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03. 'Comunque sono Ryan'.

'Oh I want something just like -' spensi la sveglia sul cellulare con un gesto secco. 

"This" sussurrai tra me e me, come facevo ogni mattina prima di alzarmi, salutare mia madre, chiamare mio padre per augurargli una buona giornata e poi studiare.
Peccato che non avrei fatto nulla di tutto ciò, perché non c'era più niente di normale.
Mi sedetti a gambe incrociate al centro del letto ed osservai, mentre mi facevo una coda di cavallo alta, le mura di quella camera che mi avrebbe ospitata per i prossimi giorni, o mesi. Erano chiare, sul beige, mentre il pavimento era in legno. Alla mia sinistra si trovava un armadio a muro nel quale avevo messo i miei vestiti e al suo fianco un piccolo bagno. Anche se il letto non era a due piazze come quello di casa mia ma bensì ad una sola piazza, era decisamente più morbido del mio ed aveva un contenitore sotto con dentro alcune coperte. Mi piaceva quella camera, era abbastanza ampia e semplice proprio come piaceva a me, mi faceva sentire a mio agio.
Portai le ginocchia al petto e sospirai pensando al fatto che per quanto bella fosse, quella non era camera mia. Ero via da solo un giorno, eppure già mi mancava. Di mia madre nessuna traccia, non mi aveva chiamata, non mi aveva mandato un messaggio, non mi aveva nemmeno menzionato indirettamente in una sua storia su Instagram o su whatsapp. Evidentemente voleva dimenticarmi, proprio come aveva fatto mio padre prima di lei.
"Quanto sei drammatica, Afrodite" sbottai di punto in bianco sbuffando e facendo svolazzare una ciocca di capelli che non avevo chiuso nella coda di cavallo. Feci per alzarmi per andare a preparare qualcosa da mangiare, ma un forte senso di voltastomaco si fece più forte della fame e fui costretta ad andare in bagno a vomitare.
"Kate, sto per farti compagnia nel club di chi soffre di iperemesi gravidica" sbottai pulendomi le labbra. Mi guardai allo specchio.
Ero pallida, bianca e con le occhiaie, segno di una notte passata a girarmi e rigirarmi tra le coperte. Anche se ero sola fisicamente, i miei pensieri mi avevano fatto compagnia. Pensieri di momenti che volevo dimenticare, con quella che era mia madre e che mi aveva letteralmente mandata via di casa solo perché ero incinta. Certo, rimanere incinta a diciotto anni non era poi così bello, ma essere sbattuta fuori dalla propria casa era decisamente e nettamente peggio.
Dopo essermi lavata il viso ed aver pettinato i capelli, tornai in camera ed aprii le finestre per far prendere aria alla stanza. Nel frattempo, scesi in cucina e controllai l'orario sull'orologio appeso al muro: erano appena le sei e mezza ed io avevo solo mezz'ora per preparare la colazione a Pattie e a Justin. Sapevo che Pattie usciva per le sette e mezza perché aveva ben mezz'ora di strada per andare a lavoro, ma non sapevo Justin cosa avrebbe fatto e a che ora si sarebbe svegliato. Così mi dedicai principalmente alla colazione per Pattie.
Bacon croccante su un letto di pane tostato e burro e un spremuta di arance fresche, e con fresche intendo dire appena prese dal frigo. Apparecchiai la tavola e posizionai le fette di pane e il bacon in un piatto proprio nel momento in cui si aprì la porta.
"Afrodite, tesoro, sei già sveglia?" mi chiese dolcemente Pattie entrando in cucina.
"Sì, da un po'. Ti ho preparato la colazione, spero di ricordare ancora bene i tuoi gusti" le dissi velocemente scostando la sedia dal tavolo.
"Afrodite, sei ospite in questa casa, sai che non dovevi" mi ammonì Pattie abbracciandomi.
"Dovevo. È il minimo che io possa fare per sdebitarmi. E poi mi piace svegliarmi presto la mattina.. lo sai, devo chiamare papà alle sette e mezza per augurargli un buona giornata" mi sedetti al suo fianco e la vidi addentare goffamente una fetta di pane spalmata di burro.
"Come tosti tu le fette di pane, non le tosta nessuno" sbottò con la bocca piena. Le sorrisi. "Pensi di dirgli di te?"
"Penso di doverci pensare ancora un po' altrimenti penso che possa prendere il primo aereo e venire qui per rompere le gambe al ragazzo con cui sono stata e a me"
"Io invece penso che tu pensi un po' troppo" alzai gli occhi al cielo e sorrisi. In effetti aveva ragione. "Devi ancora accettare tutto questo, è meglio che tu ti prenda un po' di tempo per decidere come dirglielo. Sarà dura e prima o poi dovrai affrontare anche questo, ma io ti sono vicina e non ti lascio da sola" Pattie mi poggiò una mano sul viso, mi trasmise il calore che solo una mano materna poteva trasmettere. Chiusi gli occhi e accarezzai le sue dita con le mie, dopodiché sorrisi.
"Pattie, non so come sdebitarmi.. Sei fin troppo buona con me" sospirai e abbassai poi lo sguardo.
"Non devi sdebitarti, lo faccio con piacere. Lo sai che ti ho sempre voluta bene e che te ne voglio ancora, piccolina" dopo avermi dedicato un sorriso e avermi strizzato una guancia, continuò a mangiare. "Tu non mangi nulla?"
"No, per adesso non ho molta fame, penso che mangerò qualcosa dopo. Justin cosa preferisce mangiare la mattina?"
"Oh, lui adora i pancake al cioccolato con panna e fragole. A differenza mia che amo il salato, lui preferisce il dolce. Solitamente si sveglia per le otto perché alle nove comincia il suo turno di lavoro al negozio di musica"
"Lavora in un negozio di musica?"
"Sì, da quando si è trasferito qui. Oggi dovrebbe finire alle sei di lavorare. Dà anche delle lezioni private ad alcuni ragazzi, sa suonare ben quattro strumenti ma penso che avrete tempo per parlarne" Pattie si alzò e posizionò all'interno della lavastoviglie le stoviglie sporche.
"Sì, penso di sì.." mormorai, ricordando la sera prima.

Justin mi aveva letteralmente minacciata. Voleva che andassi via, che non stessi nella stessa casa di sua madre. Mio padre l'aveva fatta soffrire parecchio ed era giusto che lui fosse arrabbiato. Ma io non ero mio padre e non avevo mai fatto del male a Pattie. Non sapevo come riusciva un ragazzo così bello ad incutermi così tanto timore.
Dopo che Pattie andò via, non persi tempo e cominciai a cucinare i pancakes al cioccolato per Justin per addolcirlo. Non volevo che mi trattasse male e chissà, magari con dei buoni pancake al cioccolato con della panna e delle fragole mi avrebbe trattata meglio di come mi aveva trattata la sera precedente per quei pochi attimi che eravamo stati insieme.
Li cucinai rispettando la ricetta che mia nonna Sandy mi aveva insegnato quand'ero piccola. Ero solita andare da lei in California ogni anno quando i miei stavano ancora insieme e continuai a farlo anche nei due anni successivi la loro separazione. Ma a mia madre non stava bene e, a causa sua, erano sei anni che non vedevo i miei nonni. Cercai di scacciare il ricordo di mia madre e dei miei nonni concentrandomi sull'impasto per i pancakes. Tenni sott'occhio l'orario e, alle sette e mezza in punto, chiamai mio padre. Anche se a Los Angeles erano solo le quattro e mezza, il suo turno di lavoro cominciava ogni mattina alle cinque esatte. Era sfiancante svegliarsi ogni mattina alle quattro, ma per lo meno aveva i sabati e le domeniche libere e da mezzo giorno era a casa così poteva riposarsi.
Dopo i soliti due squilli, mio padre rispose.
"Buongiorno, bocciolo!"
"Ciao, papà!" sorrisi e mi poggiai al bordo del marmo su cui stavo facendo i pancakes. "Sto facendo i pancakes della nonna Sandy, sai?"
"Mi fa piacere tesoro, per qualche occasione particolare?"
"Nessuna in particolare.." mentii mordendomi poi il labbro. "Tutto bene?"
"Il lavoro stanca come sempre, ma non posso lamentarmi"
"Dai che a mezzogiorno sei fuori e stai tutto il pomeriggio col sedere nell'acqua a Santa Monica!" sorrisi sentendo mio padre ridere. Aveva una risata così spontanea e contagiosa.
Restammo a parlare del più e del meno com'eravamo soliti fare, ma non gli accennai del fatto che fossi incinta. Volevo prima avere delle certezze e poi sganciare una bomba simile. Così staccai la chiamata salutandolo con il solito 'ti voglio bene, pensami' e cominciai a cuocere i pancakes posizionandoli poi in due piatti. Dopo aver finito due pile da cinque, portai i piatti a tavola e li decorai con la panna e le fragole. Preparai anche del caffé e non feci nemmeno in tempo a poggiarlo a tavola che un Justin assonnato fece capolino in cucina.

"Buongiorno..?" biascicò, quasi come se mi avesse chiesto qualcosa.
"Ciao!" lo salutai con un sorriso. "Ho chiesto a tua mamma cosa ti piaceva mangiare, spero non ti dispiaccia se mi sono permessa di prepararti la colazione" mormorai guardandolo sedersi al tavolo. Scosse la testa e si strofinò gli occhi con il pugno proprio come fanno i bambini, era così dolce che mi scappò un sorriso.
"Come mai hai pensato di prepararmi la colazione?" mi chiese di punto in bianco cominciando a tagliare i suoi pancakes al cioccolato.
"Perché so che non ti sto simpatica e che la mia presenza in casa non è di tuo gradimento e quindi.."
"Quindi hai pensato di comprarmi preparandomi la colazione?" mi chiese acidamente.
"No, volevo solo essere gentile." abbassai lo sguardo e sospirai cominciando a mia volta a mangiare in silenzio al suo fianco. Quel silenzio era agghiacciante e sembrava quasi parlare. Era più affilato di mille spade e mi stava letteralmente lacerando, così decisi di spezzarlo. "Dato che starò qui per un po', è giusto che tu sappia perché sono qui"
"Sei diventata una paladina della giustizia che sa sempre cosa sia giusto o no?" sospirai passando sopra quell'affermazione poco carina per poi farmi coraggio e parlare. Gli raccontai ogni particolare della storia proprio come avevo fatto la sera precedente con sua mamma.

"Non potevi andare da tuo padre?" disse solamente dopo un po' ed io scossi la testa.
"Non me la sentivo di andare da lui per cui ho chiesto a tua mamma di vederci per chiederle un consiglio e alla fine mi ha chiesto di rimanere con lei perché sarebbe stata la scelta più saggia da fare. Potrebbe essere uno shock per lui sapere che la propria figlia è incinta e che non sa nemmeno chi è il padre. Non voglio che abbia una reazione come quella di mia madre, voglio prima essere sicura e-"
"Sicura di cosa? Di quanto tu sia stata stupida e di quanto ti sei comportata da poco di buono?"

Mi girai verso il ragazzo al mio fianco, mi guardava con occhi colmi di sfida, di soddisfazione e di odio. Provai a non dar peso a quelle parole come avevo già fatto nei minuti precedenti a causa di altre sue affermazioni, ma quella volta non ci riuscii, mi aveva colpita fin troppo nel profondo. Abbassai lo sguardo sulla mia colazione e poi lo portai al cielo. Gli occhi mi si stavano riempendo di lacrime così decisi di fare la cosa più saggia: coprire il piatto e andar via da quella stanza prima che Justin potesse vedermi piangere e fare qualche altra battutina sarcastica sul mio conto. Mi chiusi in camera, mi stesi sul letto ancora sfatto e provai a controllare le mie emozioni invano. Infatti piansi, piansi come non avevo mai fatto, piansi per ore intere senza nemmeno pensare al tempo che stava man mano scorrendo. Decisi di alzarmi solo a mezzogiorno e solo per pulire casa. Volevo contribuire in qualche modo e non far pesare a Pattie la mia permanenza. Già era difficile per Justin, non volevo che lo fosse anche per lei. Pulii a fondo ogni stanza cercando di non pensare a nulla, solo a far brillare quella casa che era già ben pulita. Anche se nella mia ormai ex casa avevamo una donna delle pulizie, amavo fare i servizi perché mi piaceva sentirmi utile e pensare che un giorno, quando avrei avuto una casa mia, avrei avuto sempre tutto in ordine. Non pensavo che quel giorno sarebbe arrivato così presto.

Le ore volarono e, senza che me ne resi conto, si fecero le tre del pomeriggio. Mangiai al volo un paio di carote, dopodiché andai a lavarmi a causa del sudore che grondava giù dalla mia fronte. Ero esausta, ma allo stesso tempo soddisfatta del mio lavoro. Dopo essermi fatta una doccia veloce, indossai un pantaloncino di cotone beige e una canottiera bianca sempre in cotone e feci per sedermi sul divano ma il campanello della porta d'entrata suonò.
"Arrivo" urlai dal soggiorno e a grandi falcate raggiunsi l'ingresso. Aprii la porta ed un ragazzo dagli occhi azzurri come il cielo e i capelli biondi come il grano mi guardò corrugando le sopracciglia.
"Ciao, c'è Justin?" mi chiese.
"No, penso che sia ancora al lavoro. Pattie ha detto che oggi finiva alle sei di lavorare" gli sorrisi.
"Oh, è vero! Il lunedì e il martedì finisce alle sei, dal mercoledì al sabato finisce alle tre" mormorò il ragazzo alzando gli occhi al cielo. Sorrisi guardandolo, sembrava buffo. "Però aspetta, tu chi sei?"
"Io sono Afrodite, diciamo un'amica di Pattie. Tu sei un amico di Justin?"
"Sì, ma penso che possiamo parlarne andando da Starbucks, ti va?"
"Solo se mi offri un frappuccino White moka" incrociai le braccia al petto e lo guardai dal basso.
"E anche una ciambella allo zucchero filato" mi fece l'occhiolino.
Gli sorrisi ancora una volta e, dopo aver preso telefono e chiavi, mi chiusi la porta alle spalle e mi incamminai a piedi verso la caffetteria con questo ragazzo di cui ancora non conoscevo il nome.
"Comunque sono Ryan" mi porse la mano, gliela strinsi. "Mi sembra di averti già vista da qualche parte"
"Fino a qualche anno fa mio padre e Pattie stavano insieme, venivamo spesso da queste parti per passare il weekend con lei."
"Giusto! Sei la figlia di Richard, ecco perché mi sembrava di conoscerti. E come mai da queste parti?"
"È una storia lunga, sicuro di voleva ascoltare?"
"Abbiamo tutto il pomeriggio dato che sono un'idiota che non ricorda gli orari di lavoro del proprio migliore amico"

Smorzai una risata guardandolo mentre infilava le mani nelle tasche e alzava gli occhi al cielo, sembrava un ragazzo così carino e mi sembrava anche gentile. Facendo il passo più lungo della gamba, gli raccontai di come mi ero ritrovata a vivere a casa dell'ex fidanzata di mio padre e di suo figlio. Gli avevo aperto il mio cuore e gli avevo spiegato anche tutte le mie preoccupazioni. Lui mi ascoltò interessato, sembrava capirmi e forse provava anche della pietà nei miei confronti perché lo si riusciva a capire dello sguardo, ma non mi giudicò. Anzi, mi ascoltò a fondo e mi rassicurò ogni qual volta sentiva la mia voce tremare. A differenza di Justin, era stato molto dolce nei miei confronti.

Il resto del pomeriggio lo passammo a parlare come se fossimo stati amici da sempre. Nell'arco di un paio d'ore avevamo entrambi parlato di passioni, di hobby, di musica, di sport. Anche lui amava l'hockey proprio come me e anche a lui piacevano tantissimo i Toronto Maple Leaf, proprio come piacevano a me. Per quel poco tempo che restammo insieme, mi dimenticai di ogni paura e ogni preoccupazione, pensai solo al presente e a quanto mi piacesse parlare con quel ragazzo. Quasi mi dispiacque quando, alle sei e mezza, mi riaccompagnò a casa.
"Grazie per il pomeriggio, Ryan" gli sorrisi e osservai il sorriso che pian piano stava nascendo sul suo viso.
"Sono stato bene anch'io, potremmo uscire ancora una volta se ti va" annuii. "Domani e dopodomani lavoro tutto il giorno, ma giovedì ho la mattinata libera. Se vuoi.."
"Sì, per me va bene" lo stoppai subito mettendogli una mano sulla spalla. In quel poco tempo, avevo capito che quando cominciava a parlare non la finiva più.
"Ti lascio il mio numero così puoi scrivermi" prese il mio cellulare dalla tasca posteriore del pantaloncino e ci scrisse su il suo numero. Quando mi ridiede il cellulare, scoppiai a ridere. "Amico figo numero uno? Ryan, sei serio?"
"Almeno io sono originale" fece spallucce, dopodiché mi diede un bacio sulla fronte. "Scrivimi, va bene piccolina?"
"Hei, ho solo cinque anni in meno a te" misi il labbruccio e aprii e chiusi velocemente le palpebre cercando di assumere un espressione dolce.
"Appunto, piccolina" roteai gli occhi senza però trattenere il sorriso, lo abbracciai velocemente e dopodiché lo lasciai andare. "A dopo!"
"Ciao Ry" alzai verso l'alto gli angoli delle labbra e lo guardai attraversare il vialetto ed entrare in una delle case del vicinato.
Sembravo contenta e sollevata dopo l'uscita con Ryan, avevo trovato un nuovo amico che sembrava capirmi e che non mi giudicava. Ero al settimo cielo. Quand'ero contenta cominciavo a cucinare dolci, così non persi tempo e preparai una torta ai frutti di bosco e cioccolato, oltre ovviamente alla cena. Pattie sarebbe stata a casa a momenti e volevo che fosse tutto pronto al suo ritorno a casa dato che, molto probabilmente, sarebbe stata stanca. Apparecchiai il tavolo, misi della musica in sottofondo, tolsi la torta dallo stampo e la posizionai su una base per torte, presi l'acqua dal frigo e nel frattempo canticchiai senza nemmeno rendermi conto di essere osservata.
"Sei di buon umore questa sera?" mi chiese una voce alle mie spalle ed alzai lo sguardo su Pattie che, poggiata all'uscio della porta, mi guardava sorridendo.
"Pattie!" l'abbracciai. "Ho solo passato un bel pomeriggio" mormorai staccandomi. "Justin non c'è?"
"Si sta lavando le mani, era con me dai miei e ha aiutato mio padre a imbiancare la recinzione." annuii per poi girarmi e prendere il pollo dal forno. "Tesoro, anche se ti ospito non devi sentirti obbligata a pulire e cucinare."
"Non mi sento obbligata, è qualcosa che voglio fare per rendermi utile e non essere un peso"
"Se fossi stata un peso non ti avrei ospitata" abbassai lo sguardo sorridendo per poi incrociare i suoi occhi azzurri.
"Be', però se posso aiutare lo faccio volentieri" sorrisi riposizionando il pollo avanzato al forno per non farlo raffreddare.
"Dimenticavo la tua testardaggine.." mormorò Pattie trattenendo una risata. "Vado anch'io a lavare le mani" disse aprendo la porta. Proprio quando lei andò via, entrò Justin in cucina. I nostri occhi si incrociarono per un attimo e sorrisi, senza un apparente motivo. Con un sorriso veloce e un movimento della testa mi salutò per poi sedersi a tavola, proprio di fronte a me.
"Tutto bene a lavoro?" gli chiesi per iniziare una conversazione. Annuì bevendo un sorso d'acqua. "Bene.." mormorai ancora, dopodiché calò il silenzio. Per i restanti pochi minuti in cui aspettammo Pattie, nessuno dei due parlò. C'era un silenzio imbarazzante tra di noi, uno di quei silenzi da cui non sai come uscirne, che ti irrequietano, che ti fanno stare male. Non avevo neanche il coraggio di cominciare una conversazione per paura che potesse rispondermi male, così mi limitai ad abbassare lo sguardo e ad aspettare Pattie che arrivò dopo pochi minuti. Grazie al suo arrivo, l'aria si rilassò e cominciammo tutti a mangiare tranquillamente.
"Non sapevo sapessi anche cucinare" disse Pattie assaporando il pollo.
"Ti piace?" la donna al mio fianco annuì.
"Però è invidiosa perché sai farlo meglio tu che lei" rispose Justin.
"E tu sei invidioso di noi perché sappiamo cucinare e tu non sai nemmeno fare due uova al tegamino" Justin alzò gli occhi al cielo.
"Sono bravo in altro, mamma" biascicò Justin.
"E sarebbe?" gli chiesi.
"Justin! Lasciala stare" Pattie diede uno scappellotto dietro la testa a Justin.
"Dai mamma, secondo te non ha mai scherzato in questo modo con un ragazzo?"
"Piuttosto, parliamo di altro. Hai detto che hai passato un bel pomeriggio, cos'hai fatto di bello?" alzai la testa dal mio piatto quasi vuoto e incrociai gli occhi di Pattie.
"Oh, è venuto Ryan a chiedere di te, Justin" sentendo pronunciare il suo nome, il biondo alzò lo sguardo incrociando il mio. "Non si ricordava che finivi di lavorare alle sei oggi. Mi ha chiesto di andare da Starbucks insieme e abbiamo passato un paio di ore a farci compagnia."
"Vi siete solo guardati in faccia?" corrugai le sopracciglia. "Non ti ha detto lui in cosa è bravo?"
"Justin!" Pattie lo rimproverò, lui alzò le mani in segno di resa.
"Abbiamo parlato di hockey, non penso che sia un argomento su cui basare doppi sensi.." mormorai finendo di mangiare.
"Ryan ne avrebbe trovati"
"Ryan, o tu?"
"Ragazzi, smettetela" Pattie cercò di tenere lo sguardo serio invano, perché si vedeva lontano un miglio che era divertita.
"Avresti voluto che fosse stato Ryan, vero? Sarebbe stato molto più facile cercare di sedurlo per portarlo a letto. Tanto sei già stata a letto con degli sconosciuti, farti uno sconosciuto che conosci già sarebbe stato più facile, non pensi?"

Ancora una volta, le sue parole mi pugnalarono ripetutamente al petto. Abbassai lo sguardo e sentii in sottofondo la voce di Pattie che diceva a Justin che non doveva permettersi di parlarmi in questo modo e quella di Justin che si difendeva, ma non volevo che litigassero a causa mia. Infondo, aveva ragione. Mi alzai facendo attenzione a non far scricchiolare la sedia e mi girai per poggiare il patto sporco nella lavastoviglie. "Pattie, non difendermi. Justin ha ragione, come ha ragione anche mia madre. Sono una poco di buono, altrimenti adesso non sarei incinta" dissi, dopodiché mi girai verso Pattie. "Vi lascio soli" quasi sussurrai per non farle capire che sarei scoppiata in lacrime da un momento all'altro e, velocemente, uscii dalla cucina e salii le scale per arrivare al piano di sopra e alla mia camera.

Sospirai chiudendomi la porta alle spalle e mi poggiai ad essa, sentendo il cuore battere forte. Troppo forte. Sembrava quasi volesse uscire dalla cassa toracica per quanto forte batteva. Mi accasciai su me stessa e mi accarezzai con entrambe le mani il ventre che, ancora per poco, sarebbe rimasto piatto. "Tu sai, vero, che non sono una sgualdrina?" chiesi, forse a me stessa, forse alla creatura che si stava formando nel mio grembo. Mi alzai di scatto da terra per andare a riposare, ma la nausea mi spinse ad andare in bagno a rimettere facendomi sentire ancora più male. Lacrime e vomito non rendevano tutto perfetto o per lo meno migliore. Dopo essermi lavata i denti e il viso, indossai il pigiama e mi sedetti sul letto guardando il muro. Mi sentivo sempre più vuota, era una sensazione così orribile. Così, per colmare almeno in parte questo vuoto, decisi di guardare The Last Song, uno dei miei film preferiti, per la diciannovesima volta. Indossai gli auricolari, premetti play ed entrai in un mondo parallelo che solo Nicholas Sparks era in grado di creare con le sue trame meravigliose e piene di sentimento.
I minuti volarono e il film giunse quasi alla fine. Mi ritrovai con le lacrime agli occhi e non per ciò che Justin mi aveva detto, ma per la canzone che Ronny aveva finito di scrivere dato che suo padre non l'aveva finita. Forse perché anch'io avevo paura di perdere mio padre, forse perché anch'io mi sentivo da lui tradita, forse perché quel film almeno in parte mi rispecchiava. Durante la scena del funerale piansi a singhiozzi immedesimandomi completamente in Ronny. Non mi ero mai lasciata così tanto prendere da quel film, avevo pianto spesso ma mai singhiozzando. Cercai di asciugare le lacrime e fermare i singhiozzi ma non ci riuscii in un primo momento. Dovetti fermare il film, calmarmi e ricominciare per non sembrare una pazza.
Proprio nel momento in cui feci ripartire il film, la porta della mia camera si aprì rivelando la figura di Justin con un piattino in mano.
"Hei" mi disse. Non risposi, mi limitai a guardarlo. "Io e mamma abbiamo assaggiato la torta e devo dire che è venuta davvero bene, è un peccato che tu non l'abbia mangiata. Così ho pensato di portartene una fetta."
"Grazie.." sussurrai abbassando lo sguardo. Tirai su col naso e mi strofinai gli occhi con le mani.
"Cosa guardi di bello? Foto di Ryan in costume?"
"Un film" sussurrai. Sentii il letto piegarsi e il calore del corpo di Justin avvicinarsi al mio.
"Prima Ryan mi ha chiesto il tuo numero solo che non ce l'ho così mi ha chiesto di dirti se gli potevi scrivere" disse.
"Va bene" annuii e presi il cellulare.
"Amico figo numero uno?"
"Sì è salvato lui così" mormorai digitando velocemente un 'Hei straniero, mi cercavi?'.
"Va tutto bene?" Justin continuò con le domande.
"Sì, perché non dovrebbe?" risposi vaga aspettando la risposta di Ryan che non tardò ad arrivare. 'Hei piccolina. Sì, sono stato bene oggi e speravo di parlare ancora un po' con te'.
"Perché ti chiama 'piccolina'?" alzai la testa incrociando così il mio sguardo a quello di Justin.
"Scusami? Ti ho dato l'autorizzazione a leggere i miei messaggi?" corrugai le sopracciglia mentre lui alzò le mani in segno di resa. "Perché sei qui, Justin?"
"Non lo so" rispose sinceramente. "Volevo sapere come stavi forse e dato che ti ho vista così ho pensato di restare a farti compagnia" abbassai lo sguardo sul computer, lo chiusi con un gesto veloce e lo poggiai al mio lato. "Posso restare?" chiese ancora. Portai le ginocchia al petto e, senza guardarlo, annuii. "Tu e Ryan siete solo stati da Starbucks oggi?"
"Sì, siamo andati a piedi così abbiamo passeggiato un po'." risposi. Presi di nuovo il cellulare e scrissi una risposta veloce al messaggio di Ryan. 'Preferisci parlare di attualità o cronaca nera?'
"Lui non si affeziona molto alle ragazze, ma se è stato lui a cercarti allora è un buon segno, vuol dire che gli piaci" poggiai la testa al muro e la girai verso Justin tenendo un sopracciglio alzato e l'altro teso. "Come amica, intendo"
"Anche a me piace, è simpatico e buffo e mi ha fatta ridere tantissimo. Poi abbiamo anche le stesse passioni. È stato bello uscire con lui oggi pomeriggio" constatai.
"Pensi di uscirci ancora?"
"Giovedì mattina andremo a fare un giro insieme."
"Verrete a trovarmi al negozio? Così vedi dove lavoro." mi girai verso il viso di Justin sentendo il cuore accelerare con i battiti.
"Se non ti do fastidio, certo" dissi in un sussurro. Justin scosse la testa.
Restai a guardarlo per un po' senza parlare. Era così bello che solo guardarlo mi faceva stare bene. D'un tratto aprì le braccia e sussurrò un "Vieni qui". Senza nemmeno pensarci, mi gettai sul suo petto e chiusi gli occhi inalando il suo profumo. Lo strato sottile della maglietta che portava lasciava trasparire tutto il calore del suo petto, un calore che mi avvolse e che mi pervase. Con un abbraccio, un solo abbraccio, era riuscito ad annullare tutto il risentimento che provavo nei suoi confronti a causa di ciò che mi aveva detto. Con un solo abbraccio, mi aveva fatta sentire speciale, mi aveva fatta sentire bene. Non mi mossi tra le sue braccia, a differenza sua che continuava ad accarezzarmi i capelli e la schiena. Non avevo mai ricevuto un abbraccio simile. Silenzioso, ma che esprimeva più di quanto in realtà potevamo dire a parole. Stavo bene. E avrei tanto voluto essere abbracciata in questo modo ancora per molto.

"Domani mattina mi farai trovare di nuovo la colazione?" annuii.
"Ti vanno bene i waffles con la cioccolata?" mi staccai dal suo corpo e lo guardai negli occhi.
"Sono perfetti." accennai un sorriso. "Buonanotte, piccola dea"
"Oh, perché tutti dite che sono piccola?" mi portai una mano sul viso e sorrisi al nomignolo che mi aveva affibbiata.
"Alzati" mi alzai e gli andai accanto. In effetti, a differenza sua, ero di statura molto più piccola. "Sei piccola. E ti chiami Afrodite come la dea della bellezza"
"E dell'amore, del desiderio, della fertilità e del piacere" continuai. E corrugò le sopracciglia. "Tutto bene?"
"Sì, mi sembrava di aver già sentito questa frase ma sarà stato in qualche libro o documentario" continuò grattandosi dietro l'orecchio.
"Può darsi. Sono poche le ragazze che si chiamano come me.." mormorai alzando gli occhi al cielo. Sia a mio padre che a mia madre piaceva la mitologia greca e avevano deciso di chiamare la propria figlia femmina Afrodite. Se avessero avuto un maschio, lo avrebbero chiamato Eros.
"In effetti, ho conosciuto solo due ragazze che si chiamano Afrodite e tu sei una delle due" sorrisi.
"Dillo che preferisci me, solo io ti preparo la colazione" mi sedetti nuovamente sul letto e lo vidi avvicinarsi alla porta.
"Tu sei rompi scatole, mentre con lei ci sono andato a letto." alzai gli occhi al cielo. "Magari dopo i waffles di domani ragiono meglio"
"Certo" biascicai alzando gli occhi al cielo. Mi stesi e letto e guardai il soffitto, quando una testolina bionda mi si piazzò dinanzi.
"Però tu mi sarai davanti ogni giorno, lei non so neanche chi sia. Quindi sì, preferisco te, anche se sei rompi scatole" schiusi la bocca sentendo quelle parole e chiusi gli occhi quando le sue labbra si poggiarono sulla mia fronte. "Buonanotte, rompi scatole preferita" si avvicinò alla porta e fece per aprirla, quando però lo richiamai.
"Justin?" si girò verso di me.
"Sì?" mi chiese incrociando il mio sguardo.
"Grazie per l'abbraccio e per essere passato" sussurrai seria.
"Dovevo farmi perdonare" mi sorrise un'ultima volta, dopodiché andò via.

Restai per istanti interi a fissare la porta, mi sembrava quasi surreale ciò che era appena successo. Justin mi aveva abbracciata. Mi aveva detto che ero la sua rompi scatole preferita. Ero contenta del fatto che fosse venuto in camera mia, avevamo fatto finalmente pace e chissà, forse saremmo diventati amici. Forse..
Però dimenticavo che la realtà era ben diversa dai forse e della fantasia. E che non sempre succede ciò che ti aspetti.

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