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42. Everytime we lose

Nihil inimicus quam sibi ipse.
(Non vi è niente di più nemico che se stessi, Cicerone)

ALENCAR


Aveva iniziato a nevicare quando mi sedetti su quella panchina, fissavo un punto davanti a me con ostinazione tentando di restare lucido, cercando di non far scivolare nuovamente i miei pensieri a quel giorno. A Callum, a quella scoperta, a quel tradimento ...
- Ehi ...
La voce di Kai mi fece tornare al presente, prima che quei pensieri iniziassero a generare in me una rabbia difficile da gestire, lo vidi accomodarsi accanto a me, con aria distante.
- Chi si vede – dissi concentrandomi sui nostri affari – ti ho concesso il tempo che volevi. Che mi dici del tuo piccolo esercito?
Lo sguardo del ragazzo si fece cupo, non che fossi sorpreso ma evidentemente lui contava molto di più sugli altri di quanto avesse dovuto.
- Il mio gruppo mi ha scaricato – ammise con una nota amara nella voce – se non altro non ci ostacoleranno, penso che abbiano lasciato la città. Non vogliono combattere ... hanno troppo timore delle conseguenze e d'altronde posso capirli.
- Sei con le pezze al culo quindi – gli feci notare.
- Non ho detto questo – mi corresse e vidi apparire qualcosa di simile a un sorriso feroce, quella reazione mi stupì – uno dei ragazzi del mio vecchio gruppo è tornato in città, uno leale e operativo. E' tutto quello di cui abbiamo bisogno al momento.
- Un solo uomo? – sottolineai, scettico- ti avevo già spiegato cosa stiamo facendo, il pericolo che corriamo e soprattutto contro chi ci stiamo mettendo. Kurt ha il controllo della fetta grossa di Brooklyn e tu mi offri un solo uomo?
- Beh, se non sbaglio anche tu ricorrerai ad un solo uomo – mi fece notare – hai detto che sarà sufficiente, beh a me non serve un esercito se ho Yael.
- Mi auguro proprio che questo tipo sia miracoloso – gli dissi sfilando un telefono dalla tasca e passandoglielo con discrezione – d'ora in poi comunicheremo tramite questo. È una linea sicura e dentro c'è memorizzato un numero al quale risponderò solo io, ti darò indicazioni da qui
- Il mio amico Yael potrebbe aver bisogno di un posto tranquillo dove stare – accennò con tono vago.
- Presto faremo una riunione, dobbiamo elaborare una strategia e ti farò incontrare anche gli altri ragazzi del mio gruppo. Vedremo di farla in un posto sicuro e se il tuo amico avrà bisogno di restare nascosto potrà farlo lì – spiegai – dobbiamo essere invisibili Kai, solo così abbiamo qualche possibilità. Quindi usa solo quel numero, non dire niente a nessuno e aspetta di essere contattato
- Lui ... - cominciò nervoso – ha dato altri ordini che mi riguardano? Che riguardano Levin?
- Per il momento si occupa di altro, vuole farti cuocere a fuoco lento, vuole farti impazzire, Kai – gli spiegai – farti compiere qualche mossa falsa, costringerti a gettarti tu nella tana del lupo. Tutto quello che stiamo facendo richiederà tempo e precisione, forse ti sembrerà di non fare abbastanza per il tuo amico ma credimi, gliela faremo pagare
Feci per alzarmi ma sentii la sua mano afferrarmi il braccio, gli occhi di Kai erano seri ed intensi, forse stava già cominciando ad abbandonare il suo fare da ragazzino.
- Perché lo fai? – chiese di getto – perché rischi? Perché mi hai aiutato sin dall'inizio? Hai un conto in sospeso con lui, vero?
- Kurt toglie qualcosa a chiunque sia intorno a lui, ti consuma, ti fa diventare qualcosa che non avresti mai voluto e chi non cambia viene spazzato via – risposi mentre quei ricordi dolori che avevo cercato di reprimere tornavano a galla, quella notte orrenda.
- Ha fatto del male a qualcuno che conoscevi? – insistette.
- Ho perso un amico anche io, come te – dissi chiaramente fissandolo dritto negli occhi - lui non era come noi però, non era mai stato dentro questo mondo sul serio, non era pronto a vivere in funzione di Kurt o del giro di affari.
E mi ritrovai ancora lì, in quel parcheggio nel cuore della notte, gelido e deserto, poi quel furgone, gli uomini e il sangue. Riuscivo persino a vederlo il cadavere di Jonas che mi fissava in un lago di sangue, quello di Liz a qualche metro da lui e quel fagotto. Quel piccolo fagottino chiaro che si era sporcato e macchiato, il suono atroce di quel pianto interrotto bruscamente dal rumore dello sparo. L'eco di quella notte rimbombava ancora nella mia testa, come se fosse accaduto in quell'istante e la colpa per quella perdita bruciava dentro di me come un'infezione.
- Li ha uccisi tutti ... - ripresi dopo un lungo silenzio, fissando un punto davanti a me – il mio migliore amico, la sua ragazza e la neonata. Li ha massacrati in un parcheggio e ha fatto sparire i corpi, non è rimasto niente di loro ... - sentii un conato di vomito smuovermi le viscere – erano innocenti, tutti. Volevano solo andare via, non avrebbero mai parlato ma a lui non importa. Si prende la vita delle persone e quando capisce che non può più controllarle allora gliela toglie
Kai era scosso, spostando gli occhi sul suo viso capii fino a che punto, sembrava pallido e non lo giudicai, quel racconto avrebbe fatto gelare il sangue a chiunque.
- Quando ho visto quello che hai fatto, il modo in cui ti sei opposto a lui, ho rivisto in te qualcosa che avrei voluto fare – confessai – ho visto in te il mio stesso desiderio di libertà, di non essere controllato da quel pezzo di merda, ma conoscevo anche le conseguenze
- Lui avrebbe voluto colpire Levin, non è vero? – chiese consapevole della risposta – mio fratello ...
- Aveva fatto il suo nome inizialmente – gli confermai – e voleva che fossi io a ucciderlo, una specie di prova di fedeltà, nella sua mente sadica. Ma tuo fratello è legato ad una persona a cui tenevo molto e per puro egoismo non ho voluto sacrificarlo. Così la scelta è ricaduta sul tuo amico
- Gray ... si chiamava Gray – mormorò – grazie comunque per ... non aver fatto del male a Levin, sarebbe stato ...
- Non ringraziarmi, non farlo mai
Chissà se avremo successo davvero, chissà se riuscirò a salvare loro.
Poi mi misi in piedi e mi allontanai di qualche passo dalla panchina – ricordati quello che ti ho detto l'altra volta. Dovremo essere ancora più spietati di lui, tienilo a mente
- Lo farò – convenne senza esitare.
- Allora tieniti pronto, ci incontreremo tutti molto presto.

Qualche ora dopo mi ritrovai nel retro dell'ufficio di Slimy Billy, sicuramente l'uomo più informato della città avrebbe potuto sopperire alle poche parole che Kai mi aveva dato sul suo amico. Non avevo insistito davanti a lui per saperne di più ma ero comunque intenzionato a verificare che genere di persona avevo davanti.
Così, quando Billy mi aprì la porta del suo ufficio sorridente, io posai un rotolo di banconote sulla sua scrivania, attirando immediatamente la sua attenzione.
- Ma guarda un po' – esclamò incrociando le braccia.
- Ti chiedo di essere il più scrupoloso possibile con ben poche informazioni – misi in chiaro – ho solo un nome: Yael.
Silenzio.
Billy si posizionò meglio sulla sedia, drizzando appena la schiena e passandosi una mano sul volto – no ... non anche tu, Alencar
Quella reazione mi stupì – che intendi?
- Beh, l'intera città e sottolineo letteralmente chiunque sta cercando Yael – rispose.
- Perché? – chiesi con una punta di nervosismo.
- Per toglierlo di mezzo ovviamente – gli sfuggì una risata – come se si potesse fare fuori uno come lui così, come una merda di cane qualunque
Sollevai un sopracciglio e a quel punto mi accomodai, sarebbe stata una lunga chiacchierata – ci sono mille e cinquecento dollari in quel mazzo di banconote Billy, ti conviene cominciare dall'inizio
Lui scosse la testa con aria beffarda – beh, chi può dirlo qual è davvero l'inizio con Yael. Si sa ben poco di lui ma è sempre stato nel giro, sin da bambino. Ha bazzicato la strada, le celle e il carcere minorile ma è cresciuto con un criminale di altri tempi, stava con un vecchio boss molto prima dell'ascesa di Kurt.
- Droga?
- Non solo, era tutto fare. Pestaggi, riscossioni, droga ovviamente, Yael è un jolly, tu gli dai un ordine e stai sicuro che lo porta a termine – spiegò – era il fiore all'occhiello del suo gruppo. Poi il vecchio è morto ma uno come Yael fa strada comunque e soprattutto tiene i suoi al sicuro.
Quasi mi stupii di tutti quegli elogi, c'era sempre qualcosa di sordido quando si andava ad indagare su quelli come noi ma qualcuno sembrava avere ancora un codice.
- Ah, sai che mi viene in mente – disse ad un tratto – negli ultimi anni bazzicava parecchio con quel piccolo tossico di Kai Eickam, ricordo che mi hai chiesto di lui
Non gli lasciai intuire che la cosa mi interessasse – e come mai adesso è il ricercato numero uno? - chiesi sviando il discorso.
- Questo è interessante – rispose Billy allargando il suo sorriso – era dentro a scontare la sua pena, stava finendo i due anni e avrà almeno rifiutato cinque accordi che gli sbirri gli hanno proposto nel corso della condanna. Ha parecchio onore Yael, non ha mai venduto nessuno e poi ... - si avvicinò a me come per dire sottovoce quell'informazione – gli mancavano si e no sei mesi, ma ha deciso di vendere tutti. Tutti quelli che poteva, l'hanno rilasciato qualche giorno fa. Forse ha perso definitivamente la testa, chi può dirlo ... è stata una mossa suicida da parte sua. Forse, invece, è fin troppo sicuro di sé per temere quello che potrebbe accadergli fuori. O forse non c'è nessun motivo, Yael non è mai stato uno facile da leggere.
- Nessun motivo? - ripetei e vidi Billy annuire incredulo alle sue stesse parole.
Io dovetti riflettere e mi chiesi se invece qualche motivo lo avesse davvero, forse Kai aveva confidato dei suoi problemi al suo vecchio amico e quel senso del dovere tanto spiccato lo aveva portato a tradire gli altri per arrivare in soccorso ai ragazzi.
- Quindi adesso è in pericolo? – tornai a chiedere – non sai dove si trova
- Pericolo? – ripeté l'altro, con un sorriso divertito sul volto – beh, l'intera città lo cerca ma non direi che è lui quello in pericolo. Te l'ho detto, uccidere Yael non è affatto una roba per chiunque. Sono più i cadaveri che si sta lasciando alle spalle che le possibilità che qualcuno lo faccia fuori davvero.
Quella era un'informazione interessante.
- Non so dove si trova, si muove di continuo. Mi era giunta qualche notizia ma la gente che indirizzo verso di lui non torna più indietro, te lo dico Alencar. Se ti hanno affidato qualche missione che lo riguarda è un gran cazzo di problema. Lascia perdere, il gioco non vale la candela.
A quel punto mi sollevai, avevo sentito abbastanza – grazie per l'aiuto Billy, ci si vede
Quello alzò le mani – lo spero.
Uscendo di lì mi ritrovai inspiegabilmente di buon umore, forse Kai aveva trovato davvero un asso importante per la nostra squadra di disperati. Qualcuno di leale, che portava a termine i compiti e che riusciva a non farsi ammazzare era molto più di quanto potevamo auspicarci.
Mi portai il telefono all'orecchio – Tian?
- Sì – rispose lui dopo pochi squilli – come andiamo?
- Ho dato il telefono sicuro a Kai, adesso ha questo numero e ci sentiremo tramite questi telefoni per parlare del piano. Mi ha detto che abbiamo in squadra un tipo del suo gruppo, sembra sapere il fatto suo – lo informai – tu che mi dici?
- Penso di aver trovato un posto che possiamo usare come base – mormorò – discreto, Kurt non ha traffici in quella zona, ci bazzica qualche senza tetto, è l'ideale per passare inosservati
- Pensi sia adatto alla vita umana? – chiesi con una punta di divertimento – sembra che l'amico di Kai abbia qualche problemino in giro per la città e cerca un posto tranquillo dove stare. Potremmo proporgli di restare lì, potrebbe sorvegliare eventuali armi o progetti che ci servono
Tian rise – beh, è un po' arrangiato. Non c'è elettricità però con un fornello da campo potrebbe scaldarsi da mangiare, c'è l'acqua in delle vecchie cisterne ma niente riscaldamento, però ci sono dei divani
- Tranquillo, non penso sia in cerca del Ritz Hotel
- Ok, dammi ancora un po' di tempo e penso che potremo incontrarci tutti lì per parlare
- Va bene, aspetto tue notizie – dissi pronto a chiudere ma lui mi fermò.
- Alencar – mormorò – grazie per quello che mi stai facendo fare. So che non cambia niente ma poterlo combattere mi aiuta a sopportare tutto il resto
- Non ringraziarmi Tian – mi toccò ripetere per la seconda volta quel giorno – non farlo mai
Non ero un eroe, non ero l'uomo che stava spezzando le catene dell'oppressione, non ero il leader degli insorti. Probabilmente sarei solo stato quello che li avrebbe guidati al massacro, quello che avrebbe fatto perdere loro ogni cosa.

Ore dopo mi ritrovai al mio appartamento, buio e silenzioso, mi sedetti sul divano e mi rigirai il telefono fra le mani. Erano lì, quattro chiamate ed un paio di messaggi, Callum mi aveva cercato tutto il giorno ma io non avevo risposto.
La mia mente tornò nuovamente a quel ricordo, che avevo cercato di ignorare il più possibile, quella scoperta, le parole che quel moccioso mi aveva gettato in faccia con soddisfazione.
Avevi raccolto le prove per sbarazzarti di lui.
Strinsi i pugni, come potevo essere sorpreso? Ero stato io a tormentare Callum per anni, a spaventarlo, a farlo sentire in trappola. Come potevo credere che da quella realtà potesse nascere qualcosa che non fosse odio e disprezzo? Come potevo giudicarlo se voleva vendicarsi e distruggermi? Ero stato io a creare quel ragazzo, ogni giorno gli avevo tolto qualcosa, lo avevo umiliato ed ora potevo solo raccogliere i frutti del suo disprezzo.
Non puoi fidarti di lui, Callum è solo l'ennesima persona che hai rovinato.
Forse era meglio così, la mia vita ci avrebbe comunque portato davanti ad un bivio prima o poi e Callum aveva già scelto la sua strada.

CALLUM


Quell'enorme senso di vuoto che si era allargato dentro di me non accennava a fermarsi, nonostante il tempo trascorso la mia mente e il mio corpo non riusciva a calmarsi.
Gli occhi di Alencar, i suoi occhi, il modo in cui mi avevano trafitto a pochi metri dalla scuola quel pomeriggio erano stati più dolori di qualsiasi arma. Mi sentivo a pezzi, totalmente senza forze e senza speranza.
Traditore.
Lo ero, e più il tempo passava, più sentivo che la distanza fra di noi si ampliava, più capivo quanto lo avevo ferito.
Ti sei intrufolato nella sua vita per pugnalarlo alle spalle nel momento opportuno.
Era qualcosa di mostruoso e doveva essere quello che pensava di me, un essere spregevole pronto a tutto pur di farlo soffrire. Pensai a quanta fatica aveva fatto una persona come lui a fidarsi di qualcun altro, quanta disperazione c'era nella sua quotidianità e quanto avesse bisogno che un altro essere umano si accostasse a lui. Pensai a quanto si sentisse indegno di affetto e come ora, conscio di quello che avevo fatto alle sue spalle, ne avesse avuto la prova.
Sei solo un perdente Callum.
A cosa era valsa la corsa fino a casa? A cosa serviva aver distrutto quelle prove? Alencar non era lì per vedere e forse non gli sarebbe importato comunque, perché qualcosa si era spezzato. Lo sapevo, anche se me ne stavo rannicchiato in camera mia con il telefono fra le mani a sperare che non fosse vero. Non sapevo nemmeno cosa avrei fatto in caso avesse risposto ma continuavo a chiamarlo nella speranza di sentire la sua voce, lui però lasciava che il telefono squillasse.
Sei il peggiore del mondo.
Ed era vero, era l'unico pensiero di cui fossi certo. Sarebbe stato troppo facile incolpare Keno per quello che aveva fatto, aveva solo portato alla luce un mio peccato, un segreto che con tanta codardia non avrei mai rivelato. Keno non poteva sapere chi fosse Alencar, chi rappresentasse per me, cosa stavamo vivendo.
Ma io ... io lo sapevo ...
Forse lo avevo sempre saputo, persino quando pensavo egoisticamente di potermi sbarazzare di lui, in quei momenti ero solo arrabbiato. Furioso perché lui non mi vedeva come io lo vedevo e quella rabbia mi aveva portato a desiderare la sua distruzione.
Se è lei che vuoi allora non avrai niente.
Mi portai le ginocchia al petto mentre ricordavo quella mattina in cui mi ero svegliato nel suo letto e avevo compreso che Celia aveva ancora un ruolo nella sua vita. Quando avevo preso la decisone di tradirlo, quanto davvero lo avevo fatto per liberare me stesso e quanto era solo semplice gelosia? Sentendo il ritmo lento degli squilli al mio orecchio, percependo quanta distanza Alencar stava mettendo fra noi, capii di non essere solo io la vittima. Quel dolore che avevo spesso provato, quel senso di solitudine, adesso ero riuscito a causarlo in qualcun altro.
Decisi di sollevarmi anche se barcollante, dovevo trovare un modo di affrontare quella situazione, anche se mi spaventava, anche se per uno come me era più facile mollare, una volta che qualcuno mi spingeva via.
Ma lui non può restare solo, non lo puoi perdere.
Strinsi i pugni mentre incrociavo distrattamente il mio pallido riflesso nello specchio, non potevo lasciarlo andare. Avevamo fatto un patto, una promessa troppo importante: ci saremmo salvati a vicenda, ci saremmo presi cura l'uno dell'altro perché nella vita avevamo perso troppo per sopportarlo.
Scesi le scale rapidamente, indossando la giacca e preparandomi ad uscire fuori, di notte e al freddo, per cercarlo, per provare a parlare.
- Si può sapere dove stai andando? – la voce gelida e tagliente di mia madre mi bloccò sulla soglia.
Mi voltai con timore ma riuscii a guardare il suo viso severo che squadrava la mia figura da cima a fondo.
- Esco – mormorai a stento.
- A fare cosa? Non mi sembra che tu abbia chiesto il permesso ed è quasi mezzanotte – continuò con tono duro.
- Devo andare ... - tentai di dire sotto il peso di quegli occhi – io ... devo andare da lui
- Tu non vai da nessuna parte adesso – ringhiò – Sali in camera tua, non ho voglia di discutere
- No! – urlai mentre sentivo il cuore battermi tanto veloce da farmi male al petto, non potevo mettere nessun altro davanti ad Alencar, né il mio egoismo, né mia madre – ha bisogno di me
- Chi? Di cosa stai parlando? – sbottò irritata – chi mai potrebbe aver bisogno di te?
- Alencar – risposi in un sussurro – lui è da solo ... lui
- Qualsiasi problema abbia quel teppistello non sono affari tuoi – mi interruppe – ci manca solo che ti lasci coinvolgere in qualche crimine. Ma sentiti, vorresti essergli d'aiuto ma se non sei stato in grado di fare nemmeno una semplice cosa nella tua vita.
Oh no ...
- Un compito così semplice – continuò con quel tono amaro e carico di rabbia – dovevi solo badare a lei! Aspettare fino al mio ritorno, stare lì con lei. E invece guardati
Smettila.
- Tu qui e lei ... - ansimò, gli occhi gli si riempirono di lacrime – lei non c'è più ed è solo colpa tua. Perché non servi a niente, perché quando la gente ha davvero bisogno di te tu sei troppo egoista per prenderti cura di loro
- Smettila! – urlai alla fine – smettila, smettila! Non volevo farlo, non volevo lasciarla sola. Le avevo detto di aspettare! Le avevo detto di restare a riva, è stata lei a seguirmi, non avrei mai voluto che accedesse, non mi ero reso conto che mi stesse seguendo
- Certo che non te ne sei reso conto! – disse avanzando mentre io indietreggiavo per riflesso – non ti curi mai di nulla che non sia te stesso, non rifletti, non aspetti, sei sempre stato troppo impegnato a raggiungere i tuoi obbiettivi!
- Ero solo un bambino ... - mormorai stremato dalle sue parole.
- Perché, vuoi dirmi che adesso sei diverso? Vuoi dirmi che hai la decenza di guardarti intorno e vedere che ci sono altri a parte te stesso?
Lasciai che quegli interrogativi mi investissero esattamente come il suo sguardo ricolmo di rabbia, me lo chiesi anche io. Per quanto tempo ero stato rinchiuso nella mia bolla di dolore personale? Per quanti anni avevo guardato gli altri senza vederli, senza chiedermi cosa accedesse nelle loro vite, senza interrogarmi minimamente se anche loro avevano un dolore da combattere.
Ma ora li vedo.
Pensai a Levin, a Keno, ad Alencar, a quelle persone che avevo imparato a mettere a fuoco nella mia vita, pensai persino ad Andrew e Aiden, pensai che ognuno di loro viveva il dolore ogni giorno. E a me importava, nel mio piccolo avevo cercato di fare qualcosa, di non farli sentire soli, forse mia madre aveva ragione, ero stato egoista per molto tempo e non avevo mai avuto rispetto per il dolore di nessun altro ma stavo cambiando.
- Ci ho messo tanto a farlo – ripresi dopo un lungo silenzio – ma ora vedo la sofferenza degli altri, ci sono persone a cui tengo e che voglio aiutare. Niente di quello che farò cambierà quello che non ho fatto in quella spiaggia, sono certo che non avrò mai il tuo perdono per quello. – inspirai profondamente – ma adesso non mi importa, tutto quello che voglio fare è uscire di qui e cercare Alencar perché voglio parlare con lui
Avevo perso fin troppo nella mia vita per accettare placidamente di separarmi da lui.
Non lo dissi, mi limitai solo a superarla ed aprire la porta, non mi voltai, uscii al freddo e mi allontanai il più velocemente possibile dall'ingresso della villetta.
- Callum?
Il suono del mio nome mi fece arrestare il passo e vidi Levin un po' accigliato davanti a me sul marciapiede.
- Ehi ...- dissi ancora leggermente frastornato dal confronto con mia madre.
- Hai un aspetto strano, ti senti bene? – chiese dubbioso – è tardi
Io annuii – sì, sto bene, devo solo ... trovare Alencar – ancora quella fastidiosa stretta al petto – devo chiarire delle cose con lui, ho fatto un casino, sono stato un idiota e un bugiardo
- Ehi, calmati – cercò di tranquillizzarmi posando una mano sulla mia spalla – sono certo che chiarirete, non farti venire una crisi
- Devo andare – dissi con un tono di urgenza nella voce.
- Cerca di stare attento ...
Ma io schizzai via prima che potesse aggiungere altro, avevo ripreso a chiamarlo ma ancora una volta non aveva risposto.
Andai in metro fino al suo appartamento e suonai un paio di volte, sembrava non esserci oppure non volermi aprire. Strinsi la chiave che avevo in tasca e decisi di non usarla, non volevo impormi in quel modo, aveva tutto il diritto di odiarmi.
Alla fine mi allontanai, ancora troppo irrequieto per tonare a casa, dentro di me speravo che mi richiamasse presto, così decisi di intrattenermi ancora fuori.
Le mie gambe mi portano fino a Coney Island lungo la passeggiata illuminata dalle luci, il cielo era scuro e il mare sembrava una voragine buia. Sentivo l'odore di salsedine e mi ritrovai prigioniero di un sogno nonostante fossi totalmente sveglio, forse ormai potevo chiamarlo un ricordo.
Proprio su quella strada, con il rumore dei ristoranti e delle giostre, la mano calda di Alencar stretta alla mia, la sua giacca a riscaldarmi, un lungo bacio a mozzarmi il respiro e quelle parole sussurrate.
Amore. Lui ne aveva dimostrato così tanto a Celia in quegli anni, e lei? Ero stato io a dire ad Alencar che Celia non poteva amarlo, che lei era solo odio eppure dentro di lei c'ero io ed io ero dentro di lei. In tutti quegli anni cosa avevo provato per lui? Oltre la paura, oltre il disagio e la vergogna, lo avevo amato? E adesso? Perché mi sforzavo così tanto a riportarlo da me?
Per amore o per egoismo?
- Ma sei tu Callum?
Mi voltai trasalendo e incrociai gli occhi scuri e allungati di Tian, mi ricordavo di lui, era l'amico di Alencar.
- Ciao ...
- Che ci fai in giro a quest'ora? Guarda che è pericoloso – insistette venendomi vicino – tutto bene?
- Sì ... io ...- abbassai lo sguardo – non so cosa sto facendo, cercavo Alencar ma lui non vuole vedermi
Lo vidi farsi serio – avete litigato?
- L'ho tradito – ammisi – ho tradito la sua fiducia, quello che c'era fra noi. Fa bene ad odiarmi, vorrei solo che ... - non finii la frase, non ci riuscii.
Cosa potevo pretendere ancora?
- Sono sicuro che non ti odia, ultimamente penso che abbia più a che fare con la gente che detesta che con quella a cui tiene – disse e quella risposta mi portò a guardarlo – sono certo che gli manchi. Non abbandonarlo, ok?
Io annuii – non voglio farlo
- Andiamo, ti accompagno a casa ora
Così seguii Tian fino alla sua auto e lasciammo il parcheggio diretti verso casa mia, avevo paura ad affrontare quel discorso ma forse non avrei avuto risposte da nessun altro.
- Cosa sta succedendo? – domandai fissando la strada davanti a me – cosa vuole fare Alencar?
- Non devo essere io a parlartene Callum, è una sua scelta – rispose con tono tranquillo.
- No, non lo è. Kurt è il vostro capo? – chiesi ancora, riportando alla mente quel nome che avevo sentito di nascosto.
- E' per questo che avete litigato? – ribatté – perché hai ficcato il naso?
- Gli ho mentito – ammisi.
- Kurt è il nostro capo – confermò mentre la macchina si parcheggiava vicino casa – è un uomo spietato e pericoloso, un uomo che vogliamo fermare. Vorrei che sapessi questo, che Alencar non vuole più lavorare per lui, che lo vuole morto per vendicare tutta quella gente che ha sofferto a causa sua. – mormorò – lui non te lo dirà mai, gli piace sempre fare la parte del cattivo, del pezzo di merda. Ma non lo è, ci tengo che tu lo sappia. Il mondo in cui abbiamo vissuto è il peggiore e fa uscire la parte più raccapricciante di chiunque ma lui ... non è mai stato mostruoso
Io sorrisi passando una mano sulla spalla di Tian – non ne ho mai dubitato, per questo, qualsiasi cosa accada lotterò per stare al suo fianco
Smontai dall'auto e mi allontanai, pronto a tornare a casa solo fino al giorno successivo, poi avrei ripreso la mia vita come sempre e avrei mantenuto la stessa ostinazione che mi aveva guidato quella sera. Lo avrei cercato ancora, sia domani, che il giorno successivo e quello dopo, finchè non mi avesse aperto la porta.
Forse il mio era solo egoismo e l'amore non era altro che quello, sempre la stessa comoda scusa che gli uomini hanno per farsi del male a vicenda, ma quella notte compresi che a quel tipo di dolore non avrei rinunciato.

LEVIN


Mia madre rientrò in auto con due grossi bicchieri di caffè fumante e un'aria meno disperata del solito. Il medico ci aveva dato buone speranze riguardo la mano, niente danni permanenti. Il sogno del piccolo Levin di suonare la chitarra era ancora intatto e con esso anche la speranza dei miei genitori di vedermi compiere qualcosa che li avrebbe di nuovo resi orgogliosi di me.
- Hai avuto modo di controllare quei dépliant che ti ho lasciato in stanza? La Tish offre dei corsi molto interessanti e ...
- Con la mia fedina penale? – mi venne da ridere – dimmi un po', vuoi propormi anche la Juilliard? Mamma, apri gli occhi ... nessuna di quelle scuole mi accetterà dopo il riformatorio.
- T-tuo padre potrebbe
La interruppi di nuovo – No, mio padre niente! Non gli permetterò di comprare un posto al College con i suoi soldi e le sue conoscenze. Al diavolo la Columbia, la Tish e tutte quelle dannate scuole che vuoi convincermi a frequentare. Quando inizierai a guardare in faccia la realtà?
- E quale sarebbe? – la voce di mia madre si fece più squillante – che la tua vita finisce qui? A diciannove anni? E i tuoi sogni? Le tue ambizioni?
- Non ne ho più – dissi secco.
- Non puoi parlare seriamente. La tua è solo una fase ... avevi ripreso a suonare! Ti ho sentito il mese scorso, credevo che le cose stessero andando meglio ... tesoro, non devi mollare. Non puoi mollare come ...
- Come Kai? – conclusi io per lei, rabbioso – perché lui è la pecora nera della famiglia, mentre io devo darvi delle soddisfazioni! E' questo il motivo per cui mi avete messo al mondo? Per rendervi fieri? Per potervene andare in giro a vantarvi con i vostri amici snob del bel figlio virtuoso che avete cresciuto? Spiacente, a volte le cose non vanno come previsto.
- Santo cielo Levin, smettila di dire stronzate! – mia madre aveva frenato bruscamente – a noi importa di te, soltanto del tuo bene. E ti vediamo stare male ... e non sappiamo come aiutarti, tesoro. V-vorremmo soltanto che tu tornassi ad essere la persona che eri un tempo. Quel ragazzo un po' introverso, ma pieno di ambizioni che illuminava le nostre giornate ...
- Non sono più quella persona, mamma. Vuoi capirlo?
Cercai di non urlare, di non perdere quel briciolo di pazienza che mi era rimasta. Lei non aveva idea di niente, quell'inferno che era il nostro mondo non poteva toccare una come lei. Le droghe, l'omicidio di Gray, il bersaglio che io e Kai portavamo addosso, le fiamme che ci circondavano ad ogni passo ... poi quella paura di veder bruciare anche quelli che ci stavano vicino. Cosa diavolo avrei dovuto dirle? Non potevo parlarne con nessuno.
- Allora lasciati almeno aiutare, ti prego. P-possiamo partecipare a degli incontri, verremo anche io e tuo padre ... ne parleremo tutti insieme, così forse qualcuno ci aiuterà a capire.
Scossi la testa – Non potete aiutarmi.
Mia madre sospirò – Stai parlando come lui ... te ne rendi almeno conto? C-cosa intendi fare? Quanto ci metterai a lasciarci anche tu? Credi che sia così stupida da non accorgermi quando rientri a casa e non ti reggi in piedi? E i pestaggi! – un attimo di pausa che le servì a ricacciare indietro le lacrime
-S-stavi andando bene, Levin. Che cosa è successo dopo? Pensavamo che stavolta fosse quella giusta. Eri pulito e avevi ripreso la scuola ...
- Mi dispiace ... se credi che sia come nei film strappalacrime che ti piacciono tanto, dove le dipendenze si combattono con l'amore per la compagna di corso e la passione per la musica, sei solo una povera illusa – ero disgustato dalla mia brutale sincerità – la realtà è diversa. Non hai neanche idea di quanto cazzo sia difficile provare a non farsi soltanto per un dannato giorno. La dipendenza somiglia a un fottuto mostro che ha sempre fame e non è mai stanco di masticare e masticare ... ma tu cosa puoi saperne? Hai sempre avuto una volontà ferrea e mi dispiace che il tuo unico errore sia stato quello di mettere al mondo me
Mia madre si era irrigidita, le mie parole l'avevano scossa nel profondo. Il suo viso era vacuo quando si rivolse verso di me
- N-non è stato un errore. Non devi dirlo mai più, Levin. Tu e Kai siete stati così amati e desiderati ...
- E come vi abbiamo ripagato?
Non sentivo niente ormai, una coltre di freddezza sembrava aver intontito qualsiasi sentimento avessi potuto provare. Non c'era spazio per i sensi di colpa.
- Lasciami qui. L'appartamento di Aiden è vicino, posso arrivarci a piedi
- Vorrei vederlo anch'io, se non ti dispiace. Sono felice che anche lui stia bene ...
Non ebbi nulla da obiettare, la vidi passarsi una mano sul viso per rendersi presentabile dopo quanto era successo in auto. Un ultimo sguardo allo specchietto per sistemare il trucco intorno agli occhi e poi lasciammo l'auto. A sorpresa scoprimmo che Andrew ed Aiden erano fuori, il secondo su una sedia a rotelle e apparentemente diretti da qualche parte.
Sentii mia madre irrigidirsi appena accanto a me, sperai che non se ne uscisse con qualcosa di troppo pietoso nei confronti di Aiden, il suo sguardo mortificato non prometteva niente di buono. Poi i miei occhi incontrarono quelli di Andrew, in piedi accanto alla porta. Abbozzò un sorriso appena accennato, poi si diresse direttamente verso mia madre per presentarsi.
Non stetti ad ascoltare i convenevoli più di tanto, non riuscivo a credere che alla fine Andrew fosse riuscito davvero a conoscere uno dei miei genitori. Aiden mi stava guardando, quel giorno sembrava calmo però, avrei detto quasi felice di vedermi. Mi avvicinai piano, mani in tasca e sguardo attento
- Ehi, si va in giro?
Lui annuì, sorridente – Più o meno. C'è un parco in fondo alla strada ... almeno prendo un po' di sole.
Stavo per aggiungere qualcosa quando mia madre mi affiancò, a quel punto mi toccò fare le dovute presentazioni. I due iniziarono a parlare, io e Andrew diventammo ben presto un contorno. Solo in quel momento si avvicinò quasi casualmente a me
- Cosa ha detto il dottore? – le sue parole erano caute, non lasciava trasparire niente di troppo intimo.
Solo due conoscenti che chiacchieravano del più e del meno. Ecco come saremmo sembrati da fuori ed era meglio che le cose restassero in quel modo.
- Tutto ok, devo iniziare a muoverla se voglio che il dolore passi. Lo specialista ha detto che i tendini non sono stati lesionati
- Per fortuna – Andrew tirò un sospiro di sollievo. Poi lanciò un'occhiata ad Aiden e mia madre, ancora intenti a parlare tra di loro. Soltanto a quel punto abbassò un po' la voce ed il suo sguardo divenne più dolce
- Mi manchi ... dove sei stato? Ti sei fatto sentire pochissimo ...
- Ho avuto troppo da fare – sussurrai, rivolgendo lo sguardo altrove
- Qualche problema?
Non aveva idea. Scossi la testa – I miei mi stanno ancora addosso. Poi c'è la scuola, ho perso un paio di lezioni importanti e devo recuperare. Non voglio farli preoccupare ...
Andrew annuì appena – E' tutto qui? Siamo sicuri?
Provai a sorridere – Certo che è tutto qui. E poi tu sei impegnato con lui e non ha senso stare sempre in mezzo ai piedi
- Non fare il coglione. Tu non stai in mezzo ai piedi – ribatté lui, adesso accigliato – vuoi smetterla di uscirtene in questo modo?
Non dissi altro, approfittai di quell'attimo di tensione per accostarmi di nuovo ad Aiden e mia madre che adesso stavano per salutarsi. C'era una certa commozione in lei, di certo era terribilmente sollevata che non fossi io quello finito su una dannata sedia a rotelle.
- Ti aspetto a casa, ok? – disse poi, diretta a me.
- Sissignora.
- Sono felice di avervi conosciuto. Levin non mi parla mai dei suoi amici, non porta mai nessuno a casa ... - provò ad abbozzare un sorriso anche lei, poi strinse la mano di Andrew e si diresse in auto, dove finalmente partì.
- Sono tutte uguali, eh ... - considerò Aiden – sempre a preoccuparsi per tutto. Non vedo l'ora che mia madre inizi a lavorare a tempo pieno. Mi fa impazzire averla sempre intorno ...
Lo potevo capire. Adesso che eravamo rimasti soltanto noi tre non sapevo come muovermi o cosa dire, lanciai un'occhiata ad entrambi.
- Stavate andando al parco?
- Sì, ma adesso che ci sei tu Andrew può andare. Parliamo un po'? L'altra volta ero appena uscito dall'ospedale ed ero scosso, mi dispiace.
Era strano, ma non trovai nulla da obiettare. Andrew si limitò a coprire Aiden un po' meglio, era terribile constatare quanto dipendesse dagli altri. Doveva fargli male più di tutto il resto.
E potevo esserci io al suo posto, pensai.
- Se fa troppo freddo rientrate. Vi faccio trovare qualcosa di caldo.
- Certo, mamma – lo prese in giro Aiden, poi risero entrambi.
Non potevo negare che vederli così in sintonia mi faceva male. Trascorrevano quasi tutta la giornata insieme, che cosa potevo aspettarmi? Certi legami erano destinati a durare, nella buona e nella cattiva sorte, forse ancora di più adesso che Aiden aveva bisogno di lui.
- Si preoccupa sempre – iniziò Aiden, quando Andrew svanì oltre la porta. Mi avvicinai alla sedia di Aiden e inizia a spingerla verso la fine della strada. C'era un certo disagio che non riuscivo a combattere, mi costava una fatica immane essere lì con lui.
- Mi fa piacere. Lui e Keno ti sono stati molto vicini, anche in ospedale
- Lo so, ma c'eri anche tu. Me l'hanno detto – Aiden si voltò verso di me, un bel sorriso sereno impresso sul viso – e ci tengo così tanto a scusarmi per il mio comportamento dell'altra volta.
- Aiden, non devi – ribattei.
Non volevo neanche sentire delle scuse, ero io quello che avrebbe dovuto porgerle. Se soltanto avessi potuto ...
- Sì che devo. Quando ti ho visto ho ricordato tutto ed è stato troppo. Insomma, quello che ho fatto ad Andrew non può essere giustificato in un nessun modo. Non ricordo molto, so che avevamo dei problemi per via delle sue missioni e che litigavamo spesso, ma ho sbagliato tutto. Ti ho quasi pregato di venire a letto con me! Non so che cosa diavolo mi stesse passando per la testa in quel periodo
- E' stato un errore
Aiden mi guardò, gli occhi luminosi – Esattamente. E spero che lui lo capisca ... sta facendo così tanto per me. Mi ha dato un posto dove stare, ha pagato le mie cure, si occupa di me tutti i giorni e devi vedere il modo in cui mi parla, come se fosse tutto ok e non fosse neanche colpa mia. La sua gentilezza mi fa stare anche peggio! Non hai idea di quanto io mi senta in colpa ... cazzo, non so neanche come rimediare
Ma voleva farlo.
- Ma voglio farlo – concluse lui per me – e mi dispiace davvero, Levin. Sono certo che noi due saremmo stati degli ottimi amici, tu sei una forza della natura e mi sei stato vicino quando stavo passando quel periodo di merda, ma ora come ora credo sia irrispettoso frequentarci. Portare a casa il tipo con cui ho tradito il mio ragazzo ... costringerlo a vederci parlare ... è una bastardata.
Ed ecco che c'eravamo, pensai. I miei peggiori incubi stavano diventando carne. Fui ben attento a non lasciar trapelare nulla dal mio viso mentre Aiden mi fissava, in cerca di conferma.
- Hai ragione. Non c'è problema ... non mi farò più vedere.
- Magari più avanti ... quando avrò risolto con lui. Insomma, non sono così illuso da credere di poter sistemare le cose immediatamente, ma forse con il tempo potrei dimostrargli che sono davvero pentito per tutto. Siamo stati insieme per anni, ho dei ricordi confusi, ma quando ero con lui mi sentivo in un modo ... che non riesco a spiegare. Ricordo la sensazione però ed era bellissima. E' stato il primo ... l'unico. E lo amo e sono certo che anche lui non ha dimenticato. Altrimenti perché farebbe tutto questo? Ha soltanto bisogno di tempo e di starmi vicino.
Non riuscivo a parlare, qualcosa si era spezzato dentro di me. Avanzavo solo perché dovevo, le parole di Aiden, all'apparenza così innocue, mi stavano scavando un buco nel petto. E non c'era niente che potessi fare per fermare quel processo. Eravamo alla fine dei conti. Aiden voleva ricostruire il suo rapporto con Andrew ed io ero soltanto il terzo incomodo. Che senso aveva starmene ancora lì? Anche se avessi deciso di continuare con quella farsa, di sgattaiolare a Coney Island ogni volta che potevo ... poi cosa sarebbe successo? Per quanto ancora volevo rimandare l'inevitabile?
Ero già l'altro, quello di troppo. Lo ero stato con Aiden e adesso lo ero con Andrew. Non potevo continuare a vivere delle briciole che Andrew mi elargiva in quei pochi momenti in cui il suo vero ragazzo non aveva bisogno di lui. Che relazione sarebbe stata? Sempre all'ombra, sempre a farmi sentire sbagliato. Io ero sbagliato, tutto quello che aveva fatto non aveva senso. Se soltanto Aiden avesse saputo ...
Avevo una dannata spada di Damocle addosso. Tra Kurt, Kai e il nostro tentativo di salvarci la vita ... c'era davvero posto per Andrew? E se il mio inferno si fosse preso anche lui alla fine? Non avevo nulla da offrire a parte dolore e sacrificio.
- E mi dispiace per quella notte. Volevi aiutarmi e invece ti ho coinvolto in quell'incidente
- Non è stata colpa tua – ero un automa
- Sì, ma tu eri lì con me ... come sempre. Ho approfittato di te e della tua incapacità di lasciare che affrontassi i miei problemi da solo. Adesso me ne rendo conto e tutte le scuse di questo mondo non possono bastare.
- Non importa, ti sei scusato abbastanza – risposi ancora, non so con quale forza.
- Mi dispiace.
Gli occhi celesti di Aiden incontrarono i miei. Ci fissammo in silenzio per un lungo attimo durante il quale mi chiesi che diritto avevo di essere ancora lì, come un fantasma che non vuole saperne di svanire e basta. Che diritto avevo di infestare le loro vite? Non avevo già fatto abbastanza danni mettendomi in mezzo ad una storia che mi sembrava tutt'altro che finita?
- E' tutto risolto. Non preoccuparti davvero – dissi invece e riuscii perfino a sorridere – sono solo felice che tu sia di nuovo qui. Ed Andrew ... lui è speciale, lo so.
Troppo per stare con uno come me. Sparire dalla circolazione avrebbe portato solo vantaggi per quelli che mi conoscevano. Ormai non mi restava una sola ragione per rimanere.

ANGOLO AUTRICI:

Buongiorno, nuovo capitolo e nuovo dramma XD Vediamo la storia sempre più intrecciarsi ... i nostri Alencar e Kai si sono buttati in questa alleanza che speriamo tutti porti a qualcosa di buono XD Se non altro ha portato un Yael ;) Callum invece è alla disperata ricerca di contatto, in particolare con Alencar, chissà se riusciranno a parlarsi di nuovo. E poi ... il buon Levin XD Lui come sempre si commenta da solo! Grazie alle sue ultime riflessioni a fine pov molti di noi si getteranno da una rupe. Detto questo, al prossimo capitolo, che sarà .... particolarmente spumeggiante!

BLACKSTEEL

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