43. These memories
"... quaedam tempora eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam effluunt." Seneca
"... certi momenti ci vengono portati via, altri sottratti e altri ancora si perdono nel vento."
AIDEN
Un altro pomeriggio all'insegna della fisioterapia. Quella routine stava iniziando a farmi venire la nausea. Tutto in quel luogo mi creava un disagio che mi attanagliava il petto e mi faceva urlare dentro. Detestavo il sorriso bonario del dottor Gillian mentre mi invitava a sforzarmi un po' di più, a mettercela tutta e a farlo soltanto per me.
- Vedi? Devi riprendere il controllo del tuo corpo, Aiden. Da bravo, stira un po' di più quel braccio
Avevo le lacrime agli occhi. Mi concentrai allo sfinimento su quel singolo pensiero. Dovevo soltanto allungare il mio fottuto braccio. Quanto cazzo poteva essere difficile? Perdevo il respiro, non ci riuscivo.
- Va bene ... va bene lo stesso. Sei stanco
- Non va bene un cazzo. Le sembra che vada bene?
L'avevo detto, le parole erano venute fuori con irruenza, in un sussurro basso e disperato. E non avevo alcuna intenzione di scusarmi soprattutto. Il dottor Gillian fece un profondo sospiro, era la prima volta che reagivo in quel modo. Non ne potevo più.
- Aiden, so che questi esercizi possono essere snervanti ... - attaccò lui, adesso in piedi accanto a me
- Ah, lo sa? E mi dica, quand'è l'ultima volta che è finito in coma e si è risvegliato con il suo cazzo di corpo incapace di rispondere ai comandi più semplici? Mi racconti la sua storia, dottore. Sono tutto orecchi!
Se soltanto avessi potuto alzarmi da lì e andare via. Invece non potevo, ero intrappolato su quella dannata sedia, in quel posto che odiavo, con un uomo che non poteva fare un cazzo per me, se non snervarvi all'inverosimile. Mossi il braccio e riuscii a distanziarmi da quel dannato tavolo. Non era abbastanza
- Voglio andarmene. – dissi secco, guardandomi intorno a caccia di chiunque in corridoio.
- Non è con questo atteggiamento che risolveremo le cose.
- Non me ne frega un cazzo. Voglio andarmene – ripetei di nuovo.
Mia madre non c'era, portai gli occhi al cielo. Basta frignare, basta sofferenza – Voglio solo andarmene a casa. Puoi chiamare qualcuno, cazzo?
Fallii, stavo piangendo di nuovo e mi odiavo per quella debolezza che ormai faceva parte di me. Ero rotto, sia dentro che fuori. In modo irrimediabile.
- Ascoltami Aiden, hai ragione tu, ok? Mi dispiace, sono solo un fisioterapista. Ho molta esperienza in campo, ma non ho mai passato quello che stai passando tu e spero di non doverlo mai fare. E' terribile, lo so ... conosco parecchi ragazzi nella tua stessa condizione però. C'è Paige ... posso andare a chiamarla, ok?
- Non me ne frega un cazzo! Voglio soltanto andare a casa! – urlai, tra un singhiozzo e l'altro.
Chi mi avrebbe asciugato dopo quel pianto? Volevo solo andar via immediatamente.
- E' stata in coma per quattro mesi in seguito ad un terribile incidente. Non riusciva neanche a parlare quando si è risvegliata, è da anni che lotta, Aiden. Chi può capirti meglio di lei?
Scossi la testa, che cosa diavolo avrebbe dovuto importarmene degli altri? Stavo cercando di recuperare il controllo di me stesso, forse se avessi smesso di urlare e piangere mi avrebbero fatto venire a prendere da qualcuno. Iniziai a respirare più lentamente, a fatica mi passai la manica della felpa in faccia.
- Senti, non possiamo lavorare se non risolvi i tuoi problemi, Aiden. Hai un blocco che non ti permette di concentrarti su quello che stiamo facendo e così non può funzionare. Hai bisogno di parlare con qualcuno ...
- Ho già il mio psicologo – dissi a fatica – voglio solo tornarmene a casa adesso. Sono stanco ...
Non dissi altro, lasciai che il dottore tirasse fuori tutte le perle di saggezza che conosceva. Parole di speranza e metodi alternativi per farmi uscire dal mio limbo di sofferenza e negazione. Mi incitava a reagire, a combattere con tutte le mie forze per recuperare ciò che avevo prima.
- Vuoi tornare a fare tutto quello che facevi prima, vero? Più ti impegni, più farai passi avanti, Aiden. Forse adesso ti sembra che non sia così, ma ti assicuro che ogni piccolo miglioramento è essenziale.
Non mi importava, volevo solo che finisse in fretta e mi lasciasse andare. Andò avanti in quel modo per quelle che mi parvero ore, anche se non doveva essere così. Fu l'arrivo di Keno in corridoio a farmi tornare a respirare. Vide che c'era qualcosa che non andava e in un attimo fu dentro la stanza. Il dottor Gillian balzò per la sorpresa e soltanto quando mise a fuoco Keno smise finalmente di parlare.
- C'è qualcosa che non va? Che hai? E' stato troppo faticoso?
Keno si diresse verso di me, il suo viso era una maschera di preoccupazione. In che condizioni dovevo essere per averlo fatto spaventare fino a quel punto?
- V-voglio andare a casa. Portami a casa.
- Cos'è successo? – chiese ancora il mio amico.
Il dottor Gillian assunse un'aria seria, poi si sollevò da lì e recuperò il mio materiale
- Parlerò con la signora Berg la prossima volta che porterà Aiden qui. Ci vediamo domani allora?
Era una domanda, mi limitai ad annuire anche se avrei preferito morire piuttosto che rivivere quell'inferno anche l'indomani.
Soltanto quando fummo in ascensore riuscii a respirare normalmente, il mio riflesso allo specchio mi confermò quanto fossi pallido e sconvolto.
- Vuoi dirmi che cazzo è successo lì dentro? Che c'è che non va?
Le dita di Keno erano fresche sulla pelle accaldata del mio viso, mi fece una carezza prima di abbassarsi al mio livello e guardarmi dritto negli occhi.
- Non è che quel coglione ti ha messo le mani addosso?
Per poco non gli scoppiai a ridere in faccia – Cosa? Il dottor Gillian? Hai iniziato a farti, Keno?
- Non prendermi per il culo, stronzo. Non so che cazzo pensare se non mi dici niente
- Non capiresti ...
- Non capiresti ... - Keno parlò con una vocetta infantile che avrebbe dovuto ricordare la mia. Lo fulminai con lo sguardo.
- Non ce la faccio più, ok? Faccio quello che mi dice lui, mi concentro, cerco di stare calmo e di muovere anche un solo dannato muscolo per afferrare qualcosa, ma non ce la faccio. E anche quando ce la faccio mi rendo conto che tutta quella fatica non vale la pena. Sono un disabile del cazzo, Keno, ok? Uno di quelli costretti a farsi fare il bagno dalla mamma e a farsi imboccare dall'amichetto! E mi chiedi anche che diavolo mi prende?
Un'altra crisi. Adesso nel bel mezzo del parcheggio dell'ospedale. Qualcuno si voltò a guardarmi e la rabbia mi montò dentro in modo ingestibile
- Sì! Sono un ritardato, ok? Il mio amico deve trascinarmi in giro con la sedia a rotelle e caricarmi in auto perché io non riesco neanche a muovere le gambe! Che cazzo avete da guardare ancora?
- Aiden ...
Keno aveva sgranato gli occhi, incredibilmente lo vidi ridere forte – Guarda, li hai fatti scappare. La tua mega sedia a rotelle incute timore
- Vai a fare in culo – dissi in un sospiro stanco.
- Non fare lo stronzo. Non sarà sempre così ... ti sei risvegliato due settimane fa, Aiden.
Peccato, pensai. Avrei fatto meglio a non risvegliarmi e basta se quello era il futuro che mi attendeva. Mesi e mesi trascorsi a dipendere da mia madre, Keno ed Andrew perfino nelle mansioni più banali. Dov'era la mia dignità? Che senso aveva essere vivi se tutto ciò che potevo fare era starmene seduto o sdraiato da qualche parte, in attesa che qualcun altro venisse a portarmi fuori o in bagno?
- Sono peggio di un cane
Keno mi guardò attentamente – In effetti hai i capelli più lunghi del solito, anche un po' di barbetta. Sarà il caso di dare un taglio domani
- Vattene.
Quello ghignò – E poi chi guida? Fammi indovinare ... tu non di sicuro.
Lo sentii ridere alla sua stessa battuta. Mi prendeva per il culo, scherzava sulla mia condizione e non me ne poteva importare meno. Non c'era pietà nel suo sguardo, era solo il solito Keno. Uno stronzo del cazzo che faceva humour su qualsiasi cosa, anche sul suo amico paralitico e incazzato.
- Ho un'idea migliore invece.
- Quella di accelerare fino a quando non facciamo un volo dalla scogliera? Io ci sto.
- Sta calma, Thelma. Non è ancora arrivato quel momento – Keno rise appena, poi fece un'inversione a U che ci riportò indietro.
Non stavamo tornando all'appartamento di Andrew, questo era poco ma sicuro. Lanciai un'occhiata fuori, verso il cielo plumbeo sulle nostre teste e l'autostrada immensa e affollata. Stavamo andando verso il mare.
- Keno, non sono dell'umore per farmi una gita ... portami a casa e basta. Sono stanco
- Stanco anche di questa?
Poi tirò fuori una canna dal cruscotto. Bella e fatta. Lo guardai, adesso colpito.
- So che non potresti fumartela, ma oggi mi sento magnanimo e quindi ti lascerò fare un piccolo strappo alla tua dieta. Ti va?
Me lo lesse nello sguardo, perché il suo sorriso si fece ancora più ampio.
- Ah, conosco i miei polli.
- Non gongolare troppo. Qualsiasi cosa mi faccia dimenticare per un po' la mia vita di merda è ben accetto. Mi farei praticamente di qualsiasi cosa
- Allora perché non chiedi al tuo amico Levin? Sembra che abbia ripreso come si deve.
- Beato lui – commentai – e poi non siamo amici. Ci ho parlato un paio di giorni fa, gli ho spiegato la mia situazione con Andrew e lui ha capito.
Un attimo di silenzio, Keno parve irrigidirsi accanto a me, poi mi lanciò un'occhiatina fugace prima di tornare a fissare la strada
- E quale sarebbe la situazione tua e di Andrew?
Non era così semplice da spiegare e il suo tono non mi incentivava a parlarne. C'era qualcosa in sospeso tra quei due, non ricordavo che fossero mai andati d'accordo, non c'erano state uscite tra noi ed ero certo che Keno avesse delle ragioni decenti per avercela con Andrew. Ma dopotutto quello che era successo non importava, dovevano trovare un modo per andare avanti e imparare a coesistere.
- Una situazione confusa, direi – dissi alla fine, dopo un silenzio lunghissimo.
- Che vorresti cambiare?
Scossi la testa – Vorrei chiarire e capire.
- Capire cosa?
- Se un giorno sarà possibile risolvere le cose. Tornare insieme – ammisi alla fine.
Keno annuì, non volevo guardarlo e scoprire che per qualche ragione le mie parole lo avevano contrariato, così mantenni il mio sguardo fermo sulla strada che si apriva davanti a noi. Ecco Coney Island con la sua spiaggia infinita e piena di luci, ma parecchio vuota in inverno e a quell'ora del pomeriggio. Il rifugio perfetto per fumare un po' e sballarsi. Lo facevamo spesso prima, erano ricordi che sembravano appartenere ad una vita fa, dove tutto era più leggero e i problemi non erano mai così grossi da minare davvero la nostra esistenza.
- Aiden ...
Mi voltai verso Keno – Cosa?
- Per un solo pomeriggio possiamo non preoccuparci di Andrew? Siamo qui, come ai vecchi tempi. Godiamoci il momento e basta ...
Aveva ragione, la brezza fredda mi colpiva il viso adesso. Keno aveva abbassato i finestrini e parcheggiato accanto al solito chiosco dove ci rifornivamo di gelato.
- Suppongo che dopo avremo fame – dissi, pregustando il resto
- Ecco perché vado a prenderli adesso, tanto con questo freddo non si scioglieranno. Cioccolato e amarena in arrivo.
- Amarena ... che schifo – lo presi in giro come sempre, di rimando mi beccai il suo solito dito medio.
Forse tutto era cambiato, ma non noi due. Potevo ancora essere me stesso con lui.
ANDREW
Alec era già arrivato quando feci la mia entrata nel locale e lo vidi segnalarmi la sua presenza con un cenno della mano. Mi feci strada tra i tavoli pieni, leggermente trafelato per la corsa sotto la pioggia battente.
- Dannazione, quanto tempo Wolfie. Ti sei proprio dimenticato degli amici.
- Lo so, non ho avuto un attimo libero – esalai, rispondendo al suo saluto con una pacca sulla schiena.
Il mio cappotto era grondante, andai a sedermi di fronte a lui e mi passai la sciarpa ancora abbastanza asciutta sul viso.
- Cazzo, che tempo di merda. Ho parcheggiato dall'altra parte della strada e in appena trenta metri mi sono ridotto in questo modo.
- Fortuna che ho già ordinato qualcosa da bere, così ti riprendi
- Tu sì che sai come si parla – dissi, poi sollevai lo sguardo su Alec. Lo trovai in forma, aveva una cera di gran lunga migliore della mia – allora, quando si riparte?
- La prossima settimana. Staremo via un mese stavolta ... sarà strano partire senza di te. Non te ne sei mai perso una, ma suppongo che sia necessario stavolta. Troppi problemi.
Stavo per dire che dispiaceva anche a me, soltanto dopo qualche attimo capii che in effetti non era così. Quella volta non avevo alcuna voglia di partire, niente strani desideri di fuga dalla città ... ero incasinato, sotto pressione, ma non avevo intenzione di scappare. Anche Alec dovette notare qualcosa di strano in me, perché vidi il suo sguardo farsi più attento.
- Come vanno le cose? Non ci vediamo da settimane e al telefono non è lo stesso. Aiden come se la passa?
- Così così. Ci sta provando ... la ripresa è lenta, al momento dipende in tutto e per tutto da noi. Questa cosa lo fa impazzire ovviamente. Si sente un peso, glielo leggo in faccia.
- Assurdo ... - Alec scosse la testa, poi abbozzò un sorriso – e ti occupi di lui a tempo pieno quindi? Quando ho saputo che gli avevi offerto casa tua sono rimasto senza parole. Prima le cure, poi anche questo ...
- Che cosa avrei dovuto fare, Alec? I suoi sono al verde e non mi sembra giusto che debbano preoccuparsi anche dei soldi in un momento pessimo come questo. Volevo solo dare una mano – dissi con sincerità.
Se cercava una seconda motivazione non l'avrebbe trovata. Sapevo dove voleva andare a parare, Alec non era mai stato capace di stare al suo posto, stava sondando il terreno per capire come stessero le cose e se gli stessi tacendo le mie reali intenzioni.
- Quindi tu e lui ...
- Io e lui non siamo la priorità – chiarii immediatamente – deve riprendersi e i medici sono stati chiari con noi, dobbiamo evitargli qualsiasi forma di stress e capirai da te che tirando fuori certe questioni si finisce inevitabilmente a stare male. E poi abbiamo chiuso. Ce ne abbiamo messo di tempo, però è successo. E' finita
Alec sembrava colpito da tanta determinazione. Afferrai il Martini che aveva ordinato per me e ne bevvi un sorso. Per un attimo mi sentii quasi bene, ero di nuovo in giro, a chiacchierare con un amico e senza alcun filtro dietro cui censurarmi. C'era soltanto un problema, un senso di fastidio di fondo che mi impediva di godermi quel pomeriggio. I miei occhi caddero in automatico sul cellulare, immobile e silenzioso sul tavolo. Non avrebbe suonato, perché Levin, per ragioni a me oscure, mi stava ignorando.
Tornai a guardare Alec, sembrava tranquillo, fece altre due ordinazioni al cameriere e poi tornò concentrarsi di nuovo sulla nostra conversazione. Non avevo detto a nessuno di me e Levin, senza rendermene conto realizzai che quel segreto stava iniziando a pesarmi. L'impossibilità di parlarne con qualcuno mi aveva reso più insofferente del solito, a questo si sommava il silenzio incomprensibile di Levin. Era una tortura.
- Aspetti una chiamata? – si informò Alec, la mia tensione era fin troppo palese.
- No, non ci conto almeno
- Che c'è? Devi andare a prendere Aiden in ospedale?
Scossi la testa – Non si tratta di lui
Avevo parlato a fatica, stavo compiendo un passo decisivo. Mi ero lasciato sfuggire troppo, ma lo avevo fatto con una certa consapevolezza. Volevo parlarne. Avevo bisogno di parlarne.
Lo stupore iniziale di Alec lasciò il posto all'interesse – Ma che dici? C'è un altro?
Annuii. Avevo finito il mio drink e non avevo intenzione di parlare di Levin senza averne prima mandato giù un secondo e forse perfino un terzo. Mi fidavo di Alec, quell'uomo che avevo davanti era letteralmente l'unica persona con cui fossi riuscito a mantenere un rapporto duraturo, una tra le poche persone ad esserci non solo nei momenti positivi, ma anche in quelli negativi.
- Cristo, perché non me lo hai detto prima? Quand'è successo? Chi è?
- E' questo il punto ... è una questione delicata. Se qualcuno mi avesse detto che un giorno ci sarei finito dentro, giuro che non lo avrei ritenuto possibile. E' da pazzi. E ho bisogno di un altro Martini.
Alec non se lo fece ripetere due volte – Se è così sconvolgente è il caso che ne prenda uno anche per me.
Le ordinazioni arrivarono in fretta, ci precipitammo sui bicchieri e mandammo giù la metà del contenuto in un paio di sorsi. Andava meglio, presi un profondo respiro e ripensai a com'era nata, il momento esatto in cui avevo capito che non c'era più niente da fare. Veloce come un battito di ciglia, il giorno prima detestavo Levin Eickam, mentre il giorno dopo avrei fatto di tutto per uscirci insieme. Non ricordavo i passaggi di mezzo, sempre se c'erano stati.
- Ti sei innamorato? – Alec era a bocca aperta – non ci credo ... Andrew Wolfhart che si innamora. L'apocalisse deve essere vicina. Chi è quest'uomo? Devo conoscerlo.
- Smettila. Ti pare che non lo avresti già conosciuto se potessi uscirci normalmente?
- Perché non puoi?
- Aiden?
Alec era confuso – Ti ha lasciato, magari potresti evitare di presentargli immediatamente la tua nuova fiamma, ma non vedo quale sia il problema visto che non state più insieme
- Aiden ha dei problemi con la memoria, non ricorda tutto quello che dovrebbe. Non mi detesta più – gli feci presente, già stremato – anzi, sai qual è il bello? Che si sente in colpa perché mi ha tradito.
Non mi ero reso conto di quanto Alec fosse rimasto all'oscuro di tutto quello che mi era successo nell'ultimo periodo. Quelle parole buttate quasi a caso lo avevano tramortito.
- Ah, già. Non lo sapevi. La parte divertente non è nemmeno questa se proprio vuoi saperlo.
- Aspetta, Aiden ti ha fatto le corna?
- Sì, mentre ero via. Poi ci siamo lasciati e poi lo sai, è finito in coma. Mi ha tradito con una persona che conosci anche tu ... - la mia voce tremò appena
- Chi? – Alec era stravolto
- Levin Eickam
- Oh, cazzo. Ecco perché andava e veniva così spesso dall'ospedale.
Mi venne da ridere nonostante niente di tutto quello fosse davvero divertente. Alec si rifugiò in un lungo sorso ristoratore prima di scuotere la testa, ancora tramortito per quella novità inaspettata.
- Non mi sembri incazzato. Cioè, capisco che hai avuto del tempo per sbollire la rabbia e tutto, ma tu ed Eickam avevate instaurato una sorta di rapporto amichevole, no? Ricordo che al party presidenziale è passato a salutarti e che siete usciti a farvi una sigaretta. Ti ha preso per il culo ... faceva l'amico mentre in realtà si era portato a letto il tuo ragazzo.
- Poco male, perché alla fine anch'io sono finito a letto con lui.
L'avevo detto. L'effetto delle mie parole fu devastante, vidi Alec accigliarsi ogni attimo di più, poi aprì la bocca per parlare, ma un attimo dopo l'aveva richiusa.
- C-come? Tu ed Eickam?
- Inizialmente volevo prenderlo a pugni, ma le cose sono andate in modo diverso. Alla fine abbiamo iniziato ad uscire ... è tutta colpa di Harry Potter.
- Cosa? Che diavolo c'entra Harry Potter? Sei già ubriaco?
- Non quell'Harry Potter! Sto parlando di un cane che abbiamo salvato.
Alec era sconvolto – Beh, questo non rende le cose più comprensibili se proprio vuoi saperlo.
- Lo so – la mia voce suonò terribilmente piagnucolosa. Mi portai le mani alle tempie e iniziai a massaggiarle. Avevo mal di testa e non sapevo più cosa fare per risolvere quella situazione.
- Ricapitoliamo. Aiden ti ha tradito con Levin, poi però sei finito tu con Levin, mentre Aiden ... lui non sa niente, vero?
- No. In questo momento non possiamo caricarlo anche di questo peso, i dottori sono stati chiarissimi su questo punto. – presi un profondo respiro. Poi finii il mio drink
- Non so che fare, mi sembra di seminare infelicità ovunque vada. Insomma, vorrei stare con Levin a tempo pieno, uscire come una coppia normale. Non posso continuare a tenerlo chiuso a Coney Island, non è uno scheletro nell'armadio da dover nascondere ... questo è ingiusto e lo ferisce. Io lo sto ferendo e forse questo è il motivo per cui mi sta ignorando. E' così freddo e distante ultimamente.
L'avevo detto, la mia angoscia era venuta fuori come non era mai accaduto prima di quel momento. Alec era rimasto senza parole, mi conosceva talmente bene da aver intuito ormai che quello che mi stava succedendo era qualcosa di assolutamente nuovo.
- Avevi detto che prima o poi sarebbe successo anche a me ... ricordo quella conversazione. Non ti ho dato credito neanche per un istante. Dopo te e Aiden pensavo ci fosse qualcosa di sbagliato in me, credevo di non essere capace di legarmi davvero a qualcuno. Invece ...
- Invece doveva arrivare Levin per cambiare le cose – concluse Alec.
Il silenzio calò sul nostro tavolo, ecco cosa significava stare di merda per qualcuno, pensai. Quante volte ero stato io a ritenere superfluo farmi sentire con i miei ex? Quante volte volevo i miei spazi e me li prendevo senza dire niente? Forse Levin faceva lo stesso ... era solo il rovescio della medaglia.
- Se non ti risponde al telefono prova ad andare direttamente a casa, no?
- A fare l'appiccicoso? – chiesi, disgustato – ti prego, sarebbe patetico. Gli lascerò un po' di tempo, non posso pretendere che questa situazione non lo tocchi. Trascorro tutto il giorno con il mio ex ...
Alec aveva scosso la testa – Sei stato gentile ad occuparti di Aiden, stai facendo molto più del dovuto ... vedi di non esagerare. Se Levin conta davvero così tanto forse è il caso di allentare la presa.
- Ma Aiden ha bisogno di me – dissi a denti stretti – l'ho già pugnalato alle spalle una volta e non voglio neanche ricordare il male che gli ho fatto in questi ultimi anni. E' davvero sbagliato stargli accanto?
- No, ma sei tra due fuochi, amico. Sta sicuro che prima o poi verrai divorato a furia di rimanere in mezzo.
Alec non si sbagliava, mi sentivo già nel bel mezzo di una catastrofe che non potevo evitare. Ero stanco e abbattuto, il mio unico rimedio contro quel malessere aveva deciso di sparire dalla circolazione e stavo cercando con tutto me stesso di non pensare al peggio.
E se fosse finito nei guai? Se fosse fatto da qualche parte, incapace di rispondere alle mie chiamate? Era già successo ... Levin non sapeva moderarsi. Come avevo fatto ad impazzire per una persona con così tanti problemi? Io che odiavo le situazioni contorte. Io che volevo tutto facile. Io che fino a quel momento avevo vissuto soltanto per alcol, sesso e divertimento.
Non avevo nessuna risposta a quella domanda. Sentivo soltanto una fitta al petto ed un dannato groppo in gola.
KENO
"Scusa Keno, potresti andare direttamente all'appartamento di Andrew? Aiden è lì"
Quando entrai in auto e lessi quel messaggio un vago sentimento di rabbia e frustrazione mi si arrampicò nel petto. Cercai di mandarlo via, ma rimase comunque e mi ricordò che di recente non esistevano più giornate buone.
La signora Berg era stata di poche parole ma io sapevo cosa non aveva avuto la forza di scrivermi in quel messaggio. Aiden aveva dato di matto più del solito e si era rifiutato di farsi portare alla seduta di fisioterapia, dove sarei dovuto andare a prenderlo adesso. L'ultima volta avevo fatto fatica persino a fargli fare gli esercizi alle gambe e adesso aveva decisamente messo un punto anche con quello.
Non puoi permetterglielo.
Lo sapevo, era compito mio, la madre aveva già abbastanza pesi sulle spalle e Andrew era persino troppo accondiscendente nei confronti di Aiden. Misi in moto e sbuffai mentre ricordavo l'espressione pietosa che aveva negli occhi quando lo guardava, persino il modo in cui lo accontentava in tutto.
Aiden non era un poppante, non era un ragazzino fragile che aveva bisogno di tanto affetto e comprensione. Aiden era uno stronzo incazzato con il mondo, bloccato in quella sedia, peccato che nessuno voleva vederlo così. Nessuno pensa mai cose cattive sulla gente che soffre.
Ma è fin troppo comodo e rischioso assecondare quella sofferenza.
Parcheggiai l'auto a pochi passi dal portone, spensi il motore e inspirai, non sapevo cosa avrei trovato lì dentro ma probabilmente avrei dovuto dare fondo a tutto il mio sangue freddo.
Non esistono più giornate buone.
Infilai la chiave nella toppa ed entrai, non c'era nessuno in casa ma il pranzo era stato preparato da poco, la madre di Aiden doveva essere stata lì fino a pochi minuti prima e non aveva resistito un attimo di più. Ero certo che fosse stato il figlio a cacciarla, a rivolgersi a lei di nuovo con quel tono che sembrava dire: è tutta colpa tua.
Passai oltre la cucina e il salotto, quando aprii la porta leggermente accostata della camera da letto lo trovai lì. Se ne stava al buio seduto sulla sedia a rotelle con un irritante coperta verde sulle gambe. Eccolo lì, quello che doveva essere ciò che restava del mio migliore amico.
- Sei un vero spettacolo – dissi tentando di mettere dell'ironia nel mio tono ma con scarsi risultati.
Lui sollevò lo sguardo carico di risentimento e mi squadrò per bene – è già ora di pranzo? Sei venuto ad imboccarmi?
Stai calmo Keno.
- Sarebbe ora della tua fisioterapia ma a quanto pare avevi di meglio da fare – gli feci notare – perché non ti sei presentato alla seduta?
Lo sguardo di Aiden si fece più ostile, era stanco e arrabbiato, ma non gli avrei permesso di crollare, non finchè fossi stato in vita.
- Sono stanco, non ho voglia di fare quegli stupidi esercizi – ringhiò.
Mi mossi a quel punto, andai alle sue spalle e trascinai la sedia fuori dalla camera dritta in salotto, posizionai il tappetino a terra e mi avvicinai nuovamente a lui.
- Che intenzioni hai!? – sbottò tenendosi alla sedia.
- Faremo gli esercizi insieme – risposi in tono lapidario – se non sei andato alla seduta, faremo quelli per le gambe qui a casa
- Scordatelo! – urlò.
- Scordarmelo? – ripetei fulminandolo con lo sguardo – hai intenzione di muovere il culo o su quel pezzo di ferro si sta troppo comodi?
Non ci sono più buone giornate, nemmeno giornate appena decenti.
- Come cazzo ti permetti di dirlo? – urlò – che cazzo ne sai di come mi sento su questa dannata cosa! Che diavolo puoi saperne tu!
- Mi basta guardarti! – ringhiai ormai preda della sua stessa rabbia e frustrazione, i miei propositi di stare calmo erano andati a farsi fottere – mi basta vederti lì per capire come ti senti Aiden, per vedere quanto ti fa incazzare dipendere da tutti, accettare l'aiuto costante di qualcun altro. Ma è questo che ti serve adesso, ti servo io e quella dannata fisioterapia se vuoi alzarti davvero!
- IO – disse con un tono spaventoso – vorrei solo non essermi mai svegliato!
E quelle parole mi mandarono in pezzi.
- Cosa? – mormorai per un attimo spaesato.
- Non avrei voluto mai svegliarmi! – ripeté con lo stesso tono rabbioso e le lacrime agli occhi – ci sarei dovuto crepare in quel fottuto incidente, sarebbe stato meglio di questo!
Un enorme rabbia si impossessò del mio corpo, mi sentii in fiamme e balzai su di lui tanto repentinamente da vederlo ritrarsi. Lo colpii, prima che potesse dire altro, prima che io stesso potessi dare un senso ai miei pensieri, il mio pugno cozzò contro il labbro di Aiden con violenza.
- Prova a ripeterlo, ingrato pezzo di merda! – urlai mentre il pensiero della sua morte invadeva la mia mente e faceva galoppare il mio cuore ad una velocità indescrivibile – dillo ancora!
- Tu ...- Aiden parve confuso e dolorante anche se non meno incazzato – tu sei pazzo! Togliti di dosso!
- Sì! – sbottai mentre le mie mani gli stringevano il colletto della felpa – sono pazzo! Perché sto dedicando tutto me stesso ad un idiota, che se ne esce con queste frasi del cazzo. Un povero perdente che si crogiola nella sua miseria!
Vidi le sue braccia sollevarsi con enorme sforzo e poi agganciarono alle mie, tentava maldestramente di liberarsi da quella presa mentre io non accennavo a lasciarlo.
- Lasciami immediatamente, figlio di puttana – ringhiò di rimando – pensi che sia facile vivere così? Credi che riusciresti a sopportare quello che sto passando io? Sei bravo a parlare, guardati ... hai la tua vita ancora! Non sei bloccato su questa dannata sedia e costretto a vivere costantemente con l'umiliazione di dover dipendere dagli altri!
- La mia vita? – ripetei sgomento – vuoi sapere qual è la mia vita? È stare al tuo fianco, ingrato! Quando ti hanno portato in quel cazzo di ospedale, quando non aprivi gli occhi e hai dormito per un mese, io ero lì! – anche solo ricordare quei momenti era doloroso – ho vegliato su di te ogni giorno, passavo tutto il mio tempo lì in quella dannata stanza a parlarti. E sai una cosa? Lo rifarei, rifarei tutto quanto. Passerei notti insonni al tuo capezzale, perché ero pronto a vendere l'anima al diavolo per riaverti indietro – ringhiai mentre sentivo gli occhi pizzicare, ma avrei trattenuto quelle lacrime ad ogni costo - non ho intenzione di tollerare questi discorsi del cazzo Aiden, ti picchierò finchè la tua testa di merda non avrà cambiato atteggiamento, hai capito?
Lui non rispose, non mi fissava neanche negli occhi, era cupo e rigido.
Lo sollevai di peso e questo lo disorientò – che diavolo fai?
Lo feci sdraiare a terra a forza – facciamo gli esercizi adesso
- Che cosa? – il suo tono era sconvolto – no, ti ho detto che non voglio! Smettila, cazzo!
- E allora impediscimelo – pronunciai quelle ultime parole con un sibilo, incatenando i suoi occhi ai miei.
Eravamo vicini, lui sdraiato a terra e io accanto a lui, con le mani che scorrevano lungo la sua gamba che mi apprestavo a sollevare. Gli faceva male, lo sapevo, portare il ginocchio al petto e poi stenderlo era insopportabile ma bisognava farlo. Era importante per i muscoli e per evitare che le articolazioni si atrofizzassero.
- Ti odio ... - mormorò a denti stretti mentre non poteva fare altro che sottostare a quel fastidioso esercizio.
- Succede sempre ai cattivi – mormorai mentre lo aiutavo a mettere la gamba a terra e passavo all'altra – finiamo questa serie e poi pranziamo
- Fanculo la serie – disse spostando lo sguardo ad un punto fissi del soffitto – non cambia niente, non cambia più un cazzo di niente. E' tutto inutile, Keno. Non capisci?
Non c'era più traccia dei nostri vecchi pomeriggi.
Terminai con l'esercizio e mi avvicinai per aiutarlo a mettersi in piedi, in quel momento vidi il suo braccio scattare e la sua mano colpirmi il volto.
- Smettila – ringhiò segno che la rabbia che provava non si era dissolta, forse non sarebbe mai andata via – smettila di starmi sempre fra i piedi, faccio da solo!
Ingoiai quel boccone, dovevo tentare di calmarmi almeno io – accomodati
Mi sollevai e lo fissai mentre arrancava, anche ad usare le braccia faceva fatica ma almeno ci stava provando. Riuscì a mettersi seduto aggrappandosi al divano ma non sarebbe mai riuscito a mettersi sulla sedia a rotelle.
- Qual è il piano? Strisciare fino in cucina? – gli chiesi mentre mi posizionavo davanti a lui.
- Meglio strisciare che farmi toccare da te – ringhiò – non sopporto più di averti intorno.
A quel punto mi abbassai, intrappolai nuovamente i nostri sguardi in un'occhiata lunga ed intensa – beh, abituatici. Se salterai di nuovo la fisioterapia, ti assicuro che diventerò il tuo cazzo di incubo
Aiden fece una smorfia – hai la scuola, la tua vita fuori da questa dannata casa, non puoi controllarmi
- Beh, se pensi che la scuola mi impedirà di starti addosso non hai capito un cazzo, amico – gli passai le dita fra i capelli e poi li strinsi saldamente – giuro su Dio che verrò qui e ti ci trascinerò a quelle lezioni!
- Aiden ... -
La voce confusa e leggermente allarmata di Andrew mi arrivò all'orecchio con un suono più fastidioso del solito. Se ne stava davanti alla porta del salotto e ci fissava con sguardo confuso e leggermente allarmato, non dovevamo essere una bella visione. Aiden a terra con ancora un po' di sangue sul labbro, io lì che gli tiravo i capelli, mamma chioccia Andrew era decisamente in allarme.
- Che sta succedendo? – chiese confuso prima di avvicinarsi a noi.
Io mi spostai, lasciai che Andrew si avvicinasse e che Aiden gli passasse le braccia intorno alle spalle per poi farsi posizionare sulla sedia.
- Va tutto bene? – continuò a domandare confuso ma Aiden non rispose, si limitò ad annuire brevemente.
- Ho fame – mormorò alla fine.
Andrew lo spinse verso la cucina, oltre la mia visuale e io potei tirare un sospiro per un momento, poggiandomi allo schienale del divano. Mi passai la mano dove Aiden mi aveva colpito, decisi di considerarla una nota positiva, almeno la rabbia riusciva a scuoterlo.
- Keno, ma che diavolo avete fatto?
Andrew si era nuovamente materializzato nella stanza e adesso mi puntava addosso i suoi occhi da mamma chioccia preoccupata.
- Niente che ti riguardi – risposi secco.
- Hai colpito Aiden? Cosa cazzo ti dice il cervello?
Prima che potesse dire altre stronzate che mi avrebbero fatto incazzare, decisi di chiarire il punto – lo sai che oggi non è andato alla fisioterapia?
Andrew sobbalzò – sì, sua madre mi ha avvisato
- E lo capisci cosa cazzo sta succedendo qui? – continuai avvicinandomi di un passo a lui.
- Non prendermi per idiota – rispose cercando di sostenere il mio sguardo pieno di rabbia – so che Aiden sta passando una pessima fase, non sono cieco. Ha solo bisogno di tempo, sta faticando molto e picchiarlo non servirà a niente.
- Ti sbagli – lo interruppi – non ha bisogno di tempo, né di gentilezza, né di comprensione. Ha bisogno di farsi il culo e mettersi in piedi. Io sono qui per questo, per fare in modo che si alzi da quella sedia e torni ad essere il ragazzo che crede sia morto per sempre
- E pensi che picchiarlo lo aiuterà? – protestò scettico.
- Penso che trattarlo da cucciolo bisognoso lo farà solo sentire peggio – risposi – quindi fai pure la mamma chioccia se questo è il modo in cui pensi di aiutarlo, ma io sono qui per altro.
Non aspettai che replicasse, ultimamente non sopportavo nemmeno di vederlo, forse sapevo troppo e questo mi mandava fuori di testa. Sapevo che lui era lì solo per caso, che ogni secondo che passava lì con noi in realtà avrebbe voluto passarlo con Levin. Sapevo che Aiden invece si illudeva, si aggrappava a quei brevi ricordi felici e interpretava la presenza di Andrew come genuino interesse.
Andrew il martire.
Andrew il premuroso.
Andrew il bravo ragazzo.
E tu cosa sei?
Sei Keno e basta.
Non sapevo nemmeno perché mi desse tanto la nausea quella consapevolezza ma lasciare quella stanza e liberarmi della vista di Andrew mi fece tornare a respirare.
Passai dalla cucina dove vidi Aiden al tavolo, il suo labbro era stato ripulito e adesso se ne stava con un piatto di verdure davanti e la carne perfettamente tagliata in piccoli pezzetti. Reggeva la forchetta maldestramente e giocava con il cibo, poi mi sentii e i suoi occhi si sollevarono per fissarmi.
Non sapevo bene cosa dire, se magari adesso mi odiava – sto andando a casa ... altrimenti la vecchia rompe
Vidi qualcosa simile ad un sorriso apparire sul suo volto – allora ci vediamo domani?
Voleva che tornassi, forse ero riuscito a non essere troppo sgradevole, forse mi voleva ancora bene.
- Certo – risposi avvicinandomi a lui – puoi esprimere un desiderio
- Pollo fritto – e fece una smorfia indicando quel piatto pietoso – basta cibo sano. La mia vita fa già abbastanza schifo così.
Sorrisi – agli ordini
Poi sollevai il pungo e rimasi davanti a lui in attesa. Il nostro saluto, non lo facevamo più da tanto e decisi che era tornato il momento di ricominciare, di fargli sentire che era ancora il vecchio Aiden.
Lui esitò, fissò la mia mano e poi la sua ma decise di provare, sollevò il braccio e tentò di chiudere il pugno. Non ce la fece fino in fondo, ma curvò la mano abbastanza e poi si avvinò alla mia facendo toccare le nostre nocche.
- Ci vediamo domani, Aiden – dissi a quel punto passandogli un'ultima volta la mano fra i capelli morbidi.
- Ci vediamo domani, Keno.
ANGOLO AUTRICI:
Buona sera e buon aggiornamento! Direi dei pov belli tosti, soprattutto per Aiden che sta sprofondando in una rabbia cieca e lecita. Non deve essere facile per lui sentirsi così in balia del prossimo ... e che dire di Andrew e Keno XD loro malgrado vengono tremendamente investiti dall'onda Aiden! Aspettiamo come sempre i vostri commenti e speriamo che il capitolo vi sia piaciuto. Un bacio
BLACKSTEEL
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro