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09. 'Mi dispiace molto, Afrodite'

"Dottore, a dire il vero non penso di esserne sicura" sussurrai chiudendo gli occhi. "Non sono ancora pronta" il dottore mi guardo da sotto la montatura degli occhiali con un sorrisino stampato sul volto.

"Allora facciamo in questo modo. Questa è la cartella con l'ecografia morfologica, già ti ho detto che tutto sta procedendo bene e che quindi non hai motivo di preoccuparti. Adesso scriverò un biglietto e lo inserirò all'interno della busta così, quando ti sentirai pronta, potrai scoprire tu stessa se avrai un maschietto o una femminuccia. Va bene?" suggerì il dottor Bexlaham rivolgendomi un altro sorriso.
"Penso che sia perfetto" acconsentì Ryan al mio posto stringendomi la mano. "Non credi anche tu, Afrodite?"
"Sì, anche per me va bene" mormorai. Il dottore oltrepassò la tenda andandosi a sedere alla sua scrivania, nel frattempo ne approfittai per sistemarmi i vestiti. Indossai il cappotto, presi la borsa e mi avviai, con Ryan, dal medico. "Quindi ci sentiamo prossimamente per l'appuntamento?"
"Sì, ci sentiamo prossimamente. So che hai bisogno di lavorare ma mi raccomando: non stancarti più del necessario." dopo essersi alzato, il dottore mi passò la busta, poi si girò verso Ryan. "Mi ha fatto piacere conoscere il fidanzato della piccola Afrodite, mi raccomando si prenda cura di lei e si assicuri che stia al riposo"
"Oh, no, no signor Bexlaham, lui non è il mio fidanzato" poggiai una mano sulla spalla di Ryan che era rimasto leggermente sconcertato dalle parole del dottore. "Lui è il mio migliore amico"
"Oh, mi scuso allora" mormorò il dottore cercando di nascondere l'imbarazzo. "Apri la busta quando te la sentirai. Maschio, femmina o entrambi, un figlio è pur sempre un figlio e ti renderà felice nonostante tutto"
"Grazie, dottor Bexlaham. Le auguro una buona continuazione" salutai il dottore con un gesto della mano.
"Anche a voi. E buone feste" rispose, per poi chiudersi la porta alle spalle.

L'aria fredda all'esterno del St. Judes Hospital mi colpì il viso non appena varcai le porte dell'ospedale. Era il quindici dicembre e l'inverno, in Canada, era davvero freddo. Ero incinta da già cinque mesi e gli ultimi tre erano davvero volati. Dopo il fatidico bacio in camera mia il giorno successivo al concerto di beneficenza, non avevo più avuto occasione con Justin di rivivere quei momenti o anche semplicemente di parlarne. Eravamo troppo imbarazzati, o forse semplicemente sapevamo che la nostra storia era destinata a finire ancor prima di cominciare. Nonostante questo, il nostro rapporto non era affatto peggiorato, anzi, migliorava giorno dopo giorno. Dimostrava ogni momento, ogni secondo della giornata, che voleva il mio benessere e che ci teneva tanto sia a me sia al mio bambino. Ogni settimana facevamo una foto insieme per immortalare il cambiamento del mio corpo e la prima che avevamo fatto insieme la aveva come sfondo sul cellulare da ben tre mesi. Lo amavo ogni giorno di più.
Purtroppo nonostante volesse sapere, forse anche più di me, se avessi avuto un maschietto o una femminuccia, quel venerdì pomeriggio Justin aveva avuto un contrattempo a lavoro e di conseguenza sarebbe dovuto rimanere un paio d'ore in più in negozio assieme ad Andrew. Quando gli avevo spiegato che con l'ecografia morfologica non solo scoprivo se stava andando tutto bene e se quindi il bambino non aveva malformazioni ma anche il suo sesso, era andato in fibrillazione e aveva avviato una ricerca al nome perfetto. Peccato che tutti quelli che avesse scelto non mi piacevano neanche un po'.
Ryan, invece, non lavorava quel pomeriggio, per cui aveva deciso di accompagnarmi lui a London per la visita e di riaccompagnarmi a casa. Purtroppo non sarebbe potuto rimanere perché aveva un impegno con sua madre, ma la sua presenza era stata essenziale. Era il mio migliore amico, averlo al mio fianco mi infondeva coraggio. Per le quattro e mezza circa tornammo a casa, Ryan non andò via prima di aver salutato me con un abbraccio e la mia pancia con un bacio. Cominciai subito a rassettare casa dato che né io, né Pattie, né Justin ne avevamo avuto il tempo. Loro non volevano che mi sforzassi troppo, però volevo tenermi in allenamento per quando avrei trovato e avuto una casa mia. Non volevo restare ancora troppo in quella casa perché, per quanto mi piacesse, Justin e sua mamma non avevano più la loro privacy e spesso mi sentivo il terzo in comodo. Inoltre, nell'arco di quattro mesi avrei partorito e volevo che mio figlio potesse crescere in una casa sua, volevo avesse una sua camera e potesse sentirsi libero di fare tutto ciò che desiderava.
Quando finii di pulire, mi precipitai in camera mia e mi sedetti sul letto prima di continuare. Chiusi gli occhi, sospirai e poggiai la testa al muro accarezzandomi la pancia.
"Chi lo sa la nonna che sta facendo, eh, amore mio?" mormorai. "Sai, anche se ha sbagliato a cacciarmi di casa, so che se n'è pentita. Ed io la amo ancora. Sai cosa facciamo adesso? Le scriviamo una lettera dove le raccontiamo cos'è successo oggi."
Erano mesi che avevo cominciato a scrivere lettere a mia madre, lettere che però non avevo mai spedito, dove le dicevo che le volevo bene, che la perdonavo e che stavo bene. Le raccontavo di quanto bene mi facesse stare Justin, di come mi sentivo, del fatto che mio padre non sapesse ancora nulla. Mi piaceva parlare con lei in quel modo e, anche se in realtà non riceveva quelle lettere, mi faceva sentire bene scriverle come se mi stessi sfogando con lei. E anche quel pomeriggio le raccontai di come si era svolta la giornata fino a quel momento, di com'era andata la visita, del fatto che non mi sentivo ancora pronta a sapere se avrei avuto un maschio o una femmina. Le dissi che mi mancava. Che la amavo. Che la aspettavo. Che non vedevo l'ora di riabbracciarla e di farle vedere quanto bella la mia pancia fosse, perché all'interno c'era mio figlio, suo nipote. Conclusi la lettera con un 'Ti amo, mamma. Ci vediamo presto', dopodiché la posizionai assieme a tutte le altre che le avevo scritto nel corso dei mesi.
"Bene, adesso andiamo a sistemare camera di Justin" dissi alzandomi ed entrando in camera di Justin che, a differenza delle altre volte, era completamente sotto sopra. "Oh, Justin, ancora devi capire che per prima cosa, bisogna fare il letto?" mormorai guardando il letto completamente pieno di magliette, pulite per di più. Sistemai il letto, i vari oggetti sui comodini, penne e fogli sulla scrivania, la chitarra. Insomma, ogni cosa che non era al proprio posto. Mi sedetti poi sul letto e cominciai a piegare le maglie che evidentemente Justin aveva provato e poi cambiato. "Una donna sarebbe stata più ordinata di te" presi la pila di maglie, mi alzai e aprii le ante dell'armadio inserendo le magliette. Feci per richiuderle, ma qualcosa attirò la mia attenzione. Era una cinta. "Questa che ci fa qui?" presi la cinta tra le mani e la osservai. Erano mesi che non la indossavo più - non che ne avessi la necessità.
"Hei, quella non è tua" sbottò Justin entrando in camera sua e prendendomi la cinta dalle mani.
"Sì che è la mia, Justin. Sono mesi che non la trovo, pensavo che mia madre si fosse dimenticata di darmela quando mi ha cacciata" replicai portando le braccia lungo i fianchi.
"È impossibile, Afrodite, questa l'ha persa una ragazza ed io dovevo ridargliela" mormorò Justin abbassando lo sguardo sulla cinta.
"Justin, ti dico che è la mia. Me la regalò mio padre quando andai da lui in California, è di vera pelle e, dietro al secondo passante, mi ha fatto incidere una A e una J. Afrodite Jackson" continuai con un tono dolce. Non volevo che si arrabbiasse. Justin girò la cinta e sbiancò di colpo quando vide le due lettere incise.
"No, no, è impossibile.. Questa cinta l'ha persa una ragazza in discoteca.. L'ha dimenticata quando si è rivestita.." mormorò Justin portandosi le mani tra i capelli. "Non può essere la tua se so che è la sua perché l'ho vista andar via e questa era per terra e.." Justin si avvicinò alla porta, si poggiò completamente ad essa guardando il vuoto, in cerca di una spiegazione.
Ma quella era la mia cinta. Era la mia, c'erano su le mie iniziali, doveva per forza esserci una spiegazione plausibile. Cercai di ricordare quand'era l'ultima volta che l'avevo messa, non la vedevo da un po' per cui l'avevo sicuramente indossata prima che mia madre mi cacciasse di casa e prima ancora della punizione di due settimane. Facendo mente locale, mi ricordai di averla indossata quella sera in discoteca.
Ebbi un flashback.

'I miei pensieri furono interrotti dal rumore di una cintura che si stava slacciando: la mia.
"Cosa fai?" gli chiesi, osservando le sue mani sbottonare i miei pantaloncini in jeans. Non mi rispose, ma continuò a baciarmi facendomi pian piano dimenticare della mia stupida e inutile domanda. "Fa troppo caldo qui dentro" sussurrai e in un attimo il mio top cadde a terra. Seguito anche dalla sua maglia. E dai miei pantaloncini. E dai suoi jeans.'

E poi un altro.

'"Come farò a ritrovarti?" gli chiesi e, senza rispondermi, mi poggiò al collo una catenina.
"Vedrò questa targhetta e ti porterò via con me" poggiò un'ultima volta le labbra sulle mie.
"Grazie.."
"Justin. Sono Justin." risi alzandomi. "Cosa c'è? Io non ho riso per il tuo nome e tu invece-"
"Sto ridendo perché ho appena perso la verginità con un ragazzo di cui non conoscevo nemmeno il nome" indossai gli slip e il reggiseno. "Vorrei sentirmi male per questo ma non ci riesco. Sono stranamente felice" indossai i pantaloncini che stranamente mi andavano larghi e il top.'

Mi toccai meccanicamente il collo, strinsi tra le mani, ma da sopra la maglia, la catenina che quel ragazzo in discoteca mi aveva dato dopo aver fatto l'amore. Fissai anch'io il vuoto, cercai di riordinare i pensieri, di tenere sotto controllo le emozioni. "Tu sei nato il primo marzo del novantaquattro" sussurrai, attirando la sua attenzione. "E il tuo nome completo è Justin Drew Bieber" abbassai lo sguardo, sentendo però quello di Justin su di me. Tolsi la catenina dal collo e la guardai. "01.03.1994. JDB" sussurrai infine, poggiando la catenina sul letto.
"Oh mio Dio.." sussurrò Justin sedendosi al mio fianco, smise di guardarmi per riprendere a guardare il vuoto.
"Eri tu.." mormorai io, sempre più confusa, sempre più shoccata. "Tu eri lì quella sera. Ho visto delle fotografie. E i tatuaggi, i cerotti, le emozioni che provavo quando mi accarezzavi.. Eri tu" mi portai una mano tra i capelli e sospirai.
"Questo cambia ogni cosa" sussurrò Justin portando le mani, unite, vicino alla bocca. "Ti ho presa di mira per mesi perché eri incinta di uno sconosciuto e questo sconosciuto sono proprio io" socchiuse gli occhi e respirò profondamente.
Per tutto quel tempo mi ero chiesta chi fosse il ragazzo con cui ero stata, per cinque mesi avevo sognato di incontrarlo, di stringerlo, di baciarlo. Ero stata sbattuta fuori di casa a causa sua, avevo sognato per mesi di incontrarlo, avevo pensato al modo per poterlo fare. E quel ragazzo era proprio davanti a me ogni giorno ed io nemmeno lo sapevo. Era Justin. Justin era il ragazzo che mi aveva fatto diventare una donna. Justin era il ragazzo che mi aveva fatto sognare anche se per poche ore. Era lui. Era sempre stato lui ed io dovevo saperlo, dovevo capirlo. Ma non l'avevo fatto, mi ero limitata ad innamorarmi di lui con ogni briciolo della mia anima.

D'un tratto il mio cellulare prese a squillare interrompendo i miei pensieri. Non mi girai a vedere chi mi stesse chiamando, ero ancora fin troppo confusa e shoccata per poter avere una qualsiasi conversazione. Avevo scoperto chi era il padre di mio figlio e il ragazzo che mi aveva fatto vivere momenti indimenticabili. Ma la persona che mi stava chiamando non si limitò a lasciare un messaggio in segreteria, infatti il cellulare ricominciò a squillare.
"Che fai, non rispondi?" mi chiese Justin fissando il vuoto.
"Non penso di farcela" mormorai portandomi una mano sul viso. Justin sospirò e si girò per prendere il cellulare.
"Pronto?" rispose. Corrugò le sopracciglia e mi passò il telefono. "Dice che è importante" disse. Guardai lo schermo del cellulare prima di rispondere e rimasi perplessa del notare il nome mia nonna Julia. Non la sentivo da mesi.
"Nonna?" le chiesi, con voce titubante.
"Afrodite, tesoro" mormorò. Non aveva la voce squillante come quella che ricordavo, sembrava spenta. "Come stai?"
"Bene, ma come mai mi stai chiamando?" le chiesi con voce tremante, forse sembrando anche un po' scorbutica. L'ultima volta che ci eravamo sentite aveva detto che non voleva avere più rapporti con me e mia madre perché non rispettavamo gli standard che aveva posto. Era anche normale che mi sentissi ferita.
"Vedi, tesoro, è successa una cosa.." rispose la nonna, quasi vagamente.
"Il nonno sta bene?" chiesi di getto, come se sentissi che qualcosa non andava bene.
"Sì, il nonno sta bene, ma qui non si tratta del nonno" mormorò ancora la nonna. "Si tratta della mamma" continuò. Il cuore prese a battermi più forte.
"Mamma? Cos'è successo?" mi alzai dal letto quasi tremando, cominciai a camminare avanti e indietro in attesa di una risposta di mia nonna ma il tempo passava e lei non rispondeva. "Nonna, cos'è successo a mia mamma?" sbottai alzando la voce e facendo alzare dal letto Justin.
"Devi venire subito al St. Judes, stanno operando la mamma ma non posso dirti altro" disse velocemente con la voce incrinata.
"Come la stanno operando? Nonna, non puoi lasciarmi così! Devi dirmi cos'è successo!" sbottai portandomi una mano tra i capelli. Justin si passò una mano sul viso e fece un passo verso di me, ma lo bloccai.
"Afrodite, non posso dirti altro. Vieni qui il prima possibile" quasi ordinò, dopodiché chiuse la chiamata. Rimasi col telefono in mano e lo sguardo rivolto verso lo schermo. Ero immobile. Impaurita. Devastata.
"Piccola, cosa succede?" mi chiese Justin prendendomi delicatamente le mani. Mi guardò negli occhi cercando di calmarmi, ma non ci riuscì.
"Dobbiamo andare subito al St. Judes" mi fermai un attimo per poi proseguire. "Stanno operando mia madre" sussurrai lentamente, era come se non avessi ancora capito ciò che stava succedendo. E in effetti, non lo avevo ancora capito. "Justin, devo andare, devo andare subito" mi allontanai a passo svelto da Justin per andare in camera mia, prendere la borsa e il cappotto assieme alle chiavi della mia auto e uscire.
"No, tu da sola non vai da nessuna parte. Ti accompagno io" Justin indossò il suo cappotto, mi mise un cappello e, prendendomi la mano, mi guardò negli occhi. "Io non ti lascio" sussurrò infine.

Quattro parole. Bastarono quattro stupide parole a tirarmi su il morale, a farmi sentire meglio, al sicuro. Bastarono solo quelle poche parole e uno sguardo per riuscire a farmi capire che non ero sola, ma che lui era con me, pronto a sostenermi e ad aiutarmi ad affrontare ciò a cui stavo andando incontro. Mentre Justin mise in moto la macchina, io cercai di capire cosa sarebbe potuto succedere a mia madre affinché la operassero. Non aveva malattie particolari, non aveva interventi prenotati, era una bella donna per cui non aveva bisogno di andare dal chirurgo. Ma allora perché la stavano operando? Perché la nonna non aveva voluto darmi informazioni? Era così tanto grave da far smuovere mia nonna dalla sua monotonia e dalla sua palla di ghiaccio? Avevo troppe domande. Ero troppo confusa. Sopratutto dopo la scoperta che avevo fatto: Justin era il padre di mio figlio. Stavano succedendo troppe cose in troppo poco tempo. Non ero in grado di focalizzarmi su una sola cosa, mi sentivo molto frastornata per dare una spiegazione a tutto.
Sperai che, almeno una volta arrivata, mia nonna mi avrebbe detto qualcosa in più perché davvero non riuscivo a capirci più nulla. Justin cercò di guidare il più veloce possibile, mi vedeva frustrata e voleva che arrivassimo presto. Ogni tanto mi lasciava uno sguardo, mi stringeva la mano, mi accarezzava il ginocchio. Cercava di darmi conforto, di farmi capire che c'era e lo apprezzai, perché non era stato facile nemmeno per lui scoprire che sarebbe diventato padre entro quattro mesi. In solo mezz'ora riuscimmo ad arrivare all'ospedale dov'ero stata giusto tre ore prima. Andai subito alla reception a chiedere di Sara Miller, mia madre, e mi dissero che era al quarto piano al reparto chirurgia. Corsi verso l'ascensore e cliccai più volte sul pulsantino affinché arrivasse, ma sembrava quasi che ce l'avessero tutti con me.
"Piccola, devi tranquillizzarti" mi disse Justin bloccandomi la mano e stringendola tra le sue dita. Arrivò l'ascensore. "Forza, entra e abbracciami" ordinò e non me lo feci ripetere due volte. Non appena le porte dell'ascensore si chiusero, mi gettai tra le braccia di Justin e lo strinsi il più forte che potevo. Avevo bisogno di sapere che non sarebbe andato via, avevo bisogno di sapere che mi avrebbe protetta. Avevo bisogno del suo sostegno. Avevo bisogno di lui. Sospirai e chiusi occhi, la pressione e la paura mi avevano fatto venire il mal di testa. "Andiamo, vieni" mi disse Justin non appena le porte si aprirono. Entrambi ci avvicinammo ad un'infermiera che si trovava dietro un bancone. "Mi scusi, ci hanno detto che la signora Sara Miller è qui." disse Justin al posto mio dato che non riuscivo a parlare.
"Sì, la stanno operando. Lì nella sala d'attesa ci sono i suoi genitori, tu sei suo figlio?"
"No, sono io sua figlia" sussurrai. "Cos'è successo?" chiesi infine alzando lo sguardo verso l'infermiera.
"Ti spiegherà tutto il dottore. Va pure ad accomodarti assieme al resto della tua famiglia" la ragazza sfoggiò un sorriso rassicurante, che non mi rassicurò per niente. Sospirai ancora e strinsi di più la mano di Justin, dopodiché entrammo entrambi nella sala d'attesa dove riconobbi subito i miei nonni che non erano cambiati di una virgola.
Mia nonna portava al piede un paio di scarpe Louis Vouitton, aveva una pochette stretta tra le mani e un grande cappotto al suo fianco. Mio nonno, invece, aveva gli occhi chiusi e la testa poggiata al muro, un maglione della Ralph Lauren e dei mocassini al piede. Ricchi e viziati anche a sessant'anni.
Mi avvicinai lentamente, sentivo il pavimento cedere sotto ogni mio passo. Avevo paura di ciò che sarebbe potuto succedere, mia nonna era sempre stata una donna che disprezzava chi rimaneva incinta alla mia età e la mia pancia non era di certo gonfia a causa della birra. Justin mi fece coraggio poggiandomi un braccio sulle spalle, mi baciò una tempia e mi sussurrò all'orecchio un "Tranquilla, ci sono qui io".
Proprio in quel momento mia nonna si girò verso di noi. I suoi occhi azzurri mi scrutarono sorpresi, confusi. Aprì di poco la bocca e sbatté più volte le palpebre non appena si rese conto che sua nipote, di soli diciotto anni, era incinta da più di un paio di settimane.
"Afrodite.." mormorò mia nonna non appena mi ritrovai a pochi passi da lei. Successivamente si alzò assieme a mio nonno. "Mio buon Dio, Afrodite" sussurrò ancora, per poi fare uno dei gesti più inaspettati che potessero esserci: mi abbracciò.
"Nonna.. cosa sta succedendo?" le chiesi staccandomi dall'abbraccio un paio di secondi dopo. "Perché nessuno vuole dirmi perché mamma è lì dentro?" mormorai con la voce rotta dal pianto.
"Tesoro, non è facile spiegarlo" sussurrò la nonna portandosi una mano sulla bocca. Chiuse gli occhi, sospirò, tolse la mano dalla bocca e riprese a parlare. "Tua mamma è.."
"Ha fatto un incidente" continuò il nonno, poggiando un braccio sulle spalle della nonna. "Un brutto incidente, bocciolo" continuò abbassando la voce notevolmente, la ridusse quasi in un sussurro.

E in quel momento, mi cadde il mondo addosso. Tutto cominciò a girare, le ginocchia cominciarono a tremare. Justin si rese conto che qualcosa non andava così mi aiutò a sedermi e prese dalla mia borsa una bottiglietta d'acqua per farmi bere. Ma in quel momento non era dell'acqua quella che volevo. Volevo sapere che mia madre sarebbe stata bene. Nonno mi aveva fatto capire che era grave, la stavano operando per cui aveva sicuramente qualcosa di rotto, avrebbe avuto problemi, sarebbe dovuta restare in ospedale e lei odiava gli ospedali. Cominciai a sudare freddo, la testa a girare, la pancia a farmi male.
"Hei, Afrodite, guardami" mi ordinò Justin prendendomi le mani con una sua sola mano mentre con l'altra mi girò il viso verso il suo. "Adesso chiudi gli occhi e prova a rilassarti e a tranquillizzarti. Sai meglio di me che tutte queste emozioni negative fanno male al bambino e so che è impossibile non provarle al momento, ma devi provare a tranquillizzarti" mi disse con voce dolce, rassicurante, amorevole. Mi accarezzò, come solo lui sapeva fare. Mi accarezzò con quelle sue mani forti e grandi che io tanto amavo, sotto quel suo tocco la pelle mi si riscaldava.
"Devo avvertire mio padre" mormorai con la voce rotta.
"Lo hanno già fatto i medici prima di chiamare noi. Era a Toronto, quindi sarà qui a momenti" disse la nonna accovacciandosi di fronte a me. "Papà lo sai che sei incinta?"
"No" mormorai poggiando la testa sulla spalla di Justin "Dovrò affrontare pure lui dopo.." sussurrai.
"Ci sono io" Justin mi strinse la mano. "Mi farebbe molto piacere affrontarlo finalmente" smorzai un sorriso alle parole di Justin.
"Per il fatto di tua mamma?" Justin annuì.
"Anche se tecnicamente adesso è per una cosa più importante" disse.
"Più importante di tua mamma?" gli chiesi girandomi completamente verso il suo viso.
"Si tratta di te" Justin mi accarezzò il viso. "Se non fossi importante, non sarei qui"
Socchiusi gli occhi ancora una volta e mi rifugiai tra le braccia di quel ragazzo meraviglioso che, con pochi gesti e poche parole, ancora una volta era riuscito a farmi sentire meglio. E così rimasi per minuti interi, in attesa di un medico che mi dicesse cosa fosse successo e come stesse procedendo l'operazione. Quella sala d'attesa era deserta, eravamo solamente in quattro e a breve saremmo stati in cinque dato che sarebbe arrivato anche mio padre. Affrontarlo sarebbe stato difficile, ma in quel momento non mi interessava. Avevo bisogno anche del suo sostegno, avevo bisogno di tenerlo vicino.
Il tempo passava, le lancette scorrevano, ero lì da già venti minuti eppure non avevamo ancora un briciolo di notizia. Mi stavo preoccupando, mi stavo agitando, stavo cominciando ad avere paura. Vera paura. Non facevo altro che stringere la mano di Justin, muovere i piedi, le mani, alzarmi e sedermi. Oppure camminavo cercando di ammazzare il tempo, di riordinare i pensieri, di tenere al proprio posto la paura. Poi sentii un rumore. E vidi un dottore uscire dalla porta. Il suo sguardo incrociò il mio. Mi bloccai sul posto guardandolo avvicinarsi a me.
"Tu sei Afrodite?" mi chiese ed io annuii. "Sediamoci un secondo" mi disse. Mi sedetti accanto a Justin e il dottore si sedette al lato opposto. I miei nonni si girarono per riuscire a sentire cosa il dottore aveva da dirmi.
"Come sta mia madre?" chiesi subito, di getto, senza pensarci due volte.
"Tua madre ha avuto un brutto incidente" cominciò. "Lei era in macchina e una macchina le è finita addosso. Gli airbag non hanno funzionato e la macchina di tua mamma ha rotolato su sé stessa per poi andare a finire contro un muro" disse, guardandomi intensamente negli occhi. "Quando i nostri paramedici sono arrivati, hanno dovuto prima chiamare i pompieri per liberarla. Hanno cercato di fare il prima possibile, ma tua madre nel frattempo aveva perso molto sangue" continuò e Justin mi strinse la mano. "In ambulanza c'era ancora battito ma era debole, quand'è arrivata qui il battito si è fermato per poco e noi abbiamo provato a rianimarla. Eravamo riusciti nella nostra impresa e, dato che tua mamma aveva avuto altri problemi durante l'impatto, l'abbiamo operata perché un frammento di ferro le si era conficcato nel petto. Abbiamo fatto il possibile, ma qualcosa non è andato per il verso giusto" mormorò il dottore. Sbiancai di colpo con quelle parole, sentii Justin sussurrare un 'oh mio Dio' e la sua presa sempre più forte sulla mia mano.
"Però siete riusciti lo stesso, vero?" chiesi in un sussurro. "L'avete salvata ancora, vero? La prego, mi dica che sta bene"
"Vorrei potertelo dire" mi disse il dottore. "Ma purtroppo mentirei se lo facessi"
Incredula mi portai le mani alla bocca, strabuzzai gli occhi, sussurrai più volte un 'non può essere vero'. No, non poteva essere vero. Non doveva essere vero. Non volevo che lo fosse. Vidi mia nonna singhiozzare e accasciarsi su mio nonno piangendo, il medico di fronte a me sospirare e una persona cadere a peso morto per terra. No, non poteva essere vero. Non poteva una persona, a soli trentotto anni, cessare di esistere per sempre a causa di un pazzo a cui avevano dato la patente. No, non poteva essere vero.
"Non può.. non può" mormorai, abbandonandomi infine alle lacrime.
"Mi dispiace molto, Afrodite" mormorò il dottore poggiandomi una mano sulla schiena come per confortarmi. Ma in quel momento, nemmeno le braccia di Justin strette attorno al mio corpo e la sua fronte poggiata sulla mia testa riuscivano a darmi conforto. Come avrebbero potuto farlo? La morte di per sé è la cosa più brutta che ci sia. Annulla l'esistenza di una persona, la sua essenza, risucchia il suo corpo, lo fa cessare di vivere. E a cessare di vivere era stata mia madre. Nulla mi avrebbe confortata. Forse nemmeno Justin, o vedere mio padre riprendere i sensi e vederlo felice del fatto che fossi incinta.

Avrei dovuto spedirti quelle lettere.. Adesso non potrò farlo più.
No, non avrei potuto farlo, non avrei mai potuto più abbracciarla, salutarla, far pace. Non avrebbe mai visto mio figlio, non avrebbe mai più rivisto me, non avrebbe mai conosciuto Justin. Era morta. E aveva portato con sé un pezzo del mio cuore.

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