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5. Vanishing Point

Nella foto: Levin Eickam

Neque imbellem feroces progenerant aquilae columbam - Orazio

"Le focose aquile non generano mai una pacifica colomba"


AIDEN

Lavoravo al Back Room quando vidi Andrew per la prima volta. Solo quando ero sul punto di perdere la pazienza a causa del suo caratteraccio scoprii che lui e i suoi amici facevano parte della clientela fissa del locale e, proprio per questa ragione, veniva riservato loro un trattamento speciale. Da parecchio tempo il Back Room veniva considerato uno dei locali notturni più in voga di Brooklyn, l'arredamento tipico degli anni 30 insieme agli ottimi drink che servivano gli avevano conferito una fama di gran lunga superiore all'effettiva qualità del servizio.
Erano trascorsi soltanto due anni da quell'incontro che aveva cambiato ogni cosa, era quello che pensavo mentre mi facevo largo tra la folla allegra e vociante che mi circondava. La nostra storia non era iniziata sotto i migliori auspicii, già da lì avrei dovuto intuire che le cose non sarebbero mai andate come mi sforzavo di immaginare. Andrew era stato il peggiore cliente che avessi mai conosciuto in tre mesi di lavoro. Era già ubriaco quando aveva fatto la sua entrata al Back Room, ovviamente seguito dal suo gruppetto di amici boriosi e pieni di pretese. Tutto gli era dovuto perché erano ricchi e specialmente perché lavoravano per la Air Force americana, ecco cosa mi era stato detto dagli altri camerieri in turno quella sera. Avevo provato a rigare dritto più che avevo potuto, Andrew dal canto suo mi aveva puntato dal primo istante e non faceva niente per nasconderlo.
Aveva reso la mia terza serata da cameriere un vero inferno in terra, tanto che ricordavo ancora la terribile ordinazione del tavolo dieci, capeggiato da Andrew. Mi ero lasciato prendere per il culo e li avevo assecondati su tutto, continuavo a ripetermi che i soldi mi facevano davvero comodo e che presto quegli idioti sarebbero andati via, ma non c'era stato verso. Dopo aver riportato per la quarta volta il drink di Andrew indietro era successo il caos totale. Mi ero ritrovato a litigare con lui, nella derisione totale del tavolo che era scoppiato in una grossa risata; alla fine lo avevo preso in disparte e, in un momento di ira cieca, gli aveva versato il suo dannato Long island addosso.
Due ore dopo eravamo finiti a letto insieme.
Adesso le cose andavano diversamente, mi ero trasformato in un essere patetico e bastava la mia presenza in quel locale per farmi sentire meno di un verme. Ero lì a spiare Andrew, a caccia di quella verità che lui non mi avrebbe mai detto.
Camminavo con circospezione, i miei occhi scandagliavano la folla di gente accalcata all'interno del locale, ma non mi fu troppo complicato trovare chi cercavo. Bastava seguire le risate più alte e sguaiate per trovare Andrew ed il suo gruppo di amici. Tutti piloti per lo più, vivevano in simbiosi dentro e fuori dalle loro dannate missioni ... somigliavano fin troppo ad una famiglia rumorosa e rozza. Ed io li odiavo. Andrew era seduto in mezzo e come sempre teneva banco, ovviamente Alec Keller occupava il posto accanto al suo, proprio sulla sua destra e lo fissava con uno sguardo che lasciava ben poco all'immaginazione. Lo stava spogliando con gli occhi e forse, dopo, lo avrebbe spogliato con le mani. Quel pensiero mi mandò fuori di testa, era proprio come immaginavo. Andrew si stava godendo la sua serata mentre io mi lasciavo corrodere le viscere dalla gelosia. Non volevo andare via, rimasi lì a fissare il mio ragazzo con ostentazione. Quel bastardo mi era mancato e continuava a farlo, quelle sue labbra carnose, gli occhi verdi ed intensi, adoravo baciare quel piccolo neo sulla guancia destra. Aveva smesso di scrivermi e aveva ottenuto quello che si aspettava e che otteneva sempre ... ero di nuovo lì a strisciare, ancora alla disperata ricerca delle sue attenzioni.
E poi era successo. Andrew aveva distolto l'attenzione dai suoi amati compagni per qualche istante, giusto il tempo per notare me, ancora appoggiato con ostinazione al bancone, in attesa che quel bastardo si decidesse a sollevare lo sguardo. Vidi della sorpresa sul suo viso, ci mise un paio di secondi a posare il bicchiere pieno fino all'orlo e sollevarsi da lì, fino ad avanzare verso di me.
- Che cosa ci fai qui? – il suo tono era basso, sentii le sue mani sfiorarmi la camicia, mi stava tenendo fermo
- Anch'io sono felice di vederti
- Ripeto, che ci fai qui? –
Stavo iniziando ad incazzarmi – Non rispondevi ai miei messaggi, Andrew. Cosa avrei dovuto fare? –
Lo vide corrugare la fronte – Ah davvero? Tu non hai risposto alle mie chiamate per una settimana intera, Aiden. Come la mettiamo?
- Ero incazzato
- E io lo sono adesso – ribatté, ma era vicino ... troppo vicino per essere anche lontanamente credibile. Mi stava guardando con attenzione, potevo sentire l'odore dell'alcol misto alla sua colonia leggera. Quei profumi erano inebrianti
- Che cosa pensi di fare? Ti presenti qui quando ti pare e speri anche che ti venga dietro, vero? Troppo spesso dimentichi che io non sono un moccioso che tiene il muso come te.
- Ah davvero? Perché mi pare tu lo stia tenendo adesso – lo provocai, avanzando verso di lui ancora un po', fino a quando non rimasero che pochi centimetri tra le mie labbra e le sue. Avevo voglia di divorarlo – visto che ti reputi tanto superiore perché non vieni via con me? Dimostrami quanto tu sia maturo! Mettiamo un punto a questa stronzata
Andrew rimase immobile, il suo sguardo era annebbiato, continuava a fissarmi le labbra fino a quando non mi attirò a lui e mi baciò. Non riuscivo a respirare e non lo volevo, strinsi le mie braccia intorno al suo corpo e lo spinsi contro di me per sentire meglio il suo petto muscoloso contro il mio, mentre con le mani accarezzavo la sua schiena fasciata soltanto dalla camicia leggera. La sua lingua era bollente, le labbra fresche sapevano di tequila, sale e limone. Andrew mi bloccava il viso con le mani in una presa ferrea, fu soltanto quando un cameriere ci venne quasi addosso che riuscimmo a staccarci. Eravamo eccitati e quel posto non andava più bene
- Andiamocene.
Mi voltai verso di lui e sghignazzai – Senza neanche salutare i tuoi amici? Alec potrebbe mettersi a piangere
- Si fottano i miei amici –
Poi mi trascinò via senza che potessi anche solo ribattere, ma non era mia intenzione farlo. Le sue mani erano bollenti a contatto con la mia pelle, aveva infilato le dita sotto la mia camicia e adesso mi stringeva i fianchi.
- L-la mia auto è nel parcheggio sotterraneo
Non lo lasciai finire, avevo voglia di sentire il suo sapore sulla mia lingua, volevo stupirlo e ricordargli il motivo per cui alla fine aveva scelto me.
- No.
Andrew mi guardò confuso ed eccitato – Come sarebbe a dire no?
Poi seguì il mio sguardo e solo a quel punto vidi la consapevolezza nei suoi occhi. Un lampo di desiderio inspiegabile, fu il primo a lanciarsi contro il vicolo buio sulla nostra destra.
- Piccolo Aiden, ne sai sempre una più del diavolo, eh?
Lo misi a tacere spingendolo contro il muro e tappando le sue labbra con le mie. Adoravo il suo sapore, il modo in cui mi baciava, le sue braccia sode e muscolose che mi stringevano la vita, poi lo strofinare lento della sua cerniera contro la mia, lo sentivo premere e spingere, fino a quando, con un movimento agile, mi sollevò letteralmente da terra, bloccandomi tra il suo corpo ed il muro oltre le mie spalle.
Eravamo incuranti di tutto, dalle risate fin troppo vicine della gente, allo scalpiccio di chi attraversava la strada, non troppo distante dal nostro vicolo, dove il lampione mezzo distrutto ed impolverato lanciava una luce smorta. Tutto quello che contava davvero era il mio corpo e le sensazioni che Andrew risvegliava in me, soltanto toccandomi o baciandomi. Ero aggrappato a lui, le mie mani vagavano lungo le sue spalle muscolose e ad ogni tocco potevo sentire i suoi muscoli flettersi sotto il tessuto leggero della camicia. Aveva infilato la testa sotto il mio maglioncino e mi stava cospargendo la pelle di baci e leccate. Tremavo e rabbrividivo, volevo muovermi e liberarmi di tutto, ma ero bloccato, totalmente alla mercé di Andrew e dei suoi baci. Mi sorreggevo a fatica sulle sue spalle, lo vidi scendere ancora, poi tirò giù i miei jeans con uno strappo secco e in un colpo solo liberò la mia erezione ormai sveglissima dalla costrizione dei boxer.
- Vedi di reggerti Aiden, perché non mi fermerò
- Promettimelo – Biascicai, poi non ebbi più modo di dire altro. La sua bocca si era chiusa intorno a me, potevo sentire la sua lingua caldissima lasciare scie bollenti sulla punta per poi scendere più giù. Poi lo prese completamente in bocca senza tante cerimonie, succhiava avidamente come se la sua vita dipendesse da quello. Con la mano che non si stava appoggiando al muro dietro di me, iniziò a giocare con i miei testicoli sensibili, osando persino passare velocemente il pollice sopra la mia apertura che già stava pulsando, in un gesto apparentemente casuale ma che io sapevo essere studiato per farmi impazzire ancora di più.
"A-Andrew
Stavo vedendo le stelle, forse letteralmente, avevo il viso rivolto in alto e mi mancava il fiato, Andrew era perfetto, mi resi conto che dalle mie labbra stavano venendo fuori delle suppliche, volevo che continuasse fino alla fine, perché ero vicino, terribilmente vicino.
- Ti piace? – le sue labbra erano gonfie e umide
- P- Perché ti sei fermato?
Lo sguardo di Andrew si assottigliò, vidi l'eccitazione svanire piano dai suoi occhi, poi, senza alcun preavviso, mi lasciò andare. Mi ero ripreso abbastanza in fretta da evitare una caduta rovinosa, ma atterrai comunque sulle ginocchia e il colpo mi lasciò senza fiato per qualche attimo. Ero incredulo e dolorante quando finalmente riuscii a mettermi in piedi
- Che cosa diavolo pensi di fare?
Andrew si era portato le mani al viso ancora accaldato, poi aveva sorriso con fare cattivo e calcolatore
- Torno dentro. Reputati fortunato, stronzetto ... io non ti ho morso almeno
- Che cosa? – lo raggiunsi in fretta, poi lo spinsi con ferocia, tanto da farlo voltare di nuovo verso di me.
- Si chiama karma, hai presente? Occhio per occhio? Ti è più chiaro adesso? La prossima volta che ti chiamo vedi un po' di rispondere, ecco il mio consiglio
Ero incredulo e furioso allo stesso tempo. Mi stava lasciando lì, in un vicolo fatiscente e con un'erezione più grossa di una casa.
- Torna indietro. – stavo urlando adesso – Andrew, ti avverto –
- Mi avverti? Dio, che paura. Aiden mi avverte! –
Quella risata sprezzante mi mandò fuori di testa, avrei voluto ucciderlo, strappargli quella dannata cassa toracica dal petto per vedere se lì dentro batteva ancora qualcosa o se fosse tutto morto come immaginavo.
- Perché ti comporti così? – la mia voce suonò patetica perfino alle mie orecchie, era spezzata, apparteneva ad un moccioso, ecco perché Andrew non mi avrebbe mai preso sul serio.
- Perché mi comporto così, mi chiedi? Vediamo un po', ti aiuto ad analizzare la situazione se non ti è chiara. Il tuo ragazzo torna da una fottuta missione in Libia dopo tre mesi in cui ha visto solo morte e distruzione, lui adesso vorrebbe un po' di pace, si illude che qualcuno possa essere un minimo comprensivo vista la situazione, ma no! Si sbaglia! Stiamo chiedendo troppo! A chi importa lo schifo che deve sopportare Andrew quando Aiden ha solo voglia di litigare, fare lo stronzo e rinfacciare mancanze! –
- Avresti dovuto passare la tua ultima notte con me! – le mie urla avevano ricoperto le sue, stavo tremando, non volevo sentire nient'altro per quella notte.
- Ho commesso un cazzo di errore! Vuoi rinfacciarmelo per il resto della mia esistenza? Se è così perché diavolo dici di voler stare con me? Perché devi rendere tutto un inferno?
- Wow, quindi stiamo insieme noi due? – mi lasciai andare ad una risata sarcastica e sprezzante – non lo sapevo! Credevo fossi impegnato ufficialmente con quei ritardati dei tuoi compagni della Air Force! Esci con loro! Lavori con loro! Passi perfino le tue vacanze con loro e hai anche il barbaro coraggio di dire che io e te stiamo insieme? Su quale pianeta? Deve essermi sfuggito qualcosa–
- Guardati, Aiden! Sentiti! Sei così fottutamente pieno di rabbia e odio che avveleni tutto ciò che tocchi. Nessuna persona sana di mente vorrebbe passare il suo tempo con te! Nessuna!
La sua mano mi strinse il volto in una presa ferrea, ma furono le sue parole a farmi davvero male. Rimasi immobile, senza più nient'altro da dire e ferito come un'animale a cui era stato assestato un colpo mortale. Capii che quello era il momento giusto per andare fino in fondo in modo definitivo, dovevo trovare la forza di farlo, soltanto poche parole e sarebbe tutto finito. Andrew abbassò la mano e la ritrasse, la rabbia lasciò il posto a qualcosa di peggiore, disgusto probabilmente, sperai che non fosse diretto a me per quella volta e forse non sbagliai.
Coraggio. Lo stavo chiamando a me, anche Andrew era in attesa di un addio definitivo che avrebbe risolto i nostri problemi, ma nessuno di noi due parlò. Passò del tempo, avevo lo sguardo fisso sulle mie scarpe, mentre Andrew accese una sigaretta
- Ti accompagno a casa?
- No – Avevo risposto troppo in fretta, non volevo la sua pietà.
- Allora torno dagli altri?
Da Alec. Era come mandare giù un bicchiere colmo di cicuta.
- Fa come ti pare
- Aiden ...
Non gli risposi, né lui provò a seguirmi. Ero sul punto di urlare che era tutto finito, sentivo quelle parole rimbombarmi in testa ad un volume così alto da assordarmi. Ma non dissi nulla. Non trovai la forza di dire nulla ancora una volta. Non riuscivo a vivere con lui, ma non potevo neanche stare senza ... se fosse mai esistita una via d'uscita sentivo che non ero più in grado di trovarla ormai, brancolavo nel buio in attesa che fosse qualcun altro a decidere per me.
Non volevo ancora rientrare a casa per ritrovarmi la solita scena patetica di mia madre che tentava di far tornare i conti seduta al tavolo della cucina. La sua faccia stanca e quel tono di chi vorrebbe farmi credere che non ci fosse niente di cui preoccuparsi mi faceva andare fuori di testa. Ero stanco di vivere in quella dannata menzogna e non era così che avevo immaginato di trascorrere il venerdì sera.
Finii seduto su un muretto fatiscente a fissare dei ragazzi sui loro skate mentre io non ricordavo quale fosse stata l'ultima volta in cui mi fossi cimentato in qualcosa che mi divertiva o intrigava davvero. Avevo perso qualsiasi tipo di interesse che non fruttasse bene, ero diventato cinico e scostante o forse lo ero sempre stato, Andrew non poteva sbagliarsi di molto nel suo giudizio. Ma adesso qualcosa aveva destato il mio interesse e non avevo intenzione di far nulla per sedare quella strana sensazione che sentivo allo stomaco ogni volta che incrociavo Levin Eickam tra i dannati corridoi della Tech. Non ragionai affatto, composi il suo numero e portai il cellulare all'orecchio. Era tardi? Beh, chi se ne importava.
Prima ancora di sentire la sua voce bassa e controllata, percepii la musica soffusa che Levin stava ascoltando.
- Ehi, sei sveglio allora – la mia apparente sfrontatezza durò poco, stavo già crollando. Che cosa diavolo mi aveva detto la testa?
- Aiden? C'è qualche problema?
- No, per carità. Ero solo in giro ad annoiarmi e ho pensato a te! –
Lo sentii ridere piano – Ti annoi e pensi a me, non è molto lusinghiero questo.
- Anche credere che ci sia qualche problema quando ti chiamo non è il massimo! – gli feci notare e stavolta fu il mio turno di ridere
- Scusa, deformazione professionale! Se vivessi in casa mia ne sapresti qualcosa
- Beh, dov'è che vivi? Non me l'hai mai detto – stavo andando troppo oltre? Che male c'era a tentare un po' la sorte? Era solo un gioco dopotutto, uno di quelli maledettamente intriganti, ma pur sempre un gioco.
- Perché vuoi saperlo?
- E se passassi a trovarti?
Silenzio. Il mio stomaco si torse dalla tensione, il respiro di Levin era regolare dall'altra parte del telefono e la sua voce calma quando finalmente rispose.
- Saint Henry Street, numero sedici. Mi faccio trovare davanti l'entrata secondaria
- Ok. Cercherò di non perdermi nel tuo quartiere snob!
Lo sentii ridere appena – Ti aspetto  


LEVIN
Avevo infilato il giubbotto di pelle ed avevo percorso le stanze immerse nel buio e nel silenzio di casa per raggiungere il giardino. Cominciava a fare freddo, un clima perfetto e speculare al mio umore di quella sera, reso ancora più instabile dalle ultime prodezze di Kai di cui eravamo venuti a conoscenza quel pomeriggio. E alla fine aveva ingoiato anche quella briciola di dignità che gli era rimasta e aveva messo le mani sui gioielli di mia madre. Il furto era stato scoperto in fretta, mio padre era andato su tutte le furie ed io ero rimasto a guardarlo inveire contro la cecità di mia madre; purtroppo non era la prima volta che succedeva qualcosa del genere ... l'unico modo per tenere a bada Kai era anche il più doloroso. Mio padre voleva denunciarlo una volta per tutte e impedirgli di continuare a cadere in questa dannata spirale autodistruttiva, lo avrebbe fatto per il suo bene, ma tra il dire e il fare c'era troppa strada che nessuno aveva il coraggio di percorrere. Mia madre aveva finito per piangere e supplicare, alla fine decidemmo che avrei dovuto parlare io con Kai per dargli un inutile ultimatum che sapevo non avrebbe portato a nulla.
Quei pensieri ossessivi furono momentaneamente accantonati dalla telefonata inaspettata di Aiden; non ero neanche dell'umore giusto per poter sostenere una conversazione con qualsiasi altro essere umano, eppure avevo risposto e adesso me ne stavo lì fuori, a gelarmi il culo, in attesa del suo arrivo. Era stato bravo a trovare la strada e tutto sommato aveva anche fatto in fretta, puntai il mio sguardo sulla Mustang blu che adesso si accostava piano in cerca di un parcheggio. La domanda era sempre la stessa: Perché stavo permettendo ad Aiden di venire a casa mia all'una del mattino?
Venne fuori con un sorrisino impossibile da decifrare, lo vidi stringersi nel suo maglione nero e un po' troppo largo, poi si guardò intorno e scosse la testa
- Wow, non se la passano male i tuoi, eh? Levin Eickam che vive nei quartieri per ricconi! Stai perdendo punti, amico. Ed anche la tua aura da bad boy avvolto nel mistero è in serio pericolo!
Mi lasciai assestare una pacca sulla spalla e solo allora mi convinsi ad uscire dalla mia zona buia e riparata
- Mi hai beccato. Levin Eickam, figlio del deputato Johnatan Wilbur Eickam e di Anna Semianova, prima ballerina della Royal Ballet School. Adesso perché non mi segui? Puoi continuare a giudicarmi nel tepore di casa
Aiden rise piano, lasciai che mi squadrasse da cima a fondo, vidi il suo sguardo scendere sui pantaloni scuri della mia tuta, fino a risalire sui miei capelli, forse non proprio in ordine
- Ti ho rotto le palle, vero? Eri già a letto. Non so neanche che cazzo mi dice la testa a volte. Sei una di quelle persone troppo educate per mandare al diavolo chi chiama di notte, dovevo immaginarlo
- Non dire stronzate, mi piace troppo la notte per lasciarmela sfuggire dormendo. Guardami bene, sono anche pallido come un vampiro, sono un animale notturno! Adesso seguimi e fa piano – la mia voce era bassa, evitai di accendere le luci e scortai Aiden lungo le scale. Mi faceva strano averlo lì a casa mia, dopotutto ci conoscevamo da così poco tempo. Da quanto tempo non portavo uno pseudo amico a casa?
Quando entrammo nella mia stanza fu ancora più strano, Aiden si era bloccato per un attimo sulla porta, evidentemente sorpreso dalla quantità infinita di scaffali con libri, cd e raccolte di vinili che possedevo. La luce blu elettrica non doveva aiutare per niente.
- Wow – disse, incapace di aggiungere altro
- Sì, vivo in una cazzo di libreria. Un po' eccessivo, se vuoi ... - feci spallucce
- No, è davvero figo qui – era sincero, il suo sguardo ammirato tornò su di me – posso dare un'occhiata? Sei più rifornito di un negozio di dischi ...
- Fa pure –
Andai a sedere sul letto, i miei occhi passavano in rassegna i movimenti di Aiden, lo guardai mentre studiava intere discografie di band che con ogni probabilità non aveva mai sentito nominare, sembrava affascinato e anche un po' confuso da tutto quel materiale.
- Ok, snob Eickam. Posso dire che hai riguadagnato qualche punto adesso, anche se non te la perdono proprio tutta questa ricchezza. Dio, quanta roba!
- E se ti dicessi che puoi prendere quello che ti pare? Ti do quello che vuoi, basta chiedere – la mia proposta era suonata male, me ne accorsi quando era troppo tardi ormai. Aiden aveva sollevato gli occhi dal libro che stava studiando e li aveva puntati dritti nei miei, aveva sorriso un po', poi si era morso le labbra
- Posso prendere proprio tutto?
Non stava andando bene per niente. Ma ero bravo a non mostrare nulla, per fortuna non mi lasciavo mai tradire da nessuna espressione insolita, ero rimasto immobile ed apparentemente sereno mentre Aiden si avvicinava a me con quel sorriso furbo impresso sulle labbra.
- Accomodati
Ma non successe niente di quello che avevo immaginato. Aiden si stese oltre il mio corpo per afferrare qualcosa alle mie spalle. Per un solo istante percepii il profumo intenso del suo maglione, poi si ritrasse e mi mostrò la causa del mancato infarto che mi stava per provocare. Era un vecchio volume del Necronomicon di Lovecraft. Quanto meno aveva dei buoni gusti
- L'ho visto il mese scorso in libreria, ma costava decisamente troppo. Lo leggo e te lo restituisco, ok? – ancora quel sorrisetto furbo impresso sulle labbra, poi venne a sedersi accanto a me – sai che ti dico? Mi piace fare shopping in camera tua, dovresti invitarmi più spesso. –
- Ti assicuro che non è sempre così tranquillo qui, anzi.
- Vorrà dire che verrò sempre al solito orario – Disse con fare provocatorio, poi si allungò sul letto come avrebbe fatto un gatto e si stiracchiò, lasciando in bella vista una piccola porzione di fianchi e ventre. Un guizzo di muscoli poco accentuati e pelle chiara, poi con un gesto incurante della mano sistemò il maglione e si ricoprì
- Scommetto che questo posto non è il paradiso che sembra
Quelle parole e quel tono improvvisamente serio mi distolse da qualsiasi altra cosa stessi pensando. Tornai a guardare il viso adesso cupo di Aiden, lui stava fissando il soffitto sulle nostre teste, la luce blu gli conferiva una strana aura, mi ricordò la bellezza onirica di un quadro impressionista.
- Non lo è per niente – ammisi alla fine e mi lasciai cadere sul letto anch'io – è solo una facciata la nostra ... ma questo lo sai bene, la nostra fama ci precede. Avrai letto di me ovunque.
- Non mi importa, Levin. Qualsiasi cosa tu abbia fatto, per qualsiasi motivo tu abbia deciso di agire in quel determinato modo ... non mi importa.
Mi voltai verso Aiden, il suo sguardo sicuro non bastava a contrastare il mio scetticismo.
- Quindi non hai nessuna domanda per me?
- No, per niente – poi sembrò pervaso da un'illuminazione – aspetta, ora che ci penso ce l'avrei una domanda. Hai fatto cadere qualche saponetta in carcere? –
- Va a farti fottere – avevo afferrato il primo libro dalla mensola e glielo avevo lanciato addosso, ma per quel che valeva Aiden stava cercando di soffocare le risate contro il materasso.
- Dio, pensavo stessimo parlando di roba seria. Sei un coglione – in realtà mi sentivo incredibilmente sollevato da quel cambio di conversazione – fate tutti le stesse domande
- Cosa? Te lo avevano già chiesto? – quel bastardo aveva ormai le lacrime agli occhi
- Un tipo a mensa l'altro giorno ... Cristo, voi della Tech non state bene
- Noi della Tech? Anche tu sei della Tech adesso, mio caro, snob Eickam che vive a Brooklyn Heights. E poi sei davvero idiota
Lo guardai confuso per quell'insulto gratuito – Grazie, lo prenderò come un ottimo spunto di miglioramento
Lo vidi portare gli occhi al cielo e sbuffare – Non capisci? Probabilmente quel tipo stava cercando di scoprire se fossi gay o meno. –
- Cosa? –
- Se lo chiedono tutti a scuola. Sembri così ... disinteressato. Come se il buon Dio debba ancora creare un essere degno di essere anche lontanamente considerato da te!
- Ah, davvero? Quindi mi viene chiesto se per caso sono stato vittima di qualche abuso durante la mia fantastica esperienza in carcere, ma l'obiettivo ultimo è scoprirne di più sulle mie preferenze sessuali. Ti rendi conto che tutto questo non ha un cazzo di senso, vero? – stavo ridendo, non riuscivo a pensare all'assurdità della cosa.
- E' così che funziona alla Tech, ha perfettamente senso per noi ... niente che uno snob come te possa capire comunque - ribatté Aiden con finto orgoglio. Mi ritrovai ad osservare quel profilo che tanto mi intrigava, il mento appena appuntito, gli occhi azzurri ed allungati, quel naso dalla punta all'insù che gli conferiva un'aria perennemente irridente.
- Quindi lo sei?
Silenzio, infine il mio sguardo era caduto sulle labbra sottili e allungate, ma modellate da dio.
- Cosa? – avevo perso il filo
- Gay –
Eravamo ancora sdraiati sul mio letto, ma stavolta Aiden si voltò verso di me, stendendosi su un fianco. Mi stava studiando mentre io fissavo imperterrito il muro tappezzato di poster davanti a me. Potevo fidarmi di Aiden? Lo avevo lasciato vagare a briglie sciolte nella mia vita senza che me ne fossi neanche reso davvero conto, ma adesso avevo la possibilità di fargli capire che certi paletti non potevano essere abbattuti, neanche da uno come lui
- Me lo chiedi perché devi aggiornare gli studenti della Tech? – mi costrinsi a rispondere alla fine, fissandolo di rimando.
- Non fare lo stronzo, sai che non sono quel tipo di persona. Questa informazione rimane solo a me. Sono io che voglio saperlo, Levin – Aiden non si scompose per niente ed anch'io decisi di continuare quel gioco
- Perché vuoi saperlo?
- Valutazione dei rischi – era vicino e non avevo idea di come fosse successo. I suoi gomiti erano puntellati sul letto, pochi centimetri ed il suo viso avrebbe sovrastato il mio
- Quali rischi?
- Dettagli insignificanti come quello di ricevere un due di picche nell'ipotesi in cui mi venisse voglia di provare a baciarti
- E un'ipotesi che stai valutando? – la mia gola era secca adesso, ma la mia voce venne fuori in tutta la sua normalità
- Forse
Adesso potevo percepire perfettamente il suo profumo. Si era abbassato piano, i suoi occhi erano talmente azzurri e vivi da creare un contrasto spaventoso con i capelli scuri che ricadevano a piccoli ciuffi intorno al suo viso magro. Poco più di dieci centimetri tra le mie labbra e le sue
- Allora suppongo che dovrai prenderti il rischio e scoprirlo da te, se hai il coraggio
Lo avevo detto davvero e avevo anche sorriso in un modo che lasciava ben pochi dubbi. Ero eccitato dopo troppo tempo passato nell'assoluto disinteresse e, mentre andavo incontro alla sua bocca sempre più vicina, capii che quella notte ero troppo stanco per valutare pro e contro. Mi fu concesso soltanto il tempo di sfiorare quelle labbra in modo impercettibile, poi scattammo entrambi in piedi, sorpresi da un rumore assordante alla finestra.
- Che diavolo ...
Aiden mi corse dietro mentre un secondo sasso veniva scagliato contro la tapparella, producendo un suono sordo.
- Non può essere
Tirai su la persiana con un gesto rabbioso e i miei peggiori sospetti vennero confermati un paio di secondi dopo. Kai era sotto la finestra della mia stanza, calato sul prato, alla ricerca di qualsiasi altra cosa da lanciare contro la sua dannata casa.
- Che diavolo ci fai qui? Cristo! Guarda che ore sono!
- Ehi Big bro! Finalmente – quel sorriso irritante, così tipico di Kai da far paura – c'è qualcosa che non va con le chiavi di casa, mi fai salire?
- Non c'è un cazzo che non vada con quelle dannate chiavi. Oggi hanno fatto cambiare la serratura, Kai. E sai perché? Perché non puoi venire a rubare nella tua stessa fottuta casa! Adesso togliti dalle palle
- Cosa? Rubare? Che storia è questa? –
- Smettila, Kai! Non provare a prendere per il culo anche me, dannazione – dovevo mantenere la calma, ma non era mai stato così difficile, soltanto il pensiero che Aiden fosse lì e si stesse godendo tutto lo spettacolo mi spinse a prendere un profondo respiro – togliti dalle palle immediatamente. Domani ne riparliamo
- Ok, ok. Forse ho preso qualcosina in passato ... qualcosina di irrilevante, talmente tanto che ho già finito la miseria di quattrini che mi hanno dato al banco dei pegni. Quella vecchia volpe di Anna ha nascosto la roba davvero costosa da qualche altra parte.
- Non riesco ad immaginare il motivo per cui l'abbia fatto – commentai, sprezzante
- Mai porsi troppe domande, fratello. Mai. Perché adesso non mi lasci salire invece? Qui fuori si congela e ho bisogno di un posto per dormire. Ron ed io abbiamo avuto qualche divergenza
- Non puoi entrare in questa casa. Oggi pomeriggio è stato un massacro. Trovati un altro posto e torna durante le ore di luce, quando tutti potranno starti addosso e potranno seguire i tuoi dannati passi mentre gironzoli a caccia di roba da rivendere!
Aiden lo stava trovando divertente, lo guardai e vidi pura ilarità nel suo sguardo
- E' tuo fratello? Dio ... ha del carattere, devo ammetterlo. Credo che dovrei togliere il disturbo adesso. Vi lascio alle vostre questioni -
Annuii – Sarebbe meglio. Scusami, lui è ... - cosa? Non si descriveva forse da solo?
- Un Eickam, dunque una delle persone più interessanti della città. Il caso è chiuso – Aiden rise appena, chiaramente nessuno di noi due avrebbe più fatto qualsiasi tipo di riferimento a quello che stava succedendo prima che fossimo interrotti da Kai.
- Ehi! Chi c'è con te? Perché non mi stai ascoltando? Dannazione, aprimi! Voglio solo dormire nella mia stanza, lo giuro!
Lo stavo ignorando mentre scortavo Aiden giù al primo piano. Era così che funzionava con mio fratello, riusciva a distruggere qualsiasi momento di pace, anche il più effimero.
- Ehi, domani è sabato. Che programmi hai?
Eravamo sulla porta, scossi la testa – Niente di speciale. Un giro nei club ... sento qualche band, sperando di trovare qualcosa di interessante
- Ok. Se hai voglia fai un salto a Coney Island dopo. Mi trovi sempre lì il sabato, adesso hai il mio numero quindi fammi sapere
Annuii soltanto, le imprecazioni di Kai si sentivano anche da lì, se non avessi fatto qualcosa nell'immediatezza avrebbe svegliato tutti. Ero così incasinato da non notare la mano di Aiden che stringeva piano le mie dita, poi mi baciò in fretta sulla guancia e in un attimo fu fuori in cortile.
Aiden e Kai sapevano come movimentare una serata, pensai.  


CALLUM
Ribellati.
Continuavo a pensare alle parole di quello sconosciuto e quella possibilità mi sembrava meravigliosa quanto irreale. Levin, che strano ragazzo. Apparentemente così sulle sue eppure sembrava sapere di cosa stava parlando.
Peccato che non conoscesse me, peccato che non potesse cogliere quanto fossi dentro al mare di sofferenza della mia vita. Come avrei potuto riballarmi a questo? Al dolore che io stesso avevo creato alle persone intorno a me, alla morte che avevo causato. Come potevo ribellarmi a quello che aveva innescato? Come potevo ribellarmi all'uomo a cui la mia vita si era indissolubilmente legata?
Era successo tutto in un giorno dannatamente ordinario, mentre camminavo e per l'ennesima volta ero crollato schiacciato dal dolore al petto e dal respiro mozzato. Un attacco di panico peggiore degli altri, proprio vicino il lungo mare, era bastato l'odore della salsedine a riportarmi spaventosamente indietro negli anni.
Ero crollato a terra, non riuscivo a respirare, pensavo che sarebbe davvero arrivata la fine e poi avevo voltato la testa e l'avevo vista. La parrucca era lì, i capelli ondulati e mori cadevano lungo il manichino a cui era appoggiata. Sembrano i suoi, era tutto quello che mi venne in mente in quel momento, mentre a fatica mi rialzavo e poggiavo le mani alla vetrina.
Il mio riflesso su quella parrucca.
Non avevo fatto altro che pensarci, avevo sognato quel pomeriggio ogni notte, l'incidente e l'acqua. La sua morte, quella mano penzolante e quella parrucca dai capelli castani.
Era così chiaro.
Comprai quella parrucca quattro giorni dopo, la portai in casa e la riposi in camera mia finché lei non se ne impossessò ed, insieme a quella, anche della mia vita. I vuoti di memoria era l'unico indizio che mi restava della sua esistenza, del fatto che non fossi in me in certi momenti. Quello e il volto di Alencar, il suo corpo nudo quando mi svegliavo in quel letto.
Quando lo verrà a sapere ...
Rabbrividii e mi strinsi meglio fra le braccia, ero rimasto chiuso in camera mia da quando ero tornato da scuola dopo il pestaggio. Avevo sentito la porta di ingresso aprirsi e richiudersi diverse volte ed avevo pregato. Pregato con tutte le mie forze che lui non venisse a cercarmi, che non mi vedesse, perché se avesse scoperto cosa era successo al mio viso mi avrebbe dato addosso. Non volevo scontrarmi con quel volto feroce, non sarei mai riuscito a mentirgli e lui avrebbe scoperto che avevo sfidato la sorte, che mi ero volutamente procurato delle ferite che avevano deturpato il corpo della ragazza che venerava.
Non mangiavo da un giorno e mezzo, sentivo che sarei potuto svenire da un momento all'altro mentre intorno a me regnava il silenzio. Decisi di sollevarmi e arrivare in cucina in punta di piedi, misi su il bollitore e presi alcuni biscotti dalla credenza. Non ero certo nemmeno di riuscire a masticarli, il viso mi faceva male e quando versai il tè nella tazza riuscii a scorgere i lividi nel mio riflesso sulla superficie liquida.
- Che diavolo hai fatto alla faccia?
Il suono di quella voce mi fece tremare, avevo persino paura di voltare lo sguardo ma lo feci, lentamente spostai gli occhi all'ingresso della cucina e lui era lì, appoggiato allo stipite della porta che mi fissava con quegli occhi diabolici.
Sei fottuto.
Non riuscii a replicare, se ne avessi avuto la forza sarei scappato via ma avevo troppa paura persino per provare a muovermi, ero impietrito. Lo vidi avvicinarsi, muoversi verso il tavolo dove ero seduto e a quel punto socchiusi leggermente gli occhi nella speranza che riaprendoli fosse sparito, come in un incubo. Ma non accadde.
Era la mia vita quell'incubo.
- Ti ho fatto una domanda – disse ancora – chi ti ha pestato?
Rabbrividii – sono caduto, è stato un incidente – mormorai ma sapevo di non avere speranze.
- Ho pestato un mucchio di gente, so esattamente come sono i lividi dei pugni – replicò – risparmiami di chiederti ancora spiegazioni prima che mi incazzi sul serio
Sollevai lo sguardo verso i suoi occhi ambrati, mi stava fissando in modo penetrante e capii che non se ne sarebbe andato via se non avesse ottenuto le risposte che voleva.
- Un tipo mi ha chiesto di fare una tesina per lui – confessai alla fine abbassando lo sguardo – ma non andava bene, era ... sbagliata. Così ... me l'ha fatta pagare
- Che tipo? –
- Maxwell ... Peter Maxwell
- Sapevi che era sbagliata? – ancora quello sguardo serio.
Io annuii incapace di parlare.
- Perché diavolo ti sei fatto picchiare? – chiese poggiando le mani sul tavolo.
- Perché sono stanco di fare tutto quello che mi dicono di fare, mi sembra di non esistere. Sento che sto sparendo
Lo avevo detto, me ne pentii immediatamente ma diedi voce a quei pensieri, per un attimo mi sembrò di toccare nuovamente con mano il mondo reale, di prendere una boccata di ossigeno. Ovviamente riportare lo sguardo a fissare il volto di Alencar mi rigettò nel mio abituale stato di panico.
- Hai qualcosa da dirmi per caso?
Scossi la testa stringendo saldamente la tazza fra le mani, per un istante pensai che se mi avesse aggredito avrei potuto gettargli il tè bollente addosso e scappare via.
Ma via dove? Esiste un posto in cui puoi andare? Esiste qualcuno a cui importa di te davvero?
Forse ce lo avevo davanti l'unico essere vivente che pensasse a me, anche se non era di Callum che si preoccupava.
- Hai messo qualcosa sulla faccia? – disse poi continuando ad ispezionarmi con lo sguardo.
Io scossi nuovamente la testa.
Ad un tratto si allontanò e per un momento pensai di essere salvo, la tensione dentro di me non svanì, restai a fissare la porta della cucina e non dovetti aspettare molto prima di vedere Alencar tornare nella stanza. Teneva in mano della pomata e se ne mise un po' sul dito prima di farmi cenno di avvicinarmi, io ubbidii senza fiatare.
Restai pietrificato ancora una volta quando sentii il tocco leggero del suo dito sulla mia pelle, la pomata era fredda e il mio corpo fu scosso da un leggero brivido.
- E' una pomata per le contusioni – disse mentre la passava delicatamente lungo il mio zigomo – ridurrà il gonfiore e il dolore
- Gr-grazie – dissi a stento, non era mai stato tanto gentile con me prima.
- La prossima volta che ti ficchi nei casini volontariamente, te ne faccio pentire - sibilò.
- Mi dispiace
- Dovresti smetterla di essere così dannatamente egoista – disse ancora e quelle parole si piantarono nel mio petto come un pugnale.
- Mi dispiace
- Non pensi mai alle conseguenze, non è vero? – ringhiò – non hai imparato un cazzo, quello che fai si ripercuote anche su di lei, l'hai già annientata una volta. Vuoi farlo ancora? Vuoi continuare a ferirla?
- Mi dispiace
Ma per cosa? Per cosa mi stavo ancora scusando? La mia vita non era la mia vita.
Eccolo ancora quel dolore al torace, quel mix disperazione, solitudine e rimpianti, quel senso di colpa schiacciante premeva forte sul mio petto scarno.
- Lei ha ragione, sei il peggiore essere umano sulla faccia della terra
Ribellati. Ribellati o muori.
- Smettila! – urlai ad un tratto, sentivo la gola stringersi, ero arrivato al mio personale punto di non ritorno, ero sopraffatto – smettila di parlare, smettila di dire cose di cui non sai un cazzo!
- So esattamente quello che dico. Pensi che lei non mi abbia mai raccontato quello che hai fatto? Il modo in cui le hai voltato le spalle, il modo in cui l'hai abbandonata ... sei esattamente come lui. Bravi solo a mollare chi vi ama al suo fottuto destino!
È per questo che mi odi? Perché sono come tuo padre?
Non lo dissi, non c'era spazio per il dialogo in quella valanga che avevamo innescato, era solo un modo per gettarci addosso tutta la disperazione e il risentimento che si annidavano dentro di noi.
- Lei! Lei! Lei! Cazzo lei non esiste, lei non c'è! Lei non è qui per te, è qui solo per tormentarmi! Per distruggermi la vita, quando cazzo lo capirai? È il mio fottuto spettro, esiste con il solo scopo di annientarmi! – urlai incapace di continuare a trattenermi – almeno tu stalle alla larga, salvati –
Alencar a quel punto scattò e mi afferrò per il colletto della camicia facendomi sollevare dalla sedia, i suoi occhi erano furiosi ma in quel momento io non avevo paura, sentivo ancora la leggerezza di aver dato voce ai miei pensieri.
- Non dobbiamo portare entrambi il suo fardello – dissi.
- Non mi aspetto che uno come te possa capire cosa provo per lei – ringhiò.
- Non c'è nessuno da salvare qui Alencar, siamo solo io e te. Se devi amare qualcuno, ama te stesso – mormorai – altrimenti finirai come me
Mi lasciò andare, indietreggiando appena, un ronzio ci aveva interrotto, il suo cellulare vibrava e Alencar dovette riprendersi per un momento prima di rispondere.
- Sì? – ci fu una pausa – adesso? Sì, posso venire. Ok. Ne parliamo appena arrivo –
A quel punto si voltò come se nulla fosse successo, come se quella discussione non avesse stremato anche lui, ma io non volevo che dimenticasse.
- Chiedilo – dissi interrompendo il suo passo diretto fuori dalla cucina – chiedi a Celia, chiedile se ti ama
- Esco – fu tutto quello che disse – metti la pomata e mangia come si deve, sembri un malato del cazzo
Poi con due grandi falcate fu fuori dalla cucina, dopo poco un tonfo sordo della porta d'ingresso mi annunciò che aveva lasciato la casa.
Ero solo e apparentemente ancora vivo dopo quel confronto, il mio stomaco brontolò per la prima volta dopo mesi, sentii di essermi meritato un paio di sandwich.



ANGOLO AUTRICI: Buongiorno! Siamo già la capitolo 5 dove i malumori si trattengono a stento, tutti quanti hanno il proprio tormento personale: Aiden ha la sua relazione con Andrew che è sempre complicata, Levin ha il flagello del fratellino Kai e il povero Callum deve continuare a scontrarsi con il disprezzo di Alencar. Questa volta almeno gli ha saputo tenere testa XD Vi lasciamo la parola come sempre, sperando di sentire le vostre opinioni e teorie sullo svolgimento della trama. Come sempre ci rivedremo fra una settimana!

Un bacio,

BLACKSTEEL

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