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4. Damage

Nella foto: Callum Fimmel

Deficere est iuris gentium.

(Essere irragionevoli è un diritto umano)



CALLUM

Faceva caldo, il sole illuminava la spiaggia e l'acqua salata accarezzava la mia pelle. Risate. C'erano solo risate intorno a me e volti sorridenti, mi girai e mia sorella Celia era a pochi passi da me e mi mostrava una conchiglia.
- Callum mi allontano un momento, tieni d'occhio tua sorella – aveva detto mia madre.
Ma io non avevo ascoltato quelle parole, ero troppo impegnato a fissare lo scoglio in mezzo al mare, la mia nuova sfida, raggiungerlo e tornare indietro nel minor tempo possibile. Sembrava la cosa più eccitante che un bambino di otto anni potesse fare, qualcosa da supereroi.
Mi tuffai, incurante della notevole distanza e cominciai a nuotare verso lo scoglio, una bracciata dopo l'altra. Che sciocco che ero, la corrente era forte ma non volevo arrendermi, le braccia mi facevano male ma non smettevo di muovermi, vedevo la meta avvinarsi e quando mi scontrai con la parete rocciosa mi sentii invincibile.
Così forte, così indipendente e coraggioso. Che fine aveva fatto quel bambino?
- Callum! –
Rabbrividii quando sentii quella voce chiamarmi, mi voltai e mi resi conto che Celia era dietro di me, molto più affaticata e annaspante, provai a trascinarla verso la roccia.
- Ma che cavolo ci fai qui! – dissi, scocciato – non sono cose per le femmine queste –
- Volevo venire con te –
Lanciai uno sguardo alla riva a quel punto, sembrava spaventosamente lontana ma non avevo altra scelta che raggiungerla.
- Stammi dietro – dissi a mia sorella mentre mi staccavo dallo scoglio e riprendevo a nuotare.
Era sempre più difficile, la corrente era forte e le braccia mi facevano male, non sapevo quanto mancasse ancora alla riva ma decisi di non arrendermi. Serrai gli occhi e cominciai a nuotare con tutta la forza che avevo, le mie gambe bruciavano, sentivo il corpo farsi rigido, finii con la testa sott'acqua un paio di volte ma non mi fermai.
Così attaccato alla vita e intrepido.
Poi finalmente toccai il fondale con la punta del piede e man mano sentii la sabbia sotto di me, quando riaprii gli occhi ero sul bagnasciuga, riuscii a fare ancora pochi passi e poi crollai sulla sabbia bagnata. Non seppi per quanto tempo restai privo di sensi, forse ore o magari solo pochi secondi ma quando aprii gli occhi qualcuno stava urlando. Delle urla così spaventose che mi fecero accapponare la pelle, poi vidi il corpo senza vita di mia sorella che veniva trascinata fuori dall'acqua.
Mostro. Mostro. Come hai potuto lasciarla morire così?
Aprii gli occhi finalmente, quell'incubo si era brutalmente concluso anche se gli effetti sul mio corpo non erano passati. Sapevo di essere sveglio eppure quel corpo pallido continuava a restare fisso davanti ai miei occhi, quelle braccia penzolanti e lo sguardo sconvolto di mia madre. Sentivo la gola secca e la vista appannata, annaspai alla ricerca d'aria mentre la sensazione di soffocare in quell'acqua prendeva il sopravvento nel mio petto.
Mi sollevai a sedere nel letto ed una nuova fitta mi mozzò il fiato, quel semplice gesto mi provocò un bruciore in basso e fu allora che notai la parrucca abbandonata per terra, proprio accanto al letto.
No, ti prego no. Non questo di nuovo.
Mi voltai con timore verso sinistra, notando sempre più con maggiore sofferenza che quella non era la mia stanza. Proprio di fianco a me c'era il corpo immobile di Alencar, era ancora nudo, esattamente come lo ero io e questa consapevolezza mi rese davvero difficile trattenere un conato di vomito.
Cercai di fare piano, l'ultima cosa al mondo che volevo era svegliarlo e ritrovarmi quegli occhi addosso. Mi sollevai lentamente uscendo dalle coperte, mi chinai per raccogliere la parrucca e i miei vestiti, poi mossi i primi passi nella penombra della stanza verso la porta socchiusa. Poco prima di lasciare la sua camera mi voltai nuovamente a guardarlo e in quello stesso secondo mi pentii della mia azione. Alencar era sveglio, i suoi occhi luccicanti puntavano dritto verso di me, era come se mi stesse guardando dentro, mi sentivo spaventosamente vulnerabile sotto quello sguardo, non importava se fossi nudo o coperto da cinque strati di vestiti.
Alla fine lasciai la stanza e mi infilai nella mia, non trovai sollievo ma mi sentii più al sicuro, solo per qualche breve istante. Io non ero mai al sicuro, non ero mai libero, perché il mio più grande nemico viveva dentro di me. L'anta dell'armadio era semi aperta e quando tirai fuori il grosso pacco il disagio che provavo si intensificò, era lì che risiedeva la mia condanna.
Un lucidalabbra alla ciliegia, un profumo di Kenzo e una parrucca, tre oggetti che mi torturavano da tre lunghi anni. Celia adorava le ciliegie, quel ricordo mi assaliva ogni volta che sentivo sulle labbra quel sapore: il volto sorridente di quella bambina mentre mi porgeva un acino di ciliegia.
Sei danneggiato, spaccato, distrutto. Un uomo senza valore.
Ed era vero, io le avevo rubato la vita, avevo lasciato indietro mia sorella e lei era morta innescando una serie di innumerevoli tragedie. Mia madre mi detestava, potevo ancora sentirla urlare, dirmi quanto fossi stato egoista e ignobile.
L'hai lasciata affogare.
Persino i suoi occhi me lo urlavano nonostante ormai mi rivolgesse a stento la parola, il suo sguardo urlava ancora: colpevole. I miei genitori si erano dati addosso per mesi, nessuno sembrava poter etichettare quell'avvenimento come un tragico incidente. Bisognava trovare un colpevole, per mio padre era mia madre e per lei ero io.
Misi la parrucca nella scatola e la chiusi, sapendo di non poter sigillare quell'orrore per sempre. Su una cosa tutti avevano ragione, era colpa mia, non mi ero curato di lei nemmeno per un secondo, avevo nuotato senza voltarmi mentre lei annegava terrorizzata e sola. Per questo era tornata, per tormentarmi, perché io stavo vivendo una vita che spettava anche a lei, perché ero stato egoista e non mi sarebbe più stato concesso alcuno sconto. Io ero lei e lei era me, almeno per il tempo che le era concesso e non potevo oppormi perché adesso lei aveva trovato qualcuno per cui esistere, un aggancio nel mondo reale che non fosse il nostro inferno personale.
Mi gettai sotto la doccia nel tentativo di lavare via quella sensazione, quel disagio opprimente, avevo ancora il loro odore addosso, quel fottuto profumo e l'odore acre delle sigarette di Alencar.
Non sapevo com'era iniziata fra quei due, non ricordavo mai cosa succedeva quando lei prendeva il mio corpo e lo trattava come se io non esistessi, come se non dovessi affrontarne le conseguenze. Conoscevo solo la sensazione del mattino seguente, l'onta di umiliazione nel ritrovarmi nudo in quel letto, la stessa tremenda sensazione che mi avrebbe accompagnato sempre.
Ma te lo meriti, è il minimo che possa fare dopo averla uccida.
Era questa la realtà, lei non era altro che uno spettro che infestava la mia vita, qualcosa di cui non mi sarei mai liberato e non era mio diritto farlo. Perché lei era morta per colpa mia e nessun dannato mi dispiace le avrebbe ridato la vita. Lei era il mio rimpianto.  


  Avevo perso le prime due ore di storia, ormai era tardi per rientrare così mi diressi in bagno, non mi sentivo ancora pronto ad immergermi nella folla, mi sciacquai il viso nel lavandino un paio di volte. Alle volte avevo la sensazione che il mondo fosse distante anni luce da me, come se ci fosse una parete invisibile fra me stesso e gli altri, come se stessi annegando e nessuno lo notasse. Sperai che l'acqua fresca lenisse quel disagio ma capii che la vita aveva in serbo altro per me appena sollevai la testa e fissai la persona riflessa allo specchio dietro di me.
Maxwell non mi diede il tempo di dire nulla, mi afferrò per un braccio e mi fece voltare, poi mi assestò un violento pugno in pieno viso. Caddi, del tutto incapace di reggermi in piedi mentre la sua violenza non si fermava.
- Credi di esser furbo, Fimmel? – urlò mentre l'ennesimo colpo mi procurava un dolore lancinante – credi di essere migliore di me? Di potermi prendere per il culo? Cosa pensavi di ottenere? –
Altri colpi, cercai di pararmi maldestramente ma le sue nocche si infrangevano sulla mia pelle lacerandola, sentivo il gusto metallico del sangue in bocca mentre un nuovo calcio allo stomaco mi mozzava il fiato.
Uccidimi, ti prego, non smettere fino a quando non sarò morto, liberami.
Ma non accadde, non accadeva mai, per quanto forte mi colpissero finivo sempre per essere in grado di rialzarmi, che immondo scarafaggio attaccato alla vita.
- Una fottuta F. Ti avverto Fimmel, un altro scherzo come questo e ti rovino sul serio – ringhiò e alla fine lasciò il bagno facendo sbattere la porta alle sue spalle.
Io rimasi lì ancora per un po' e solo quando sentii una nuova campanella suonare decisi che potevo tentare di alzarmi. Mi appoggiai al lavandino e specchiandomi notai che la mia faccia era una maschera di lividi e sangue, una pessima scena da presentare in classe. Mi ripulii meglio che potei, anche se il mio sopracciglio e il mio labbro stavano ancora sanguinando e macchiando il colletto della mia camicia.
Lasciai l'edificio scolastico, non potevo rischiare di attirare le ennesime occhiate da parte degli insegnanti, pensai di tornare a casa ma allo stesso tempo la consapevolezza di non essere solo mi bloccò. Non volevo vederlo, non volevo rischiare di attirare la sua attenzione e la vista del mio volto pesto lo avrebbe solo reso più furioso.
Il mio corpo non era davvero mio.
Era meglio che non dimenticassi mai quella regola, così prima che l'agitazione mi uccidesse decisi di non tornare a casa, mi diressi verso il retro della scuola dove solitamente passavo il mio tempo in solitudine. Mi lasciai andare lungo la parete in una zona in ombra e mi accucciai lì nel più totale silenzio, sentivo che quel muro invisibile fra me e il mondo si faceva sempre più spesso ed io mi ritrovavo sempre più inghiottito dalla mia personale disperazione.


KENO

Le lezioni erano giunte al termine anche oggi, mi stavo muovendo verso l'uscita insieme al mio gruppo di amici, io e Aiden camminavamo davanti tentando di ignorare le occhiatacce che Shannon gettava alle nostre spalle. Potevo sentire i suoi occhi perforarmi la schiena e il suo respiro essere interrotto da continui sbuffi.
- Allora non posso contare su nessuno per il teatro? Certo che sarebbe gradito dell'interessamento – ancora una volta un tono di finta neutralità, giocava maldestramente a sembrare superiore ma non riusciva nemmeno lontanamente nel suo intento.
- Andiamo dai – disse James riempiendo il silenzio che si era creato, ormai stava diventando bravo in quell'ingrato mestiere – ti porto io –
Io e Aiden continuammo per la nostra strada e io lanciai diverse occhiate al mio amico prima di decidere se fosse il caso di fare quella domanda.
- Hai mollato la presa? – chiesi alla fine, conoscevo bene lo sguardo che aveva.
- Non metterti a giudicarmi, non anche tu –
- Non sto dicendo niente. Ti ho solo chiesto se stai mantenendo i tuoi propositi di ripagarlo con la sua stessa moneta oppure hai ceduto – chiarii.
- L'ho chiamato – disse alla fine a denti stretti, come se quell'affermazione detta davanti a me sembrasse ancora più un'ammissione di sconfitta.
Decisi di non commentare quella scelta, sapevamo entrambi che certe cose non potevano cambiare, Andrew era un uomo complicato ma era anche quello che ad Aiden piaceva di lui. Non sarebbe cambiato e questo era una benedizione e una maledizione allo stesso tempo.
Gli diedi una leggera pacca sulla spalla con il dorso della mano quando arrivammo quasi all'ingresso.
- Vedi di passare un bel pomeriggio – dissi alla fine – il tipo nuovo sembra interessante, non vedo l'ora di sentire i dettagli di questa uscita –
Lui scosse la testa anche se alla fine rise, uno dei sorrisi più enigmatici del suo repertorio, poi lo vidi allontanarsi, anche io dovetti a malincuore prendere la strada di casa.
Fu proprio quando uscii dal cancello che mi resi conto della presenza di Noah poco lontano, se ne stava appoggiato alla sua moto con un mezzo sorriso speranzoso in volto. La luce nel suo sguardo morì quando comprese che ero intenzionato a passare oltre senza nemmeno degnarlo di attenzioni.
Cosa diavolo ti tiene ancora legato a me?
Era stata una pessima coincidenza il nostro primo incontro, io e Aiden avevamo rimediato dei documenti falsi e ci eravamo infilati in un locale. Lo avevo notato immediatamente quando mi ero seduto al bancone e sapevo che lui aveva visto me. Faceva il barman quella sera ma non perdeva occasione per tornare nella mia direzione e parlarmi, nel vano tentativo di scoprire qualcosa di me. Era già passato un anno e mezzo da quando i miei occhi avevano intercettato i suoi in quella massa di gente e non era passato giorno in cui non mi chiedessi: perché resti?
Era l'ennesimo mistero della vita, intrigante e frustrante allo stesso tempo e, anche se sapevo già cosa sarebbe successo da lì a poco, non mi sarei sottratto.
- Keno – la sua voce mi arrivò all'orecchio con quella punta di frustrazione che ormai avevo imparato a riconoscere bene.
Mi voltai anche se ci separavano diversi passi, sostenni il suo sguardo – sì? –
- Io sono qui, non so se mi hai notato o hai sviluppato una nuova abilità che ti permette di cancellarmi dalla tua vista – continuò avvicinandosi leggermente.
- Ah no, ti vedo benissimo. Stavo tentando di ignorarti –
- Si può sapere perché? –
Perché avere il coltello dalla parte del manico in una relazione ti fa sentire dannatamente al sicuro, nessuno vuole quella lama piantata nello stomaco.
- Ti ho detto mille volte di non fare magiche apparizioni davanti alla mia scuola – risposi incrociando le braccia.
- Ho finito prima con le lezioni oggi, pensavo che avremmo potuto pranzare insieme –
- Noi non pranziamo insieme, dovresti smetterla con queste idee da coppietta. Ti chiamo quando ho tempo, oggi non ne ho – mormorai e cercai di voltarmi e andarmene.
Lui non sembrava in vena di rifiuti quel giorno, mi afferrò per un braccio facendomi voltare, i suoi occhi erano arrabbiati e tristi.
- Perché diavolo devi comportarti così? È solo un fottuto pranzo! – sbottò.
- Mia madre ha già preparato da mangiare. Polpettone. Devo rientrare – continuai senza lasciarmi toccare dal quella scena.
- Ti fa schifo come cucina tua madre – disse ad un certo punto stremato – stiamo insieme da un anno e mezzo, eppure ho la sensazione che continuiamo ad essere distanti, sento di non conoscerti affatto, Keno. Come se tu volessi di proposito depistarmi –
Scossi le spalle – sei tu che dici che stiamo insieme. Non ho mai preteso questo da te –
- E cosa pretendi? Cosa dovrei essere per soddisfare le tue richieste? – insistette impedendomi di passare e incatenandomi a quel discorso – non mi sta bene, non ho intenzione di essere il tuo cane –
Ma lo sei, lo sei in ogni aspetto, è quello che sai fare meglio.
- Keno sono serio. Vuoi che la chiudiamo qui? Vuoi sul serio che finisca? – continuò insistente.
Se fosse stata la prima volta che sentivo quelle parole avrei potuto persino crederci ma le minacce di Noah erano più vane dei suoi sforzi di sembrare distaccato. Non era fatto per quello, non era un combattente, era un romantico e quelli come lui annegano nei sentimenti, erano il pasto preferito per quelli come me.
- Puoi darmi uno strappo a casa – dissi alla fine e bastò quella frase per placare il suo sguardo furente.
Non gli avevo dato minimamente quello che voleva, non c'erano promesse di intimità, non c'era nessun mi dispiace per il mio comportamento ma solo quella frase fu sufficiente perché nel suo viso apparisse un sorriso sereno.
Così mi passò il secondo casco e montai dietro le sue spalle aderendo bene contro la sua schiena, doveva sentirsi così fiero per quel contatto che avevamo.

La strada non fu lunga, dopo qualche minuto ci ritrovammo davanti al palazzo dove abitavo, un vecchio casolare rustico in una zona che non aveva niente di speciale, ero circondato solo da tanta mediocrità. Un quartiere di gente che si era accontentata e questo bastava a farmi andare fuori di testa, odiavo la mediocrità, era tutto quello che avevo avuto davanti agli occhi da quando ero nato.

- Ti chiamo domani? – chiese mentre prendeva il casco che gli stavo passando – il mio collega dà una festa, mi ha chiesto se mi andava di andarci ... se vuoi potremmo ...-
Non concluse la frase, forse perché temeva già un mio gelido rifiuto, decisi che poteva meritare un premio per quell'accortezza. Mi spostai verso di lui in un gesto che non si aspettava, catturai le sue labbra in un bacio rapido ma profondo, forzai la sua bocca ad aprirsi e lasciai le nostre lingue danzare per qualche istante prima di staccarmi con violenza.
Lui mi fissava totalmente esterrefatto, passò una mano sul mio viso e io gli concessi di indugiare sui miei capelli chiari.
- Ci penserò – risposi in fine e quella frase sembrava già aver fatto nascere nuove aspettative nella sua mente – magari possiamo sentirci stasera, dopo che avrò finito il saggio di letteratura –
Non attesi che dicesse altro o che iniziasse a scodinzolare, mi voltai e salii le scale filo al portone, infilai la chiave nella toppa e sparii dalla sua visuale. Attesi qualche istante prima di salire al piano di sopra, sentii la moto ripartire dopo poco e a quel punto mi mossi.
Quando entrai in casa trovai i miei a tavola, li fissai per un momento e sospirai, l'ennesima pessima visione, l'ennesima coppia che in quel quartiere si era accontentata. Mio padre era tedesco, un musicista ma non uno di quelli che aveva davvero dedicato anima e corpo alla sua passione, era solo uno dei tanti. Un pianista che invece di esibirsi nei teatri più rinomati del panorama classico si limitava a dare lezioni di piano a svogliati ragazzini per venti dollari l'ora. Mia madre era un'impiegata dell'ufficio di collocamento, impegnata ogni giorno a trovare il lavoro perfetto per altre persone, qualcosa che li aiutasse a realizzare le proprie ambizioni mentre non ne aveva nessuna per se stessa. La mediocrità di quella casa era davvero asfissiante.
- Keno! Tesoro, siediti a tavola, c'è il polpettone – disse mia madre appena si rese conto della mia presenza all'ingresso.
Detesto il tuo dannato polpettone.
- Non preoccuparti – mormorai accennando un sorriso – non ho fame, ho mangiato un boccone con Aiden. Salgo a fare i compiti –
- D'accordo, ma vedi di non affaticarti troppo, sei un ragazzo brillante, tesoro. Siamo fieri di te –
Probabilmente stava ancora tessendo le mie lodi ma io non la sentivo più, ero salito su per le scale in fretta chiudendo la porta della mia camera. Non mi sarei lasciato sedurre da quella vita comoda, volevo di più, avevo bisogno di aspirare a qualcos'altro. Così forse quelle pareti mi sarebbero sembrate meno claustrofobiche.
Accesi il computer e mi gettai sul letto, probabilmente aveva ragione Noah quando diceva che c'era qualcosa che non andava seriamente dentro di me ma ero troppo orgoglioso per prendere in considerazione davvero quello che diceva. Mi limitai ad inserire la sua chiavetta USB e lasciarmi cullare dal suono dolce della chitarra che aveva iniziato a riempire la stanza.
Sembri così irraggiungibile, alle volte ho la sensazione di non conoscerti affatto. Così distante. Gli occhi di Keno sono inquietanti, non fanno altro che giudicare gli altri.

Un difetto nel montaggio, deve essere questo.  


LEVIN
Che senso aveva avuto cambiare scuola se la gente lì dentro non sarebbe mai cambiata? Il mio passato mi precedeva, parlava per me, sembrava quasi fossi destinato a finire esattamente da dove ero partito: dal carcere. Se avessi voluto iniziare da zero sarei dovuto scappare molto più lontano di appena qualche isolato di distanza dalla mia vecchia scuola; la cosa peggiore è che ne avevo avuto la possibilità, ma l'avevo lasciata scivolare dalle mie mani senza neanche pensarci un attimo. Vivere lontano da casa significava vivere lontano da Kai e questo non potevo permetterlo, perché mio fratello aveva costantemente bisogno di essere tenuto a freno.
E adesso ero incastrato lì, tra il martello e l'incudine, in un mondo che non mi apparteneva affatto. E poi c'era Polanski che frequentava ancora l'ultimo anno della Tech. Pare fosse intenzionato a farmi un'imboscata e finirmi, diedi definitivamente credito a questa voce quando me lo ritrovai davanti nel pomeriggio.
- Figlio di puttana, fermati.
Mi voltai verso di lui per ritrovarmi davanti il suo accaldato e furioso. Non provai niente, anche se sapevo che la sua sola presenza avrebbe dovuto in qualche modo farmi preoccupare. Se non avessi reagito le cose sarebbero solo peggiorate ed anche in fretta, così lo inchiodai con la mia migliore espressione impenetrabile che sapevo lo avrebbe fatto incazzare più di qualsiasi altra cosa.
- Ehi Polanski. Parlavi con me? – poi mi appoggiai al mio armadietto e lo fronteggiai.
- Sì, puoi giurarci. Cammini per questi corridoi come una fottuta star di Hollywood, come se non avessi spedito mio fratello in coma! Hai avuto la faccia tosta di farti vedere qui dentro quando un verme come te avrebbe soltanto dovuto strisciare lontano da qui – Il suo palmo era aperto accanto al mio volto, l'altro era stretto a pugno contro il suo fianco, non sapevo se avrebbe avuto le palle di colpirmi davvero.
- Ho pagato per quello che ho fatto. E poi lasciatelo dire, tuo fratello è un cazzone. Deve essere un attributo di famiglia adesso che ci penso ... -
- Che cosa? Credi che uscirai da qui tutto intero, Eickam? – Ringhiò ad un centimetro dalla mia faccia – oh no. Toglitelo dalla testa. Non sarò soddisfatto fino a quando non ti avrò spezzato ogni dannato osso che ti regge in piedi. E poi, solo dopo, se avrai la saggezza di sparire da questa scuola con la coda tra le gambe, allora forse sarò magnanimo e smetterò di perseguitarti. La giustizia può anche far schifo, ma nessuno mi impedirà di prendermi la mia fottuta vendetta –
- Ok. Sembra un ottimo piano, Rocky. Procedi pure, facciamolo adesso e togliamoci il pensiero – Aprii le labbra in un sorriso canzonatorio, mossa che lo fece esplodere di rabbia. Ero pronto a parare il pugno che sarebbe di certo arrivato se nessuno avesse interrotto quel momento.
- Ci sono problemi qui, Polanski?
Ci voltammo entrambi verso il professor Bayle, soltanto allora notai la massa di studenti curiosi che si era chiusa intorno a noi. Polanski fremette, stava combattendo con tutto sé stesso per darsi una calmata.
- Allora? Vuoi che ti spedisca dritto dal Preside? – l'uomo si frappose tra noi due e soltanto a quel punto Polanski retrocedette appena.
- No, professore – Disse a denti stretti, i suoi occhi continuavano a perforarmi come se avesse voluto uccidermi a mani nude.
- Allora vai a farti una passeggiata lontano da qui – Ribatté il professore, poi mi lanciò un'occhiata profonda e proseguì, – e anche tu, Eickam. Tutti fuori, se non fumate vi consiglio di iniziare! Non voglio vedervi in questo dannato corridoio. Godetevi gli ultimi giorni estivi –
In effetti il sole splendeva alto in cielo quella mattina. Passai oltre la calca di studenti che si aprì al mio passaggio ma senza mai smettere di seguirmi con gli occhi, non ero così idiota da pensare che tra me e Polanski fosse finita lì, era molto più probabile che alla fine avrei dovuto metterlo al suo posto, ma in quel momento era l'ultimo dei miei pensieri.
Così mi rifugiai nel mio solito posto per farmi una sigaretta veloce; con mio enorme disappunto dovetti notare che anche quella volta c'era già qualcuno. Se io avevo evitato per un pelo un pestaggio con i fiocchi, quel tipo che avevo davanti non era stato così fortunato. Aveva il volto tumefatto e un rivolo di sangue sulle labbra spaccate, stava tentando maldestramente di accendersi una sigaretta, ma il tremore alle mani glielo impediva.
- Soccorsi in arrivo
La mia presenza lo aveva spaventato per un attimo, i suoi occhi sgranati si posarono su di me, poi sulla mia mano con la quale gli stavo porgendo il mio accendino. Lo accesi e finalmente quello inspirò una boccata di fumo.
- G-grazie. –
- Figurati. Per così poco...- cercai di sorridere, incoraggiante
Un attimo di silenzio, poi fu lui a parlare – Sei Levin Eickam
Non c'era un tono particolare nella sua voce, forse sembrava appena appena stupito.
- In carne e ossa! Appena sfornato dal carcere – confermai, cercando di mettere un po' di brio nel mio tono smorto – che ti è capitato? Qualcuno ha sbattuto contro la tua faccia? –
- Un pugno...più di uno – Rispose lui, notai che di tanto in tanto si toccava il petto. Era stato pestato a regola d'arte
- Perché? Che hai combinato?
- Un tipo non era soddisfatto dell'esame che gli ho passato – disse semplicemente, era ancora molto sulle sue
- Ti pagano per fare i loro test?
Quello la trovò divertente, perché rise forte anche se poi dovette reggersi di nuovo lo sterno – Ma ti pare.
- E allora non vedo perché tu debba prenderti la briga di passare gli esami alla gente
- Non lo vedi? Guarda meglio la mia faccia, così capisci –
Scossi la testa – Beh, quello che vedo è un volto tumefatto. Se non glielo passi ti pestano, ma se lo fai mi sembra che il risultato sia piuttosto simile all'altro, non so se mi sbaglio –
- Non se facessi le cose come si deve – disse lui, sembrava sulla difensiva adesso
- Se non hanno intenzione di sganciare del denaro non meritano la tua accuratezza nel compilare i loro test. – perché stavo perdendo il mio tempo in quel modo? Tutta quella saggezza gratuita verso il prossimo non era da me. Cosa volevo espiare?
- Perché ti importa tanto? – quel tipo aveva fatto la domanda giusta
- Stavo solo parlando...alla fine la vita è tua, è chiaro. Soltanto che non ne uscirai in questo modo, non illuderti neanche per un istante che questo inferno possa finire senza che tu faccia nulla per meritarlo. –
- E cosa dovrei fare?
- Ribellati
Quello rise di fronte a quella risposta che dovette sembrargli pura fantascienza – Come se fosse facile
- Non ho mai detto che lo sarebbe stato. Ma ti ripeto: la vita è tua. Se vuoi continuare a farti pestare fino alla fine dell'anno sei sulla strada giusta. – consigli spassionati su consigli spassionati, lo sguardo del mio interlocutore era sempre più confuso e timoroso. Nel frattempo avevo finito la mia sigaretta e non avevo neanche dimenticato quella sorta di uscita con Aiden, fissai il mio cellulare e mi resi conto che ero già in ritardo.
- Bene, devo scappare. Ci si vede – ero già a metà strada quando la sua voce arrivò dritta e chiara
- Sono Callum comunque -
Un altro tizio di cui conoscevo il nome, la mia vita sociale era in continua espansione!
- Non fare il bravo, Callum. Questo è un mondo troppo duro per le persone gentili. Non dimenticarlo
Mi sentivo vecchio a volte, era come se le mie esperienze appartenessero ad un uomo con il doppio dei miei anni e non era mai semplice confrontarmi con i miei coetanei. Mi ero imposto di non creare alcun tipo di legame con quella gente, lo trovavo insensato e controproducente, né avevo voglia di conoscere qualcuno in particolare. Stavo decisamente fallendo.
- Alla buon'ora!
Aiden tirò giù il finestrino della sua Mustang fiammante e mi fissò, sollevando i suoi occhiali a specchio per mostrarmi il finto disappunto nel suo sguardo.
- Stavo facendo da consulente ad un tipo laggiù – dissi e nel frattempo montai in auto, ancora una volta notai che ogni mio dannato movimento era seguito dalle occhiate curiose degli altri studenti.
- Ah! Si staranno chiedendo quale crimine stiamo andando a commettere. Tremate, tremate cittadini di Brooklyn! Dio, quanto sono patetici– Aiden aveva seguito il mio sguardo, ma se nel mio c'era indifferenza, nel suo c'era aperto fastidio e forse anche un pizzico di disgusto. Scosse la testa e tornò a fissare la strada – allora? Che diavolo voleva Polanski? Ho sentito dei miei compagni di Spagnolo che ne parlavano –
- Pestarmi per lo più...le solite cose – dissi incurante. Stavo dando una spulciata veloce ai cd che Aiden aveva in auto – qui c'è soltanto musica indie. Sei proprio un millennial! –
- Che cosa sarei? – Lo vidi ridere appena e scuotere la testa – beh, stiamo andando in un negozio di dischi, potrai indottrinarmi quanto ti pare e piace.
- E lo farò, puoi giurarci che lo farò – Lasciai perdere il mucchietto di cd poco interessanti e mi misi più comodo sul sedile. Le strade erano abbastanza trafficate a quell'ora del giorno, gli ultimi raggi di sole illuminavano la nostra auto, soltanto in quel momento notai il gioco di luci sui capelli castani di Aiden che in quel momento tendevano al ramato. Aveva un profilo interessante, non mi risultava difficile capire perché stesse lavorando come modello. Mi resi conto che non sapevo quasi niente sul suo conto, sicuramente molto meno di quanto ne sapesse Aiden su di me.
- Quindi lavori come modello. Sei stato in qualche posto interessante?
- Sono stato in Europa questa estate, è tutto dannatamente figo lì. Milano, Parigi, Berlino...si può dire che lavoro soltanto per poter visitare qualcosa, oltre che per i soldi. E tu? Sei mai stato in Europa? –
Annuii distrattamente, erano ricordi lontani quelli – con i miei, avevo più o meno sui dieci anni, non ricordo molto. Siamo stati in Italia, a Firenze da quel poco che ricordo, poi a Parigi e a Vienna. Facevamo parecchie gite un tempo –
- Wow, la famiglia perfetta! – mi canzonò Aiden, lo vidi lanciarmi un'occhiatina ironica
- Dovresti vederci adesso invece –
Avevo parlato più del necessario, ero un idiota. Ovviamente quella frase aveva attirato la sua attenzione, si era fatto serio
- Va tanto male?
Feci spallucce – Lasciamo perdere, non vale la pena parlarne. E tu? Come sei messo a casa? Cosa fanno i tuoi? –
Anche stavolta Aiden si lasciò andare ad una risatina bassa, non era divertito però – Niente di interessante. Mia madre lavora come infermiera, mentre mio padre è scappato via anni fa, ci ha piantati con un sacco di roba da pagare e la casa quasi pignorata! Che uomo adorabile. Ah, oggi ha deciso di fare un salto qui a Brooklyn per vedermi...l'ho scampata bella. Grazie, a proposito –
Non sapevo cosa dire a quel punto, non ero così illuso da credere che la vita fuori casa mia fosse tutta rosa e fiori ovviamente, ma quanto meno i miei genitori non avevano mai abbandonato la nave.
- Non fare quella faccia. Non voglio essere compatito; se devo essere sincero non me ne potrebbe importare meno di mio padre, quindi non provare a tirar fuori delle terribili frasi fatte, perché giuro che ti picchio! –
- Non era mia intenzione – gli assicurai.
- Bene, è facile parlare con te. – disse alla fine Aiden, dopo un attimo di silenzio intervallato soltanto dalla musica bassa proveniente dalla radio. Quelle parole mi sorpresero tanto da farmi voltare verso di lui e fissarlo con attenzione. Stava sorridendo, fece l'occhiolino prima di tornare a guardare la strada.
- Sei interessante, Eickam. Cosa diavolo posso farci se sei interessante?
Sembrava quasi infastidito dalla cosa, aveva parlato come se io non fossi stato neanche lì
- Avrei mille motivi per contraddirti
- Ma non mi farai cambiare idea – continuò imperterrito Aiden
Scossi la testa – Avere dei problemi non equivale ad essere interessante
- Non è per quelli che ti reputo interessante, ma suppongo che una buona dose di problemi enormi ti abbia reso diverso dal resto di noi. Sei maturo... sembra quasi che non ti importi nulla di tutti noi. Il modo in cui ti muovi a scuola...è diverso da quello degli altri, non saprei spiegartelo meglio di così –
- Anch'io faccio delle stronzate, non mi definirei così maturo come dici
Aiden rise piano – Tipo? –
- Tipo uscire con te quando mi ero imposto che non avrei permesso a nessuno di interrompere la mia routine fatta di solitudine e disinteresse verso il genere umano – dissi tutto d'un fiato, poi decisi di andare dritto al sodo – e per la cronaca, avrei una domanda per te –
- Spara!
A quel punto era molto incuriosito, il semaforo rosso gli permise di fermarsi, così la sua attenzione fu tutta concentrata sulla nostra conversazione
- Perché stiamo uscendo? Ti interesso, per caso? Sai, tanto per capirci qualcosa
Diretto come non mai. A volte lo ero, altre preferivo non esserlo... forse avevo fatto una cazzata enorme, ma di certo mettere in chiaro le cose mi avrebbe aiutato a regolarmi con quel tipo. La mia domanda non aveva sorpreso Aiden come mi ero aspettato, era in silenzio, ma sembrava star raccogliendo delle idee. I suoi occhi azzurri come un cielo senza nuvole erano ancora puntati nei miei, aveva arricciato le labbra in un sorrisetto misterioso, poi era tornato a fissare la strada
- Ti dispiacerebbe chiedermelo tra un po' di tempo?
- No, si può fare. – dissi, dopo averci pensato un po' anch'io
- Bene
Un silenzio pacifico pervadeva l'atmosfera, ci godemmo il resto del viaggio cullati soltanto dalla musica bassa proveniente dalla stereo. Di tanto in tanto sentivo il suo sguardo indugiare sul mio viso, poi sospirava appena, sussurrando parole indistinte sulle quali non volevo indagare. L'ultima cosa che desideravo era attirare l'attenzione di qualcuno, ma cosa sarebbe successo se fosse stato qualcuno ad attirare la mia attenzione?
Aiden era sulla buona strada per farlo. Stavo iniziando a pensare a lui in un modo che mi disturbava parecchio e questo non poteva essere un bene. Ero ancora in tempo per fingere che niente di tutto quello stesse accadendo, in fin dei conti non era successo niente di niente ed anche Aiden non sembrava pronto ad ammettere alcunché.
Andava tutto bene, il negozio di dischi era fighissimo così come pensavamo entrambi e quel pomeriggio si sarebbe concluso nella normalità più totale. Eravamo due conoscenti alla ricerca di vinili rari o roba in promozione, niente di preoccupante.
Durante i nostri ascolti finsi di non notare lo sguardo di Aiden che vagava lungo il mio corpo e mi trattenni dal riservargli lo stesso trattamento. Eravamo in tempo per impedire che il nostro piccolo mondo apatico crollasse in modo definitivo. Non era così complesso controllare quella strana attrazione che stavo iniziando a provare da un po' di giorni a quella parte.
Quando fummo carichi di cd e altra roba ci decidemmo ad uscire, anche quella volta finsi di non vedere quanto fossero sexy le sue labbra mentre si chiudevano sulla sigaretta che gli avevo messo in bocca.
Andava tutto bene. Fingere era semplice.



ANGOLO AUTRICI: Buongiorno! La faccenda si infittisce XD State decisamente entrando nel vivo della storia, adesso diversi tasselli si compongono e speriamo che stiate cominciando a conoscere un pò di più i nostri protagonisti e dissipare certi dubbi. Una grande incognita si risolve in questo capitolo, come qualcuno di voi aveva già pensato il mistero fra Celia e Callum è stato in parte risolto, si tratta di una doppia identità nata nella mente di Callum dal forte trauma della morte della sorella. Ovviamente avrete ancora dettagli su questi fatti passati!

Ci auguriamo che la storia vi incuriosisca sempre di più con il passare dei capitoli e siamo curiose delle osservazioni che farete anche in questo capitolo. Buona lettura e come sempre, ci vediamo la prossima domenica con un nuovo capitolo.
Un bacio

BLACKSTEEL

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