3. Hypnotic
Nella foto: Aiden Berg
Amantes amentes.
Gli amanti son pazzi. (Lucrezio, De rerum natura)
AIDEN
Quell'anno sembrava più arduo del solito riuscire a farmi stare bene il ritmo scolastico, mi ritrovavo con la testa tra le nuvole nel bel mezzo di qualsiasi tipo di lezione. Per l'esattezza, un buon ottanta per cento dei miei pensieri era diretto ad Andrew e al nostro ultimo incontro durante il quale lo avevo respinto per proteggere il mio dannato orgoglio che adesso iniziava ad apparirmi irrilevante. Dio, quanto me ne stavo pentendo. L'astinenza, la rabbia, l'averlo avuto così vicino e l'averlo toccato ... tutti quei pensieri mi facevano sentire in un perenno stato di tensione e desiderio. Forse quel distacco forzato stava avendo le conseguenze peggiori proprio sul sottoscritto, pensai, cercando di tornare con la mente nell'aula otto, ad ascoltare i predicozzi inutili del professore di Fisica.
Non era affatto semplice, continuavo a controllare il mio cellulare inerte chiedendomi se Andrew mi avrebbe chiamato per chiedermi di vederci. Avevo bisogno di lui, ma non potevo ammetterlo così semplicemente. Quella volta avrebbe dovuto pagare.
Non riuscii più a resistere, tirai su la mano e aspettai che il professor Leighton mi notasse per chiedergli se potevo uscire. Nessun problema, lasciai la stanza millantando un mal di testa inesistente sotto le occhiate confuse dei miei amici. Ero stanco di starmene in quel dannato buco e purtroppo quello era soltanto il settimo giorno di scuola dell'anno. Mi diressi verso il bagno senza quasi accorgermene, non avevo una cera particolarmente brillante quel giorno, tutta colpa dell'insonnia. Mi bagnai il viso con dell'acqua fresca e rimasi un po' lì, a fissare la porcellana bianca e mezza rigata del lavandino che veniva bagnata dal getto d'acqua proveniente dal rubinetto, forse in attesa di capire che cosa diavolo avrei dovuto fare della mia vita.
- Wow, neanche nei miei momenti più depressi avrei mai potuto trovare un passatempo meno divertente del tuo –
Lo scrosciare dell'acqua aveva camuffato i passi di Levin Eickam che a quanto pare era sempre stato lì. Lo vidi appoggiare le spalle contro il muro e fissarmi con un mezzo sorriso confuso sulle labbra. Stava per accendersi una sigaretta in bagno. Non avevamo più scambiato neanche una parola in quella settimana, solo un paio di saluti in corridoio e qualche sorriso. Niente di più. Era schivo Levin, sarebbe passato per una perfetta imitazione di un fantasma se non fosse stato affascinante come pochi altri nostri coetanei.
Lo era davvero, in un modo strano e del tutto nuovo per me. Non erano i suoi vestiti a renderlo quello che era, né le maniere studiate e finte alternative di molti altri studenti della Tech ... no, lui era diverso, si vedeva subito e basta. Non c'era finzione in lui.
- Me ne dai una? – Chiusi il rubinetto e mi avvicinai a lui, fermandomi di fronte, giusto a mezzo metro di distanza. Alto, pallido da far paura, come diavolo poteva avere degli occhi così profondi?
- Fa pure – Allungò una sigaretta verso le mie labbra. Dita affusolate, da artista. Piene di anelli di metallo. Ci misi più tempo del previsto a bloccare la cicca tra i denti, poi fu lui ad accendere per primo. Mi passò l'accendino, poi si arrampicò appena sul muro per aprire del tutto la finestrella del bagno. Fuori pioveva a dirotto.
- Sei scappato? –
Annuii – Dovevo. Mi sembra di impazzire a volte. – poi inspirai una boccata di fumo e tornai a fissarlo – come ti trovi qui? –
Levin fece spallucce in un gesto che avrebbe potuto dire qualsiasi cosa e seppi che non avrei ricevuto una risposta a quella domanda. Mi venne da ridere, mi sentivo un po' come mia madre durante quei rari momenti in cui tentava di fare conversazione con me o i miei amici.
- Hai qualcuno con cui uscire? –
- Chi ti dice che io voglia uscire con qualcuno? – Non era arrabbiato, sembrava più che altro incuriosito dalla mia domanda. Si portò la sigaretta alle labbra e ancora una volta non potei fare a meno di notare le sue mani. Belle, anche troppo.
- Che diavolo ne so. Non tutti amano starsene da soli – Ero lievemente sulla difensiva adesso, ma lui rise e bastò quel gesto per rilassarmi.
- Allora sono fortunato. La mia compagnia mi va più che bene. Non sono qui per fare amicizia ... non ho davvero nulla in comune con questa gente. –
Anche Andrew diceva spesso qualcosa del genere, ma il tono che aveva usato Levin era diverso. Non implicava niente di negativo, non era un'ammissione di superiorità nei confronti degli altri studenti, semplicemente le sue esperienze erano incompatibili con quelle di qualsiasi altro coetaneo della Tech. E non si sbagliava.
- Usciamo. Domani pomeriggio dopo le lezioni –
L'avevo guardato dritto negli occhi per vederlo corrugare appena la fronte, lo avevo preso in contropiede.
- Cosa? Perché? Mi hai sentito prima -
Feci spallucce – Sì, ti ho sentito, ma non mi importa quello che hai detto. C'è un nuovo negozio di dischi che è una bomba, voglio dare un'occhiata. So che ti piace la musica. Quelle mani ... - Le guardai di nuovo – suoni qualche strumento, vero? -
Lo avevo messo a disagio pensai, per un attimo immaginai che non mi avrebbe risposto, lo vidi combattere appena, alla fine scosse la testa
- Suonavo la chitarra. Adesso non più – Disse con semplicità
- Perché? –
- Perché in carcere non puoi portarla, la chitarra –
Dal suo tono capì che avrebbe voluto scoraggiare un altro assalto di domande da parte mia, forse credeva che tirando fuori la storia del carcere mi avrebbe zittito, ovviamente si sbagliava.
- Adesso sei fuori, puoi riprendere quando ti pare –
Levin spense la sigaretta e mi diede le spalle – Non funziona così, spiacente. L'equilibrio si è incrinato, poi è andato in frantumi. Fine dei giochi –
- Il tuo ottimismo mi inebria – Commentai con un tono sarcastico che non mancò di notare
- Allora puoi andarci da solo in quel nuovo negozio di dischi –
- Davvero? Hai smesso anche di ascoltare musica? Anche quell'armonia è andata in frantumi? – sì, lo stavo provocando in modo palese e forse iniziavo anche a divertirmi un po'. Levin mi guardò con attenzione e ancora una volta notai che i suoi occhi non erano neanche lontanamente scuri come sembravano ad una prima occhiata. Erano di un grigio metallico, ma sulla pelle pallida e i capelli platinati non facevano altro che sembrare due brillanti pozze nere.
- E tu cosa fai nel tempo libero, a parte cercare di strappare appuntamenti a gente fin troppo poco ottimista e prepensa alla misantropia?
Scoppiai a ridere – Io? Sono poco interessante. Niente passato in carcere, né una carriera da musicista. Ah no, aspetta! Ora che ci penso per due anni mi hanno fatto suonare il triangolo nella banda scolastica, ma è stato quasi una vita fa ormai. Vale comunque? –
Levin lo trovò divertente – Il triangolo ... questa è una roba che speravo accadesse soltanto nelle serie tv –
- Benvenuto nella mia vita! – Aprii le mani in un gesto accomodante, poi fu il mio turno di lanciare la cicca oltre la finestra aperta. Non smettevo di fissarlo e allo stesso tempo mi chiedevo che cosa trovassi di tanto interessante in Levin Eickam. Beh, non era così difficile trovare un paio di motivazioni. C'era qualcosa di ipnotico in quel tipo.
- Cantavi? Avevi una band? –
- No, solo un contratto con una bella casa discografica che però ho mandato a puttane quando sono finito dentro –
Ne parlava con leggerezza, come se quell'affare non l'avesse toccato neanche di striscio. Avevo appena finito di chiedere ma avevo già voglia di riempirlo di nuove domande. Che diavolo mi prendeva?
- E tu? A mensa ho sentito dei tipi che parlavano di te. Non sembri noioso come ti descrivi –
- Ah, davvero? Credevo che portassi le cuffie per isolarti dal resto di noi –
Levin rise – Infatti. Ho sentito un pezzetto di conversazione nella pausa tra una canzone e l'altra. Fai il modello? –
Dovevo immaginarlo, o si parlava di me per Andrew o per la mia carriera da modello. Non c'era molto altro da dire in fin dei conti. Non ero nessuno, non avevo talento in niente e andavo avanti soltanto grazie alla mia avvenenza. Fine della storia.
- Ho iniziato da poco, non è niente di serio. Avevo bisogno di soldi –
- Non ti sto giudicando. Strano che tu sia così reticente quando le domande riguardano te, avrei giurato che prima ti stavi divertendo parecchio – Levin mi passò accanto e mi diede una pacca leggera sulla spalla – è ora di tornare in classe, Dio non voglia che mi perda un'altra lezione sulla Germania nazista. –
Mi ripresi in fretta e gli andai dietro – Per domani siamo d'accordo quindi? –
Ero sulle spine mentre attendevo una risposta e questa sensazione mi disturbò parecchio. Ancora una volta mi chiesi che cosa diavolo mi stava prendendo; non avevo già fin troppi problemi di cui preoccuparmi? Perché anche Eickam adesso?
- Sì, va bene. Subito dopo scuola? –
- Subito dopo scuola – Confermai – non mi porto dietro nessuno dei miei amici se ti fa piacere –
- Come ti pare, Aiden –
Ricordava il mio nome allora. Non gli ci volle molto per scorgere la sorpresa sul mio viso, lo vidi ridere appena mentre si dirigeva verso la porta, ormai a pochi metri
- Quindi ricordi come mi chiamo –
- Sei l'unico con cui ho avuto mezza conversazione qui alla Tech, senza considerare quelli che provano a farsi vendere roba dal sottoscritto. Sei un evento raro. Ci si vede in giro –
Era un tipo strano Levin Eickam, ma forse lo eravamo un po' tutti. Ragazzi giovani e senza una dannata idea su quello che sarebbe stato il nostro futuro: una generazione persa. Non che importasse poi molto, forse c'era del tempo per pianificare qualcosa, forse, invece, non ce ne sarebbe mai stato abbastanza.
Parlare con Levin anche solo per cinque minuti aveva mandato via quel senso di attesa e malessere che mi aveva pervaso per tutta la mattina, ma adesso stava tornando a guadagnare terreno in fretta. Controllai il cellulare per l'ennesima volta e finalmente quel tanto agognato messaggio era arrivato. Andrew mi chiedeva di vederci. Diceva di sentire la mia mancanza.
No, non mia, ma del mio corpo più verosimilmente.
- Dov'eri finito? Stai davvero male? –
La lezione era ormai conclusa quando tornai in classe e gli altri mi vennero incontro. Shannon mi passò una mano sulla fronte.
- Figuriamoci. Ad Aiden piace fare l'eroe tragico di tanto in tanto – Rispose per me Keno, poi mi diede una pacca sulla spalla e mi si accostò – ho visto sui social che Andrew è rincasato. Suppongo che il tuo malumore dipenda da questo. Vi siete visti, no? –
Lanciai un'occhiata indietro per notare le occhiate pressanti di Shannon, era in ascolto ovviamente.
- Si è presentato a casa mia quattro giorni fa. Credeva che lo avrei accolto con tanto sesso e sorrisi – Dissi a voce così bassa che nessun'altro a parte Keno avrebbe potuto sentire
- E si sbagliava –
- La vendetta è un piatto che va servito freddo, no? E poi non credo ad una sola parola di quello che dice, sappiamo tutti che sbaglierà di nuovo seppure in modo diverso. Funziona così con Andrew. Prima gli amici, il divertimento, le feste e poi, forse, se rimane un po' di tempo, ci sono io. –
Triste ma vero. Fino a poco tempo prima non avevo mai avuto il coraggio di ammettere quella verità che tanto mi feriva e metteva in imbarazzo, adesso però ero riuscito a farlo. Toccava farmene anche una ragione e ci stavo lavorando.
- Ehi Aiden! – Shannon era tornata alla carica in fretta e furia, vidi Keno portare gli occhi al cielo ed imprecare mentre la nostra amica ci raggiungeva – posso chiederti un favore? Domani pomeriggio avrei quelle selezioni al teatro. I miei lavorano tutto il giorno e non possono accompagnarmi ... mi chiedevo se potessi farmi compagnia. Sarò un po' tesa –
- Spiacente. Ho già un impegno –
- Che impegno? -
- Vado a farmi un giro con Eickam – L'avevo detto con semplicità e senza un tono ben preciso, ma tutti mi fissarono con un'espressione confusa sul volto, non lasciai che mi fossero fatte altre domande, Levin ci aveva preso su quello. Odiavo le domande.
Quando tornai a casa quasi speravo di trovare Andrew lì ad aspettarmi; in fin dei conti i sognatori non imparano mai a non aspettarsi nulla dal prossimo. Invece mi ritrovai ancora una volta da solo, mia madre aveva lasciato la solita cena da riscaldare in microonde e un post it col quale voleva ricordarmi dell'arrivo di mio padre per il pomeriggio seguente. Sì, lo avevo fatto di proposito, niente incontri inutili con quell'uomo altrettanto inutile. Levin avrebbe fatto quello che Andrew non riusciva mai a fare: Mi avrebbe tenuto compagnia.
Mi ritirai in stanza con un pacco di patatine e una canna da rollarmi. Avevo ripreso a fumare dopo un po' di tempo, sapevo quanto Andrew lo detestasse. Alla fine mi ritrovai sulla stessa strada che mi ero ripromesso di non seguire più.
Accesi il computer e guardai le foto, una dopo l'altra. Andrew in giro per locali con gli amici, poi c'era lui, il suo ex ragazzo che purtroppo svolgeva il suo stesso mestiere. Odiavo Alec Keller con tutto me stesso e non potevo fare a meno di immaginare mille scenari orrendi. Tradimenti, beffe ... ero soltanto un ragazzino dopotutto, mentre lui era un uomo. Un pilota della United States Air Force per l'esattezza, nonché l'unica relazione importante che Andrew avesse mai avuto prima di me. Ma io non ero importante, non potevo esserlo ... quindi cos'ero? Perché stavamo ancora insieme? Perché non riuscivo a mettere un dannato punto a quella storia prima di farmi davvero male?
Però stavo già male, che senso aveva ritrarsi quando il danno era stato fatto?
Feci un tiro rabbioso e tornai sulle foto. Non c'era una sola volta che Andrew avesse smentito i miei sospetti, neanche una parola che avrebbe potuto darmi coraggio. Niente di niente. Amava vedermi dubitare di lui e di noi. Era un gioco sadico ... Dio, come poteva essere così irreprensibile con gli altri e così crudele con me?
Dopo l'ennesima foto chiusi lo schermo del portatile con un colpo secco. Anche quella notte sarei rimasto a fissare il soffitto in uno stato di insonnia, a chiedermi dove fosse Andrew e se fosse già finito a letto con Alec. Oppure potevo chiamarlo e mettere fine a quel dolore cieco. Sarebbe stato come cedere, come calpestare il mio orgoglio e mandare a puttane mesi di pianificazioni per farlo stare male.
Non importava più. Alla fine ero sempre io a cedere. Così composi il suo numero e soltanto quando sentì la sua voce tornai nuovamente a respirare.
KAI
- Apri bene le orecchie, Eickam. Abbiamo bisogno di quei fottuti soldi e ne abbiamo bisogno adesso! –
Ron era sempre il solito esagerato, mi venne da ridere ma cercai di trattenermi e tornai a parlargli con più calma – Amico, ho detto che te li procuro ... sta tranquillo. Partitina a poker dopo? –
- Sta tranquillo un cazzo! Hai capito in che situazione ci hai fatto finire? – Urlò dall'altra parte del telefono – quel carico di roba va pagato e subito, siamo già in ritardo. Non voglio altre visite, cazzo! Mi hai capito? Portami i soldi entro stasera, manca solo la tua fetta. –
Mi ritrovai a sospirare e in automatico cambiai strada, anche i miei piani erano in evoluzione a quel punto. Denaro, denaro, denaro! Era una maledizione possedere qualcosa, chiunque l'aveva detto non si era sbagliato affatto.
- Se non vieni verrò a cercarti ... -
- Non provare a minacciarmi, figlio di puttana. Quanti soldi ho anticipato a te e a quegli idioti con cui lavori? – Era raro farmi perdere la pazienza, ma quella volta Ron ci era riuscito. Lo sentì imprecare in venti lingue diverse, stava tornando ad urlare – ti ho detto che te li porto. Dammi il tempo di prenderli e sono da te –
Prenderli, era più facile a dirsi che a farsi. Anche quella settimana ero riuscito a spendere più di quanto avessi guadagnato ... molto di più, in effetti. Ed ecco che mi toccava tornare all'ovile, in quella dannata casa dove i miei mi avrebbero assillato con mille domande. Non potevo più chiedere altro denaro a Levin, non prima di qualche settimana almeno. Allora che cosa potevo fare? Ero sempre stato bravo ad inventarmi qualcosa ... salvarmi il culo in extremis era diventata un'arte.
Quando mi videro entrare ci fu la solita festa. Ero più popolare di Trump in quella dannata casa.
- Kai! Sei venuto per cena! Che sorpresa – Mia madre corse ad abbracciarmi, non ci vedevamo da appena cinque giorni, ma la mia apparizione doveva averle fatto credere che fossi tornato per restare un po' probabilmente.
- Ehi ma! Vedi di non strozzarmi –
- Scusami tesoro. Allora? Cosa ti va di mangiare stasera? Scommetto che Greta può tirare fuori una di quelle sue ricette messicane che ti piacciono tanto! –
Non volevo smontare l'entusiasmo di mia madre, ma in effetti bastava guardarmi meglio in viso per capire.
- Oh, non ti fermi? Almeno per cena ... -
- Sai, i ragazzi mi aspettano ... c'è una sorta di festa stasera. – Dissi mantenendomi sempre sul vago. Anche quella era un'arte dopotutto.
- Ma dove stai andando a dormire? Ti ospita un amico? – Ancora quel tono preoccupato, odiavo dover sorbire ogni dannata volta il solito interrogatorio.
- Sì, ma. Sempre il solito. Bryce – Volevo svignarmela in fretta, soprattutto prima che fosse rincasato anche il vecchio. Lui era il peggiore, non si sarebbe fatto bastare le mie risposte superficiali, lui sarebbe andato a fondo e avrebbe anche scavato, se necessario. Le peggiori liti avvenivano sempre con mio padre.
- Levin è in casa? –
- Sì, è di sopra –
Era sollevata tutte le volte che mi vedeva con Levin. Mio fratello era un po' come l'ultimo legame con la mia famiglia, se fosse venuto a mancare anche il nostro rapporto, per me sarebbe stato l'oblio. Ma non andai diretto da Levin, avevo altre faccende da sbrigare e dovevo fare in fretta. Il tempo scorreva in fretta, chi era del mestiere sapeva quanto fosse essenziale che tutto procedesse in modo rapido e senza intoppi. Entrai nella stanza di mia madre e senza vergogna alcuna tirai fuori il suo portagioie dal secondo cassetto.
- Cazzo ... che fine hanno fatto? –
C'era meno roba del previsto, anche il collier di diamanti su cui avevo messo gli occhi tempo fa non era lì. Doveva aver cambiato posto, ma io non avevo tempo per cercare più a fondo. Così afferrai i gioielli meno vistosi del mucchio, sperando che ne avrebbe notato la mancanza soltanto tra un po' di tempo, valutandoli sul momento pensai che forse avrei potuto farci intorno ai quattrocento dollari vendendo quella roba, ma non sarebbe stato comunque abbastanza. Dovevo tirare su il doppio come minimo. Non potevo prendere altro, così lasciai la stanza in fretta dopo aver riposto ogni cosa.
Fu con grande disinvoltura che andai da Levin. Lui se ne stava sul letto, tutto intento a leggere uno dei suoi libri filosofici sulla durezza o vacuità della vita e ovviamente portava le cuffie. Levin era nato con la musica dentro, pensai, non c'era stato un solo giorno in cui mio fratello non se ne fosse andato in giro a strimpellare o anche soltanto ad ascoltare uno di quei gruppi appena scoperti o che conosceva e amava già da tempo. Era così che lo ricordavo.
- Ehi Kai – Lui non sorrideva come la mamma, sapevo che aveva già capito.
- Ehi, big bro! Eri in ascolto? –
Non rispose, ma mi rigirò la domanda – Che ti serve, Kai? –
Sgamato. Dannazione. Mi ritrovai a ridere e a grattarmi il capo con un'espressione lievemente divertita sul volto
- Ma cosa vai a pensare. Sono venuto a farvi una visita. Come butta? – Andai a sedermi sul letto per notare da vicino quanto la sua espressione fosse scettica adesso.
- Ah-ah –
- Smettila di stronzeggiare e accetta la mia presenza per ciò che è! –
- E sarebbe? – Ancora quel tono scettico. Lo odiavo a volte – ti ho già detto che non avrai altri soldi da me questo mese –
- Non sono venuto a cercare dei soldi! – Non a lui quanto meno. Ero stato sincero su quel punto.
- Va bene, Va bene. Ti darò il beneficio del dubbio, sono troppo stanco per indagare. Tieniti lontano dai guai, soltanto questo –
- Sai che i guai mi amano, fratellone. C'è un rapporto speciale tra noi, non possiamo fare a meno l'uno dell'altro –
Mi piaceva scherzare, ma quella conversazione suonava sbagliata con Levin. Io che parlavo di guai quando non avevo mai pagato per i miei errori ... era stato lui a pagare al posto mio però. Cercai di soffocare quei pensieri sul nascere, era troppo pericoloso lasciarli crescere, sapevo quanto mi avrebbero fatto star male e per ottenere cosa poi? Che senso aveva piangere sul latte versato? Nessuno avrebbe ridato a Levin quei due anni trascorsi in carcere. Tornai a fissarlo e un nuovo senso di dispiacere mi pervase, soltanto dopo un'occhiata attenta alla stanza mi resi conto che mancava qualcosa.
- Dov'è? –
Lo vidi sollevare lo sguardo dal suo libro con fare svogliato – Dov'è chi? –
- La tua Fender! Dov'è la tua Fender? –
- Ah quella. L'ho venduta – Disse Levin senza un tono preciso.
Ero sgomento – Cosa? Hai venduto la tua chitarra? Perché? –
Fece spallucce – Ti servivano dei soldi o saresti finito nella merda, ammesso che non ci fossi già. Non fare quella faccia, non è successo niente di grave. –
- Niente di grave! Quella chitarra è tutto per te! Che cosa diavolo pensavi di fare? –
- Non la usavo più. Non aveva più senso tenerla qui –
Non avevo più parole, mio fratello adorava quella chitarra. Rimasi immobile, troppo confuso e scosso per trovare qualcosa di sensato da dire, i gioielli che tenevo nascosti nell'interno della felpa sembravano pesare un quintale adesso. L'aveva venduta per me ...
- Te la ricompro –
- Non prenderti questo disturbo. Come ti ho già detto non serve più ormai. Non ho più voglia di suonare. Ecco tutto. Adesso vorrei tornare a leggere, se non ti dispiace –
Vuoto, ecco come il carcere aveva reso mio fratello. Quel carcere che avrei dovuto scontare io al posto suo. Si era preso le mie colpe ed aveva affrontato il processo con la sua solita calma e compostezza; lui aveva espiato i miei peccati e in qualche modo continuava ancora a pagare per i miei errori.
- Kai ... perché diavolo stai piangendo adesso? –
Non fece in tempo ad alzarsi, perché ero già corso via. Feci le scale in una volata e scomparii oltre la porta di ingresso prima che qualcuno avesse potuto raggiungermi. Ero incazzato con me stesso, per la mia debolezza e per quel dannato sacrificio che non avrei mai potuto ripagare in nessun modo esistente al mondo. Avrei dovuto essere migliore di così, ci avevo provato, ma non riuscivo ad uscire da quel giro ... quella era la mia vita, quella era l'unica gente che voleva avere a che fare con me. Ero incastrato in un circolo vizioso. E avevo ancora bisogno di soldi, anzi di una somma ancora maggiore adesso, perché avevo una dannata Fender da comprare.
Ecco che ritornavo alle origini, lì dove avevo iniziato. Pioveva a dirotto e la gente si affrettava a raggiungere un posto caldo ed asciutto, riconobbi la mia preda come uno squalo che fiuta l'odore del sangue anche a chilometri di distanza. Mi dava le spalle e correva su dei tacchi troppo alti per quel tempaccio spaventoso. Ogni passo le faceva schizzare l'acqua gelida sul cappotto lungo e costoso. Anche la borsa che teneva al braccio doveva costare più di tutto ciò che portavo addosso quel giorno, gioielli compresi. Dovevo trovare il momento perfetto, l'attimo preciso per scattare e poi correre via. Eccolo lì, la strada era quasi del tutto deserta ed il suo ombrello era stato distrutto da una folata di vento più violenta delle altre, la vidi tentare disperatamente di sistemarlo, ma era troppo tardi. Era fradicia, mezza accecata dalla pioggia e su tacchi troppo alti per reggersi senza problemi. Scattai in avanti e le diedi una spallata, la sentii cedere accanto a me, poi afferrai in fretta e furia la sua borsa.
Era stata colta troppo di sorpresa per urlare davvero, ma nell'infuriare della tempesta avevo sentito qualcosa. Un'imprecazione in una lingua sconosciuta. Mi voltai per vederla un attimo, soltanto un istante. Ero impazzito forse, non avrei dovuto fermarmi per nessuna ragione al mondo.
Era davvero bella. Grandi occhi scuri, a mandorla, su un viso a forma di cuore. Era orientale, forse giapponese. Ed io ero un idiota, perché continuavo a starmene lì sotto la pioggia, con la sua borsa ancora stretta tra le mani, a fissarla come ipnotizzato. I miei battiti impazzirono in fretta, perfino la pioggia non mi toccava neanche.
- Chi sei? –
Mi fissò, forse avrebbe urlato, pensai.
- June –
Dovevo essere completamente fuori di me, allungai la mano verso di lei, in attesa che la prendesse per aiutarla a mettersi in piedi. Forse anche lei non era in sé quanto credevo, perché lo fece davvero. Afferrò la mano del suo scippatore e mi fronteggiò.
- Ti sei fatta male? –
Scosse soltanto la testa, non smetteva di fissarmi. Forse stava cercando di memorizzare il mio volto per quando avrebbe fatto la sua deposizione in centrale?
- Non mi piace scippare le belle ragazze come te – Era suonata idiota perfino alle mie stesse orecchie
- E a me non piace venire scippata e poi intrattenuta. Sono bagnata fradicia. Vuoi startene qui in piedi ancora per molto? –
Era vero, eravamo zuppi da far paura ormai. Continuavo a darmi del pazzo mentre la guidavo nel primo locale che trovai sulla strada. Che cosa stavo facendo? Non riuscivo a toglierle gli occhi da dosso, aveva dei capelli così scuri e brillanti, incasinati dalla pioggia e dal vento, ma comunque bellissimi. E Dio come profumava. Il calore del locale ci investì un attimo dopo, ero in piedi davanti a lei adesso, con ancora la sua borsa tra le mani. Era il momento perfetto per chiedere aiuto, se avesse voluto
- Quella me la restituisci o no? –
Perché non se l'era presa? Si limitò a lanciarmi un'occhiata penetrante, poi si tolse il cappotto zuppo e scosse la testa. Non dissi nulla, mi limitai a porgerle la borsa che le avevo sottratto pochi minuti prima.
- Grazie tante. Sei il ladro più confuso della storia, lasciatelo dire –
- E tu la vittima di rapine più bella della storia –
Cercò di non mostrarsi lusingata e ci riuscì fin troppo bene, sospirò in modo teatrale, poi mi diede una spinta verso uno dei tavoli.
- Allora? Come minimo dovresti offrirmi qualcosa di caldo dopo avermi spinta a terra e tentato di derubare –
- Hai ragione. Scusa le mie maniere, sono in un terreno inesplorato –
- Ah, davvero? Perché a me capita ogni giorno di venire quasi derubata e poi scortata in un locale per un goccetto –
Aveva del senso dell'umorismo e io adoravo le ragazze con del senso dell'umorismo. Ero già perso quando mi sedetti davanti a lei dopo aver portato al tavolo una bottiglia di whiskey e due bicchierini.
- Ora sì che si ragiona. Quindi fammi capire, la fai spesso questa cosa? Rimorchi bene? –
Mi ritrovai a ridere – Oh sì, vedi come funziona a pennello? Alle donne piace l'uomo rude! – poi tornai serio, in effetti era pur sempre caduta a terra – sei sicura di star bene? Cadere da quei tacchi non deve essere bello –
- Cadere non è mai bello o mi sbaglio? – Poi mandò giù il suo primo bicchiere di whiskey e sorrise. Dio, aveva un sorriso così luminoso.
- Senti, varrebbero qualcosa le mie scuse se provassi a fartele? –
- Non importa. A dire il vero mi hai movimentato la giornata ... era stata di una noia mortale. Tra lezioni da seguire, recupero di matematica e quella terribile festa di mio padre. Mi serviva proprio questo tentativo di scippo. Potrei perfino ringraziarti –
- Tu sei pazza – E c'era così tanta ammirazione nel mio tono di voce che per poco non mi presi a schiaffi da solo. Kai non fare il patetico, continuavo a ripetermi.
- Ringraziarmi come? –
Doveva smettere di sorridere, perché presto o tardi mi avrebbe ucciso. Bella, con il mascara appena sbavato dalla pioggia e i capelli incasinati ... non dovevo lasciare che i miei pensieri vagassero verso certi sentieri tortuosi, ma forse era già troppo tardi. Mi protesi verso di lei e il suo profumo mi inebriò di nuovo. Il suo sguardo era malizioso e brillante.
- Possiamo andare a casa mia. Non è lontana –
Ero già in piedi dopo due secondi – Prego, fammi strada. Non vuoi tentare di farmi uccidere e vendicarti così del quasi scippo, vero? Beh, anche se fosse ... dammi almeno il tempo di consumare, poi potrai fare di me ciò che vorrai –
- Sta zitto – Mi intimò, puntandomi un dito contro le labbra – non ti ho ancora chiesto come ti chiami adesso che ci penso –
- Ah! Buona questa. Non lo avrai il mio nome, tesoro. Hai già un volto, fattelo bastare – Non potevo rischiare, eppure stavo per seguirla a casa, ammesso che avesse davvero voluto portarmi a casa sua. Ero un pazzo, continuavo a comportarmi in modo del tutto incosciente e lo stavo facendo soltanto per poter passare del tempo con una tipa appena conosciuta. Sì, ma che tipa ... disse una vocina dentro di me, quella più incline alle pessime decisioni.
Ero un caso perso in partenza.
ALENCAR
Il mio passo era sicuro come sempre, nonostante la confusione e il calore intorno a me. La musica era tremendamente alta e le luci fin troppo soffuse, i ragazzi ammassavano ogni angolo del vecchio casolare. Si trattava di un locale jazz ormai chiuso da anni, The house of soul, nome parecchio evocativo, mi dicevo ogni volta che mettevamo su serate come quella.
Quando avevi qualche chilo extra di roba da smerciare, aprire le porte del Soul era il modo migliore per attirare la clientela più eterogenea. Bastava semplicemente muovere i primi passi lungo l'entrata e osservare quei corpi ammassati per notare lo spesso strato di dipendenza che impregnava quella città.
Non solo tossici, anche qualche ragazzino alle prime armi e gli incorreggibili ricchi con soldi in più da spararsi in vena. Miserabili e perbenisti rinchiusi in quella tana con le facce riverse sui tavolini e le siringhe pronte, la polizia era pagata e addestrata a non gettare gli occhi su quello spettacolo di tragica decadenza.
Erano tutti lì alla ricerca di qualcosa, erano tutti costantemente in attesa, non serviva nemmeno distribuire inviti, quando quelle porte si aprivano la gente ne veniva risucchiata. Che cercassero un modo per evadere, un'esperienza diversa, il brivido di una follia notturna, l'approvazione di una cerchia di amici, qualsiasi fosse la loro forma di dipendenza o bisogno finivano al nostro cospetto. Cento dollari all'ingresso e potevano avere l'impressione di far parte di una società segreta, una sorta di élite con un segreto da nascondere.
Ma non siete altro che corpi ammassati.
Il mio passo si fermò quando individuai una zona leggermente più illuminata delle altre e tranquilla, Tian era lì con il suo fedele quadernetto, accennò un sorriso mentre vedeva che mi accomodavo sul divanetto accanto a lui.
- Come va la serata? – chiesi portando una sigaretta alle labbra.
Lui tirò fuori un fiammifero dalla tasca e lo accese facendolo sfregare rapidamente contro il muro alle sue spalle, mi sporsi leggermente appoggiando la sigaretta alla fiamma.
- Molto bene, siamo già a trentamila, queste serate sono paurosamente remunerative – rispose quello – abbiamo bloccato gli ingressi, meglio non mettere troppi topi nella stessa gabbia attireremmo solo occhiate indiscrete. –
- Sì, va bene così – concordai aspirando una boccata di fumo – i ragazzi? –
- Miles sta perlustrando il locale, controlla che non ci siano casini – poi ci fu una breve pausa, una di quelle che Tian faceva quando non aveva voglia di continuare il seguito di una frase – Jonas non è potuto venire, sai ... la gravidanza –
Io annuii – è in una fase delicata – poi feci anche io una di quelle pause – al gran capo questa cosa non piacerà –
- Dovrebbe ritirarsi –
- Questo al grande capo piacerebbe ancora meno, nessuno abbandona la nave. Cerchiamo di coprirlo noi finchè possiamo – dissi e il mio amico concordò.
- Alla riunione con Kurt ci dovrà essere assolutamente. –
Poi la mia attenzione fu attirata da una sensazione, anzi un odore. Sì, in quel luogo che puzzava tremendamente di stantio e sudore, in mezzo alla confusione e a quella massa di corpi io riuscivo a percepire quell'odore. Così delicato che sembrava un'allucinazione in quel delirio, eppure era reale, lei era lì e lo sapevo perché il suo profumo stava annebbiando la mia mente.
Voltai la testa alla ricerca della sua figura che non poteva essere lontana e la vidi, proprio a qualche metro da me, appoggiata al muro del corridoio stretto. I suoi capelli lungi e leggermente ondulati le cadevano lungo le spalle incorniciando il suo viso magro e spigoloso, il corpo esile era fermo nella solita posa provocante. I suoi occhi grigi scintillavano nella semi oscurità del locale e potevo vedere un angolo della sua bocca carnosa leggermente teso in un sorriso enigmatico.
Celia.
La vidi venire verso di me dopo qualche istante, con quel passo fiero ed elegante come se stesse pattinando, non disse nulla, si posizionò a cavalcioni sulle mie gambe e mi intrappolò in uno dei suoi baci famelici. Mi ritrovai ancora più prigioniero del suo profumo ed il sapore dei suoi baci, sapevano di ciliegie come il suo lucidalabbra. La morsa del suo abbraccio e delle sue labbra non si sciolse in fretta, anzi, durò finchè entrambi non fummo sul punto di soffocare. Era tutto così dannatamente intenso con lei.
- Ciao dolcezza – disse alla fine staccandosi da me leggermente ansimante – ti sono mancata? –
Non risposi subito, mi beai ancora della sua vista, passando una mano lungo il suo viso magro e accarezzando quella pelle liscia.
- Mi manchi sempre, lo sai –
Poi la vidi spostare lo sguardo verso Tian – ha fatto il depresso mentre non c'ero? – chiese al mio amico.
- Non più del solito, abbiamo qualche scadenza da rispettare –
La sentii stringersi ancora più a me – ho ricevuto il tuo regalino – disse facendo tintinnare le chiavi dell' appartamento davanti ai miei occhi – così mi lasci sola –
Non c'era un tono particolare in quell'ultima affermazione, non sembrava un rimprovero o una ammissione di sofferenza, era più la semplice realtà dei fatti.
- Quelle servono a non farti sentire sola – le risposi stringendola a me e passando una mano lungo la sua coscia fasciata dai jean neri e stretti.
Il suo sorriso si allargò – voglio vivere con te dopo, quando sarà finita la scuola –
Scossi leggermente la testa, sapevo che stavo per dire qualcosa che l'avrebbe delusa – sai che non è possibile. Lui non sarebbe mai d'accordo e stare con me è troppo rischioso Celia –
I suoi occhi ad un tratto persero la dolcezza con cui mi guardava, sapevo che dire quelle parole l'avrebbe resa furiosa ma non potevo fare finta di niente, non ero nato per voltare lo sguardo, avevo sempre tenuto i miei occhi fissi sui drammi della vita.
La vidi sollevarsi, senza dire una parola, voltarsi e sparire a grandi passi nella folla, verso l'uscita del locale. I miei occhi si spostarono sulla figura di Tian che mi fece un cenno leggero con il capo.
- Non c'è bisogno che resti – disse con il suo solito tono pacato – tutto sotto controllo qui, vai con lei –
Non me lo feci ripetere, mi sollevai uscendo rapidamente dal locale, lei non era nemmeno fuori, aveva già cominciato a camminare verso casa con il suo solito passo svelto e impettito. Così accelerai anche io superando diversi isolati e poi la vidi, in attesa di attraversare un incrocio.
- Non credere di impietosirmi, Alencar – disse lei mentre sentiva che le andavo vicino – mi sono presa questa vita lottando, perché volevo vivere, perché è un mio diritto. Non lascerò che nessuno mi tratti come se fossi una parentesi –
- Sai che non è così che ti vedo – risposi afferrandole un braccio e facendola voltare verso di me – ma la mia vita è complicata, non voglio che tu finisca per essere coinvolta in un giro rischioso. –
- La tua vita è complicata? – stava facendo della tagliente ironia, scossi la testa mentre lei mi inchiodava con quell'espressione di finto sgomento – hai idea di com'è non avere il controllo su niente? Essere prigioniera in un corpo che non ti appartiene ed elemosinare ogni istante –
Passai una mano ad accarezzarle una guancia e poi la attirai più vicina a me, non oppose resistenza, portammo le nostre labbra ad un soffio di distanza.
- So com'è quando te ne vai e il non sapere se ti rivedrò o meno la sera successiva – dissi in un sussurro – e questo mi manda al manicomio. Quindi non sprechiamo questa opportunità –
Il sapore di ciliegia, lo sentii nuovamente quando Celia intrappolò le mie labbra in un bacio intenso, si stava aggrappando alle mie spalle ed io la strinsi a me più forte che potevo. Non sarebbe sparita subito, avevamo ancora la notte e la luce che risplendeva nei suoi occhi era fra le più vive che io avessi mai visto.
Resta con me, resta ancora.
Eravamo rientrati nel silenzio di quella casa, non correvamo alcun rischio perché non c'era nessuno ad aspettarci.
- Dove sono? – mormorò lei tra un bacio e l'altro mentre passava una mano sotto la mia maglietta.
- Il vecchio è partito stamattina, la puttana non la vedo da una settimana – mormorai facendo scivolare la sua giacca a terra.
- Ehi non parlare così di mia madre! – esclamò con tono divertito mentre si divincolava appena.
La vidi correre per le scale e mi gettai al suo inseguimento, quei corridoi freddi e silenziosi ad un tratto si riempirono della sua risata e qualcosa si smosse nel mio stomaco. Aveva il potere di farmi ancora provare qualcosa, di riportare in vita quella casa e anche parti di me stesso.
Mi ritrovai davanti alla porta della mia camera mentre lei era vicino al letto. Mi incatenò con i suoi occhi grigi e con un gesto rapido si sfilò la maglietta. Aveva lasciato che i capelli lunghi le ricadessero lungo le spalle nude: era bellissima.
Mi avvicinai al suo corpo lentamente, mentre il suo sguardo si colorava di eccitazione. Era magra, longilinea, la sua vita stretta mi faceva letteralmente impazzire. Iniziai a baciarle la base del collo, seguendo la linea marcata delle sue clavicole e poi il suo petto liscio e chiaro. Sobbalzò leggermente dalla sorpresa quando le leccai un capezzolo.
Le artigliai i fianchi morbidi mentre la tiravo verso il letto. Non smettevo di seviziarle i capezzoli chiari: li mordevo e succhiavo, solo per sentirla trattenere i sospiri. Mi sedetti sul bordo del letto e lei si posizionò in mezzo alle mie gambe. La mia bocca arrivava perfettamente al suo addome, e cominciai a leccarla e mordere dove più capitava, infilando la lingua nell'ombelico mentre muovevo le mani verso il bottone dei suoi jeans.
La volevo così tanto che non indugiai oltre, la liberai dal resto dei suoi indumenti con un gesto secco, esponendo il suo corpo nudo davanti ai miei occhi. Celia non era una ragazza timida, anzi, le piaceva mostrarsi con una certa spavalderia il più delle volte, ma non in quei momenti. Quando i miei occhi indugiavano fin troppo sul suo corpo nudo e l'erezione turgida che aveva fra le gambe.
- Non guardarmi – disse con un filo di voce mentre si spostava per distendersi sul letto, nascondendosi alla mia vista.
Mi dava le spalle, eppure la sua figura non mi era mai sembrata così sensuale. Le ciocche scure dei suoi capelli sparse sul lenzuolo, la sua schiena nuda e pallida e il suo sedere tondo, sodo. Era perfetto. Gettai la mia maglietta da qualche parte dietro di me e la raggiunsi al centro del materasso, sovrastandola. Continuò a non muoversi fin quando non cominciai a baciare la superficie liscia della sua pelle, la mia mano che percorreva il sentiero sinuoso delle sue gambe, accarezzandole l'interno coscia.Quello la fece rabbrividire - Questo corpo è ripugnante ... - mormorò ancora con la voce ovattata – vorrei tanto che mi avessi conosciuta prima, in un'altra vita. È andato tutto a puttane –
- Non mi importa – le dissi con tono sicuro – io voglio te, in qualsiasi corpo tu sia. Ti amo Celia –
Lei allora si voltò, mostrandomi il suo viso accaldato dall'eccitazione, ancora triste ma terribilmente dolce. Non era la prima volta che dicevo quelle parole, ma lei mi fissava sempre come se fosse la prima volta che le sentiva – ami solo me, vero? Non è lui che vedi ... -
- I miei occhi vedono solo te – Ed era la verità.
A quel punto decise di mostrarsi interamente, voltandosi e aprendo le gambe in modo provocante, invitandomi. Mi gettai sul suo corpo, avventandomi sulle sue labbra calde, morbide, il sapore di ciliegia non era ancora sparito. Mi ritrovai prigioniero della sua stretta e di quella danza. Sentivo la mia erezione tirare nei pantaloni. Lei continuava a leccarmi con la lingua, le gambe ancora alla mia vita e le braccia a farsi leva per strusciarsi su di me. Stavo perdendo la ragione. Finì di spogliarmi con una mano, mentre con l'altra già la districavo dalla sua stretta per cambiare posizione. Non perse tempo ovviamente: aveva voglia di me quanta io ne avevo di lei e cominciò a passare le labbra lungo il mio petto, seguendo la linea dei miei addominali. Mi guardava ammaliante mentre scendeva giù fino alla mia erezione, si abbassò tirando fuori la lingua. La inumidì appena, facendomi scattare il bacino verso l'alto, fra le sue labbra.
–Celia...- mi lamentai quando prese a muovere fin troppo piano la mano sulla mia pelle: era estenuante.
Diede una leccata veloce alla punta e poi iniziò a giocare abilmente con i miei testicoli: sapeva dove toccare per farmi impazzire, non riuscivo più ad aspettare così infilai il preservativo.
- Odio quell'affare...-
-Shh- Le aprii le gambe con delicatezza, spingendole il più possibile ai lati. La volevo aperta davanti a me, pronta per qualsiasi cosa volessi darle. E io volevo darle tutto, per tutta la notte. Mi calai tra le sue cosce, mentre lei si manteneva aperte le gambe per consentirmi maggiore accesso alla sua apertura. Inserii un primo dito dentro di lei e spostai le labbra a baciarle l'interno coscia, la sua erezione aveva i brividi potevo vederlo così sfiorai anche quella, un gesto rapido con la punta della lingua.
- No ... - mormorò lei a fatica mentre il piacere nel suo corpo cresceva e opponeva sempre meno resistenza ai miei tentativi di aumentare il suo piacere. La sua apertura stava cedendo sempre di più sotto il lavoro della mia lingua e delle mie dita, potevo sentirla contrarre e dovetti portare una mano alla mia erezione per cercare di trovare un po' di sollievo.
Avevo avuto moltissimi amanti, sia donne che uomini, storie che si erano susseguite l'una dopo altra più rapidamente dei giorni in un calendario. Nessuno di loro mi aveva mai attirato davvero, non mi affezionavo a loro e a stento ricordavo i loro volti, ma dalla prima volta che gli occhi di Celia si erano posati su di me ne ero rimasto prigioniero. Tre anni, erano passati tre lunghi anni e mi sembrava di scoprire quel corpo ogni volta come se fosse la prima e la mia anima era sempre più legata alla sua.
L'ennesima donna condannata ingiustamente.
Fui dentro di lei con estrema lentezza, per farla abituare a quella intrusione, sentivo i muscoli del suo corpo tendersi sotto di me. Le sue cosce si avvinghiarono alla mia vita mentre la sua erezione era stretta fra i nostri corpi, tornai a baciarla incapace di resistere ancora lontano dalle sue labbra. Le sue dita erano tra i miei capelli che tanto adorava, a sfiorarli con delicatezza e poi a tirarli quasi inconsapevolmente quando colpivo un punto profondo dentro di lei. I miei affondi iniziarono ad aumentare di intensità mentre i nostri gemiti riempivano il silenzio della camera.
- Alencar ... -
Sentirle pronunciare il mio nome in quei momenti sembrava la melodia più dolce che esistesse, era quasi una supplica, una preghiera.
- Sono qui – mormorai al suo orecchio.
Ad un tratto sentii il suo corpo prendere il sopravvento sul mio, mi ritrovai con la schiena contro il materasso e Celia a cavalcioni su di me. Stava sorridendo impudente e i suoi capelli cadevano in avanti, solleticando appena il mio viso. Le sue mani erano sul mio petto, a tenermi giù sul materasso, alla sua mercè. Come se non fosse leggera come un foglia per me, come se non potessi semplicemente incastrarla sotto il mio corpo e prenderla fino a sfinirci. Ma mi piaceva così tanto essere in balia della sua passione, dei suoi fianchi, del suo calore e delle sue mani che raschiavano il mio petto. Non aveva mai smesso di muoversi, i nostri corpi erano incastrati in una danza che ci teneva prigionieri, desiderosi di aumentare il piacere l'uno dell'altra. Continuavo a spingere dentro di lei, puntando i talloni sul letto e spingendo il mio bacino ad incontrare le sue spinte. La vedevo dimenarsi sempre più vicina all'orgasmo, lo vedevo dalla sua erezione terribilmente turgida e arrossata. Gemeva e muoveva i fianchi con ancora più vigore, sembrava volesse urlare, invece:
- Dimmi che mi ami Alencar, dimmi che sono la sola cosa che ami nella tua vita, che sono l'unica al mondo – mormorò fra un bacio bramoso e l'altro.
- Ti amo Celia – risposi incapace di sfuggire a quegli occhi intensi – e non potrei mai amare nessuno come amo te –
Ancora una volta il suo sorriso soddisfatto le illuminò il viso mentre ormai entrambi eravamo al limite, fui io a cedere per primo liberandomi mentre mi stringevo ancora di più a lei. Celia si lasciò andare qualche istante dopo sporcando l'addome di entrambi e afflosciandosi sul mio petto.
- Vorrei che fosse sempre così. – mormorò – detesto che i momento più belli della mia vita vengano cancellati al sorgere del sole. –
- Forse un giorno troveremo un modo per farti restare – le dissi mentre si sistemava meglio fra le coperte e poggiava le testa sul mio petto – forse potrò tenerti con me per sempre –
- Sarebbe bello –
Bello e impossibile.
Era sopravvissuto il gemello sbagliato, ancora una volta il mondo aveva preso la piega sbagliata, senza avere pietà per gli innocenti, dando seconde occasioni solo ai peggiori della nostra razza.
ANGOLO AUTRICI:
Buongiorno! Vi presentiamo il terzo capitolo, ormai possiamo piano piano addentrarci nella storia, cominciate a vedere personaggi già noti e magari unire i tasselli di alcune informazioni! Abbiamo anche l'entrata in scena di Kai XD a lui vengono dedicati alcuni pov, speriamo vi piaccia ;) Per il resto lasciamo a voi la parola, diteci pure le vostre impressioni, le vostre teorie e il parare su quanto state leggendo.
Noi come sempre vi auguriamo buona lettura, ringraziamo di cuore i recensori e vi aspettiamo la prossima domenica <3
Alla prossima
BLACKSTEEL
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