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33. Burning Fire


Vita brevis, ars longa, occasio praeceps, experimentum periculosum, iudicium difficile – Ippolito
"La vita è breve, l'arte è lunga, l'occasione fuggevole, l'esperimento pericoloso, il giudizio difficile"

LEVIN

Ero rimasto ammaliato dalle fiamme artificiali del camino che danzavano davanti ai miei occhi, sembravano divorare l'aria e lambire ogni cosa. Una perfetta rappresentazione di quello che stavo provando ultimamente tutte le volte che mi trovavo con lui. E poi c'era quella sensazione appagante di torpore, la morbidezza del tappeto sotto il mio corpo nudo e soddisfatto, la musica bassa che proveniva dalla sua stanza da letto. E lui era lì, steso accanto a me con una sigaretta tra le labbra e soltanto i boxer addosso. Aveva appoggiato la testa su un cuscino tirato giù dal divano, il suo profilo era bellissimo, il piccolo neo sullo zigomo che avevo baciato, le ciglia lunghe che gettavano un'ombra scura sulle guance magre. Poi quelle labbra capaci di farmi perdere ogni contatto con la realtà.
- Scommetto che hai fame adesso
Si era voltato verso di me mentre cercava il mio viso con la mano. Fece scivolare il suo indice lungo il profilo del mio volto, un tocco leggero, perfetto, che mi costrinse a bloccargli il polso per posargli un bacio.
- Perché? Sai anche cucinare? – chiesi, ironico
Andrew sollevò un sopracciglio con aria di finto fastidio – Non hai idea di quante cosa sappia fare. Anzi, ora che ci penso credo che tu stia iniziando a scoprirle. Come vedi sono un uomo ricco di sorprese. Adesso dimmi cosa vuoi mangiare
- Ah, posso anche scegliere?
Lo attirai a me per baciarlo di nuovo, con lo stesso trasporto di sempre. Perché a quanto pare Andrew provocava in me effetti che non avevo ancora considerato, era stato come scoprire una nuova dipendenza diversa dalle droghe, ma altrettanto micidiale. Peccato che nessuno mi avesse avvertito delle controindicazioni.
La sua lingua danzava con la mia, quei suoni mi eccitavano in modo incredibile. Poi si fece indietro, un sorrisino malizioso sulla bocca.
- Ho bisogno di cibo prima di riprendere. Sono venuto tre volte in due ore ...
- E non sei più un ragazzino. Hai ragione – dissi con l'intento di provocarlo. Andrew mi diede un altro bacio, stavolta più feroce, quasi doloroso. Mi succhiò le labbra e me le morse appena.
- Indisponente figlio di puttana.
Stavo ridendo di gusto adesso – Zitto e sfamami. Allora? Cose c'è nel tuo menu?
- Carbonara?
- Wow, italiano. Pretenzioso, direi. Sicuro di farcela?
- Preparo una carbonara da orgasmo – ribatté lui, con aria ferita
- Un altro? Dovremmo andarci piano – poi lo lasciai andare, spingendolo a sollevarsi da lì. Anch'io stavo iniziando ad avere fame, mi resi conto.
- Cucino soltanto se vieni a sederti sul bancone, dove posso vederti. Sarai la mia musa ispiratrice.
Aveva allungato la sua mano verso di me, in attesa che l'afferrassi. Così lo feci, una bella spinta che mi fece finire dritto contro il suo corpo, dove Andrew mi tenne fermo per un po', continuando a cospargermi di baci sul collo.
- A-andrew? Dovevamo mangiare, ricordi? Di questo passo non se ne parla prima di mezzanotte ...
- Hai ragione. E' meglio non perdere tempo, perché dopo cena pretendo il quarto round.
Lo sentii sospirare forte, poi, con estrema lentezza, mi lasciò proseguire verso il fondo della stanza. I miei boxer erano finiti sul tavolino del salotto, li raccolsi e me li infilai a fatica. Ero parecchio provato dopo due ore trascorse con Andrew, avevo conosciuto intimamente la colonna che reggeva parte del soffitto e che adesso stavo accarezzando piano, quasi volessi ripercorrere l'inizio di quella serata. Ero rimasto aggrappato a quella mentre Andrew mi aveva preso da dietro, in piedi l'uno contro l'altro, fino a quando non avevo cambiato posizione perché volevamo vederci. Quella era stata la prima volta. Bellissima, selvaggia, eccitante, ci aveva lasciato senza fiato e sconvolti. Ecco perché avevamo ripiegato sul divano subito dopo. Lì era stato diverso, meno sconsiderato e più lento, Andrew si era preso cura di ogni centimetro del mio corpo e quella volta ero venuto soltanto con la sua bocca, in un'esplosione di eccitazione. Poi era stato il mio turno, mi ero inginocchiato sul tappeto morbido del suo salotto mentre lui era ancora seduto sul divano. Lo avevo visto agitarsi e gemere, poi pregarmi di non fermarmi, di continuare sempre di più. Mi aveva afferrato i capelli e avevo lasciato che fosse lui a dettare il ritmo sulla sua erezione, era impazzito, lo avevo spinto al limite ed era stato bellissimo. Poi c'era stato il tappeto, Andrew mi aveva provocato e fatto incazzare, ero finito a cavalcioni su di lui e dal wrestling eravamo presto passati ad altro.
Adesso seguivo i suoi movimenti lungo la cucina come se stessi osservando l'ottava meraviglia del mondo. Non andava bene, pensavo, sentendo qualcosa di strano dentro, il cuore che batteva sempre troppo forte, una strana agitazione che non voleva lasciarmi e quel dannato respiro mozzo. Con Aiden non era mai stato in quel modo, ero attratto da lui, lo desideravo, ma era diverso ... era sicuro.
- Cucinavi anche per lui?
Avevo parlato senza pensare. Andrew aveva sollevato gli occhi dal bacon che stava tagliando per posarli sul mio viso. Allungò il collo per posarmi un bacio sulla spalla che mi fece rabbrividire
- Ho cucinato solo per i miei genitori e per i miei colleghi – poi sembrò riflettere un attimo – e adesso per te – concluse
Quella risposta mi aveva soddisfatto più di quanto mi piaceva ammettere. Mi passai una mano sul viso bollente
- Perché?
- Ero solo curioso – feci spallucce, ma non era solo quello il punto. Non era curiosità fine a sé stessa, era qualcosa di diverso e più profondo, con una punta di dolore da qualche parte.
- E che facevate? Andavate in giro? Viaggi? Concerti?
Vidi Andrew piegare le labbra in un sorrisetto amaro – Scopavamo. Parecchio. Fine.
Lo avevo sentito chiaramente a quel punto, potevo riconoscerlo. Era un fastidio che mi attanagliava lo stomaco e che mi metteva in ansia ... ed io non ero mai stato geloso. No, non avrei fatto crescere quel seme di odio dentro di me. Non potevo
- Vuoi assaggiarla?
Annuii, Andrew portò una forchetta con un pezzetto di pancetta davanti alle mie labbra. La mangiai e la trovai buona, non quanto il bacio che la seguì però. Quello era decisamente meglio, mi fece sciogliere e annaspare appena, Andrew era tornato a cingermi la vita con le braccia e la sua pelle era così dannatamente calda e perfetta. Lo lasciai andare dopo parecchio tempo, quando respirare stava diventando impossibile e il borbottio dell'acqua sul fuoco ci aveva riportato al presente. Andrew si lasciò andare ad una risatina tesa
- Accidenti Levin, qui abbiamo un problema ... - il suo tono era apparentemente scanzonato, i suoi occhi però si erano incupiti.
Il mio cuore si riempì di una cupa speranza nel vederlo in difficoltà, capii che non ero il solo a sentirsi in quel modo, anche Andrew condivideva una parte di quelle sensazioni a cui stentavo a dare un nome.
- Non ci pensare adesso, ok?
Andrew aveva sollevato il viso verso l'alto, poi aveva sospirato – Vado a darmi una sciacquata veloce di là, fa davvero troppo caldo. Tieni d'occhio la pasta, ok? Torno subito.
Lo avevo lasciato andar via, sfiorando per un'ultima volta le sue dita ancora immobili nelle mie. Poi ero rimasto lì da solo, seduto sul bel bancone bianco della sua cucina impeccabile e ultramoderna, illuminata dai piccoli faretti sul soffitto che lanciavano una luce discreta e perfetta per quella serata. La stanza era immersa quasi totalmente nel buio e fu quello il momento in cui i miei occhi caddero su un oggetto ben noto che faceva capolino da un angolo della stanza.
Mi sollevai in fretta e subito capii che non mi ero sbagliato. C'era una bella chitarra acustica dietro una delle poltrone che decoravano il salotto. La presi tra le mani, rigirandola davanti ai miei occhi per analizzarne la fattura. Niente di speciale, solo un'acustica da un paio di centinaio di dollari, più o meno lo stesso modello della mia prima chitarra. Passai i polpastrelli sulle corde tese e dure, una sensazione strana, quasi elettrica. Erano fredde, mi sembrava di stringere un vecchio amico che avevo evitato per molto tempo. Uno di quelli problematici, capaci di trascinarti sempre in mille avventure che spesso non finivano bene.
L'avevo portata con me sul tappeto e lo avevo fatto senza pensarci. Era il mio corpo ad agire prima del mio pensiero, le mie mani che si muovevano a cercare la posizione giusta per formare quel determinato accordo. Era così semplice, così naturale ... le note veniva fuori limpide e precise, come se non fosse passato neanche un giorno dall'ultima volta che avevo toccato una chitarra. Invece erano trascorsi due lunghi anni di silenzio. Ero rapito da quella melodia, era una vecchia ballata per acustiche che avevo scritto molto tempo prima e che stavo ricordando nota dopo nota, erano come pezzi di un puzzle che tornavano al loro posto dopo un viaggio infinito e disperato. Ero estraniato da tutto, cullato solo dalla melodia che le mie dita producevano, avevo chiuso gli occhi. Mi sentivo a casa dopo molto tempo. Come avevo potuto lasciarla andare via in quel modo? Avevo mai capito quanto mi stesse mancando prima di riprendere quella chitarra tra le mani ed iniziare a suonarla?
Un'ombra davanti ai miei occhi ed Andrew era sulla porta. Mi fissava da chissà quanto tempo ed io ero stato così perso nella musica da non averlo neanche notato. Bastò vederlo lì per farmi immobilizzare. La musica cessò, mi sentivo come un assassino su una scena del crimine, così posai la chitarra a terra
- No, continua pure. Non volevo distrarti! Sei bravissimo, Levin. Non sapevo che suonassi ... è stato davvero – Andrew era senza parole
- Non suono più infatti – dissi in tutta fretta, sollevandomi da lì con la scusa di controllare la cottura.
- Tranquillo, ci penso io qui. – il suo viso si era fatto attento, sentiva che c'era qualcosa di strano in me. Mi venne vicino
- Che ti prende? Perché hai smesso? E' uno spreco bello e buono
Scossi la testa, quello strano avvicinamento ad una cosa che reputavo morta e sepolta mi aveva destabilizzato un po'. Anche i polpastrelli mi facevano male dove erano entrati in contatto con le corde dure e tese della chitarra, non ero più abituato. Andrew mi fissava, in cerca di una spiegazione
- Ho smesso quando sono finito al Crossoroads e da quel momento in poi non ho più ripreso. Oggi è stata la prima volta in due anni ...
Gli diedi le spalle, non avevo voglia di parlarne, volevo soltanto lasciar perdere, mangiare la pasta che Andrew aveva preparato per me e pensare ad altro. Lui mi era venuto vicino, sentivo il suo respiro infrangersi contro il mio collo, poi mi strinse contro il suo petto, in un abbraccio da dietro. Mi rilassai in fretta, ruotando il collo di lato per accogliere la sua bocca. Sarei voluto rimanere in quel modo per sempre, con il corpo fresco e profumato di Andrew che mi reggeva, le sue braccia intorno alla mia vita e la dolcezza dei suoi baci con cui cospargeva le mie spalle.
- Beh, puoi suonare quanto ti pare qui. Non ti disturberà nessuno
Abbozzai un sorriso, poi mi voltai verso di lui – E tu suoni?
Andrew si lasciò andare ad un'espressione carica di panico – Suonare è una parola grossa. Diciamo che strimpellavo qualche volta, soprattutto in spiaggia quando io e i ragazzi ci riunivamo per qualche festa, ma niente di memorabile. Sono stato la più grossa delusione di mia madre! – disse con fare teatrale
- Davvero? Perché è una musicista?
- Suona il piano. Mia madre è l'artista di casa, ha anche provato a farmi appassionare a quello che piaceva a lei, ma io ero un disastro. Ho preso un anno di lezioni e poi l'ho pregata di farmi smettere – Andrew rise, sembrava divertito da quei ricordi – e dopo due mesi ho iniziato a fare boxe e nuoto. Mi piace la musica, ma non sono dotato ... non in quel campo almeno
Un'altra occhiatina maliziosa e divertita – Tu sei un uomo d'azione – lo provocai
- Puoi dirlo forte.
Mi passò vicino, era così affaccendato ad impiattare che mi trattenni dall'importunarlo ulteriormente. Era ancora più bello da concentrato, con le labbra un po' stirate e lo sguardo attento, i muscoli sempre in bella vista sotto una t-shirt che forse usava come pigiama. Mi chiesi se anch'io stessi percorrendo la strada di Aiden e quel pensiero mi preoccupò.
- Vieni a sederti, è pronto. E fammi sapere che te ne pare – il suo tono era carico di orgoglio, adesso mi fissava, in attesa di ascoltare il mio giudizio.
Il profumo era ottimo e anche la presentazione faceva venire l'acquolina in bocca. Presi una forchettata di pasta e l'assaggiai
- E' buona, lo ammetto – fantastica, avrei voluto dire, ma non volevo far lievitare l'ego di Andrew fino alle stelle.
- Solo buona? – lui si finse sconvolto – oh, come siamo esigenti. Sai, forse avrei dovuto cucinare per qualcuno di più meritevole
- Tipo? – rimasi con la forchetta a mezz'aria e un'espressione di sfida sul volto – stai parlando di qualcuno dei tuoi ex, per caso?
- Saresti geloso?
Un'altra provocazione, e per fortuna che dovevamo viverci il presente, pensai. Andrew allungò la sua mano libera verso il mio braccio, a giudicare dalla sua faccia divertita avrei potuto giurare che se la stava spassando
- Ci sarebbe qualcosa di male se lo fossi?
Lo avevo visto tentennare per un attimo, poi aveva intrecciato le sue dita alle mie e mi aveva guardato in modo diretto
- Potresti essere geloso se qualcuno in passato fosse contato abbastanza per me da lasciarmi qualcosa di indelebile dentro, ma non è mai successo. Quindi, beh ... vuoi essere geloso del nulla?
Quella frase mi aveva lasciato una strana sensazione addosso, quasi un malumore. Mi chiesi se anch'io avrei finito per non lasciargli completamente niente.
- E' questo che dirai di me al prossimo ragazzo che porterai qui a casa? – il mio tono era apparentemente sereno, non volevo che vedesse troppo
- Parlare? E chi parla ... credimi, sono più interessato a farci altro di solito – poi un attimo di silenzio carico di pensieri – e la tua presenza qui è tra le cose più inaspettate che mi siano mai capitate in vita fino a questo momento. Tra mille ragazzi e possibilità io sono finito qui con te ... con l'amante del mio ex! Quindi, di cosa stiamo parlando? Tu sei l'eccezione, non la regola, Levin Eickam. Inizia a fartene una ragione, non esiste alcun parametro su cui poter basare la nostra relazione.
Andrew mi aveva pizzicato la guancia in un gesto affettuoso, poi era tornato alla sua pasta con un'aria apparentemente tranquilla.
Eravamo fuori dagli schemi, come due proiettili impazziti la cui traiettoria era impossibile da prevedere. Chi avremmo colpito? E soprattutto: quanto tempo ci rimaneva prima di andare a sbattere inesorabilmente contro il muro cementato della realtà?
Guardavo il suo viso e mi perdevo nella sua perfetta simmetria, e più lo fissavo, più realizzavo che i giochi erano finiti per me, quello che stavo iniziando a provare per lui era qualcosa di maledettamente intenso. Eppure non osavo parlare. Non volevo dirlo ad alta voce e rischiare di mandare in fumo ogni cosa.
Poi Andrew mi fissò e dal suo sguardo carico di parole non dette capii che lui sapeva già tutto. L'unico gioco a cui stavamo giocando era quello del silenzio.

ANDREW

Mancava una settima esatta a Natale ormai, mi ritrovai a riflettere, mentre camminavo lungo la Brooklyn Heights promenade. Le acque dell'East River avevano preso gli stessi colori caldi del tramonto che illuminava Manhattan, conferendo a quel paesaggio una bellezza straordinaria quanto rara da vedere. Adoravo quei colori, sapevo che visti dall'alto potevano offrire una visione perfino più spettacolare di quella. Mi sentivo appagato, per la prima volta dopo molto tempo avevo la sensazione di trovarmi nel posto giusto.
Vedevo Brooklyn con occhi nuovi. E non erano quelli di un ergastolano pronto a fuggire dalla propria prigione.
- Natale in famiglia stavolta, eh? Verrà anche tua sorella con i bambini. Tua madre è su di giri, non capitava da un po' di riunirci tutti
La voce di mio padre mi riportò alla realtà, mi voltai verso il suo volto bonario, molto simile al mio, ma dai tratti più gentili. E la sua apparenza non ingannava, era buono fuori esattamente come lo era dentro; un grande attivista impegnato nel sociale da molti decenni, nonché una delle persone più intelligenti che avessi mai conosciuto. Era impossibile non ammirare mio padre, così come era altrettanto impossibile tentare di far meglio di lui. Io non ci avevo mai provato, anzi avevo seguito una strada del tutto diversa dalla sua. Gale l'attivista con un figlio che pilotava caccia nell'esercito americano ... faceva già abbastanza ridere così.
- Già, suppongo che non potremo esimerla dal preparare un sontuoso banchetto natalizio. – provai a mostrarmi meno turbato di quello che ero, non era semplice ingannare l'acume di mio padre. Lui mi lanciò un'occhiata più attenta, durante i trenta minuti di jogging non era stato possibile parlare molto, ma adesso le cose si mettevano in modo diverso.
- Mi sono messo in contatto con quello specialista di Chicago di cui ti avevo parlato, sai?
- Cos'ha detto? C'è qualche possibilità che si interessi del caso di Aiden? – chiesi
- Ci sto provando, ma è così impegnato da non poter lasciare i suoi pazienti, non immediatamente. Gli ho spiegato il caso in modo sommario, domani gli fornirò più dettagli e farò di tutto per persuaderlo
Mio padre mi accarezzò la spalla, una pacca bonaria che avrebbe dovuto infondermi coraggio. La situazione di Aiden era allarmante, richiedere il parere di uno degli specialisti più in gamba di tutti gli Stati Uniti mi avrebbe dato l'impressione di star facendo qualcosa di tangibile per aiutarlo. Ma in fin dei conti non credevo che avrebbe cambiato qualcosa, nessuno poteva risvegliare Aiden dal coma, non c'era poi molto da fare.
- Grazie, papà. Adesso andiamo a cercare qualcosa per mamma ... non parliamone più, ok?
Evitare una conversazione non riusciva a mandare via quel senso di colpa che mi attanagliava il petto ogni volta che i miei pensieri si dirigevano verso Levin, cosa che, nel corso di quegli ultimi giorni, stava avvenendo sempre più spesso. D'altronde stavo facendo di tutto per monopolizzare il suo tempo e le sue attenzioni, non trascorreva un giorno senza che non ci sentissimo o vedessimo. Stavamo giocando con il fuoco, mi sentivo come un equilibrista troppo stanco per badare al baratro che minacciava di divorarmi ... allo stesso tempo, qualsiasi cosa mi stesse prendendo mi faceva sentire molto più vivo di quanto avessi mai potuto pensare.
Pochi metri dopo mi ritrovai davanti ad un negozio di musica, mi ero fermato senza rendermene conto, adesso fissavo le date dei concerti stampate su una locandina affissa alla vetrata. La Carnegie Hall offriva le migliori esibizioni della città, immediatamente i miei pensieri coinvolsero Levin. Niente regali stupidi e scontati, pensai che avrebbe apprezzato un concerto della New York String Orchestra in una delle sale più imponente del mondo. Sì, faceva per lui, su questo non c'erano dubbi, ma era veramente il caso di spingersi tanto oltre? Forse un regalo del genere lo avrebbe messo in imbarazzo, forse, invece, sarei stato io ad apparire ridicolo agli occhi di Levin.
- Da quando in qua ti interessano i concerti al Carnegie? A tua madre potrebbe venire un infarto per la troppa gioia se ti vedesse qui
Lanciai un'occhiataccia a mio padre, prendermi per il culo non mi avrebbe aiutato a sentirmi meno idiota di quanto immaginavo già di essere. Era vero, quel genere di musica non faceva neanche per me, forse spendere trecento dollari per biglietto poteva sembrare eccessivo come regalo, soprattutto perché non potevo considerare Levin il mio ragazzo.
- Ti sbagli, li stavo controllando per un amico. Allora? Passiamo in gioielleria per lei?
Il pomeriggio era trascorso così, tra chiacchiere tranquille con mio padre e pensieri turbolenti che riguardavano la mia vita. Alla fine lo salutai con la promessa che sarei passato a casa presto, in realtà i miei occhi erano già puntati sulla folla di gente che lasciava la metro. Levin doveva essere tra questi.
Era sceso tra gli ultimi, aveva un libro tra le mani e l'aria pensierosa. Anche se non mi fosse piaciuto ero sicuro che lo avrei comunque notato tra mille, c'era qualcosa in lui che non poteva sfuggire allo sguardo della gente che gli stava vicino. Ma ormai era tardi anche per fare quelle congetture, perché Levin Eickam in effetti mi piaceva e non nell'eccezione più semplice del termine. Vederlo mi fece illuminare il viso, sembrava che non ci fossimo incontrati da secoli, invece ci eravamo visti soltanto la sera prima
- Ehi, fatto shopping? – i suoi occhi caddero sulle mie buste – Armani, Prada ... ci trattiamo male.
- E' Natale e poi ti stupirà sapere che non sono per me. Non soltanto almeno.
Mi costrinsi a limitarmi ad un semplice abbraccio tra amici, ma c'erano almeno altri modi diversi in cui avrei voluto salutarlo. Per un attimo il mio sguardo cadde sulla sua bocca troppo vicina alla mia, mi ritrassi giusto in tempo per non cedere alla tentazione. Anche lui mi sembrò provato mentre si faceva indietro e mi affiancava
- Allora i tuoi conoscenti devono essere parecchio fortunati.
- Il solo fatto che abbiano la possibilità di vedere e passare del tempo con una persona meravigliosa come il sottoscritto li rende fortunati, te lo concedo. I regali sono solo una piacevole addizione!
Levin rise appena, una smorfia che iniziavo a trovare fin troppo carina
- Che vuoi fare? Birra e poi casa? – il mio tono si era fatto più basso e decisamente pieno di sottintesi poco velati. Non vedevo l'ora di tornarmene a Coney Island con lui
- Non posso
Lo guardai – Cosa? Come sarebbe a dire che non puoi?
- Ho dormito per tre notti a casa tua, Andrew. I miei hanno iniziato a starmi addosso da quando se ne sono accorti
- Non sei un bambino – gli feci notare
- No, sono molto peggio. Sono un ragazzo con un passato in carcere, senza considerare l'abuso di droghe. Neanch'io mi sarei dato troppa fiducia se fossi stato al posto loro, non lo nego
Ero stato indelicato, me ne resi conto soltanto in quel momento.
- Mi dispiace, non ho pensato a questo ...
- Non potevi, perché tu sei un figlio modello. Sei l'orgoglio dei Wolfhart! – commentò Levin con una punta di sarcasmo nella voce.
- Potresti dire ai tuoi che ti vedi con qualcuno – anche il mio tono era abbastanza ironico, ma non del tutto. Levin mi lanciò un'occhiatina che poteva voler dire qualsiasi cosa
- Deve essere una cosa seria se ci passo le notti insieme. Potrebbero farsi un'idea sbagliata
- Perché? Che male ci sarebbe se fosse una cosa seria?
L'avevo detto. Mi morsi le labbra, ma era troppo tardi per rimangiarmi quelle parole che erano venute fuori senza che potessi far nulla per controllarle. Ero rimasto a guardare l'espressione confusa che prendeva possesso del suo viso, poi però Levin esplose in una risata che mi stupì
- Non prendermi per il culo, idiota.
Stavolta mi guardai bene dal fargli presente che non lo stavo affatto prendendo per il culo. Mi costrinsi a tacere, anzi riuscii perfino a ridere insieme a lui, come se quelle parole fossero state soltanto uno scherzo.
- Bene, visto che per oggi il nostro tempo è limitato ... direi di approfittarne al massimo. Dove vuoi andare?
Iniziavo a conoscerlo abbastanza bene da sapere che non avrebbe detto di no ad un bel negozio di dischi super fornito.
- Sei già stato a fare shopping, non voglio romperti le palle e costringerti a passare un'altra ora chiuso da qualche parte – disse in fretta, quando capì che intendevo portarlo lì.
- Fa troppo freddo per passeggiare e non ti ho ancora preso nessun regalo, quindi vai a sceglierti qualcosa.
Niente romanticismo, niente biglietti per la Carnegie Hall, mi stavo comportando bene e avevo parlato con un'aria quasi noncurante, una perfetta messinscena che neanche Levin avrebbe potuto smascherare. Sembrava tranquillo tutto sommato
- Un regalo, eh? Ci sentiamo altruisti quest'anno? – continuò con quel tipico tono sarcastico
- Ti stai lamentando perché intendo regalarti qualcosa? Saresti la prima persona sulla terra a farlo ...
Levin fece spallucce, poi mi passò un braccio intorno al collo in una stretta quasi amichevole, ma che lasciava intendere molto di più
- Chi si lamenta! Ma ti avverto, sono lento a scegliere, potrei metterci tutta la sera
Ed io sarei rimasto lì a guardarlo e sapevo che non mi sarebbe dispiaciuto per niente. Lo stavo già facendo, non riuscivo a togliergli gli occhi di dosso dal momento stesso in cui era sceso dalla metro. E non poterlo toccarlo come avrei voluto mi tormentava più di qualsiasi altra cosa, ancora di più adesso che sapevo di non poter passare la notte insieme a lui.
- Quindi da ora in poi dovrò riportarti a casa la sera?
- Basterebbe che mi facessi prendere l'ultimo giro di metro ... cosa che a quanto pare non ti riesce, visto che non mi lasci andare.
- Non sapevo che i tuoi fossero così rompipalle, con Aiden non avevamo problemi.
Ancora una volta avevo parlato senza pensare, quel nome era venuto fuori così, in modo spontaneo ma altrettanto terribile. Levin si rabbuiò, probabilmente anch'io avevo accusato il colpo di quelle parole. Eravamo rimasti impalati tra gli scaffali del negozio.
- Mi sento come se me ne stessi approfittando ...
- In che senso? – chiesi a Levin che adesso mi dava le spalle
- Della situazione, del fatto che lui ... che tu eri il suo ragazzo – Levin tentennò – e non c'è stato niente che io abbia pianificato o voluto, ma il fatto che sia successo non lo rende più semplice da accettare.
Non sapevo cosa dire, le parole di Levin erano esatte e mi toccavano da vicino. Quando ero con lui tutti i pensieri peggiori andavano via, ma alla fine tornavano sempre indietro a tormentarmi.
- Lo so, è irrispettoso che in un momento come questo noi due siamo troppo presi da altro. Dovremmo pensare a lui, il suo bene dovrebbe essere anteposto a qualsiasi altra cosa, ma
- Ma siamo egoisti e sbagliati – Levin concluse al posto mio
- No, non sbagliati
- E tu vedi qualcosa di giusto in questo?
Mi avvicinai a lui per poterlo guardare in viso, i suoi occhi erano ancora puntati sul retro di un vinile che aveva afferrato poco prima
- Non vedo neanche qualcosa di sbagliato, Levin – presi un profondo respiro, non sembrava esserci nessuno in giro, così appoggiai la mia mano sulla sua – tu mi piaci, io ti piaccio ... è davvero così sbagliata come cosa? Stiamo forse commettendo un crimine contro l'umanità?
Levin si rivolse verso di me, i suoi occhi erano cupi – Ma lui è in coma, Andrew.
- E non è dipeso da noi! Non c'è un cazzo che possiamo farci, Levin. Sto cercando i migliori specialisti, sto pagando le sue cure e lo farò sempre ... ma dimmi, cos'altro posso fare? Dovrei smettere di vivere? Dovrei impormi di non farmi piacere nessuno per il resto della mia vita, perché Aiden è in coma?
- No, non nessuno, ma non me ...
L'aveva detto, era quello il problema. Lo sapevamo entrambi.
- Che diavolo posso farci se mi piaci tu? Credi che io sia felice di questo? Credi che mi faccia piacere constatare che il ragazzo con cui vorrei stare adesso si è già passato il mio ex e proprio quando stava ancora con il sottoscritto? – il mio tono era rabbioso, sembrava tutto fuorché una dichiarazione quella. Sembrava più un insulto ormai.
- Questo suppongo che non lo dimenticherai mai ...
- No, non lo dimenticherò mai, ma non credere che mi importi. Non vale poi così tanto ...
Non valeva assolutamente più di quello che avevamo io e Levin in quel momento. Al diavolo il suo passato e al diavolo i tradimenti. Al diavolo il mondo intero e anche Aiden. Non era nella mia indole rinunciare a qualcosa di così importante soltanto per degli scrupoli di coscienza.
Io non avevo una coscienza.
Lo attirai a me in quel preciso istante, passandogli le mani intorno al viso per bloccarlo nelle mie. Una linea di tensione solcava la sua fronte, i suoi occhi grigi non facevano nulla per nascondere la confusione che lo attanagliava negli ultimi tempi. Ero il ragazzo sbagliato per lui e lui era il ragazzo sbagliato per me, ne eravamo entrambi consapevoli e, allo stesso tempo, la consapevolezza di ciò che eravamo non cambiava nulla.
- Vuoi lasciare perdere? Se preferisci non vedermi basta dirlo. Ti capirei, forse non lo accetterei subito, ma lo capirei
- Sta zitto, Andrew. Vuoi sentirmi dire che è troppo tardi per tirarmi indietro? Perché è così, è troppo tardi. Avrei dovuto pensarci prima, non adesso – Levin si fece indietro lentamente, per un attimo coprì le mie mani con le sue, stringendole appena prima di lasciarle andare. Lo vidi scuotere la testa – solo che ... stiamo iniziando a uscire insieme ogni giorno, poi anche questa storia del regalo ...
- Ti sembra troppo?
Forse lo era, forse stavamo correndo prima ancora di aver imparato a camminare.
- Non mi sarebbe sembrato troppo se non ci fossero stati tutti questi problemi dietro ... - ammise Levin con difficoltà – ma dal momento che ci sono ho sempre l'idea che debba controllarmi o fare in modo di non esagerare
Mi venne da ridere, anch'io avrei dovuto controllarmi davanti a Levin, forse lo avevo anche fatto non comprando i due biglietti per il concerto al Carnegie, ma a parte quello non ero andato molto oltre.
- E ci stai riuscendo? – mi informai, adesso c'era un che di ironico nella mia voce
- Io? E' da anni che modero qualsiasi cosa. Sono allenato.
Avrei voluto chiedergli di insegnare a farlo anche a me, ad apparire quasi incurante come lui. L'unico momento in cui perdeva lucidità era a letto, quando riuscivo ad azzerare le sue difese con i miei baci e le mie attenzioni, ma fuori da lì Levin tornava ad ergere dei solidi muri di mattoni che lo tenevano lontano e al sicuro da chiunque. Decisi di non insistere ulteriormente, strano pensare che fossi io a voler tirare fuori delle conversazioni che un tempo avrei evitato con tutte le mie forze ... le cose cambiavano e ad una velocità tale che non mi permetteva di capire cosa stesse succedendo dentro di me.
Mi immersi anch'io nella ricerca di qualcosa da ascoltare durante i miei viaggi in auto, Levin mi sembrava felice di potermi essere utile con i suoi consigli. Quello era il suo regno e niente poteva farlo sentire più a suo agio di un bel negozio di dischi. Annotai mentalmente tutti i vinili che avevano attirato la sua attenzione, sarei tornato tra qualche giorno per comprarli, ma in quel preciso istante decisi di limitarmi soltanto a seguire le regole. Levin si stava moderando, quando arrivammo alla cassa sospirò appena e mi lanciò un'occhiatina
- Ed io cosa ti compro adesso?
- Non mi aspetto un regalo – poi ci pensai meglio – anzi, il mio regalo sarai tu nel mio letto la notte di Natale. Credi che possa andare? O devo chiedere prima la tua mano ai coniugi Eickam?
Le sue labbra si aprirono in un sorriso di chi era parecchio tentato dalla cosa, non rispose, ma dal suo viso capii che stava aspettando quella proposta da un po' di tempo. Dovevo essere io a fare il primo passo, questo riusciva a mettere la sua coscienza in pace per un po' ... allora bene, pensai, non avevo mai avuto problemi a prendere le parti del carnefice.


CALLUM


Se qualcuno mi avesse descritto quel momento in qualsiasi altro periodo della mia vita lo avrei preso per pazzo. Eppure, quel pomeriggio, mentre inserivo la chiave e aprivo la porta dell'appartamento, mi sentivo perfettamente a mio agio, anzi, sentivo che quello che stavo facendo era davvero importante.
L'appartamento di Alencar era buio come sempre, ispirai mentre aprivo le tapparelle del piccolo soggiorno e mi dirigevo verso la camera da letto. Aprii la finestra facendo entrare l'aria fredda di dicembre e la fioca luce che traspariva dalle nuvole dense nel cielo.
- Penso che nevicherà oggi – esclamai.
- Allora chiudi quella cazzo di finestra, si gela – mormorò la voce proveniente dalla massa di coperte.
- C'è una puzza tremenda, ti stai decomponendo lì sotto? – chiesi e a quel punto il suo viso fece capolino dal piumone.
- Ripetimi che diavolo ci fai qui – brontolò.
Sorrisi, da quel giorno non lo avevo più lasciato solo, mi aveva mostrato la sua fragilità, lo avevo visto ad un passo dal tracollo e mi ero reso conto di non volerlo perdere. Non sapevo cosa significasse, non avrei mai creduto di potermi affezionare proprio a lui ma era successo. Proprio mentre mi strappava quella parrucca con violenza e mi riportava indietro, la mia mente aveva preso una decisione.
Non lo abbandonerai.
Questa vita poteva essere una tortura, soprattutto per quelli come noi, costantemente circondati da fallimenti, per quelli che riuscivano più a perdere che guadagnare.
Non perderà me.
- Visto che ti ostini a non voler uscire di casa, vengo qui come si fa con i vecchi chiusi negli ospizi
- Dio come sei spiritoso, da quando hai sviluppato questa abilità? – chiese sprezzante mettendosi a sedere sul letto.
La coperta scivolò, mostrando il suo petto pallido e nudo, i suoi occhi inchiodarono i miei con la sua solita espressione irritata ma nel mio corpo non si formò quel vecchio accumulo di ansia e paura.
Non lasciarmi, resta con me. Ho bisogno di te, Callum.
Lo aveva detto ed io avevo deciso di non tirarmi indietro, così mi sedetti accanto a lui sul materasso e sostenni quello sguardo con il mio, perfettamente calmo.
- Se muovi il culo posso cambiarti le lenzuola – sussurrai a poca distanza dal suo volto.
Lui si avvicinò un po' – posso cambiarmele da solo, mammina
- Vai a farti una doccia – lo esortai alzandomi e tirandolo per un braccio – muoviti
Non oppose resistenza, uscì dalle coperte rivelando il suo corpo nudo ad eccezione di un paio di pantaloncini, cercai di non indugiare troppo con lo sguardo e lo lasciai passare, poi sentii l'acqua della doccia cominciare a scorrere.
Inspirai, decisi di occuparmi delle lenzuola mentre la mia mente era ancora ferma a quel giorno, quando ero entrato nella stanza e lo avevo trovato a letto, con la siringa pronta davanti.
Quello sguardo, quel dannato sguardo pronto a morire.
Li ho condannati, è colpa mia, li ho uccisi tutti, erano le uniche parole che Alencar aveva detto inizialmente, per almeno due giorni e poi aveva iniziato a comportarsi come se nulla fosse. O almeno era quello che provava a fare, era palese che qualcosa dentro lo stesse divorando e non aveva nemmeno il coraggio di parlarne mentre io avevo paura di chiedere.
Sistemai le lenzuola e cercai di dimenticare quello sguardo pieno di dolore e disperazione, vederlo in Alencar mi aveva colpito profondamente. Nella mia mente lui era troppo forte per poter soffrire così, mi sembrava indistruttibile, eppure, quando avevo varcato la soglia della sua camera quel girono avevo pensato: tutti possono essere distrutti.
E tu? Tu puoi tenere a galla entrambi? Puoi farlo questa volta?
- Ti avevo detto di lasciar perdere.
La voce di Alencar mi fece voltare, aveva finito di fare la doccia e se ne stava sulla porta ancora mezzo nudo, con l'asciugamano legato in vita e i capelli umidi e arruffati.
- Va tutto bene, mi va di darti una mano
Rimasi immobile mentre lo osservavo avvicinarsi a me – non ho più intenzione di uccidermi, se è questo quello che ti preoccupa – mormorò in un sussurro basso.
- Sono felice di sentirlo – replicai – anche se vorrei sapere cos'è successo, quello che mormoravi in questi giorni ...
Lo vidi allontanarsi bruscamente dirigendosi alla cassettiera e prendendo un paio di boxer puliti, sciolse l'asciugamano ed io mi voltai all'improvviso imbarazzato.
- Non vuoi saperlo davvero – disse con tono cupo – ed è meglio che tu non conosca certi dettagli, non è sicuro far parte della mia vita, la gente muore
- Io faccio già parte della tua vita e tu della mia Alencar – lo interruppi bruscamente, non sapevo dove avevo tirato fuori tanta sicurezza ma il mio tono non vacillò – e la gente muore ogni giorno, non dipende da te o da me, succede e basta. Quindi parlami, ti prego
Silenzio.
Durò per così tanto che mi sentii nervoso, avevo persino il dubbio che avesse lasciato la stanza, così mi girai per tornare a guardarlo e sobbalzai, si era avvicinato in punta di piedi e ora mi stava di fronte. I nostri occhi erano alla stessa altezza, la mia schiena e le mie spalle non erano mai state così dritte e, nonostante tremassi leggermente, mi sentivo in grado di sostenere quel confronto per ore.
- Lo sai che lavoro faccio io? – ancora quel tono freddo.
Annuii nervosamente – più o meno –
- L'uomo per cui lavora non tollera gli errori e i raggiri, io ne ho commesso uno, uno molto grande – la sua voce non riusciva a mantenere il tono distaccato che aveva inizialmente, persino i suoi occhi si stavano arrossando – ho pensato di farla franca, di far scappare qualcuno illudendomi che nessuno se ne sarebbe accorto, che qualsiasi conseguenza ci fosse stata sarebbe stata mia, soltanto mia. Avevo messo in contro persino di morire, ma invece ... - ci fu una pausa e un sospiro – loro sono morti, tutti quanti ...il ragazzo che hai visto in casa, la sua ragazza ... e la loro neonata
Sentii un enorme vuoto allo stomaco, mi sembrò persino che il pavimento sotto i miei piedi cedesse, poggiai la mano sulla testiera del letto mentre vedevo il dolore puro impossessarsi nuovamente degli occhi di Alencar.
- Mi sono fidato della persona sbagliata e li ho uccisi tutti – terminò con tono cupo.
- Tu ... volevi solo aiutarli, hai fatto del tuo meglio – cercai di dire ma lui mi interruppe.
- Era qualcosa che andava oltre le capacità di chiunque, lo sapevamo – ringhiò -sono solo stato debole. Avrei dovuto dissuaderlo, invece mi sono fatto trascinare dai sentimenti, era una mia responsabilità quella di tenerli al sicuro!
Eccolo, un altro uomo assediato dalla colpa, da responsabilità di cui era stato investito, un uomo che doveva fare i conti con una realtà fuori dal suo controllo.
Le mie mani si mossero da sole, piazzandosi sul suo viso per stringerlo forte – perché? Perché era una tua responsabilità! Loro hanno scelto di correre quel rischio con te! Avevano messo in conto che qualcosa poteva non funzionare, se anche tu sei stato ingannato non hai colpe!
Lo vidi vacillare – lui si fidava di me ...
- E faceva bene! – insistetti – tu le proteggi le persone Alencar, le aiuti con tutte le tue forze
- Non dire sciocchezze, chi avrei mai protetto io? – ringhiò.
- Me
La mia risposta ci fece cadere nel silenzio, Alencar mi fissava con uno sguardo che non gli avevo mai visto, forse temeva persino quella vicinanza che avevamo, portò una mano a sfiorarmi il braccio, come se cercasse di staccarmi.
- Mi hai chiesto di restare con te – ripresi fissando i suoi occhi verdi – mi hai detto di avere bisogno di me, quindi ti prego, non cacciarmi. Sono qui Alencar, sono qui per te
Sentii le sue mani afferrare saldamente i miei polsi e poi, con uno scatto brusco, mi ritrovai a premere le mie labbra contro le sue. Ci stavamo baciando, i suoi movimenti erano aggressivi e riuscivo a sentire i denti graffiarmi mentre le sue mani continuavano a stringermi i polsi, come se avesse paura che scappassi via.
Ma io non volevo affatto scappare, mi resi conto che quel contatto lo desideravo anche io, che quella vicinanza mi era mancata, il suo sapore mi era mancato. Qualcosa si accese dentro di me, come se Alencar avesse premuto un pulsante segreto e il mio corpo avesse scoperto nuovamente il calore.
Il sangue cominciò a scorrere velocemente dentro di me, sentivo il cuore battere forte e rispondevo ai suoi baci con un desiderio sempre crescente. Liberai una mano dalla sua presa e la passai sul suo collo e poi fra i suoi capelli, spingendo ancora di più i nostri visi vicini. Alencar si staccò alla fine senza fiato, mi dedicò un'occhiata rapida prima di riprendere con i baci, ma questa volta toccò al mio collo, una lunga scia di labbra e lingua che mi percorsero dalla mandibola fino alla spalla.
Mi sbottonò la camicia rapidamente mentre io restavo lì, totalmente alla sua mercé a fissarlo con impazienza, gemetti quando sentii le sue mani slacciarmi i pantaloni ma non mi opposi. Sentivo il suo fiato caldo su di me e non volevo staccarmi, pensai che se ci fossimo separati in quel momento sarei morto. Dovevamo stare insieme, dovevamo stringerci in quel calore e crogiolarci in quell'istante di pace.
Crollai sul materasso mentre Alencar con uno strattone mi liberava dei pantaloni e dell'intimo, adesso era totalmente nudo ed esposto davanti a lui ma mi sentivo a mio agio, protetto.
- Lo vuoi fare sul serio? – parlò con tono basso e intenso mentre continuava a scrutarmi.
Nella mia mente non c'era nessun dubbio, nemmeno un briciolo della mia solita esitazione, mi sollevai circondando le sue spalle con le mie braccia e lo spinsi su di me imprigionando le nostre labbra in un nuovo bacio bollente. Sentivo la mia erezione svegliarsi mentre sfregava contro il ventre di Alencar, gemetti e strinsi le ginocchia sui suoi fianchi.
- Callum ...- sentire il mio nome pronunciato in quel modo mi provocò un altro brivido di eccitazione.
- Alencar ... - avevo la gola secca – voglio stare con te
Non potevo credere a quello che avevo detto ma non me ne pentii, vidi Alencar scendere verso il basso ed entro pochi secondi sentii la sua bocca calda circondare la mia erezione. Sgranai gli occhi mentre il gemito che emisi fu vergognosamente alto, quella sensazione era fortemente destabilizzante. Quel calore, quella stimolazione, quel tocco e la consapevolezza che fosse proprio lui a farlo, quella era la parte più eccitante di tutte, essere coscienti che lui stesse facendo godere proprio me.
Dio, da quando avevo il coraggio di pensare a cose come quelle.
Senza pudore.
Lo ero, in quel momento, mentre ero totalmente invaso dal piacere, mentre gemevo e chiamavo il suo nome, mi sentivo totalmente senza freni. Mi ritrovai a venire senza nemmeno controllarmi, mentre le labbra di Alencar continuavano a circondare il mio sesso.
Mi sollevai leggermente allarmato – Dio, scusami, non volevo ... così all'improvviso
Non finii la frase, le sue labbra si attaccarono nuovamente alle mie, avevano un sapore diverso ora, qualcosa che mi fece venire i brividi. Lo spinsi sul materasso e fu il mio turno di mettermi fra le sue gambe ed affrontare la sua eccitazione. Non mi sembro qualcosa di nuovo, anzi, nella mia mente si generò un ricordo, come se sapessi cosa fare, come farlo, come se quel corpo mi appartenesse quanto a lui apparteneva il mio. Così spostai le labbra sull'erezione di Alencar che gemette immediatamente, la succhiai, la stimolai, la seviziai finchè anche lui arrivò al limite.
Alencar...
Era l'unica cosa che esisteva nella mia mente in quel momento, solo lui, solo il suo nome, solo il suo corpo e i suoi occhi, le sue labbra. I nostri corpi erano ancora stretti nel letto, le nostre mani continuavano ad accarezzarsi, mi ritrovai nuovamente a combattere con il desiderio dentro di me che sembrava lontano dall'essere appagato.
- Voltati – mi sussurrò ansimante.
Io ubbidì senza fare domande, spostai la pancia sul materasso e lui mi sollevò i fianchi, poi l'ennesimo gesto che mi mozzò il fiato. La sua lingua iniziò a inumidire la mia apertura, prima lentamente poi con maggiore intensità, questo fece indurire istantaneamente l'erezione fra le mie gambe.
- Dio ... - mormorai.
Lo sentii ridere, fu un suono basso e profondo – hai ancora voglia? –
Quella domanda mi fece arrossire brutalmente e ringraziai di avere il materasso a disposizione in cui affondare la faccia.
Smise di leccarmi e inserì un dito dentro di me, ancora una volta mi ritrovai a produrre un gemito osceno mentre i miei fianchi gli andarono incontro in automatico.
- Hai parecchia voglia – esclamò con tono soddisfatto mentre tirava fuori il dito e mi faceva voltare.
Non gli avevo mai visto quello sguardo o forse sì, in qualche strano sogno, in qualche ricordo che non era mio. Il suo corpo era nuovamente davanti a me, vidi che la sua erezione era coperta dal preservativo e questo lasciava poco all'immaginazione, era chiaro cosa sarebbe successo e le mie gambe si allargarono ancora.
Senza pudore.
Quando lo sentii entrare lentamente dentro di me inarcai la schiena, aprii la bocca ma non ne uscì alcun suono, il mio corpo era assediato dalle sensazioni. Il peso di Alencar mi schiacciò mentre si curvava sopra di me per impossessarsi nuovamente delle mie labbra.
Ero totalmente alla sua mercé, sentivo le spinte e il piacere crescente, avevo le mani bloccate nelle sue e le ginocchia stretta ai suoi fianchi. Il mio corpo era così caldo che credevo si sarebbe sciolto e fuso con il suo, la mia mente era così piena da non riuscire a focalizzarmi su un pensiero preciso. Vagavo, nonostante fossi fisicamente immobilizzavo, mi sentivo in tutt'uno con il resto: con l'aria della stanza, con il respiro di Alencar, con la sua pelle, con il cotone delle lenzuola, con la sua saliva, con il suo sudore.
Senza confini.
Ci staccammo solo dopo esserci ripresi dalla frenesia dell'ultimo orgasmo, che aveva lasciato entrambi paralizzati per qualche minuto. Alencar si spostò poggiando la schiena sul materasso e fissando per un momento il soffitto, io invece non riuscivo a staccare lo sguardo da lui.
- Direi che non sei riuscito a farmi alzare dal letto – disse all'improvviso mentre si voltava a fissarmi.
Io restai senza fiato – beh, sei parecchio ostinato quando ti ci metti
Ironia? Sul serio?
Lui rise, un'espressione che si vedeva di rado sul suo volto – ceniamo insieme?
- Sì ma a tavola – precisai facendolo ridere nuovamente.
- E dopo cena? – continuò con tono più malizioso, spostando una mano verso il mio interno coscia.
Trattenni il respiro – esci di qui e mi accompagni a casa
- E se restassi? – parlò con tono bassò, soffiando quella domanda al mio orecchio.
Io ne fui parecchio tentato - devo rientrare, ho da finire i compiti ... sai non prevedevo di ...
- Fare sesso fino a sera e cenare qui? – continuò senza lasciare il mio sguardo.
- Già, che idiota, eh? Nei film succede sempre che la donna delle pulizie fa sesso con il padrone di casa, come ho fatto a non pensarci? – commentai.
Ridemmo entrambi.
- Tu sei riuscito a sedurmi persino senza l'uniforme scosciata, complimenti – aggiunse mentre si metteva a sedere.
- IO? Sedurre te? – replicai con un tono falsamente sconvolto – ti ricordo che non ero io quello senza vestiti
- E' un peccato, i vestiti non ti donano – commentò e mi osservò nuovamente, indugiando sul mio corpo nudo.
Mi coprii leggermente ma lasciai che continuasse a guardarmi, mi piaceva essere visto da quegli occhi, essere oggetto del suo desiderio. Poi spostai il corpo verso di lui, tornando serio e sfiorando la sua spalla con le labbra.
- Mi prometti che starai bene? – chiesi con un filo di voce passando la bocca lungo la sua pelle – non voglio perderti, dico davvero
- Te lo prometto

Alla fine cenammo insieme e mi accompagnò a casa qualche ora dopo, indugiammo nei saluti più del dovuto nella sua auto prima che trovassi la forza di aprire lo sportello e catapultarmi fuori.
Avevo persino la sensazione di stare sorridendo come un idiota mentre mi dirigevo verso casa, solo un flebile rumore fece arrestare i miei passi. Sentii lo scatto rapido di un accendino e, voltandomi, notai la figura di Levin illuminata dalla fiammella, poi di nuovo buio.
- Che ci fai nel mio vialetto? – chiesi divertito mentre mi facevo offrire una sigaretta.
- Ti aspettavo per il nostro rito serale, sono rientrato anche io poco fa – rispose – e tu cosa ci fai con un sorriso sulle labbra?
Quella domanda mi gettò nell'imbarazzo più totale, da dove potevo cominciare?
- E' una storia lunga ... - ammisi.
- Ti do una mano, stavo ammirando la tua tecnica da pomiciatore ... non male – rise – poi nelle auto vecchio stile fa anche il suo effetto
Ci aveva visti, mi passai una mano sul viso per la vergogna – già ... io e lui, non so come sia successo. Sembra che
- State facendo pace con il cervello, era ora – commentò – si avvertiva a pelle Callum, già da come ne parlavi, c'era parecchio fra voi due. Lo dirai a Keno?
Quella domanda mi fece rabbrividire, scossi la testa – Keno ha ... un'idea sbagliata di Alencar. Se gli dicessi cosa succede cercherebbe di fermarmi. Dice che dovrei denunciarlo, che è pericoloso ma lui è molto più di questo, non è solo cose negative. Anche Keno ha bisogno di aiuto, per il momento non voglio turbarlo mettendo questa pulce al suo orecchio, non lo sopporterebbe
- Suppongo che non ci si possa opporre ai sentimenti, anche se ci mettono in pericolo, anche se ci fanno sembrare sbagliati – disse con tono amaro mentre pestava il mozzicone contro il terreno.
- Tu e Andrew? – chiesi quasi con timore vedendo lo sguardo di Levin riempirsi di incertezza.
- Continuo a vederlo ...- la sua risposta sembrava carica di senso di colpa, come se sperasse che lo rimproverassi – non riesco a controllarmi, non voglio nemmeno controllarmi. Lui mi chiama, io lo chiamo, non riesco a smettere
- Non devi – lo rassicurai – è così rara la felicità Levin, se lui ti fa stare bene non permettere al tuo cervello di condizionarti, ascolta i tuoi sensi e non la ragione per una volta
- Accidenti – rise – sei bello cotto anche tu.
Scossi le spalle – non lo so, lui sta passando un periodo di merda e io voglio aiutarlo ma sto iniziando a pensare che vorrei passare altro tempo con lui. Persino stasera, sono tornato a casa a malincuore
- Andrew mi ha invitato a passare da lui a Natale ... - commentò con tono eloquente.
- Adesso sì che ti invidio
Scoppiammo a ridere di nuovo, restammo a chiacchierare ancora un po' della strana piega che aveva preso la nostra vita sentimentale. Fu una sensazione nuova quella che provai, una strana calma, bizzarra ma bella.

ANGOLO AUTRICI:

Buon pomeriggio! Ecco il capitolo di Split di questa settimana, finalmente qualcosa di rilassante! Ci credete? Secondo voi quanto durerà questa tranquillità? XD Qualcuno sente puzza di guai? Fatevi sentire e diteci la vostra. Ringraziamo tutti coloro che si fermano un momento a lasciare un commento con la loro opinione e le loro teorie sulla storia, ci fa molto piacere vedervi così attivi! Se vi va di vedere meme divertenti, citazioni e fan art sulle nostre storie passate dal nostro profilo dove troverete i link per la nostra pagina FB e IG. Un bacio e alla prossima.

BLACKSTEEL

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