Cugino... pensavo ti fossi portato la ragazza e invece...».

«Finiscila, Mike», risponde Chris greve.

Mike si mette in piedi, noto che è senza scarpe, come se fosse a casa sua. «Tranquillo, era solo una battuta... so che ti piace altro...». Fa l'occhiolino, poi mi lancia uno sguardo che brucia sul mio viso come il sale su una ferita.

«Devo andare», dico girandomi verso la porta.

«Di già? Immagino ci vedremo stasera alla festa!», mi ferma Mike con tono allusivo.

«Quale festa?», chiede Chris che a quanto pare non sa nulla.

«Tuo padre torna da Seattle e per l'occasione ha invitato quattro amici per festeggiare insieme alla famiglia».

«Allora se è per la famiglia non sono invitato», ribatto afferrando la maniglia di casa.

Sento Mike farmi una smorfia. «Ma che dici... sono tutti invitati».

Chris mi aiuta ad uscire. «Va bene, poi ne parliamo più tardi».

Chiude l'uscio dietro di sé e mi sembra di tornare a respirare. Non lo sopporto proprio quel Mike, in grado di rovinare anche i momenti più romantici.

«Ehi, sicuro di stare bene?».

Ora che siamo fuori sì, annuisco. «Non preoccuparti... e grazie».

Faccio per andarmene, quando mi afferra il braccio. «Bill...», sospira il mio nome, ed è così bello sentirlo pronunciare dalla sua voce. «Ho sbagliato qualcosa? Dimmelo, ti prego...».

Non sono ancora pronto per parlargli di questo. Sono ancora scosso dall'incubo, da ciò che ha risvegliato. È come se un'ombra fosse calata improvvisamente sulle mie spalle, su questa città, tra noi.

«Ti mando un messaggio», rispondo sforzandomi di fare un sorriso.

«Ma verrai alla festa, vero?», chiede Chris in tono speranzoso.

Ci penso un po' su. «Sì, dai... se vengono anche agli altri».

Chris sorride ammiccando. «Chiamo subito Ellie e i gemelli, verranno di sicuro!».

È così bello vederlo sereno. Mi basterebbe solo questo per avere un po' di pace.

«Ciao».

Mi volto con un sorriso: «Ciao».

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