6. Tragically in love
Nella foto: Keno Schulz
Fortis cadere, cedere non potest - PROVERBIO LATINO
"I forti possono cadere, ma non possono cedere"
ALENCAR
- Ci sono tutti – dissi finendo di contare e passando i soldi a Tian.
Fred era in ginocchio davanti a me, gli mancavano tre denti e sembrava messo peggio di sempre ma i soldi li aveva rimediati davvero, prima che finissimo di sputtanare per sempre il suo piccolo mondo.
- Sono libero? – chiese tremante – non andrete dalla mia famiglia, vero?
- Hai saldato il tuo debito, per il momento puoi andare
- Dio ... grazie Alencar, grazie, mi ripulirò, hai ragione, ho rischiato grosso! – esclamò scattando in piedi – grazie, grazie, grazie ....
Cominciò a camminare indietreggiando zoppicante e continuò così fino a che non fu abbastanza lontano da voltarsi e sparire il più velocemente possibile. Ero persino tentato di credere a quel discorso di pentimento, se non avessi assistito a scene come quella almeno una volta ogni due mesi con il vecchio Fred. Un tossico resta un tossico, fa parte della sua natura attaccarsi a qualcosa.
- Giusto in tempo per la riunione – disse Miles riponendo i contanti insieme agli altri nel borsone scuro.
Salimmo tutti in auto e misi in moto, non mi diressi immediatamente al luogo della riunione, svoltai verso la zona più costosa di Brooklyn, il quartiere dei figli di papà.
- Che ci facciamo qui? – chiese Tian.
- Devo sistemare una piccola questione. – dissi con tono serio e nessuno ebbe nulla da ridire anche se vedevo lo sguardo crucciato di Jonas dallo specchietto retrovisore.
Fermai la macchina davanti ad un palazzo molto bello e dalla struttura moderna, uno di quelli con la portineria e l'ingresso sul retro per il personale di servizio. Smontai dal mezzo e fu lì che mi diressi, verso la porta laterale seguito da Miles e Tian. Abbassai la maniglia e, come mi aspettavo, la trovai aperta, ci intrufolammo ritrovandoci nelle scale interne del palazzo. Salimmo tre piani e poi entrammo nel corridoio principale dove un lussuoso tappeto ricopriva la soglia di tutti gli appartamenti. Dopo altri pochi passi mi fermai davanti alla porta della famiglia Maxwell sulla targhetta.
Misi i guanti scuri che tenevo in tasca e i miei due amici fecero lo stesso, poi suonai il campanello. Non dovetti attendere molto, qualcuno aprì la porta e fu proprio il volto di Peter ad apparire dietro l'anta robusta.
Passò qualche secondo di assoluto silenzio in cui il ragazzo mi fissò dubbioso, poi parlò – Alencar? Ehm, io non ho ordinato niente.
Io stirai le labbra in un sorriso che non doveva rassicurarlo, anzi, e sul volto di Peter apparve esattamente l'espressione che desideravo.
- Io non ho fatto un cazzo, ho tutti i miei conti in regola. Ti ho pure portato tre persone alla festa, cazzo, sono uno dei migliori clienti che hai – sbraitò immediatamente.
- Non hai fatto un cazzo? – ripetei con tono dubbioso – ne sei sicuro? Io ho come l'impressione che tu abbia commesso un errore per cui non hai espiato
- Cosa? – era ancora incredulo.
- Hai pestato Callum, violentemente – dissi chiarendo il suo dubbio Amletico.
- Callum? Quel fottuto idiota senza spina dorsale? Mi ha fottuto la media! – si lamentò.
- Ti ho appena detto che hai commesso un errore molto grave eppure non sento alcun tipo di scuse provenire dalla tua fogna – commentai facendo un passo avanti.
Lui indietreggerò per riflesso, adesso aveva paura – Senti, non avevo idea che ti interessasse l'incolumità di quel cazzone ... ok, non lo sapevo, l'ho strapazzato un po' ma
Non mi interessa la sua incolumità.
- Continuo a non sentire nessun tipo di scuse – lo interruppi avanzando ancora.
- Ok, ok, ok, frena. Mi dispiace, non si ripeterà ... - disse alzando le mani in segno di resa.
- Su questo, caro Maxwell, puoi scommetterci il culo
Fui su di lui prima ancora che avesse il tempo di capire cosa stessa accadendo, il suo corpo atterrò sul pavimento rovinosamente, schiacciato dal mio peso. Strinsi forte il pungo e cominciai a colpirlo forte sul volto, non lo avrei ucciso, non era quello il mio scopo, ma di certo si sarebbe ricordato di quel giorno per sempre.
Non riusciva nemmeno ad urlare, si dibatteva a fatica mentre il suo corpo soccombeva sotto il peso dei miei colpi, ad un tratto cessò persino di provare a parare i pugni, restò lì totalmente inerme. Così mi sollevai, lasciandolo pronto a svenire da un momento all'altro, mi voltai verso i miei amici e gli feci cenno di andarcene.
- Non ti vedevo così da parecchio – disse Tian mentre scendevamo nuovamente le scale di servizio.
- Direi da quando hai mandato in coma quel tipo, per aver detto quelle merdate su Celia – continuò Miles.
Ricordavo quel giorno, quando era venuta a trovarmi ad una delle feste ed un grosso idiota aveva iniziato ad insultarla, erano stati proprio Tian e Miles a tirarmi via dal suo corpo incosciente prima che gli dessi il colpo di grazia. Era stato in coma per un anno intero e quando si era svegliato il suo cervello era bello che andato e, fortunatamente, non si ricordava nulla di quanto accaduto la sera del pestaggio. Per quanto riguardava i testimoni era stato semplice metterli a tacere con la minaccia di fare la stessa fine.
- Non credevo avresti fatto una cosa del genere anche per Callum – continuò Tian e io mi fermai a fissarlo nei suoi occhi neri e allungati.
- Non l'ho fatto per Callum
- Beh, stai certo che ai piani alti lo sapranno – si intromise Miles – Maxwell era un buon cliente e se ne lamenterà con il capo di questa tua piccola incursione
- Mi assumerò la responsabilità della cosa –
- Dimmi solo perché Alencar
Perché? Bella domanda, non posso lasciare nessuno indietro, non stavolta.
Ripensai a quello che era successo fra me e Callum, le parole che ci eravamo detti, quelle verità che mi sforzavo di non ascoltare. Non potevo permettermi il lusso di badare anche a lui, non ad uno come lui, avevo fatto una scelta anni fa quando Celia era venuta da me. Stai con me o contro di me ed io le avevo dedicato tutta la mia lealtà.
- Stiamo perdendo tempo Tian
Kurt Royce era il capo del più grosso giro di droga di Brooklyn, tutti gli spacciatori rispondevano a lui e chiunque desiderasse l'indipendenza poteva andare a cercarla nel fondo del mare. A lui piaceva definirsi un dittatore democratico ma era solo un enorme testa di cazzo che era meglio non fare arrabbiare.
La riunione di quella sera, come tutte le altre, si teneva nel seminterrato della sua casa in periferia, nella più totale solitudine, dove nessuno avrebbe sentito gli spari se la situazione fosse degenerata.
Quando io e i ragazzi scendemmo le scale trovammo Kurt e il resto degli uomini seduti intorno al grosso tavolo. Il boss ci dedicò un sorriso soddisfatto mentre portava alla bocca quello che restava di un sigaro cubano. Era un uomo dalla stazza imponente sulla quarantina anche se nessuno sapeva esattamente quanti anni avesse né da dove provenisse con esattezza. Aveva un grosso tatuaggio con degli ideogrammi giapponesi che si estendeva da sotto il mento giù lungo il collo fino a sparire sotto la t-shirt grigia, qualcuno aveva ipotizzato che avesse lavorato anche per la Yakuza. Parlava un numero di lingue decisamente elevato per un malavitoso trafficante di droga e aveva contatti in diversi paesi fuori dall'America.
- Guarda chi si è unito alla festa, i miei giovani più promettenti! – esclamò – avete portato la vostra parte?
Io strinsi la sacca con i soldi e camminai fino al lato estremo del tavolo dove si trovava, poi aprii la cerniera e lasciai cadere i mazzetti di banconote davanti al suo naso. Il suo sorriso sembrava pienamente soddisfatto, fece un cenno ed uno degli uomini seduto al tavolo si sollevò e recuperò un'altra sacca scura. Quando la presi notai che era particolarmente pesante, dovevano almeno essere venti chili di roba.
- Avete tutto il mese prossimo – disse.
Fottuto stronzo pretenzioso.
- Solo un mese? È parecchia roba – gli feci notare.
Era una pessima idea discutere un suo ordine ma quella doveva essere una sorta di ripicca ed infatti vidi diventare il suo volto sempre più soddisfatto.
- Sai Loss, tu mi piaci – disse incrociando le braccia – mi ricordi me stesso da giovane, hai quella faccia da "so esattamente cosa devo fare e lo faccio senza che un vecchio del cazzo mi dica come fare il mio lavoro"
Non ebbi bisogno di vederla, riuscivo a sentire la canna della pistola puntata dietro la mia nuca, una pressione leggera. Potevo persino sentire i miei amici in fondo alla stanza trattenere il fiato ma io non muovevo gli occhi dal viso di Kurt, continuavo a fissarlo.
- Ho ricevuto una spiacevole telefonata pochi minuti fa – continuò – hai fatto il bulletto con un cliente prezioso, ha ordinato un grosso carico per conto di altri ricconi e sai quanto ci fruttano quei figli di papà con un mucchio di soldi da spendere
- Vuoi uccidermi? – chiesi senza alcun tono in particolare.
- Sei troppo in gamba, preferisco darti una lezione molto importante. Vediamo se sei invincibile come credi. Vendi quella roba in un mese, se non ce la fai allora ti faccio sbranare vivo dai miei cani. Che ne dici? – domandò gioviale.
- Dico che il tuo compare può togliermi questa cazzo di pistola dalla testa così posso andare a fare il mio dannato lavoro – risposi.
Kurt fece un cenno della mano e la pistola si spostò dalla mia nuca – se ce la fai davvero sento aria di promozione, mio caro ragazzo
Mi voltai senza aggiungere altro e mi diressi verso l'uscita, gli altri mi seguirono e sapevo già che sarebbero piombate sulle mie spalle anche le loro lamentele.
- Cosa cazzo è successo! – esclamò Jonas – venti chili! Mio dio, moriremo tutti
- Non fare il melodrammatico – dissi con il mio solito tono calmo – non morirà nessuno
- Lo hai fatto incazzare – mi fece notare Tian come se non me ne fossi accorto.
- Sarà un fottuto casino, fra qualche mese nasce la bambina, Alencar! Cristo santo, come devo fare? Dovrei tirarmi fuori, devo smettere con questa merda
A quel punto lo spinsi contro lo sportello della macchina – frasi come queste saranno quelle che ti faranno ammazzare davvero – ringhiai – sta zitto e lascia fare a noi, vendere la roba, Lizzy avrà il vostro fottuto bambino e nessuno creperà – poi lo lasciai e aprii lo sportello dell'auto- e ora andiamocene da questo cazzo di posto
Non crollare.
Misi in moto e ci dirigemmo nuovamente verso il centro di Brooklyn, lasciai i miei amici uno dopo l'altro davanti alle loro abitazioni e quando mi fermai per la terza volta toccava a Tian scendere.
- Io vengo con te – disse senza guardarmi, teneva lo sguardo fisso davanti a sé.
- E dove di grazia? Vuoi venire a casa mia? – chiesi lievemente infastidito.
- Esatto, andremo da te e tu riempirai il fottuto borsone mentre io ti aspetto in auto. Poi tornerai qui e andremo al tuo appartamento dove ci resterai – spiegò chiaramente.
Ci fu un lungo silenzio.
- Tian
- Basta Alencar. È il momento di tagliare il fottuto cordone ombelicale. Questa situazione ti sta uccidendo, forse persino lei ti sta uccidendo – disse secco.
No, non anche tu.
- Celia non è un problema, non mi tradirebbe, non racconterebbe quello che sa
- So che tieni a lei, ti ha reso migliore di quello che eri e le siamo tutti grati – continuò con quel tono estremamente lucido – dopo tua madre eri un relitto, un cazzo di tossico instabile e lei è stata più in gamba di tutti noi a farti uscire da quella vita ma adesso ti sta fottendo il cervello. Saresti potuto morire stanotte
- Kurt non avrebbe rischiato così i suoi soldi, noi gli facciamo guadagnare molto di più di quel coglione di Maxwell e le sue feste da quattro soldi.
- Siamo sul filo del rasoio Alencar e non ti permetterò di flirtare con la morte ancora una volta
Lui ha ragione, non puoi crollare.
Arrivai davanti a quella casa e smontai dall'auto senza dire una parola, sentivo gli occhi di Tian addosso e mi affrettai a chiudermi la porta di ingresso alle spalle.
C'era silenzio come sempre e salii in camera rapidamente dove c'era il mio borsone. Cominciai a tirare fuori i vestiti e metterli lì dentro il più velocemente possibile, presi anche la foto sul mio comodino, il resto dei pacchi di sigarette e qualche libro.
Poi uscii in corridoio pronto a scendere le scale ma fu lì che mi resi conto di una figura poco distante, Celia era lì e mi fissava con aria triste.
- Vai via senza dirmi niente? – mormorò avvicinandosi a me.
- Tian mi sta aspettando, ci sono parecchi casini, non posso restare più in questa casa. È meglio che vada, hai le chiavi e l'indirizzo – dissi.
- Resterò qui da sola ... - mormorò mentre si sporgeva per baciarmi – mi ami ancora, vero? Anche se non sarai qui con me, mi penserai sempre?
- Certo che ti amo Celia, farei tutto per te – mormorai mentre la stringevo a me.
E tu? Tu mi ami?
Non ebbi il coraggio di chiederlo, non volevo lasciarmi contagiare dalle voci che Callum mi aveva messo in testa, era lui il parassita.
- Quello stronzo si è cacciato in qualche casino – mormorò toccandosi il labbro.
- E' tutto sistemato ora
Lei sorrise e tornò a baciarmi mentre il suono del clacson interrompeva quel momento, mi discostai appena.
- Ci vediamo presto – dissi.
- Contaci dolcezza – mormorò ad un soffio dalle mie labbra – nessuno mi impedirà di stare con te, nessuno -
Guidai in silenzio fino al palazzo che ospitava il mio nuovo appartamento, scesi dal mezzo tenendo il borsone stretto nella mano e salii in silenzio fino al terzo piano, infilai la chiave nella toppa e mi ritrovai in quell'abitazione vuota e silenziosa.
Dopo anni e anni ero fuori da quella casa, lontano da tutti i ricordi che avevo fin ora della mia vita eppure una parte di me era rimasta pericolosamente agganciata lì. Fra il tremendo peso del lutto che non avevo potuto impedire e quelle labbra che avevano il sapore delle ciliegie.
KENO
- Secondo me la fonte di tutti i tuoi problemi è che hai gusti di merda in fatto di gelati. Guardati! Amarena, sul serio? – rise Aiden schernendomi.
- Ah ah – replicai infilando il cucchiaino colmo di gelato fra le labbra – e allora i tuoi problemi li dobbiamo attribuire al cioccolato? È un gusto decisamente per mocciosi –
- Beh, sono un moccioso a detta di qualcuno. Cosa pretendi? – ribatté il mio amico
Quando io e Aiden avevamo parecchio di cui lamentarci andavamo a rifugiarci in una pasticceria, la nostra preferita, e chiacchieravamo dei nostri dolori davanti ad una coppa di gelato, inutile dire che lui era quello che aveva più da dire in merito a relazioni dolorose.
- Ancora casini con Andrew? – chiesi consapevole.
Aiden aveva quello sguardo velato di una preoccupante instabilità da quando il suo pseudo fidanzato era tornato in città. Sembrava vivere sul chi va là di continuo ed era sempre spaventosamente nervoso, anche quando fissava il cellulare compulsivamente.
Dio, non voglio mai diventare così.
Era l'unica cosa a cui riuscivo a pensare quando puntavo gli occhi su di lui, sentivo che dovevo tenere gli altri ancora più distanti per non apparire tanto distrutto come Aiden sembrava a me.
- Stiamo sempre a parlare di quello stronzo – mormorò – perché non parliamo dei tuoi casini con Noah
- Io non ho casini – mi affrettai a chiarire.
- Mi sembra già questo un bel casino, non ti pare? – mi fece notare, tentai di deviare il discorso ma non me lo permise – lui è troppo buono con te e tu sei una merda. C'è qualcosa che non mi torna
Sorrisi, non avere mezzi termini era fra le clausole della nostra amicizia – confondi la bontà con la stupidità
- No, penso sia tu a confonderlo – replicò – quel tipo è pazzo di te, ti adora e tu lo tieni a distanza volontariamente. Ti diverti ad umiliarlo perché sai che non avrà la forza di mandarti a fanculo
- Da quando te ne frega tanto di Noah? – chiesi a quel punto lanciando il cucchiaio nella coppa vuota.
- Da quando stai mostrando la parte peggiore di te ad una persona che non ha fatto nulla per meritarlo – rispose con tono duro.
- E tu? Quando la smetterai di essere così accondiscendente? Sai cosa penso di lui –
Aiden si portò le mani al volto come se non volesse più sostenere il mio sguardo – cosa vuoi che faccia? Dovrei prendere una decisione, eh? Lo so, ma al momento sta andando tutto a puttane con lui e non intendo risolvere il problema. Non io. Che sia lui a preoccuparsi una cazzo di volta nella vita.
- E con Levin invece? – chiesi a brucia pelo e il mio amico rizzò la schiena.
- Che intendi?
- Non prendermi per idiota Aiden – replicai – conosco quello sguardo, proprio quello che hai adesso. Lui ha acceso il tuo interesse, in qualche modo ti attira e cazzo mi sembra un fottuto miracolo –
- Beh, non è successo niente e non dovrebbe succedere
- Dovrebbe è una parola interessante – gli feci notare.
- L'ho invitato alla festa a Coney Island stasera ... - ammise con un tono quasi colpevole – non credo che verrà ad ogni modo. Non è esattamente il tipo di ragazzo che ama le feste
Ci eravamo sollevati e stavamo camminando lungo il marciapiede godendoci l'inizio del tramonto, sapevo che lo sguardo del mio amico era ancora su di me.
- Magari ti darò retta – dissi poi facendo apparire sul suo viso un leggero sorriso – Noah mi ha detto che un suo amico dà una festa stasera, mi aveva chiesto di andare con lui ma non gli ho ancora detto niente
- Beh, ti ordino di andarci
Io sollevai le mani in segno di resa – bene, tanto se ho capito bene avrai compagnia ...
Ma prima che potessimo ridere o che Aiden mi rifilasse una battutaccia ci accorgemmo di una figura in fondo al marciapiede. Lo riconoscemmo immediatamente, come potevamo non notare Andrew Wolfhart e tutto il suo pacchetto completo di arroganza e superbia venirci incontro? Vidi Aiden visibilmente agitato e stupito, non si aspettava di vederlo apparire così magicamente e nemmeno io ero pronto a ritrovarmelo davanti.
Sapevo che il mio amico desiderava la sua privacy così mi limitai a dargli una lieve pacca sulla spalla come saluto mentre attraversavo la strada senza dedicare a quel pilota borioso la minima attenzione.
Avevo ceduto alla fine, fissai l'insegna del locale dove lavorava Noah con un velo di sconfitta nell'animo, alla fine lo avevo avvisato che sarei andato con lui alla festa e ora stavo aspettando che staccasse dal suo turno.
Cerca di non pentirtene.
Qualcosa dentro di me mi spingeva sempre a fuggire da situazioni come quella ma, quando vidi la porta del bar aprirsi e Noah venire fuori sorridente, capii che non me la sarei potuta svignare.
I suoi occhi verdi mi stavano già scrutando come se vedesse un'apparizione divina e prima di quanto pensassi mi ritrovai la vita stretta dalle sue mani e i nostri vidi a pochissima distanza.
- Quando non avevi l'età per entrarci eri costantemente qui dentro, ora invece mi aspetti fuori? – mi fece notare divertito.
- Ringrazia che non abbia trovato niente di meglio da fare oggi – mormorai.
A quel punto fui aggredito dalle sue labbra in un bacio intenso e pieno di desiderio, il bacio di chi aspettava solo questo momento da tutta la vita, come se ogni bacio potesse essere il primo e anche l'ultimo. Alla fine i nostri visi si separarono e mi circondò le spalle con un braccio e ci incamminammo verso il luogo della festa, una villetta a pochi passi dalla spiaggia.
La musica si sentiva persino dalla strada, era una festa di collegiali in piena regola pensai quando attraversammo il vialetto e vidi gente ammassata e allegra ballare della scadente musica elettronica. Erano per lo più tutti ubriachi e addossati ai barili di birra, molte ragazze indossavano solo il costume e c'era parecchio via vai dal cortile della casa alla spiaggia.
- Noah! Ce l'hai fatta, bello! – la voce di un ragazzo attirò l'attenzione di entrambi, stava sbracciando e teneva un bicchiere di birra in mano.
- Ehi Mason, grazie per l'invito, che casa pazzesca! – commentò l'altro mentre si davano il cinque – ah, lui è Keno –
Dieci punti per non aver detto nulla di imbarazzante su di me, pensai mentre facevo finta di essere felice di conoscere quel tizio.
- Ah, lui è il famoso Keno! Ma quanti anni hai? Credevo fossi più grande – disse l'altro divertito.
- Ad occhio e croce più di te – mormorai lasciando il ragazzo di sasso – non sapevo di essere famoso – continuai questa volta rivolto a Noah.
- Invece lo sei parecchio
Si erano materializzati altri due ragazzi, a parlare era stato il più alto che aveva il fisico da surfista e l'aria parecchio arrogante, mi fissava come se mi conoscesse e non gli piacessi affatto. L'altro era rimasto in silenzio, era più basso e magro con i capelli chiari lunghi poco sotto il mento.
- Ehi ragazzi – Noah aveva ripreso a parlare anche se visibilmente a disagio, non smetteva di sorridere nervoso – Keno, loro sono Adrian un mio caro amico – disse indicando il tipo alto – e Jaco, un collega del locale, ha iniziato da qualche mese
- Incantato
La tensione stava crescendo incredibilmente e non ero solo io a sentirla, vidi Noah pronto a dire qualcosa per salvare la situazione ma fu Adrian a mettersi in mezzo ancora una volta.
- Noah non fa altro che parlarci di te, di quanto sia felice e di quanto tu sia incredibile – disse con un tono di marcato scetticismo – ma non vedo molta meraviglia qui all'infuori di un grosso ego
- Adrian! – a quel punto non riuscì più a fare finta di nulla – per questo mi hai chiesto di farlo venire? Piantala, lui mi piace e stiamo insieme, non ho intenzione di mettermi a discutere su questo stasera, dovremmo divertirci –
- Voi fate pure – mormorai mentre mi allontanavo dal corpo di Noah – io ho di meglio da fare che restare qui a perdere il mio tempo con delle pessime caricature
- Che hai detto stronzetto? – ringhiò ancora Andrian ma Jaco lo trattenne e persino Mason sembrò volersi mettere in mezzo.
- Ho detto che i tipi come te, che incarnano questo ruolo da maschio alpha e che si sentono in diritto di far ascoltare agli altri quello che pensano come se fosse importante, mi fa francamente vomitare
Poi mi voltai pronto ad andare via ma sentii ancora la mano di Noah tentare di afferrarmi, mi divincolai librandomi dalla sua presa e fulminandolo con lo sguardo.
- Noi due non stiamo insieme, vedi di ricordartelo – ringhiai prima di andare via.
Mi ritrovai a camminare lungo la spiaggia, tenevo le scarpe in una mano e sentivo la sabbia morbida sotto i piedi, mi piaceva quella sensazione, era qualcosa di familiare e confortevole. Forse mi ricordava tempi più semplici, quando da bambino correvi a perdifiato alla ricerca di conchiglie e a rincorrere le onde.
Persino la mia prima volta era stata in spiaggia, la ricordavo perfettamente, avevo i piedi immersi nella sabbia come in quel momento.
Perché diavolo ci pensi adesso?
Non si ha mai il controllo sui ricordi ed è brutale come spesso riaffiorino senza poterli fermare. Forse perché era successo proprio in quel punto con lui, nella spiaggia deserta in mezzo al niente. Avevo mentito anche quella volta, avevo raccontato a Noah di essere già stato con un altro ragazzo, lui aveva da poco scoperto il mio piccolo segreto: non ero ancora maggiorenne.
Non mi ero mai chiesto perché sentissi il bisogno di mentirgli così spesso, mi sembrava solo di dover mantenere più distanza possibile. Così anche quell'ennesima bugia andò in porto e lui aveva creduto che quella fosse una notte qualsiasi per me.
Ma non lo era stata, avevo sentito ogni cosa, ogni suo tocco, come se fosse amplificato di cento volte, potevo sentire ogni granello di sabbia che si attaccava alla mia pelle e ogni respiro che facevo pensavo potesse essere l'ultimo. Quella notte era stata la più lunga e intensa della mia vita, mi ero sorpreso a fissare il cielo diventare sempre più chiaro e guardare i granelli di sabbia luccicare sulla mia pelle alle prime luci dell'alba. Avevo osservato il volto pacifico del ragazzo addormentato ancora nudo accanto a me.
- Keno! – sentii urlare il mio nome e questo mi riportò al presente, a quella notte tutt'altro che piacevole.
Vidi Noah correre verso di me ed io sapevo già cosa stava cercando di fare.
- Non ho voglia di stare a sentire cosa hai da dire, né di tornare a quella festa di perdenti – dissi appena percepii il suo corpo alle mie spalle.
- Non voglio chiederti di tornare – chiarì mentre mi afferrava un braccio e mi faceva ruotare verso di sé – mi dispiace, non avevo idea che avrebbe detto quello cose
Scossi le spalle – non me ne frega un cazzo di quello che pensano i tuoi amici di me
- A me sì invece. – mi interruppe con tono deciso – non ho chiesto loro un'opinione su noi due, io so cosa sto facendo
Risi di scherno – ah davvero? Allora illuminami, perché non mi sembra che tu abbia una vaga idea di cosa stia succedendo qui. Infatti mi tocca ripeterti per la millesima volta che non c'è nessun noi!
- Perché Keno? Perché non c'è? – quella domanda fu espressa in un sussurro mentre la sua presa sulle mie braccia si rinsaldava.
Non quel tono, non farti fregare da quel tono.
- Non ho intenzione di mettermi a discutere con te, ho detto lasciami in pace. Voglio tornare a casa – insistetti tentando di liberarmi dalla sua presa ma era impossibile.
Il suo corpo era vicinissimo al mio e stava mormorando al mio orecchio – ti amo da impazzire Keno, sei tutto ciò che voglio, lo sei sempre stato e lo sarai sempre
- Ti ho detto di lasciarmi Noah – ma era evidente che non lo avrebbe fatto.
Aveva iniziato ad accarezzarmi la schiena sotto la maglietta – questa spiaggia ... te la ricordi? È stato qui che lo abbiamo fatto la prima volta, è stato incredibile. La notte più bella della mia vita, è stato lì che ho capito che non mi sarei più voluto separare da te.
Smettila, smettila di usare i tuoi sentimenti da quattro soldi come un guinzaglio da attaccarmi al collo.
Lo sentii approfondire ancora di più il contatto, le sue mani sul mio addome, la sua lingua sulla mia gola, il suo inguine che cercava il mio. Era così ovvio quello che volesse, di cosa avesse costantemente bisogno e io mi ero ritrovato intrappolato lì.
Lo vidi mettersi in ginocchio mentre slacciava l'apertura dei miei jeans e prendeva in bocca la mia erezione quasi del tutto sveglia. Quella sensazione mi diede i brividi e non riuscii a trattenere un gemito di piacere entrando in contatto con la sua bocca calda e umida. Mi stava stimolando con movimenti profondi mentre muoveva la lingua, sentivo le sue mani scoprirmi le natiche e massaggiarle lentamente. Mi ritrovai ad appoggiare una mano fra i suoi capelli mentre i miei pensieri si offuscavano terribilmente.
Fermati, fermati e vattene finchè sei in tempo.
Ma quel proposito si perse nel mare di sensazioni che stavo provando, mentre finivo per baciare con ferocia quella bocca che ora sapeva di me. Avevo tolto la sua maglietta con un gesto di pura foga mentre i nostri copri rotolavano fra la sabbia morbida in quella che sembrava una lotta più che un momento di romanticismo.
- Voglio stare dentro di te tutta la notte – mormorò la sua voce carica di desiderio al mio orecchio.
Non provai nemmeno ad oppormi a quella richiesta, lasciai che si spingesse dentro di me più in fondo che poteva mentre io infilavo i piedi nella sabbia tiepida. Le stelle brillavano tremendamente forte quella notte, come se fossero tutte corse a godersi lo spettacolo della mia disfatta, come se volessero un posto in prima fila per vedere quanto intimamente fossi debole.
Sentivo le spinte di Noah farsi più intense, il piacere mi appannava la vista e non riuscivo a controllare il mio corpo che andava sempre più avidamente incontro al suo. Le mie unghie artigliavano le sue spalle, la mia bocca mozzava il suo respiro e i miei fianchi erano desiderosi di cozzare più violentemente contro i suoi.
- Sei meraviglioso Keno – mormorò con la voce rotta dal piacere – l'unico che io abbia mai amato così. -
Basta, smettila di strozzarmi con il tuo amore da quattro soldi.
L'ennesimo pensiero che andò in fumo mentre il piacere che provavo sconvolgeva la mia testa, adesso Noah stava toccando la mia erezione, voleva farmi venire prima di lui e io speravo tanto di non concedergli anche questo. Ma evidentemente non era la serata giusta per conservare della dignità, perché i suoi movimenti erano troppo sconvolgenti e non riuscii a trattenermi quando assestò le ultime tre spinte consecutive. Mi ritrovai a venire nella sua mano e a leccare il mio sperma dalle sue dita qualche istante dopo che le aveva avvicinate alle mie labbra. Era venuto anche lui alla fine, proprio pochi secondi dopo di me, cercando di marchiarmi il più possibile con quell'orgasmo.
Ci eravamo ritrovati a restare in silenzio, nudi sotto quel cielo carico di stelle, lui mi aveva abbracciato per riscaldarmi con il suo corpo ed io mi ero ritrovato a combattere contro l'ennesima sensazione di tremendo disagio, come se fossi sul punto di vomitare.
Se non trovi un modo per scappare, finirai per restare.
ANDREW
In una sola settimana a Brooklyn stavo collezionando più sbronze che altro, anche quella serata sembrava propendere verso quel distruttivo svago che stava già iniziando a disgustarmi. Allontanai l'ennesimo bicchiere da me, attirando subito l'attenzione di Alec e gli altri.
- Qualcuno vuole tornare a casa sulle proprie gambe – Commentò proprio quello – che c'è? La storia di Lurke ti ha incasinato? Qualcuno si arruolerà come volontario, non dobbiamo tornarci così presto –
E invece la fottuta Libia non mi era mai sembrata così allettante come in quel momento. Le mie innumerevoli mancanze da civile sembravano perdere senso in missione, lì diventavo improvvisamente un eroe di cui tutti tessevano le lodi.
- Non ci starai pensando davvero ... siamo tornati appena una settimana fa. – Adesso c'era preoccupazione nel tono concitato di Alec, quelle parole avevano attirato l'attenzione degli altri
- Cazzo Andrew, perché non riesci a tenere il tuo culo a terra per un paio di mesi come il resto di noi? Ti diverte così tanto rischiare la vita un giorno sì e l'altro pure? –
- Chiudi quella bocca, Rockwood. Qualcuno deve pur andarci, no? E voi siete solo un ammasso di coglioni – Sbottai
- Wow! Volano paroloni qui – Alec cercò di smorzare la tensione con una grossa risata – andiamo, qual è il tuo problema?
La mia vita, avrei voluto rispondere, ma non ero ancora abbastanza ubriaco per dare spettacolo. Mi sollevai da lì in uno scatto nervoso, sentii qualcuno darmi del pazzo, ma Alec mi venne dietro immediatamente. Che cosa volevano tutti da me? Perché continuavano a pretendere qualcosa? Non avevo nulla da dare, o almeno, niente di positivo.
L'aria fuori era fresca, ma non serviva a schiarire i miei pensieri, per quello ci voleva un fottuto strizzacervelli, temevo. Alec si parò davanti a me e quel semplice gesto mi fece ruotare gli occhi al cielo.
- Non ho bisogno di una babysitter
- Neanche della migliore in circolazione? –
Dio, quel coglione continuava a tenere a me in un modo che non avrei mai potuto corrispondere, eppure cominciava perfino a dispiacermi. Vedevo quanto impegno impiegava nel cercare di ottenere qualcosa di sensato da uno come me.
- Che c'è? Ripensamenti sulla tua magica relazione con il moccioso?
- Quel moccioso ha un nome. Soltanto io posso chiamarlo così – dissi a denti stretti
- Vuoi picchiarmi per questo? – Alec rise piano – andiamo, le cose non funzionano, te lo leggo in faccia da mesi. Chi credi di poter prendere in giro? Io e te siamo stati insieme per anni, non puoi ingannarmi
- E chi diavolo ci sta provando ad ingannarti? – Sbottai, sempre più nervoso – senti, parlerò con estrema franchezza: non credo che questi siano affari di cui tu debba preoccuparti. Vedo perfettamente quello che stai cercando di fare qui ... il modo in cui mi ronzi intorno aspettando un mio momento di debolezza ... questo non ti fa onore, anzi ti rende patetico.
L'avevo detto e l'avevo guardato dritto negli occhi mentre lo facevo. Alec era rimasto immobile, come se quelle parole avessero avuto il potere di congelarlo all'istante. Soffocai qualsiasi emozione che quella sua espressione ferita avrebbe potuto provocare in me, avevo trascorso ben due anni con lui, ma questo non gli dava il diritto di giudicare la mia vita o le mie scelte. Fu così che giustificai la mia cattiveria mentre mi allontanavo a passi decisi dal locale e mi dirigevo verso la mia auto senza più voltarmi indietro.
Il mea culpa era un processo strano e doloroso, presumeva una crescita in colui che analizzava le proprie decisioni e ne trovava una pecca, da qualche parte. Quella sera non riuscivo a smettere di pensare ad Aiden e, più i miei pensieri andavano a lui, più mi sentivo in dovere di mettere una fine a quella spirale di vendette inutili.
Lo avrei trovato a Coney Island come ogni sabato sera, infatti, dopo una serie di giri intorno alla spiaggia, vidi che in effetti non mi sbagliavo. Era dannatamente bello quando sorrideva, rimasi per un attimo ad osservare il suo viso spensierato mentre chiacchierava con il suo amico ... lontano da me sembrava tornare a risplendere.
Quel pensiero mi fece male, mi spinse a sentirmi profondamente mancante sotto ogni punto di vista. Smontai dalla mia auto non appena vidi Aiden camminare in modo inconsapevole verso di me, c'era una buona dose di sorpresa in lui, in soli pochi istanti aveva smesso di sorridere, ma sembrava essersi gelato in compenso.
- Ehi ... - gli andai incontro subito dopo, nel frattempo il suo amico ci aveva lasciato. Aiden assunse una posa rigida, quasi di attesa
- Che ci fai qui?
- Volevo vederti. E' cosi strano che il tuo ragazzo voglia vederti? – parlavo con apparente leggerezza, ma il suo sguardo non mi era mai sembrato così disilluso come in quel momento
- Dovresti dirmelo tu questo, Andrew. – ribatté lui, senza un tono preciso.
- Non fare così ... sono venuto qui per risolvere le cose. Non me ne andrò a meno che tu non decida di venire con me. Basta giochetti, basta vendette. Voglio il mio ragazzo, sono stanco di fare la guerra
Gli presi le mani, erano fredde per via del gelato che continuava a reggere. Me ne portai una alle labbra e la baciai piano
- Vuoi che mi metta in ginocchio? Lo faccio se serve a qualcosa!
Aiden scosse la testa – Non fare l'idiota.
A quel punto mi piegai davvero, appoggiando un ginocchio sul marciapiede. Aiden sgranò gli occhi. Adesso sì che avevamo attirato gli sguardi della folla, dovevano trovarci divertenti
- Chiedo umilmente perdono per tutto quello che la mia testa di cazzo mi dice di fare o non fare. Prometto che non mi ubriacherò prima di partire e che trascorrerò quegli ultimi momenti con te a letto, com'è giusto che sia.
- Smettila ... crederanno che tu stia tirando fuori qualche anello – ma stava già sorridendo e stavolta quel sorriso era diretto a me. Mi misi in piedi e gli passai una mano intorno alla vita, era bello poterlo toccare di nuovo, come se tutti i problemi fossero improvvisamente spariti, almeno per un po'.
Aiden mi seguì in auto, le sue labbra morbide sapevano di cioccolato quando le baciai e, quel semplice gesto, risvegliò in me una fame di tipo diverso. Ero sveglio e fin troppo reattivo, non vedevo l'ora di raggiungere la privacy del mio appartamento e poter fare di quel corpo tutto ciò che volevo.
Lui mi eccitava, ogni semplice gesto, anche il più casuale, risvegliava in me qualcosa di profondo ed istintivo. Doveva essere quella sua finta innocenza, il modo che aveva di sfiorarmi quasi casualmente, quello sguardo furbo, di chi stava già immaginando mille modi diversi per farmi perdere la testa. Lanciai un'occhiatina al suo viso appena illuminato dalle luci fuori. Mi stava fissando da tempo, lo vidi portarsi il gelato alle labbra, poi leccò piano la parte superiore e sorrise, malizioso.
- Aiden ... - lo avvertii
- Cosa? – la sua espressione era di pura innocenza
- Non mangiare il gelato in quel modo. Sai che effetto mi fa
- In quale modo starei mangiando il gelato? – ancora finto stupore, nel frattempo continuava a torturare quella dannata cioccolata.
- Come se gli stessi facendo un dannato pompino, Aiden. –
Scoppiò a ridere forte – Non è colpa mia se sei un porco che pensa soltanto al sesso. Questo è l'unico modo che conosco per mangiare un gelato –
Lo fece di nuovo. Guardai la strada in uno scatto di autocontrollo estremo. Aiden poteva anche essere un moccioso, ma da quel punto di vista la sapeva lunga, anche più di un uomo della mia età.
- Che generazione degenere la vostra
- Come se ti dispiacesse – ribatté con un'espressione canzonatoria – e poi detto da te! Mi pare che non sia stato io ad adescarti in quel locale, ormai due anni a questa parte. Anzi, giurerei di essere stato circuito da un uomo più grande con la promessa del sesso migliore della mia vita
- Mi avevi mentito! Avevi detto di essere maggiorenne. Stronzetto del cazzo ... mi stavi facendo rischiare la galera
Aiden continuava a ridere – E me ne fai una colpa? Se fossi stato sincero non mi avresti più degnato di un'occhiata. Tu e il tuo codice morale da Marine di merda.
- Forse, invece, non me ne sarebbe importato nulla – dissi, in un estremo slancio di sincerità – forse ti volevo comunque e ad ogni costo
- E' così?
- Chi può dirlo. Da me non avrai altra sincerità per stasera – adesso era il mio turno di ghignare e godermi l'effetto che quelle parole avevano provocato in lui. Grazie a Dio aveva smesso di torturare quel povero gelato, non che la situazione lì sotto fosse mutata di molto ... quell'astinenza forzata mi aveva distrutto.
La mia bella casetta con vista Coney Island non mi era mai sembrata così accogliente come quella notte.
- Wow, stai tirando fuori la casa al mare. Deve essere un'occasione piuttosto importante questa. Vuoi fare colpo su di me, per caso?
Gli tappai la bocca con un bacio mentre lo spingevo verso la mia veranda – No, ho soltanto voglia di vederti nudo il prima possibile, quindi vedi di fare qualcosa
Non riuscivo neanche a disinstallare l'allarme, la bocca di Aiden mi stava torturando, sospirò a pochi centimetri dal loro del mio orecchio e quel semplice gesto mi fece rabbrividire. Dentro era caldo e buio, lo stavo spogliando in fretta e lui faceva lo stesso con me. Lanciai i suoi indumenti ovunque e lo spinsi verso il balconcino che dava sulla spiaggia. Le luci fuori erano bellissime, a Coney Island era sempre festa.
Aiden atterrò con la schiena sulla sdraio, le sue labbra erano dannatamente morbide e bollenti, gli andai incontro, facendo sfiorare finalmente i nostri corpi nudi. Mi sembrava di annegare in un paradiso che non meritavo. Ero affamato e volevo tutto insieme, le mie mani premevano e graffiavano la sua pelle calda e sensibile mentre continuavo a cospargere il suo collo di baci e leccate. Aiden si lasciò sfuggire un lamento basso, adoravo il modo in cui stringeva le sue gambe intorno alla mia vita. Poi sentii una pressione decisa sulle spalle, non era necessario che Aiden me lo chiedesse, perché sapevo perfettamente cosa voleva.
Mi inginocchiai a terra e trascinai il suo corpo verso di me, sollevandogli le gambe. Volevo leccarlo e baciarlo fino a che non lo avessi sentito supplicare come un forsennato. Le sue unghie scavarono un solco nella pelle delle mie spalle, ma quel dolore mi piaceva, mi spingeva a leccarlo con più forza, fino a quando non sentì la pressione del mio dito sulla sua apertura.
Gemette forte e inarcò la schiena
- A-andrew ...
Le parole gli morirono in bocca, ero entrato dentro ed era bastato quel gesto per fargli trattenere il fiato
- Ti piace? – continuavo a muovere il mio dito dentro il suo corpo. Era stretto e bollente, pregustavo già il momento in cui avrei potuto infilarci altro. Le sue labbra erano dischiuse, gli occhi persi, muoveva i suoi fianchi verso la mia mano, voleva di più. Aiden voleva sempre di più. E così lo accontentai. Per un attimo trattenne il respiro e bloccò ogni suo movimento, per abituarsi a quell'intrusione che si faceva sempre più consistente. Scesi a baciare il suo stomaco piatto, quei dannati fianchi lievemente ossuti che mi facevano perdere la testa, poi i suoi addominali appena accentuati. Le mie dita continuavano a muoversi dentro di lui, volevo che fosse pronto per poter andare avanti in quel modo per tutta la notte, ma ero io che non ce l'avrei fatta, continuando di quel passo. Mi sollevai da terra, ma non smisi mai di toccarlo, poi tornai giù e sostituii le mie dita con la mia bocca. Aiden si muoveva come un ossesso, i miei capelli erano stretti nella morsa delle sue mani e questo mi faceva perdere la testa più di tutto il resto
- A-adesso Andrew.
- Non farti fare male – biascicai a pochi centimetri da lui. Ero pazzo di desiderio e la mia vista stava iniziando ad appannarsi. Lo volevo in quel preciso istante. Poi successe qualcosa di improvviso, Aiden stava provando a sollevarsi dalla sdraio, mi lasciai spingere indietro, ci reggevamo a stento sulle nostre gambe. Per fortuna non servivano grandi doti intellettivi per capire quello che voleva fare.
- Bravo. Mi piace quando mi cavalchi
Mi lasciai cadere sulla sdraio mentre Aiden si metteva a cavalcioni sul mio corpo. Lasciai che la mia mano vagasse sul suo corpo, poi strinsi i suoi fianchi e lo guidai verso la mia erezione. Avevo perso il fiato e il senno, stavo provando a trattenermi dallo spingermi con dentro con forza. Stavo tremando per lo sforzo di non farlo, Aiden mi teneva a bada bloccandomi i fianchi con le mani. Lo vidi gemere, sul suo viso combattevano piacere e dolore.
- Andrew ...
Spinsi appena e quel semplice gesto provocò una scarica di piacere assurdo. Aiden scese piano, trattenendo il respiro e qualche gemito, fino a quando non fu quasi tutto dentro. Non mi mossi, lasciai che si abituasse a me, ma mai nessuna battaglia era difficile come quella. Iniziai a muovere i fianchi piano, andando incontro al suo corpo, scontrandomi contro le sue spinte che adesso si stavano facendo consistenti.
- Dio sì.
Era lui a fare tutto adesso. Scendeva giù, spingendosi a fondo, mi permetteva di raggiungere quel punto che lo faceva impazzire e gemere. Le spinte si fecero sempre più intense, stavo perdendo il contatto con la realtà ed era bellissimo.
- Ti piace, eh?
Non riuscivo neanche a parlare, il ritmo serrato di Aiden mi stava uccidendo, lasciai che le mie mani vagassero alla cieca sul suo corpo, fino a sfiorare la morbidezza di quelle labbra perfette. La sua lingua incontrò la punta del mio indice, poi lo morse appena, prima di iniziare a succhiarlo con forza. Era troppo, sentivo le prime ondate dell'orgasmo scuotere il mio corpo. Iniziai a toccarlo con vigore
- Vieni con me. Vieni su di me, Aiden
La mia voce non era mai suonata così roca e lontana. Stavo gemendo, i miei respiri si infrangevano sulla sua spalla. Eravamo vicini, giusto il tempo di abbracciarlo, poi mi liberai dentro di lui con un'ultima spinta che gli fece cacciare un lamento basso, specchio del mio. Accolsi Aiden tra le mie braccia, cospargendo di baci la sua fronte sudata
- Ricordami perché abbiamo litigato tanto e sacrificato un'intera settimana di sesso ... - il suo respiro era affannoso. Alzò gli occhi su di me e non potei fare a meno di pensare che quel momento rasentava la perfezione.
- Perché siamo due idioti. Ecco perché – risposi – ce la fai ad alzarti? Ho un regalo per te.
- Non ti sembra di viziarmi troppo stasera? – ma il suo sguardo era già eccitato e in qualche modo perfino felice.
Lo guidai in casa, passando le mie mani intorno alla sua vita. Mi piaceva camminare così, stretto al suo corpo.
Quello era il mio modo per farmi perdonare. Una serie di pacchetti ben incartati e dal valore spropositato. Ero superficiale, mi piaceva credere che anche l'affetto poteva essere comprato, ma non era così ... non con Aiden almeno.
- Forza, scarta quello grosso prima. Voglio vedertela addosso
Kashmir della migliore fattura. Bianco, perché quello era il colore che gli donava più di qualsiasi altro. Creava un contrasto eccezionale con i capelli castano scuri e le sue belle labbra rosse.
- Deve esserti costata parecchio questa – Aiden prese la camicia con la punta delle dita, come si farebbe con un oggetto prezioso.
- L'ho presa in India, direttamente da uno dei mercanti di kashmir più rinomati della zona. Voglio che tu abbia solo il meglio
Era così, forse non poteva avere il mio meglio, ma avrei fatto di tutto per dargli qualsiasi cosa preziosa ci fosse in questo mondo.
- Scarta anche gli altri ... voglio vederti tutto addosso prima di spogliarti di nuovo
Mi crogiolavo nel pensiero che tutto fosse tornato esattamente al suo posto. Mi concentrai sul viso soddisfatto del mio ragazzo mentre scartava i suoi regali, senza pensare alla mia imminente partenza.
Non potevo rimanere lì, niente poteva tenermi in quella gabbia. Neanche Aiden.
ANGOLO AUTRICI: Buona domenica a tutti. Eccoci con un nuovo aggiornamento! I caratteri dei nostri personaggi si stanno delineando sempre di più, rivelando in buona parte la loro "vera" natura. Ringraziamo tutti coloro che continuano a seguirci e apprezzare questo storia!
- BLACKSTEEL -
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