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37. Remedy


"Veritas filia temporis", proverbio latino
"La verità è figlia del tempo"



LEVIN

Aprii gli occhi sul caos della mia stanza e scoprii che ancora una volta notte e giorno si erano confusi insieme durante il mio sonno disturbato e febbricitante. Le ossa mi
facevano male, la mia mente era un casino contorto nel quale continuavo ad attingere con entrambe le mani, scavavo in fondo per uscirne ogni istante più devastato, per richiamare a me ricordi che tentavo di insabbiare ma che veniva fuori con prepotenza.
La chitarra era riversa sul pavimento. Quando mi ero messo a suonare? La musica si era interrotta chissà quando, forse durante il mio sonno agitato, forse mentre fumavo l'ennesima sigaretta che mi bruciava la gola e aumentava quel senso di malessere generale che non mi aveva più lasciato. Ero sudato e mi facevo schifo da solo, ma non per questo ero intenzionato a mettermi in piedi ed affrontare quel nuovo giorno. Volevo ignorare la luce che veniva a ferirmi il viso dalle imposte della finestra, lasciarmi trascinare in quel limbo insensato e doloroso fino a quando ogni contorno si fosse confuso ancora e ancora, fino a non lasciare niente.
Afferrai l'ennesima sigaretta dal comodino e lo trovai pieno di farmaci contro la febbre ed altri rimedi caserecci di mia madre. Da quanto tempo ero assente da scuola? Quando avevo messo in carica per l'ultima volta il mio cellulare? Non importava, volevo solo il silenzio, scomparire da quel mondo come un cellulare rotto che non può più ricevere niente.
Mia madre entrò in stanza un paio di ore dopo, avevo gli occhi chiusi, ma potevo percepire la tensione nel suo corpo, sembrava parlare più di mille parole concitate.
- Ehi tesoro, come va oggi? Hai misurato la febbre?
Non ne avevo più da giorni, lo sapevo, avevo cercato di farmi annientare da quella fottuta febbre, ma non era successo. Non volevo un rimedio, volevo solo starmene lì, rintanato nel mio buco come se fossi tornato al Crossroads.
Non risposi, sentii la sua mano fresca sulla mia fronte altrettanto fresca e poi il suo sospiro di sollievo
- Sembra sia calata. Vuoi che ti porti qualcosa da mangiare? Ho preparato il brodo di pollo
Ancora quel tono preoccupato, che si userebbe capezzale di un morto.
- No. Non ho fame, potresti chiudere quando esci?
La riga sulla fronte di mia madre esprimeva tutto la sua preoccupazione per me. Era quello che mi riusciva meglio far preoccupare la gente, disturbare le loro vite con la mia presenza superflua, forse perfino dannosa per certi versi
- Sei sicuro che non vuoi alzarti? Dovresti fare un bagno caldo ... sarò a casa ancora per mezz'ora, poi devo andare in classe, stiamo preparando il saggio di inizio anno. Mi sentirei più sicura se te lo facessi adesso, non vorrei che ti sentissi male in bagno. Hai avuto una febbre da cavallo
Un'altra carezza delicata, era venuta a sedersi accanto a me, i suoi occhi erano caduti sul posacenere pieno di mozziconi, ma non fece alcun commento.
- Dopo, ok?
- E' successo qualcosa? Prima fuori un ragazzo mi ha chiesto di te
Mi irrigidii – Quale ragazzo?
- Il figlio dei vicini credo, quello magrolino e sempre gentile
Callum ovviamente. Chi altri? Avevo subito pensato ad Andrew e quel pensiero mi aveva fatto sentire ancora peggio. Che mi aspettavo? Che sarebbe venuto a buttare giù la porta di casa per vedere me? Erano solo parole del momento, le sue intenzioni con me dovevano essere morte nel momento stesso in cui Aiden si era svegliato.
- E poi un altro ragazzo ha lasciato dei messaggi in segreteria. Che fine ha fatto il tuo cellulare? Mi sembrava in pena per te ... devo rispondergli?
Quello era Andrew, ma capii che non volevo sentire la sua voce. Cosa pensava di fare? Un atto di misericordia cristiana chiamandomi a casa? Vedere se il povero Levin si fosse tagliato i polsi in una vasca o si fosse gettato dalla finestra del terzo piano?
- No, lascia stare. Sono stanco, credo che dormirò ancora – mentii, voltandomi dall'altra parte, verso il muro. Fine della discussione, sentii mia madre sospirare, le stavo facendo bere la più amara delle medicine e non me ne importava poi molto.
Andò via dopo un lungo tentennamento. Che parli con mio padre, pensai, che gli dica che suo figlio sta di nuovo di merda, che forse è fatto e che fuma tutta la notte e non dorme. Che inizino di nuovo a trattarmi come un malato del cazzo che non sa vivere.
Scivolai di nuovo in un sonno disturbato, avevo sognato Aiden qualche volta, poi il suo viso si era confuso con quello di Andrew. Non ricordavo molto di quei sogni, soltanto la sensazione di amarezza che mi portavo dietro al risveglio. La musica ripartì da sola, ma non fu quella a svegliarmi del tutto. Callum mi stava chiamando da fuori. Mi voltai verso la finestra, indolenzito e stanco come se avessi fatto chissà quale sforzo immane.
- LEVIN! SO CHE SEI A CASA. ESCI
Urlava di cinque minuti ormai. Mi alzai a fatica e mi diressi verso la finestra che aprii con uno scatto. Callum era nel mio giardino, guardava in alto ed un'espressione di sollievo gli rischiarò il viso corrucciato non appena mi vide.
- Dove sei finito? Ho incrociato tua madre stamattina, mi ha detto che sei stato male
- Scendo – dissi soltanto.
Presi un cappotto pesante e feci le scale con lentezza, sentivo le gambe che mi tremavano, non stavo mangiando quasi niente e la mia debolezza cominciava a farsi sentire. Dovevo essere in condizioni pietose, la luce fredda di mezzogiorno mi colpì dritto al viso, facendomi chiudere gli occhi per un attimo.
- Sei ... un fantasma. – considerò Callum, adesso in piedi davanti a me, nel mio stesso cortile.
- Grazie. Anche tu stai bene
Non lo feci ridere, era troppo preoccupato per trovarmi divertente. Mi sembrò di rivedere mia madre in lui, dovevo proprio far schifo per suscitare occhiate simili.
- Sei mancato da scuola per una settimana, non rispondevi ai messaggi e alle chiamate ... mi sono preoccupato
- Sono stato male – dissi soltanto, poi accesi l'ennesima sigaretta della giornata e me la portai alla bocca
- E non mi hai detto di Aiden.
- Ti interessava?
Stavo facendo lo stronzo senza saperne il motivo esatto. Il mio sguardo doveva essere freddo e vacuo come prima, lo posai in quello di Callum e attesi una risposta. Lo vidi in difficoltà, per un attimo tentennò
- E' successo qualcosa? Andrew ...
- Chi? – provai a ridere, ma venne fuori una smorfia – Andrew è meglio se te lo dimentichi. Adesso dovrà prendersi cura di Aiden, è giusto così.
- Ma non si è fatto più sentire?
Ero stato io ad evitarlo, sapevo che accendendo il cellulare avrei trovato di tutto. Che diavolo di senso aveva sperare in qualcosa che non si sarebbe mai realizzata? Meglio troncare subito.
- Keno mi ha detto che non sei stato a trovare Aiden dopo il suo risveglio – parlò ancora Callum, quando capì che da me non avrebbe ricevuto risposta.
Scossi la testa – Mi sono sentito di troppo.
- Non lo sei! Sono sicuro che vorrebbe vederti invece. So che ci sono andati anche alcuni ragazzi del loro vecchio gruppo ... li ha accolti bene. Non vuoi vederlo?
- Sarei un cazzo di ipocrita a presentarmi lì come se non fosse successo niente. Prima mi sono preso Aiden, poi quando è finito in coma, mi sono preso il suo ex di cui era ancora innamorato
Tirare fuori quelle parole mi faceva male, descriveva perfettamente ciò che ero dentro. Uno schifo, un voltafaccia.
- Non dire stronzate, non puoi addossarti le colpe di tutti. Hanno avuto anche loro la possibilità di scegliere cosa fare e hanno scelto! Prima di essere stato il suo amante, eri suo amico ...
- Ah, quindi gli amici è così che si comportano secondo te? – mi venne da ridere, ero stato glaciale – scusami, ma se tutti fossero come me preferirei rimanere da solo, cosa che intendo fare in effetti. Quindi Callum, ci vediamo a scuola ... tanto dovrò tornarci prima o poi. Questa febbre non mi ha ucciso
- Levin ...
Non volevo più parlare, quel confronto mi aveva lasciato di nuovo senza forze. Provai ad abbozzare un sorriso rincuorante per fargli capire che non ce l'avevo con lui, era davvero l'ultima persona con la quale avrei voluto tenere un comportamento tanto di merda, ma non potevo farci niente. Tornai in casa subito dopo, andai a farmi un tè bollente e poi un bagno che feci a fatica. Ero devastato quando lasciai il bagno per tornarmene in stanza, forse ad annegare in un libro se fossi riuscito a concentrarmi sulle parole e mettere da parte la mia vita.
Ma ancora prima di potermi mettere sotto le coperte, ci fu uno scampanellio alla porta. Poi un altro e un altro ancora, con insistenza, uno di quelli che avrebbe fatto risvegliare i morti.
- ARRIVO, CAZZO! – urlai con rabbia, rimettendomi le ciabatte.
Aprii la porta con un rinnovato odio per l'umanità. Andrew era lì.
Mi venne incontro, il suo viso era disperato, fu tutto ciò che vidi prima di finire contro il suo petto, stretto in un abbraccio
- Non scomparire mai più in questo modo, stronzo.
Ero senza respiro, il mio cuore mancò un battito, forse anche più di uno. La sorpresa di vederlo lì mia aveva appannato la mente, sentii il calore delle sue mani contro le mie che erano ancora fredde.
- C'è qualcuno? Vi ho disturbato?
Feci di no con la testa e subito mi ritrovai le sue labbra addosso. Mi lasciai baciare, stordito ed eccitato allo stesso tempo
- Sei magrissimo. Che è successo?
Andrew mi aveva passato una mano sul viso, poi mi aveva baciato appena le nocche della mano
- Sono stato male, ho avuto la febbre
- Perché non me l'hai detto? Ho provato a chiamarti ogni ora da una settimana. E poi non sei passato in ospedale.
Scossi la testa, non riuscivo a capacitarmi di averlo lì. Mi stava baciando come se non fosse successe niente, come se il suo ex non si fosse appena risvegliato. Mi ritrovai ad abbracciarlo forte, il suo profumo si confondeva con il profumo del tè che fumava ancora sul tavolino.
- L-lui come sta? – chiesi soltanto
- Bene, sta recuperando, ma non ricorda molto. Sto passando le mattine lì. Non sembra il vecchio Aiden ... è un ragazzo irriconoscibile. Devi passare a trovarlo, possiamo andarci insieme domani mattina.
Andrew parlò con determinazione, non smise mai di accarezzarmi il viso e guardarmi con quel desiderio sfrontato che non aveva intenzione di nascondere. Per lui non era cambiato niente? Perché non aveva attaccato con nessun discorso strano, su quali fossero i suoi doveri e il mio posto nella sua vita? Credeva che potessimo ancora continuare con quel gioco? Anche con Aiden sveglio?
- Ci andrò da solo quando mi rimetterò un po'. – dissi, tenendomi sulle mie. Andrew lo notò, vidi il suo sguardo mutare, farsi più attento.
- Che c'è? E' successo qualcosa?
Lo guardai con un'espressione di palese stupore – Si è svegliato, le cose sono cambiate.
- Perché? Non ricorda nemmeno che siamo stati insieme, Levin. Non saprebbe neanche chi sono se non fosse stato Keno a parlargliene.
- Ma ricorderà ...
- E quindi? – Andrew sembrava irritato adesso – che vuoi fare? Voltare le spalle a quello che abbiamo? Io e lui non stavamo più insieme. Lo aiuterò, certo, ma il passato non può tornare. Non ci amavamo. Per lui non provavo neanche la metà delle cose che sto provando per te, Levin.
Lo aveva detto. Suonava quasi come una dichiarazione. Rimasi immobile, a combattere una guerra che non sapevo come vincere. Andrew allungò un braccio verso di me, mi accarezzò piano.
- Di cosa hai paura?
Di perderti. Non lo dissi. Non volevo dirlo, non potevo apparire così smarrito davanti a lui, ma forse i miei occhi parlarono da soli.
- Non me ne vado. Dovrai mandarmi al diavolo tu se vuoi che me ne vada e, anche in quel caso, non sono certo di riuscire a starti lontano. Ti prego, non respingermi.
Con quale forza lo avrei fatto? Ero un tossico, un debole che si appigliava a qualsiasi cosa gli facesse all'apparenza del bene, anche se a lungo andare avrebbe potuto distruggerlo. Andrew era una dipendenza ormai, alla pari della coca che non prendevo più, era come l'erba e la nicotina con effetti triplicati.
- Ti va di uscire un po' o è troppo presto? Ci sono delle novità
- Che novità?
Andai ad appoggiarmi contro il bancone della cucina.
- I Berg hanno bisogno di un posto per la riabilitazione di Aiden. Dovrebbero mettere in affitto la loro vecchia casa e trovarne una nuova, ma è un procedimento complesso e a dirla tutta non credo che abbiano i soldi per farlo. Quindi gli ho offerto il mio appartamento al centro, è comodo e spazioso ... ed è anche a dieci minuti dall'ospedale.
Quella novità non mi sorprese, anzi. Annuii piano
- E tu starai lì? Come funziona?
- Beh, l'ho offerta ai signori Berg, credo che ci staranno anche loro, almeno all'inizio. Ma devono riprendere a lavorare, sono rimasti fermi per troppo tempo e hanno bisogno di denaro, quindi me ne occuperò io. Non credo sia giusto chiamare un'infermiera ... in fin dei conti ho la mattina libera ed Aiden sembra tranquillo in mia presenza. Non se la cava altrettanto bene con gli sconosciuti.
- Comunque ho ancora la mia villa a Coney Island per tutte le volte che vuoi venire a trovarmi. Farò la spola. Ho provato a suggerire ai signori Berg che avrei potuto prendere un appartamento vicinissimo all'ospedale per tutti loro, ma non hanno voluto. Credo che si sentano già fin troppo in obbligo con me.
Così sarebbe stato a contatto con Aiden per delle lunghe mattine. Non volevo rabbuiarmi, non volevo essere egoista. Andrew stava facendo del bene, era nella sua natura aiutare dove e quando poteva.
- Mi sembra un buon piano – dissi alla fine, abbozzando un sorriso – spero che si rimetta presto. Magari verrò a trovarlo quando lo trasferiranno da te, va bene?
- Perfetto
Era soddisfatto, era riuscito a far filare tutto e non sembrò far caso al resto. Forse fui bravo a celargli quel senso di malessere che mi attanagliava il petto ormai da troppi giorni a quella parte. Continuavo a sentirmi un intruso, il terzo incomodo che aveva approfittato della situazione per confondere ben due persone diverse. Cosa c'era in me che non andava? Li avevo attirati in qualche modo, forse ero stato perfino consapevole di ciò che sarebbe scaturito da quel mio atteggiamento ambiguo. Adesso dovevo solo fare i conti con le conseguenze.

ALENCAR


La tranquillità non dura per sempre, quella era una verità indiscutibile, ma essere chiamati dal gran capo ti rigetta in uno stato di tensione costante difficile da tenere a bada. Fingere era più complicato del previsto, soprattutto quando devi fissare negli occhi l'uomo che vorresti massacrare e fingerti grato di essere ancora in vita.
Avevo continuato lo spaccio con Miles e Tian, come sempre, come era sensato che facessi, ma comparire davanti a Kurt era sempre più difficile, evitare che sospettasse quanto in realtà aspettassi solo una scusa per tagliargli la gola.
Spensi il motore dell'auto quando arrivai al covo di Kurt, mi aveva convocato da solo, per continuare quella faccenda a cui tanto teneva. Evidentemente non era pronto a rinunciare a me per occuparsi del suo piccolo segreto.
Lo trovai seduto dietro la scrivania come al solito, con lo sguardo compiaciuto intento a contare dei soldi ammassati sul ripiano davanti a lui.
- Alencar! Finalmente ... - mi salutò e i suoi occhi brillarono.
- Hai preso una decisione? – chiesi diretto – per occuparci del piccolo tossico
Lui sorrise, quello era il presagio più oscuro che si potesse cogliere, le sue labbra si stirarono in una posa perversa e i suoi occhi si caricarono di una luce sinistra.
- Ebbene, ammetto di essere davvero stanco di lui – cominciò – questo approccio morbido che ho avuto è stato del tutto controproducente. È ora che Eickam capisca con chi ha a che fare, che comprenda quello a cui ha rinunciato – fece una pausa prendendo in mano una mazzetta – e non mi riferisco soltanto al denaro. Il nostro piccolo tossico da quattro soldi ha rinunciato a molto di più, ad una possibilità ... ad una vita
Eccolo, ci siamo.
Avevo provato a dire a Kai che quella non era una proposta, prendere quei soldi era un ordine, perché ci sarebbero state delle conseguenze. La morte era sempre una conseguenza scontata per Kurt, adesso qualcuno avrebbe pagato, solitamente un innocente, mai il colpevole.
Il colpevole starà a guardare.
- Farai assassinare qualcuno? Qualcuno di vicino a lui? – chiesi conoscendo già la risposta ma solo per dargli la possibilità di vantarsi del suo sadismo.
- Dal rapporto che mi hai consegnato ho letto che ha un fratello – rispose compiaciuto – quale modo migliore di piegare Kai?
Levin, non Levin.
Quel ragazzo era l'unico amico che Callum sembrava avere, l'unica persona di cui si fidava. Non avrei dovuto fare quel genere di pensieri ma ormai il danno era fatto e non potevo lasciare che accadesse ancora, che qualcuno provasse il dolore che avevo provato io. Non Callum, non doveva perdere Levin.
- Mi sembri perplesso – disse Kurt con sguardo indagatore, riportandomi con la mente a quella stanza – il mio piano non ti convince?
Mi feci forza, pregando che quelle parole non condannassero anche me – Non del tutto. È vero che la famiglia solitamene è la scelta perfetta per piegare qualcuno, ma penso che per Kai la regola non valga – commentai – l'ho osservato bene ed è il classico tossico che non prova nulla. Ha tradito la famiglia molte volte, tante da spingere i genitori a cacciarlo di casa, ha persino lasciato che le sue colpe ricadessero sul fratello, facendolo finire in riformatorio – lo sguardo di Kurt sembrava attento e meditabondo – ne abbiamo visti milioni di tossici come lui, puoi ammazzargli l'intero albero genealogico senza che facciano una piega. Sono dei ratti di fogna, venderebbero chiunque per salvarsi la pelle.
- E secondo te, cosa lo spingerebbe a cedere? A cosa si lega un ratto? – mi incitò.
- Agli altri ratti – risposi semplicemente e il sorriso riapparve sul volto di Kurt – gli unici per cui sembra provare lealtà e per cui ha messo a rischio la sua vita sono i ragazzi del suo giro. Ha vissuto con loro per molto tempo e gli procurano ciò che ha bisogno ...
- Interessante – mormorò mentre si rigirava fra le mani uno dei rapporti che gli avevo consegnato settimane fa, c'erano anche le foto di Kai e il suo gruppo – questo qui ... - indicò – sembrano passare molto tempo insieme. Sarà lui
- Chi manderai? – chiesi curioso di sapere quale dei tanti sicari Kurt avrebbe scelto per quella punizione.
Lo vidi riflettere e poi ancora quel sorriso, quegli occhi penetranti – sei stato bravo Alencar, è arrivato il momento che ti occupi tu di questa faccenda. Lascio il compito a te, che sia fatto entro oggi
Ed io annuii, come se quella frase non mi avesse toccato, come se niente che lui mi ordinasse mi facesse ribrezzo. Poi accennai un sorriso e voltai i tacchi, come se fossi onorato di quel compito.
Attesi di arrivare in macchina per respirare, per prendere una boccata d'aria tanto grande da farmi male al petto. Adesso ero io l'assassino, l'uomo senz'anima che stava per strappare ad un ragazzino il suo amico, strinsi il volante poggiandoci la fronte sopra per una manciata di secondi. Nella vita ci sono sempre delle conseguenze e la morte era sempre la prima per Kurt.
Dovevi prendere quei fottuti soldi Kai.
Misi in moto e partii, li avevo osservati per troppo tempo e sapevo perfettamente dove trovare ognuno di loro e non indugiai durante quel percorso. Potevo compiere solo un atto di generosità e mi ero speso per Levin, a causa del mio egoismo che voleva salvaguardare Callum.
Parcheggiai l'auto vicino ad un vecchio minimarket e attesi, sapevo che quel ragazzo sarebbe passato di lì come sempre, a comprare tabacco e qualche alcolico.
Presi il telefono, colto ancora una volta da uno strano senso di nostalgia, dal ricordo ancora troppo vivido della morte di Jonas.
Ci furono un paio di squilli prima che Kai prendesse la chiamata – Pronto?
Non parlai, non subito.
- Chi cazzo è? – insistette, poi un sospiro – sei tu?
- Gli ordini sono ordini – dissi secco – poteva essere un fratello o un amico, ma qualcuno doveva pagare.
Prima che potesse riversarmi addosso mille domande chiusi la chiamata e gettai sul sedile il telefono, che riprese a vibrare immediatamente. Non avrei risposto, avevo già fatto tutto quello che era lecito e forse anche qualcosa in più.
Vidi il ragazzo entrare nel minimarket come da programma e smontai dall'auto, percorsi il breve tratto del marciapiede e, quando uscì, gli andai dietro. Stava trafficando con il pacchetto di tabacco e cercava di reggere anche le bottiglie che aveva preso.
In direzione di un vicolo lo raggiunsi, infilando in bocca una sigaretta e dandogli una pacca sulla spalla.
- Ehi amico, scusa hai da accendere? – chiesi attirando la sua attenzione.
- Oh, sì – rispose quello innocentemente scoprendo il petto.
Mise le bottiglie sotto l'altro braccio per liberarsi la mano e la portò dietro la schiena a cercare l'accendino nella tasca posteriore dei pantaloni.
Non esitai, un movimento fluido mi fece estrarre il coltello che portavo sempre con me assicurato alla cintura. Con la stessa rapidità lo infilzai nella pancia del ragazzo, una, due, tre, quattro, cinque volte, finchè il suo maglione non si tinse di un rosso scuro e denso. Le bottiglie ed il tabacco si schiantarono al suolo, producendo un rumore sinistro tanto quanto quel momento. Sinistro quanto la sensazione della carne che veniva squarciata dalla lama, quanto il sangue che scorre denso e lento, peggio di sapere che quelli erano i suoi ultimi istanti.
Vicino quel vicolo, senza un motivo preciso, la sua mente sarebbe stata colta dal dolore e dalla paura, dalla confusione. Una morte inattesa e feroce, una morte inutile.
Non avevo mai ucciso un uomo, ne avevo picchiati tanti e minacciati altrettanto. Alcuni erano finiti in ospedale, anche in fin di vita, ma non avevo mai passato quella linea, non avevo mai tolto la vita per ordine di qualcuno.
Mentre estraevo per l'ultima volta la lama dalla carne di quel ragazzino mi resi conto che avevo oltrepassato più che la semplice linea fra la vita e la morte, avevo superato il confine dell'umanità stessa.
Non sei più un uomo, sei qualcos'altro adesso.
Non ero mai stato un Santo ma, mentre mi allontanavo da quel corpo esamine, mentre sentivo le bottiglie infrangersi al suolo e il cadavere afflosciarsi, mi chiesi cosa Callum avrebbe pensato adesso di me. Se fosse riuscito a perdonarmi anche quello insieme alle decine di macchie di cui era cosparsa la mia esistenza. Mi chiesi se avessi mai potuto rimediare a tutto quel dolore e punire chi lo aveva scatenato, anche se ormai ero colpevole quanto Kurt.
Mai come in quel momento, mentre mettevo in moto l'auto e mi allontanavo prima che la gente si ammassasse intorno al corpo, mi sentii esattamente uno di loro, uno degli altri.
Non ci sei mai stato così vicino.

KAI


Avevo visto il mio riflesso allo specchio cambiare a mano a mano che le parole del rosso assumevano senso. La confusione aveva lasciato il posto al terrore, avevo sentito la mia voce tremare, le mie domande si erano scontrate contro il segnale freddo della linea che cadeva.
Gli ordini sono ordini.
Era troppo tardi. Il panico mi costrinse ad agire in fretta, composi il numero di Levin con il fiato mozzo in gola, pregavo che prendesse la chiamata, che non fosse troppo tardi per avvisarlo. Mi diedi dell'idiota per non avergli detto niente di Kurt e della situazione in cui ero finito. Poteva andarci in mezzo tanto quanto me e, in effetti, forse stava succedendo.
Poteva essere un fratello o un amico.
Kurt aveva attaccato, erano stati ordini e quella telefonata doveva essere un modo per avvisarmi, forse perfino scusarsi. Nel frattempo l'ansia cresceva fino a trasformarsi in angoscia, Levin non stava rispondendo e le prime immagini catastrofiche di ciò che avrebbe potuto essere iniziarono a piovermi addosso come proiettili. Levin steso a terra in qualche vicolo, una pozza di sangue che si apriva sotto il suo corpo e i suoi occhi aperti, vitrei a fissare un cielo indifferente.
Dei brividi gelidi mi risalirono lungo la schiena, presi le chiavi e un giaccone e lasciai l'appartamento in fretta. Avevo giurato che non avrei più rimesso piedi nella casa dei miei, ma anche quella volta mi era piaciuto spararle grosse, tornavo da loro fin troppo spesso, sempre spinto da motivi diversi, ma comunque incapace di cavarmela da solo.
Non pensai a mio padre o a mia madre, né al timore che potessero essere a casa, tutto ciò a cui riuscivo a pensare era Levin, alla sua incolumità e a quel presentimento orribile che mi sentivo addosso, quasi a prepararmi a quello che avrei dovuto affrontare da lì ad un paio di ore.
Qualcuno si sarebbe fatto male ... forse era già troppo tardi per rimediare. Alla fine Kurt aveva deciso di fare la sua mossa ed io, nonostante sapessi che quel momento sarebbe arrivato, mi ritrovavo del tutto impreparato.
Mi ero appeso al citofono di casa per quella che mi sembrò un'eternità, mi sentivo prosciugato dalle forze e dalla speranza mentre tornavo ad accanirmi sul cellulare, ancora con la sinistra premuta sul citofono. Che cosa diavolo avrei fatto se Levin fosse morto? A causa mia, per giunta. A causa della mia incapacità di gestire i miei problemi. Perché i miei problemi coinvolgevano sempre gli altri alla fine? Qualcuno stava pagando a causa mia in quel preciso momento.
Le lacrime mi appannavano la vista, camminavo a passi tremanti e accelerati verso la strada, la mia auto lasciata lì, con la portiera aperta. Poi lo vidi e subito mi sembrò di tornare a respirare. Stava venendo verso casa con una busta della spesa e l'aria sorpresa di chi non si aspettava di trovarmi là, soprattutto in lacrime.
Vedermi in quelle condizioni gli attaccò addosso il mio stesso malessere
- Kai ... che ci fai qui? Che diavolo è successo?
Stavo singhiozzando come un bambino, mi lasciai trascinare in auto da Levin
- Kai? Mi stai facendo preoccupare. Stanno tutti bene? – poi tentennò appena, il suo viso impallidì- Yael ...
- N-no, non Yael. Ma ho una brutta sensazione addosso ... f-forse siamo finiti nella merda
Non riuscivo a dirlo, raccontare come stavano davvero le cose mi avrebbe fatto odiare da una delle poche persone che fino a quel momento mi aveva sempre protetto. Che cosa avrei fatto se avessi perso anche Levin?
- Ma tu s-stai bene
- Che cosa vuoi dire? Chi è finito nella merda? Perché non me lo hai detto prima? – il sollievo per Yael combatteva contro la confusione in cui le mie parole lo avevano gettato.
- P-perché non volevo farti preoccupare. Credo che uno dei ragazzi sia nei guai ... n-noi ci siamo messi contro un tipo
- Avete spacciato dove non dovevate? Cristo Kai, se non parli chiaro non ci capisco un cazzo.
Levin era incredulo, mi ritrovai ad annuire.
- Sì, più o meno. Faccio un giro tra i tossici, forse qualcuno ha visto Rod, Gray o gli altri.
I miei occhi scandagliavano il parco dove ci ritrovavamo con i ragazzi. Vidi dei volti conosciuti, sarei sceso a fare qualche domanda.
Parlavo concitatamente, cercando di farmi capire da quei fattoni, molti non riuscivano neanche a rispondere, Levin mi stava dietro, anche lui aveva smesso di fare domande e adesso stava tentando di rintracciare il nostro gruppo al telefono.
Lo vidi sollevare una mano mentre parlava con qualcuno
- E' Rod, sta bene. Non è in città ... - mi riferì mio fratello, coprendo il telefono con le dita – sembra non sapere un cazzo ... che sta succedendo?
- E Gray? Lo ha sentito? Fammi parlare con lui.
Nessuna notizia di Gray. Il panico crebbe a mano a mano che le ore trascorrevano senza sentire una sola notizia da lui.
- Questo tipo vi ha minacciato? – Levin era confuso
Annuii in fretta, eravamo di nuovo in auto adesso, diretti verso l'appartamento di Gray che non eravamo ancora riusciti rintracciare. Sentivo una morsa stringermi lo stomaco, per un attimo pensai di sputare tutta la verità, ma non riuscivo a parlare. Avevo bisogno del sostegno di Levin, senza sarei stato perso.
- Che intendi fare? Vuoi aspettare Gray per tutta la notte? Siamo sotto lo zero, Kai – poi mi guardò con più attenzione – quanto hai fumato oggi? Non è che stai esagerando? Sai che quella roba che prendi ti rende paranoico
- N-non sono paranoico – dissi a denti stretti.
- Beh, se vuoi aspettare aspettiamo. Sai com'è fatto Gray, sarà in giro con qualcuna.
Mi sarei voluto aggrappare a quelle parole, guardai Levin, stava facendo avanti e indietro con una sigaretta tra le mani. Ma lui non aveva idea di ciò che c'era dietro, la sua visione dei fatti non era completa e se soltanto avesse saputo quanto il pericolo fosse reale per tutti noi ...
- Guardati le spalle anche tu, ok? – fu tutto quello che uscì dalla mia bocca.
Levin si voltò verso di me, ora sull'attenti – Io? Che c'entro io? Non faccio più parte del giro da un po' ...
- Sì, ma non si può mai sapere. Questa è gente con cui non si scherza
- Ma tu ci hai scherzato a quanto pare ... - il tono di Levin si fece amaro – e comunque se davvero qualcuno volesse farmi fuori ci sarebbe ben poco da fare. Non tutti hanno la fortuna di avere un fratello che riesce a capire quali limiti non vanno oltrepassati, no?
Poi il suo sguardo si fece più serio, me lo ritrovai addosso
- Vedi di risolverla, non puoi permettere che siano gli altri a scontare gli errori del gruppo. Io ho avuto la possibilità di scegliere se coprirti o meno, ma qui siamo su un piano totalmente diverso, da quello che ho capito. E non che abbia capito molto, visto che stai tenendo parecchi segreti per te. C'è altro che dovrei sapere, per caso? Spara adesso perché non intendo rimanere qui a gelarmi il culo senza un motivo ben preciso.
Non riuscivo a parlare di Kurt. Era un codardo e Levin era lì e stava bene. E se fosse stato davvero tutto un bluff? Se avessero soltanto voluto terrorizzarmi con quella telefonata? Rod stava bene, forse Gray era soltanto via per un po', non era la prima volta che succedeva.
- Volevo solo compagnia e forse hai ragione ... ho fumato troppo, mi sono lasciato prendere dalla paranoia. Fammi fare l'ultima sigaretta e poi andiamo – dissi alla fine, tirando fuori un sorriso malconcio che mi costò parecchia fatica.
Così riportai Levin a casa, ma io non tornai da June, andai ad appostarmi in un altro parco, dove spesso Gray andava a spacciare un po' di roba o a comprarne. Passarono ore, stavo ormai tremando dal freddo ... lui non si fece mai vedere.
L'angoscia tornò più forte di prima, la presenza di Levin mi aveva rincuorato nonostante non fossi stato capace di raccontargli quello che avevo provocato. Non sapevo più dove controllare, avevo girato mezza città a bordo della mia auto, cercando Gray prima alle bische di poker, poi a casa di qualche ex, ma era troppo tardi e nessuno lo aveva visto.
Tornai a casa bagnato fradicio e distrutto. Prima di entrare mi costrinsi di ricompormi, non volevo che June mi vedesse in quelle condizioni, avrei solo attirato nuove domande e lei si sarebbe preoccupata. Ma quello che vidi non appena avanzai in cucina mi lasciò senza fiato. June stava singhiozzando, aveva la cornetta del telefono stretta tra le mani e lo sguardo vacuo, puntato contro il cielo buio che si espandeva oltre la finestra.
Mi sentii sprofondare, fu come se il peso dell'intero mondo mi fosse rovinato addosso improvvisamente. Vidi June puntare il suo sguardo disperato su di me
- K-kai, è per te ...
Parlò con un filo di voce, poi allungò la cornetta verso di me. Ero immobile, non so con quale forza riuscii a muovermi in avanti. Avevo visto le sue labbra sussurrare un lieve "mi dispiace". Credevo che a quel punto sarei stato pronto, forse perfino sedato di fronte a quello che stava per succedere.
Era Zarko dall'altra parte della cornetta, il nostro medico di fiducia e cugino di secondo grado di Gray.
- Lo hanno ritrovato dei passati. Sette pugnalate. Non c'è stato niente da fare ... era già morto prima che potessero chiamare i soccorsi.
Silenzio. Vuoto. Mi aggrappai al bancone della cucina, un conato di vomito mi risaliva l'esofago
- Adesso devo avvisare gli altri, non possiamo parlarne per telefono. Dobbiamo riunirci al più presto ... questa cosa va risolta. Capire chi cazzo gli abbia fatto una cosa del genere ed agire di conseguenza
Ero stato io. Ero io il colpevole per quella morte. Gray non c'era più e doveva solo ringraziare me. Crepare a ventiquattro anni per gli errori di qualcuno che avrebbe dovuto guardargli le spalle e che, invece, lo aveva semplicemente condannato a morte.
- Kai? Rimettiti in sesto, so che è un brutto colpo, ma bisogna tirare fuori le palle adesso. Disperarsi non lo farà tornare da noi ... capisci? Cerca di stare su e tieni un basso profilo. Forse ha fatto incazzare qualche pesce grosso, gira armato se proprio devi.
Non riuscii a parlare, chiusi la chiamata un istante dopo e subito mi ritrovai stretto tra le braccia di June.
- M-mi dispiace così tanto ... n-non volevo crederci, quando ho preso quella chiamata per un attimo ho pensato che f-fosse successo qualcosa a te
Sarebbe stato meglio, pensai. Dopotutto se qualcuno doveva pagarla dovevo essere io. Invece continuavo a farla franca, permettevo a chiunque di sacrificarsi al posto mio. Strinsi June tra le braccia, lei non doveva sapere, quella era l'unica certezza che mi era rimasta. Se fosse corsa a parlarne con suo padre le cose sarebbero precipitate. Che cosa sarebbe stato capace di fare Kurt se si fosse trovato privato anche da quella fredda relazione che manteneva con la figlia? June lo detestava già, ma c'era comunque un legame di sangue a cui non poteva voltare le spalle. Conosceva parte degli intrighi del padre, questo era ovvio, però molto le sfuggiva e forse era un bene. Nessuno meritava di conoscere davvero un uomo del genere.
- Che cosa gli è successo? Si sa?
Mandai giù il boccone amaro e scossi la testa – Non ancora, ma ne sapremo di più ...
- Ti prego, Kai. Non farti trascinare in niente di pericoloso ... ti scongiuro. D-dopo quello che è successo a Gray, insomma ... forse non dovremmo più stare qui.
E invece no, pensai mentre venivo divorato da una rabbia che non potevo liberare. Era proprio lì che dovevo stare, a Brooklyn, nella stessa città in cui Kurt credeva di poter piegare ogni anima al suo volere. Era finita, occhio per occhio e anche uno come lui si sarebbe ritrovato cieco. Il mio odio era profondo, non gli avrei permesso di toccare nessun'altro.
- No, resteremo qui. Metteremo le cose al loro posto. Devi stare tranquilla
Mi staccai da lei a fatica, avevo bisogno di bere qualcosa prima di mettere a punto un modo per fare del male a Kurt e rimanere in vita allo stesso tempo. June sembrò leggermi nella mente, riempì un bicchiere con del brandy e me lo passò
- Dovresti metterti a letto ... è stata una giornata spaventosa
- Tu vai, verrò tra poco
Ma non avrei dormito. Me ne sarei rimasto sveglio, con lo sguardo fisso sul soffitto.
C'era soltanto una cosa da fare, la mia unica chance di sopravvivenza e vendetta risiedeva nel rosso. Il ragazzo che lavorava con Kurt, probabilmente l'assassino di Gray. Quel pensiero mi divorò dentro, mandai giù in fretta il contenuto del bicchiere e lasciai che il liquore mi bruciasse forte il petto con l'intenzione di ammazzare tutto il resto.
Doveva aiutarmi. Qualcosa nel suo tono e nel suo sguardo mi diceva che anche lui voleva liberarsi del suo boss. Rimasi a piangere le ultime lacrime, mi concessi una notte sola di lutto, dopo di che avrei agito.
Anch'io ero pronto ad uccidere.

ANGOLO AUTRICI:

Buon pomeriggio, il mai una gioia is back in town XD sicuramente Levin ha un amico potente, il fatto di aver conosciuto Callum gli ha inconsapevolmente salvato la vita XD Lo stesso non è toccato a Gray che invece è stato brutalmente assassinato, con sommo dispiacere di Alencar che si allontana sempre di più dalla via degli uomini .... </3 Drammi su drammi mentre la presenza di Kurt preme sui nostri ragazzi come un macigno e Levin se ne sta proprio lì in mezzo: fra i suoi problemi privati e quelli del fratello che inconsapevolmente lo riguardano. Noi vi ringraziamo come sempre e vi aspettiamo al prossimo aggiornamento. Baci

BLACKSTEEL

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