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27. Alive

"Factum est illud;
fieri infectum non potest.


"E' fatto, non può essere disfatto." Plauto




LEVIN

Mi ero preso una sbronza talmente grossa che l'indomani non ero riuscito ad alzarmi dal letto e quindi avevo evitato una lunga giornata tediosa a scuola. La notte precedente avevo vomitato l'anima a più riprese, la prima volta all'uscita dalla metro e poi un altro paio di volte a casa; fortunatamente ero riuscito a non svegliare i miei. Era imperativo mantenere un certo decoro con loro, soprattutto vista la piega che io e Kai avevamo preso in quegli ultimi anni.
Ero riuscito a rimettermi in piedi verso l'ora di pranzo, ovviamente il mio stomaco si rifiutava in modo categorico di accettare del cibo, mia madre era più o meno convinta che avessi preso una sorta di indigestione mangiando la robaccia che vendevano al bar dell'ospedale ed io glielo lasciai credere.
- Tesoro, cerca di bere qualcosa almeno ... stasera c'è quel party presidenziale a cui non possiamo mancare.
- Oh Dio, no ... ti prego, il party presidenziale no – mi coprii il volto con le mani. L'avevo rimosso completamente e bastò quello per farmi venire voglia di tornarmene a letto.
- Credi che io mi diverta a trascorrere le mie serate in mezzo a quella gente? – sussurrò mia madre, il suo viso era tutto un programma – ma tuo padre è in lista e non possiamo mancare. Vado a prepararti un frullato, tu prendi quelle pasticche che ti ho lasciato. Ti faranno passare la nausea.
Appoggiai la fronte sul bancone da cucina in cerca di un metodo per interrompere quel flusso di mal di testa e pensieri che viaggiavano insieme. In quelle ultime ore mi ero sentito troppo di merda per pensare a quella serata stranissima che avevo appena vissuto, in realtà non riuscivo neanche a capire come avesse fatto a concretizzarsi qualcosa che fino a poche ore prima ritenevo impossibile. Uscire con Andrew per una birra faceva già ridere di per sé, ma addirittura spassarsela ... ridere, divertirsi, parlare del più e del meno senza deprimersi ... quella era pura fantascienza. Invece era successo. Doveva sentirsi parecchio solo per divertirsi con uno come me, d'altronde io ero uno dei pochi che poteva capire come ci si sentiva a vivere sulla propria pelle quel tipo di situazione. Forse voleva soltanto del sostegno in un momento per niente facile. Non ne avevo idea sinceramente, sapevo soltanto che avevamo riso un sacco e corso e bevuto. E che voleva rifarlo.
- Ecco qui, bevilo tutto così ti senti meglio. Io vado a recuperare i nostri abiti in sartoria, ma farò presto.
Mia madre era di ritorno con il suo temibile frullato agli agrumi e delle pasticche contro la nausea che mi piazzò davanti. Mi passò una mano tra i capelli, quei capelli ossigenati che le facevano sempre storcere il naso, ma che aveva ormai iniziato ad accettare, illuminata dal fatto che niente di tutto quello che avesse detto avrebbe mai potuto farmi cambiare idea riguardo i miei capelli.
Avevo finito il mio frullato, poi avevo fatto una doccia veloce ed ero uscito anch'io. Mi sentivo meglio e poi avevo giusto un po' di tempo per passare da Aiden prima di partire per Manhattan con i miei. Quel giorno ero incredibilmente assente, mi sentivo in colpa per essermi fatto di nuovo dopo un periodo di astinenza dolorosissima. Forse era per questa ragione che ero riuscito a godermi la serata senza che mi venisse voglia di buttarmi sotto un treno, forse non era stata la compagnia di Andrew a darmi sollievo, forse, ancora una volta, dovevo ringraziare soltanto la coca se ero riuscito a sopportare quella notte e anche un po' a godermela.
C'era un pensiero fisso che mi torturava, anzi, si trattava per lo più di una serie di gesti che sul momento avevo preferito lasciar correre, ma che adesso mi tornavano in mente. Quante volte mi ero ritrovato a toccarlo anche solo casualmente o mi ero sporto verso di lui con l'intento di afferrarlo? E le sue mani sulle mie spalle? No, stavo fraintendendo tutto, forse ero veramente troppo fatto e ubriaco per capirci qualcosa. Non stavamo flirtando, volevamo soltanto rilassarci per un paio di ore.
Avevo parlato troppo con lui però, pensai, mi ero lasciato andare in un modo eccessivo e dovevo avergli dato un'impressione sbagliata di me ... tutte quelle provocazioni non facevano parte del mio carattere. Cosa mi era saltato in mente di ridere e scherzare con Andrew? Quel ragazzo non era un perfetto sconosciuto con cui poter instaurare un rapporto di amicizia. Era la persona che Aiden aveva tradito con me e non potevo fingere che non ci fosse niente di strano nel passare consapevolmente una serata con lui. A quel punto tirai fuori le cuffie e cercai di allontanare qualsiasi tipo di pensiero disturbante, ero certo di star esagerando a preoccuparti tanto per una stronzata simile. Si sa, l'erba rende paranoici.
Callum mi aveva lasciato un paio di messaggi sul cellulare, niente pausa sigaretta dietro il cortile della scuola per quella volta, il suo vicino si era sbronzato con l'ex del suo ex.
- Che situazione del cazzo ...
- Come dici, ragazzo?
Avevo guardato la nonnetta che mi sedeva accanto e avevo scosso la testa
- Dicevo, gran bella giornata!
- Oh sì, è venuto fuori il sole – convenne la donna.
Ottimo, Levin, inizia anche a parlare da solo adesso. Decisi di tuffarmi tra le pagine di Henry Miller e lasciarmi catapultare nella Parigi degli anni trenta, sempre meglio che starmene nella Brooklyn del duemila e diciotto, pensai, ma sbagliandomi. Non riuscivo a concentrarmi nella lettura, ogni stupidaggine diventava motivo di distrazione e alla fine, senza neanche rendermene conto, ero arrivato alla mia fermata.
Mi sentivo teso quel giorno, come se non riuscissi a mettere un freno ad una strana sensazione che non sapevo spiegare a dovere. Dovevo lasciarla correre, forse ignorandola sarebbe andata via prima o poi, così spiccai una corsa e feci in fretta le scale che conducevano al terzo piano. Anche Keno era già lì, mi chiesi se fosse uscito prima per qualche motivo o se fosse semplicemente scappato da scuola per passare più tempo con Aiden.
Entrai nella stanza facendo piano, lo vidi voltarsi brevemente verso di me ed interrompere quella sorta di monologo che faceva ogni giorno, forse con la speranza di aiutare Aiden come gli avevano detto i dottori. Io non riuscivo a parlare, anche impegnandomi, non ce la facevo e basta. Finivo per starmene lì in silenzio, ad osservare il viso serafico di Aiden ... così immobile, così pallido. Le parole morivano sempre in bocca, non ero mai stato un grande oratore.
- Puoi continuare ... sono passato solo per un saluto veloce, sto andando via. – dissi in fretta.
- Che importa, tanto è solo tempo perso – esalò Keno, amareggiato.
Avvicinai la mia sedia alla sua, non mi sentivo in grado di smentirlo, non ero certo che avesse davvero senso parlare a qualcuno che non mostrava di captare neanche lontanamente quello che gli veniva detto. Era come parlare ad un cadavere, mi ritrovai a pensare, sentendo subito un groppo alla gola. Allungai un braccio verso Aiden, per stringere la sua mano nella mia ed essere certo che ci fosse ancora del sangue caldo in quel corpo, mi bastava un dannato segno di vita, qualsiasi cosa potesse farmi capire che aveva ancora senso lottare e sperare in un risveglio.
Keno fremette piano, il suo sguardo si era fatto ancora più duro mentre fissava le nostre mani
- Che c'è?
Quello scosse la testa, sembrò mandare giù qualcosa di doloroso e terribile, poi parlò
- Devo chiederti una cosa, Eickam, visto che sei stato tu l'ultimo a vederlo quella sera.
- Cosa?
- Ti ha detto qualcosa di me? Ti ha parlato del nostro litigio? Ce l'aveva con me in modo particolare? Insomma, qualsiasi cosa ... cosa ti ha detto?
Ancora quella domanda, prima Andrew e adesso Keno. Era stupido dire che non me lo aspettavo. Dovetti tornare indietro con la mente, nel caos di quella notte non avevo più pensato a quanto Aiden fosse sconvolto, ma ricordavo le sue parole. Mi tornavano in testa continuamente.
- Lui mi ha solo fatto capire che era rimasto da solo e che non voleva coinvolgerti nel cercare un posto dove stare ... all'inizio gli avevo chiesto di chiamare te, non sapevo nulla della vostra lite.
Keno aveva trattenuto il respiro, capii che quella domanda gli era costata cara e che se la stava portando dentro da chissà quanti giorni ormai. Aveva paura di non riuscire mai più a chiarire con il suo migliore amico, glielo leggevo sul viso, era un'angoscia che lo divorava notte e giorno, un senso di colpa che non poteva essere espiato con niente, non mentre Aiden era ancora in coma. Doveva essere stata una lite molto pesante per far crollare un'amicizia duratura come quella. Sapevo che all'inizio si erano scontrati anche a causa mia, ma non avevo idea di come quel litigio fosse degenerato tanto da arrivare a quel punto. Non ero intenzionato ad entrare in merito però, Keno non era un mio amico, né una persona a cui volevo alleviare qualcosa. Era stato il primo a gettare su me ed Andrew il peso della mia relazione con Aiden e lo aveva fatto senza averne alcun diritto, quindi mi sollevai da lì nel silenzio più totale, pur sapendo che probabilmente, se Aiden si fosse svegliato, non avrebbe dato peso a quella lite, non dopo aver rischiato di morire.
- A domani – dissi soltanto, senza ottenere alcuna risposta.
Mia madre aveva cominciato a cercarmi al telefono, dovevo darmi una mossa anche se l'idea di andare a quel dannato party mi faceva venire voglia di sotterrarmi dove nessuno avrebbe potuto trovarmi. Lasciai l'ospedale in tutta fretta, ma mentre io uscivo dall'entrata non potei fare a meno di notare Andrew che stava sopraggiungendo dal parcheggio.
- Ehi!
Non mi aspettavo di vederlo così presto e, soprattutto, sembrava avere una cera decisamente migliore della mia, un motivo in più per invidiarlo. Andrew era sempre vestito di tutto punto, quella mattina portava un maglione blu sulla camicia chiara e il suo immancabile paio di Ray-Ban che facevano molto aviatore. Un po' di arie se le dava, pensai.
Quello si fermò davanti a me – Ehi a te! Aspetta, tu non dovresti essere a scuola? – poi aveva lanciato un'occhiata veloce al suo Rolex – l'hai marinata, Eickam?
Mi dedicò uno sguardo indagatore, la mia faccia doveva essere parecchio colpevole in quel momento – Diciamo che non sono riuscito a svegliarmi ...
- Cristo, sei stato male? – mi parve preoccupato
La mia espressione parlava da sola, lo vidi passarsi una mano tra i capelli castani, sempre portati all'indietro – Faccio proprio schifo, ti ho fatto ubriacare ... da me ci si aspetterebbe un minimo di buonsenso e invece ti ho fatto ubriacare!
- Da te non mi aspetto niente, non sei mica mio padre – dissi, invece – e poi sto talmente bene che stasera mi tocca anche andare al party presidenziale con i miei! Come sono fortunato!
- A Manhattan? Dovrei andarci anch'io, non essendo in missione non ho nessun cazzo di motivo valido per perdermelo, anche se preferirei lanciarmi dal terrazzo di casa – Andrew sospirò appena, poi il suo viso si fece meno duro – ricordi che ci siamo già incontrati ad un altro party presidenziale? Un paio di mesi fa, ero con un mio amico e voleva provarci con te. Siamo venuti a presentarci, ma tu te la tiravi parecchio.
- Questo tuo amico voleva provarci con me? – ero confuso – beh, puoi dirgli che deve impegnarsi di più perché non me ne sono neanche accorto
Andrew rise forte – Lo avevo capito. Beh, almeno stasera avrai qualcuno con cui parlare quando la noia si farà sentire
- E si farà sentire già dopo il primo minuto seduto a quel tavolo. Forse dovrei andare ad ubriacarmi di nuovo, stavolta punterei a svenire da qualche parte però ...
Mi aveva appena chiesto di andare a parlare con lui?
- Che c'è? Non penserai di presentarmi di nuovo il tuo amico pilota per caso. – chiesi, ironico
- Tutto l'opposto! Passa al mio tavolo per una sigaretta, così Alec schiatterà di invidia – Andrew rise forte, sembrava godersela parecchio – dovevi sentirlo, era quasi convinto di aver fatto colpo su di te quella sera.
- Ripeto: non me ne sono neanche accorto – dissi, sempre più divertito e confuso allo stesso tempo.
Cominciavo a ricordare qualcosa, era strano pensare che già a quei tempi avevo conosciuto Andrew, pur non sapendo chi fosse.
- Adesso devo andare, mia madre sta sclerando e con il traffico che c'è ci metteremo minimo tre ore per arrivare a Manhattan. Che cazzo ...
- Dai, sbrigati allora. Anch'io oggi devo darmi una mossa. Ammettilo che stai rimpiangendo certe serate rilassate al pub. Niente smoking, niente vecchi politici che sproloquiano su campagne inutili.
Mi venne da ridere – Le serate al pub mi allettano, ma non quella roba che mi hai fatto bere a fine serata. E' stato il colpo di grazia
Andrew mise su una finta espressione delusa – Che pessima generazione quella che non sa apprezzare un Whiskey doppio malto invecchiato. Beh, ne rimarrà più per me la prossima volta!
Gli avevo assestato una debole spallata di protesta mentre lo oltrepassavo – Che gusti di merda che hai. Ah, sei passato a controllare Harry? Non credo di averne il tempo oggi – aggiunsi, ricordandomene in quel momento
- Ci vado, ci vado. Keno sarà felice di vedermi
Cercai di soffocare una risatina, non gli conveniva parlare a voce così alta con il vero Keno in giro per l'ospedale, qualcosa mi diceva che non gli sarebbe piaciuto apprendere che stavamo pensando di affibbiare il suo nome ad un cane. Eravamo rimasti lì a fissarci per un po', mi riscossi in fretta
- A stasera allora, F.D.L. – dissi prima di prendere la strada che portava alla metro.
- Ancora?
Andrew aveva scosso la testa. Aveva ancora un sorrisino impresso sul viso quando lo oltrepassai.
Un tempo anche Kai veniva costretto ad indossare il suo migliore abito sartoriale da sera per partecipare a quelle terribili ed infinite cene che si tenevano sempre in lussuosissime sale ricevimento nel centro di Manhattan. Un tempo ci annoiavamo insieme e tutto sembrava più leggero e sopportabile. Spesso riusciva anche a strappare qualche appuntamento in giro, si divertiva un sacco a flirtare durante quelle cene di merda e si divertiva ancora di più quando mio padre se ne accorgeva e gli lanciava quell'occhiataccia che poteva significare solo "ne parleremo a casa". Kai era sempre stato ribelle, ma prima lo era in un modo del tutto diverso, in un modo sano.
- Ah, quanta coda e il tempo sta peggiorando. Da quanto tempo siamo fermi qui? Un anno?!? – il nervosismo di mio padre iniziava a farsi sentire. Perfino mio padre detestava quelle serate.
Appoggiai il capo sul finestrino freddo della limousine e puntai i miei occhi sulle luci infinite e sgargianti di Manhattan, stava iniziando a piovere e forse dopo avrebbe anche nevicato, a detta delle previsioni meteo. L'auto ripartì per fermarsi un paio di metri più avanti, a pochi passi dall'Open Air, un locale che ricordavo bene, perché in effetti io e Yael ci eravamo baciati per la prima volta proprio lì davanti. Quanto tempo era passato? Sembrava una vita fa, un'esistenza talmente lontana che non riuscivo più a ricondurre a me.
E adesso lui era in carcere e Kai era in strada, a fare solo Dio sapeva cosa. Ed io ero bloccato in quell'auto, costretto a partecipare ad una cena dove tutti sapevano chi ero e da dove ero appena venuto fuori.
- Eccoci, eccoci. Grazie Elijah, ti chiamo non appena siamo pronti per tornare a casa.
Mio padre aveva salutato l'autista, l'arrestarsi dell'auto mi fece riscuotere dai miei pensieri. Il Whitby si stagliava davanti a noi con la sua facciata imponente e lussuosa, talmente luminosa da risplendere nella notte ed illuminare la miriade di limo e passeggeri in procinto di fermarsi. Ecco il primo assalto di conoscenti che veniva a salutarci, così ben vestiti ed educati, una perfetta imitazione di ciò che gli altri volevano vedere in tutti coloro che partecipavano a quelle serate. Anche i miei genitori non erano da meno, grandi sorrisi e conversazioni vuote ma cortesi. Per fortuna faceva troppo freddo fuori per attardarci lì davanti, così avevamo preso posto nella sala interna. Mi sentivo parecchio fuori posto in quel momento, stentavo perfino a riconoscere il mio riflesso, forse era tutta colpa dello smoking nero e dei capelli fin troppo ordinati. Mi ero liberato dei miei piercing all'orecchio e li avevo sostituiti con dei pezzi molto più adatti alla situazione, come i gemelli d'argento che brillavano sui polsini della mia camicia di seta bordeaux. Quanto meno ero ancora abbastanza pallido da sembrare un vampiro vestito a festa.
Pensai che Andrew avrebbe fatto fatica a riconoscermi quella sera, forse mi avrebbe perfino preso per il culo e trovato ridicolo. Con quel pensiero in testa, andai a prendere posto al nostro tavolo, diviso con i soliti amici di mio padre, nonché colleghi di partito e pezzi grossi pieni di arie. Convenevoli su convenevoli, ecco che l'attenzione cadeva su di me, mi chiedevano come andava a scuola, cosa avevo in mente di fare dopo. Mi interessava la carriera politica? Oh, con il padre che avevo dovevo per forza prendere in considerazione quella strada. Rispondevo in modo cortese ma distaccato, mia madre decantava le mie grandi doti da musicista e la mia passione per i libri, tralasciando il fatto che non toccavo più una chitarra da anni. E poi c'erano i figli e quelli erano i peggiori, mi si attaccavano addosso, mi fissavano perfino mentre mangiavo, ero l'animale esotico del tavolo, quello silenzioso e che si era fatto il carcere perché amava picchiare la gente e finire nei guai. Ero a metà tra un idolo e la raffigurazione terrena di Satana.
- Scusatemi, vado a fare un giro.
- Certo, caro. Però torna per il primo!
Dopo l'aperitivo mi sollevai da lì, deciso a tutti i costi a trovare Andrew. Forse alla fine sarebbe stato lui a salvare me quella sera. La sala era enorme e mi sembrava che ci fosse anche più gente del solito a quell'evento, intravidi il suo tavolo soltanto per via della divisa che lui e gli altri piloti della U.S Air Force indossavano. Se io non mi sentivo per niente a mio agio, lui invece, sembrava essere nato per starsene lì, circondato dai suoi colleghi, intanto ad indire un brindisi dopo l'altro.
- Siamo felici che ci hai raggiunto, Wolfie. E' bello vedere che te la stai cavando – disse un uomo alla sua destra. Avevo fatto il giro per sistemarmi alle sue spalle e nel caos nessuno sembrava avermi notato
- Come sta lui? Niente di niente?
Andrew aveva scosso solo la testa, era evidente che non voleva parlare di Aiden. Ebbi l'impressione che forse anche la sua fosse una recita quella sera, sicuramente meglio riuscita della mia, ma c'era qualcosa di stonato nella rigidità della sua postura che fino a quel momento non avevo notato. Mi sembrò che si stesse guardando intorno, per un attimo mi venne voglia di avvicinarmi ed assestargli una pacca sulla spalla per farlo girare, ma mi fermai giusto in tempo
- Psst
Si erano voltati tutti a guardarmi, abbozzai un sorriso nel notare l'espressione sorpresa e anche un po' sollevata che si era dipinta sul viso di Andrew nel riconoscermi
- Oh Levin, sto arrivando. Scusatemi.
Era quasi corso da me, mi lasciai stringere il braccio mentre mi passava l'altro intorno alle spalle e abbassava la voce
- Mi stai salvando la vita. Scappiamo!
- Esagerato. Il tuo tavolo sembra meno spaventoso del mio. Tutti in divisa, a fare i fighi con i vostri Martini! – mi ritrovai a considerare, ci stavano ancora guardando tutti. Andrew ruotò gli occhi al cielo e rise
- Ti sbagli. Hai quella sigaretta che mi aveva promesso?
Annuii e insieme ci dirigemmo verso il terrazzo più vicino.


ANDREW

Lasciai scorrere il mio sguardo sulle spalle di Levin fasciate alla perfezione da una giacca nera, senza rendermene la mia mano era ancora appoggiata sulla sua schiena. Mi riscossi e la tolsi in fretta, seguendolo fuori subito dopo. Lui si avvicinò alla ringhiera e si voltò verso di me, poi tirò fuori due sigarette dal taschino e me ne allungò una
- Che c'è? So di essere ridicolo in giacca e cravatta, non c'è bisogno che mi guardi con quella faccia. Giuro che domani brucio tutto. Me stesso compreso.
- Cosa? No ... - stava benissimo, ma non glielo dissi, mi ripresi in fretta – non fare il coglione. Sei solo diverso. Diverso in senso buono ... diverso nel senso di figo.
Non avrei dovuto dirlo, le mie parole suonarono fin troppo ardite anche per me. Presi la sigaretta e cercai di uccidere l'imbarazzo con una bella boccata di fumo. Levin era rimasto in silenzio, mi guardava con una strana espressione incuriosita, ma non fece commenti di nessun genere e gliene fui grato per questo.
- Ah, sabato possiamo andare a riprenderci Keno. Mitch ha detto che è pronto per uscire, ma dobbiamo portarlo lì un paio di volte alla settimana per la terapia. Sai, per vedere se riusciamo a farlo camminare un po' meglio
- Oh, grandioso – un sorriso genuino che spazzò via il resto – però c'è un problema ... io non posso tenerlo. Mia madre ha il terrore dei cani e non saprei dove metterlo.
- Tranquillo, lo porto dai miei. Abbiamo un giardino enorme e poi ci sono gli altri cani di mio padre, starà bene. Non è un problema per niente
Levin annuì, sembrava sollevato – Sicuro? Sono stato io a coinvolgerti in questa cosa e alla fine hai fatto tutto tu. Magari possiamo trovare una pensione per lui e poi un'adozione quando si sarà ripreso un po'
- Levin, ti ho detto che va bene. Se una cosa è semplice non serve sempre complicarla, ok?
Quello rise – Non sono abituato alle cose semplici, sarà per questo che stento a crederlo
Si era incupito appena, non era difficile immaginare cosa gli stesse passando per la testa in quel momento. No, non avevamo avuto un periodo semplice, per niente. Andai ad appoggiarmi al muretto che dava sulla strada, faceva un freddo cane lì fuori ma tornare dentro era l'ultimo dei miei desideri in quel momento. Anche Levin mi seguì e puntò il suo sguardo sull'orizzonte pieno di luci e caos, il traffico impazzito di Manhattan, la vita frenetica che ognuno di noi si ostinava a seguire con convinzione.
- Mi dispiace
Mi voltai verso di lui, confuso. Per un attimo pensai di essermi sognato quelle parole, perché Levin non mi stava guardando, era del tutto perso nell'osservazione della città.
- Cosa ti dispiace?
- L'averti preso per un bastardo e il non aver avuto rispetto della tua storia.
Lo guardai, in tralice – Ma io sono stato un bastardo, Levin. Con Aiden, prima di tutto, ma anche con molti altri. Mi ha fatto le corna? Forse le meritavo.
Era così, negarlo non sarebbe servito a farmi stare meglio, non più almeno. Si era girato, adesso aveva appoggiato i gomiti e la schiena contro il muretto e mi guardava. La prima volta che avevo notato i suoi occhi avevo pensato che ci fosse qualcosa di cattivo nel suo sguardo, soltanto dopo avevo capito che non era cattiveria, era più una sorta di distanza che tendeva a mantenere con tutti, come un muro impossibile da valicare, a meno che non fosse stato lui stesso a decidere di rimuoverlo. Adesso ci vedevo qualcosa di ancora diverso, qualcosa che non mi dispiaceva per niente e, allo stesso tempo, mi intimoriva.
Sospirai forte, quel pensiero che avevo appena fatto mi colpì con la forza di un pugno diretto allo stomaco. Non andava bene, mi spaventava. Poi fece qualcosa di inaspettato, allungò la mano verso la mia fino a bloccarla in una stretta.
- C-cosa fai? – mi aveva sorpreso, per poco non ritirai la mano.
- Volevo solo guardare quella – non se l'era presa, anzi stava sorridendo. I suoi occhi erano puntati sul mio bracciale e la placca metallica dell'esercito che fuoriusciva dalla giacca della divisa.
- Ah, certo – mi ero maledetto mentalmente per quel dannato scatto e, con un fervore fin troppo evidente, avevo sporto il mio braccio verso di lui – è dell'esercito, dovrebbe essere una collana ma a me piace tenerla come se fosse un bracciale. E' una piastrina identificativa, niente di che, ce l'abbiamo tutti.
- E' figa. Prima ne portavo una simile al collo, ma credo che sia andata perduta negli effetti personali che ho dovuto lasciare alle guardie quando mi hanno messo dentro.
- Già, è vero ... ti hanno messo dentro.
Stentavo quasi a credere che uno come Levin aveva davvero scontato un paio di anni al Crossroads.
- Me lo sono meritato – ammise quello e non c'era dolore nella sua voce, era stata soltanto una considerazione.
- Avevi picchiato un ragazzo, vero? Ricordo più o meno la vicenda, era su tutti i tabloid, ne hanno parlato per un bel po' di tempo ... col fatto che tuo padre è così in vista, sai ... - voleva parlarne? Stavo osando troppo? Perché diavolo avevamo tirato fuori quella storia poi? Avremmo potuto parlare di qualsiasi altra cosa. Come il fatto che stavamo cercando di incontrarci fuori dall'orario di visite all'ospedale. No, forse era meglio non approfondire neanche quell'argomento.
- C'era stata una rissa in cui mio fratello era finito in mezzo, come sempre. Ho perso la testa ... in quel periodo ero un po' instabile, come se adesso non lo fossi più, eh – una risatina amara, non aveva mai smesso di guardare un punto imprecisato nel muro davanti a noi.
- Il punto è che commettere un errore di questa portata ti pregiudica l'intera esistenza. Ovunque io vada, prima ancora di conoscermi per quello che sono davvero, agli occhi di tutti sarò sempre quel Levin Eickam che ha pestato un tipo e lo ha spedito in coma. E non dico che ci sia qualcosa di sbagliato in questo, perché in effetti è proprio quello che ho fatto. Non sono riuscito a perdonarmi io per primo, quindi per quale ragione dovrebbero farlo gli altri? E poi è inutile pensare che io abbia scontato la mia pena, perché non è così ... la sto ancora scontando ogni volta che mi sento giudicato per quello che ho fatto e so per certo che la sconterò per sempre nella vita di tutti i giorni. Io sono quello che ho fatto.
- Levin ...
- Ho parlato troppo, scusami. E pensare che i miei professori mi danno dell'introverso! "Dovresti aprirti di più, Levin. Dovresti dare sfogo ai tuoi pensieri più spesso". Cristo, dovrebbero ringraziarmi proprio perché non lo faccio.
Avevo un groppo alla gola e sapevo anche che erano state le parole di Levin a farmelo venire. Aveva ragione su tutto, anch'io non ero diverso, ero stato il primo a credere che fosse stato lui a provocare il dannato incidente del quindici di novembre, perché quel ragazzo era un drogato ed un violento e doveva essere colpa sua a tutti i costi.
Cominciavo a capire cosa Aiden avesse visto in lui. Era più o meno quello che stavo iniziando a vedere io e questo mi atterriva. Mi imposi di non muovere un solo muscolo nonostante avessi voluto toccarlo e forse perfino abbracciarlo. Sarebbe stato strano e sbagliato, era giusto rivalutarlo come essere umano, ma quella cosa doveva finire lì.
- Dovremmo tornare dentro, forse è già arrivato il primo. Ho una fame assurda.
Aveva parlato dopo un silenzio carico di pensieri, o almeno lo era stato per me. Lo avevo visto buttare la cicca della sua sigaretta nel posacenere esterno per poi girarsi ancora verso di me, in attesa che mi muovessi per rientrare. Le luci della sala illuminavano la sua sagoma stagliata nell'oscurità della sera, le sue spalle larghe, quella postura dritta ma non rigida, le gambe lunghe e magre fasciate nei pantaloni neri, poi le braccia incrociate sul petto, non portava nessuno dei suoi anelli quella sera.
- Venerdì c'è un gruppo in un locale dove andavo spesso ...
L'avevo detto. Ero pazzo? Ero scemo? Entrambe le cose sicuramente.
- Davvero? Un gruppo in un locale? Che cosa strana! – mi prese in giro lui
- Intendo dire che dovremmo andarci. Ecco la cosa strana forse – conclusi, senza distogliere lo sguardo dal suo.
- E tu che ne sai dei miei gusti musicali? – ancora quel tono canzonatorio
- Perché un paio di mesi fa Aiden mi ha passato della musica che chiaramente non era farina del suo sacco. Gliel'avevi consigliata tu, vero?
- Probabile
- Ecco, quindi conosco i tuoi gusti e credo che ti piacerebbe sentire questa band dal vivo. Ci vieni o no? – mi ero avvicinato senza rendermene conto, non avevo idea del perché quel silenzio mi stesse provocando tanta agitazione. Era solo una cazzo di uscita in un locale, non dipendeva di certo la mia vita dalla sua risposta.
Levin sembrò pensarci un po' – Quindi sarebbe un'uscita tra?
- In che senso?
- Che ne so, tra amici ad esempio?
- Beh, che cazzo ne so. Darci una definizione è un requisito obbligatorio per poter uscire? – eccomi lì, sulla difensiva come un coniglio.
- Ma no, chiedevo e basta – Levin rise – che ti prende? Ti ho messo in difficoltà?
- Tu a me? Ti piacerebbe, Eickam. Sì, un'uscita tra amici comunque. Ti sta bene? – risposi, apparentemente imperturbabile, poi ripresi da dove ero rimasto – allora ecco cosa faremo: andremo in questo locale dove io mi farò un paio di bicchierini di Whiskey mentre tu berraiesclusivamente la tua birra artigianale e, se questo gruppo suona in modo decente, ce ne staremo un po' lì. Ti va?
- Ok, mi sembra un buon piano
Era finita e ne ero uscito meglio di quanto avevo pensato in un primo momento. Gli avevo assestato una pacca sulla spalla e, insieme, si eravamo diretti verso l'interno della sala. La magia era finita e in un attimo ci ritrovammo nell'asfissia generale di musica, gente e caos.
- Ci vediamo
Levin aveva annuito e si era incamminato verso il suo tavolo, talmente lontano dal mio che non riuscivo neanche a vederlo. Quando tornai dai miei amici era chiaro che avessero più di qualche domanda in serbo per me, soprattutto Alec che mi dedicò subito un'occhiata confusa
- Quello era Eickam per caso?
- Sei diventato cieco per caso? – ribattei, acido. Poi andai a scolarmi l'intero contenuto del mio bicchiere, non potevo sopravvivere a quella serata senza lasciarmi andare un po' da quel punto di vista
- E che ci facevi con Eickam? Credevo che lo detestassi dopo l'incidente di Aiden.
- Non esco con voi da due settimane e non appena metto il naso fuori dalla mia dannata casa devo sentirmi chiedere solo e soltanto di Aiden e dell'incidente?! – sbottai – e comunque credevi male. Non detesto nessuno, non ho dodici anni!
Ero stato duro ed era a causa mia che l'atmosfera solitamente goliardica del tavolo si stava rovinando in fretta.
- Scusatemi, è un periodo del cazzo.
- Non c'è bisogno che ti scusi, lo capiamo ... sono stato io quello indelicato – commentò Alec, lasciai che mi passasse il suo braccio intorno alle mie spalle, mentre anche gli altri ragazzi mi facevano dei cenni comprensivi
- Comunque lo vedo spesso in ospedale – dissi, lanciando uno sguardo dall'altra parte della sala, ma inutilmente – parliamo un po', visto che conosciamo entrambi Aiden e che non ce la passiamo bene. Due chiacchiere tra disperati.
Bugiardo. Ero un dannato bugiardo che sfruttava l'incidente di Aiden per nascondere qualcosa di diverso a cui non volevo dare una definizione. Era vero che lo avevamo nominato un paio di volte, ma non di più ... Cazzo, avevo anche flirtato con quel ragazzo, era inutile negare l'evidenza. Che cosa diavolo stavo combinando?
La serata era trascorsa tra i fumi dell'alcol che mandavo giù con la speranza di mettere a tacere i sensi di colpa. Niente di nuovo, si direbbe, ma quella volta ce l'avevo con me stesso per motivi diversi dal solito. Alec mi aveva riaccompagnato a casa come sempre, mi reggevo a stento in piedi ed ero stato costretto ad appoggiarmi a lui per salire i gradini che portavano al mio patio.
- Ce la fai da solo? O devo metterti a letto?
Il suo viso ondeggiava tra le luci baluginanti di Coney Island, tenute accese anche di notte, soprattutto di notte. Mi accasciai contro la sua spalla, godendomi per un attimo quel suo profumo rassicurante. Non dovevo aver paura di Alec, potevo tenere le mie difese bassissime con lui, consapevole che non avrebbe mai potuto farmi del male in alcun modo.
- Bene, ho capito. Dove hai le chiavi?
- Pantalone – biascicai, stavo ridendo senza un motivo apparente. Lo lasciai fare, appoggiandomi contro la sua schiena per non cadere, la mia fronte sfiorava i capelli corti della sua nuca
- Andiamo. Ti porto su
Lo avevo lasciato fare, non volevo più essere il dannato padrone del mio corpo o della mia mente. Sentivo il fiato caldo di Alec sul mio collo, mi stava guidando piano verso il materasso morbido che arrestò la mia caduta. Mi venne da ridere
- Che cazzo ridi? Non sei facile da trascinare per due rampe di scale, stronzo. Vuoi dell'acqua?
Scossi la testa, lui era in piedi e mi fissava con la tipica espressione da Alec: un misto di reverenza e adesso anche un po' di preoccupazione. Allungai la mano verso di lui, appoggiandola sul tessuto morbido dei suoi pantaloni
- Andrew ... che cosa fai?
Salii più in su, lungo la coscia, fino ad arrivare al centro, in direzione del suo inguine che iniziai a massaggiare sotto il suo sguardo sconvolto.
- Ti sto toccando il cazzo, Alec. A te cosa sembra? – proruppi in una risata amara, stavo provando a trascinarlo sul mio letto e fanculo al resto, pensai. Fanculo a tutto il resto e a quei pensieri che non volevo più sentire. La sua bocca era bollente, la stavo divorando con rabbia e passione mentre lo spingevo ad aderire contro di me
- A-andrew no
Lo aveva detto veramente? Lo guardai, stupito. Si stava tirando indietro e ricomponendo in fretta. Il suo petto si muoveva su e giù, sembrava sul punto di morire.
- No? – chiesi, incredulo – tu mi stai dicendo di no?
Alec rispose a fatica – Sei ubriaco e non è me che vuoi, non è mai me che vuoi. Non so se lo stai facendo perché ti senti solo o perché sei ubriaco da far schifo o perché hai altri problemi in quella tua dannata mente malata, ma ti prego, non farlo. Non trattarmi come se fossi un oggetto.
Rimasi in silenzio, a guardare il suo viso carico di sentimenti contrastanti che fissava a sua volta il mio che doveva essere vuoto e gelido.
- Fa come ti pare – dissi soltanto, poi mi rigirai su un fianco per trovare una posizione più comoda – spegni le luci del salotto quando te ne vai.
E quello era tutto.


KENO

La classe era immersa nel silenzio mentre il professore distribuiva le verifiche corrette, come sempre in alto a destra c'era il voto ed il mio quel giorno era una C+. Patetico, soprattutto in confronto alla mia solita media costellata di A ma, la cosa davvero bizzarra, era che non mi importava.
Avevo passato una vita dietro i successi accademici, a rendere il mio portfolio scolastico il migliore di tutti ed avevo persino attirato l'attenzione di college prestigiosi che mi avevano inviato alcuni dépliant. Avevo passato la vita a lottare per arrivare in cima a chiunque, eppure adesso mi sembrava tutto così insignificante, ero pronto a mandare a puttane tutto. Niente sembrava scalfirmi, né il C+ in Storia, nemmeno il C- in Matematica o la B in Letteratura. Avevo perso ore di lezioni importanti dei tanti corsi extra che seguivo ed ero stato bocciato all'ultimo esame di verifica del laboratorio di Biologia, ma non mi importava. Tutte quelle ore, tutte quelle energie sprecate ad essere il migliore ora le stavo dedicando ad altro, a qualcosa di davvero importante, a Aiden.
La campanella suonò e io mi destai dai miei pensieri, mi sollevai pigramente e andai alla cattedra per consegnare il compito, il professore mi rifilò un'occhiata preoccupata.
- Keno – disse fermandomi dall'uscire dall'aula – resta un momento, vorrei parlarti
Io annuii ma sapevo già cosa voleva dirmi e non avevo alcuna intenzione di ascoltare, mi appoggiai al muro e attesi che la classe fosse vuota, anche lui si sollevò venendo verso di me.
- Sei uno dei miei studenti migliori, sono certo saprai perché ti ho chiesto di parlare – cominciò con tono severo.
- Perché ho preso una C? – risposi mal volentieri.
- Non si tratta solo del voto, Keno – precisò – quello è la punta dell'iceberg ma sotto c'è un mondo, riesco a vedere nel tuo sguardo che non sei più come prima. So che quello che è successo ad Aiden...
- Non parli di lui – lo interruppi nervoso – studierò di più
- Non è quello che ti sto chiedendo – continuò – hai perso la tua pace mentale Keno, lo vedo come stai su quella sedia, sempre pronto a correre via. Hai una faccia stravolta a lezione e il più delle volte guardi un punto fisso e sei con la testa altrove
- Cosa dovrei fare secondo lei? – sbottai – il mio migliore amico è in coma, cosa vuole che faccia? Comportarmi come se nulla fosse? Prendere buoni voti ed essere partecipe?
- Vorrei che tu cominciassi a prenderti cura di te – rispose senza mezzi termini – lui ... potrebbe anche non svegliarsi mai, lo sai questo?
Come osi ...
Strinsi i pugni, era ovvio che lo sapessi, quel pensiero continuava a tormentare i miei incubi e quella paura mi spingeva ad andare lì ogni giorno, a trascorrere con lui ogni istante. Perché se gli parlavo, se gli leggevo dei libri e lo accarezzavo forse lui mi avrebbe sentito, mi avrebbe perdonato e avrebbe aperto gli occhi. Troppe ipotesi forse, un pensiero fin troppo ottimista e sentimentale ma era l'unica cosa che mi permetteva di tenermi la mia sanità mentale.
Perché cominciare a credere lui non si sarebbe più svegliato era troppo, starmene lì come facevano Levin e Andrew, in silenzio a fissarlo era troppo per me. Non stavo vegliando un cadavere, c'era ancora il mio amico lì, sapevo che tutti quanti si stavano arrendendo, che i dottori cominciavano a dare segno di pessimismo ma io non potevo cedere. Non potevo smettere di credere in Aiden. Anche se mi avesse odiato al suo risveglio, anche se guardandomi avesse ricordato quanto malevolo fossi stato nei suoi confronto, mi sarebbe andata bene. Avrei accettato di sparire dalla sua vita soltanto se lo avessi sentito dalle sue labbra, nessuno mi avrebbe tolto dalla mente quella convinzione.
- Mi stai ascoltando Keno? – chiese il professore e io mi ricordai della sua esistenza.
Lo fissai incerto – Sì, farò attenzione. Con le lezioni e il resto ... devo andare.
Capii dall'espressione sul suo viso che non avevo risposto come si aspettava, la sua preoccupazione era crescente ma non mi trattenne oltre.

Attraversai la porta di casa in fretta, avevo deciso quel giorno di passare prima lì, fare una doccia veloce, prendere dei libri e poi andare in ospedale, avrei potuto studiare durante le ore di visita. Così frecciai su per le scale e mi chiusi in bagno lasciando che l'acqua calda lavasse un po' di stanchezza ma non mi godetti davvero la doccia. Ultimamente sembravo incapace di stare fermo e godermi davvero qualcosa, sgomberare la mente per cinque secondi e concentrarmi su un'azione qualsiasi. Mi lavai meccanicamente e mi asciugai i capelli come meglio riuscii, poi presi dei vestiti puliti e cominciai ad indossarli.
Ad un tratto la porta della mia camera si aprì e rivelò la figura di mia madre che mi puntò addosso immediatamente i suoi occhi irritati.
- Sei di fretta anche oggi? – chiese con un tono a metà fra il frustrato e il preoccupato – comincio a dimenticare che faccia hai, Keno
Io scossi le spalle mentre mi abbottonavo i jeans – e in questa casa non si bussa più?
- Non fare lo spiritoso! – mi rimproverò – stai di nuovo scappando lì? Quando ti rivedrò, per cena? Dopo? Forse a colazione?
- Torno quando torno – dissi continuando a sistemare la roba nello zaino – lui ha bisogno di me
Lei scosse la testa, come se ogni volta che mi sentiva pronunciare quelle parole io la rendessi infelice – Questa storia deve finire. Hanno anche chiamato da scuola! Sei perennemente distratto, manchi a molte lezioni e i tuoi voti stanno colando a picco. Tutti i professori sono preoccupati, mi hanno consigliato di portarti da un terapista e penso che sia un'ottima idea!
La guardai sconvolto – salto delle lezioni e tu vuoi mandarmi da uno strizzacervelli? – sbottai – lasciami in pace, posso gestire la mia vita da solo.
- Sono tua madre Keno, non trattarmi con sufficienza - sbraitò – ti stai sabotando, non lo vedi? Stai mettendo al rischio il tuo futuro per qualcuno che probabilmente ha già il destino segnato.
No, non ancora. Basta. Non sto vegliando un cadavere.
- Sta zitta! Ma che ne sai? Cosa ti dà il diritto di parlare!? – urlai con tutta la rabbia che avevo dentro – non c'eri, non sai come sta, non sai niente di lui! Sei stata solo brava a dire che non avrà i vostri soldi, perché essere generosi non è nel DNA di famiglia. Sai solo criticare me perché mi sta a cuore qualcun altro – sentivo un enorme bruciore al petto – sai solo parlare di un futuro fantastico quando il tuo è stato come quello di chiunque altro. Io non lo voglio il vostro futuro del cazzo, il futuro che voglio deve contemplare Aiden. Quindi vedrò di prendere una A se questo serve a calmare i tuoi attacchi isterici, ma stai fuori dalla mia vita.
Anche lei non era soddisfatta, anzi, era proprio sconvolta, ultimante stavo facendo vedere a mia madre che razza di figlio aveva cresciuto più di quanto fosse lecito. La mia maschera di impeccabile e ubbidente adolescente era ormai crollata, lasciando il posto a questo mostro instabile che mandava all'aria anni e anni di pianificazione che i miei genitori avevano fatta sulle mie spalle.
- Ti avverto ... - cercò di continuare dandosi un contegno – se esci da quella porta ...
Ovviamente quella vana minaccia non mi fermò, misi in spalla lo zaino e uscii a grandi passi dalla mia camera. Potevo sentire i passi di mia madre venirmi dietro ma scesi le scale senza voltarmi ed aprii la porta di ingresso.
- KENO! – urlò ancora.
Non mi fermai, non la guardai, con la mano salda sulla maniglia uscii dall'appartamento e mi chiusi la porta alle spalle con un tonfo sordo, poi proseguii per la mia strada.

Quando arrivai all'ospedale e varcai la soglia della camera di Aiden mi sentii già più tranquillo. Ero lì con lui, era quello il mio posto, dove potevo guardarlo e accertarmi che tutto andasse bene, dove potevo ancora parlargli anche senza ricevere risposta.
Quel pomeriggio c'era anche la signora Berg, la madre di Aiden aveva sempre un viso stanco ma dolce, con quel sorriso accogliente che cercava di mettere tutti a proprio agio, persino in situazioni come quella.
- Salve – salutai accomodandomi sulla sedia libera e tirando fuori i compiti.
- Ciao Keno, tutto bene? – chiese con il suo solito tono pacato.
- Sì, e qui tutto bene?
Lei annuì – anzi, forse dovresti dirmelo tu a me come va qui. Non salti nemmeno un giorno e ti attardi sempre ad andare via.
Io scossi le spalle – non mi va che stia da solo, lui farebbe lo stesso
Se solo non mi odiasse.
Mi corressi, lui lo farebbe comunque.
- Sono un po' preoccupata – disse poi attirando nuovamente la mia attenzione – non dovresti affaticarti così, tua madre ha ragione
Mi si gelò il sangue – lei ... ha parlato con mia madre?
- Sì, mi ha chiamato qualche giorno fa. È preoccupata per te e mi sembra giusto, anche io lo sono e lo sarei se si trattasse di mio figlio – rispose – se fosse successo a te e Aiden si presentasse qui così spesso anche io gli chiederei di allentare, di non sobbarcarsi di un tale stress.
Scossi la testa, come se volessi cacciare via quelle parole.
- Direi ad Aiden che sono preoccupata per lui, che deve staccare qualche giorno e concentrarsi su sé stesso o rischierebbe di ammalarsi e sfinirsi. Tua madre vuole solo il tuo bene, come lo voglio io – mi sorrise dolcemente – sei come un secondo figlio per me Keno, tu e Aiden siete cresciuti insieme. Eravate inseparabili.
Il riaffiorare di quei ricordi mi fece male, più di quanto non lo facesse il doverlo vedere in quel letto. Pensare a com'era prima, tutte le giornate passate insieme, le gare in piscina, i compleanni, le fiere o le recite scolastiche. Tutti quei colori, quell'allegria e il suo viso, da quanto tempo quel viso non sorrideva? Da quanto non vedevo i suoi occhi luminosi? Il viso in quel letto era inespressivo, eppure Aiden non lo era mai stato in vita sua, persino nella tristezza il suo volto aveva sempre comunicato qualcosa. Io riuscivo a leggerlo anche quando non apriva bocca, avevo sempre interpretato ogni espressione mentre ora, fissando quel volto, non vedevo niente.
Dove sei Aiden? Ci sei ancora? Dimmi qualcosa, ti prego.
- Aiden non le avrebbe dato retta – risposi alla fine dopo un silenzio estremante lungo – se lei gli avesse chiesto di non venire a trovarmi per un po' o di fare meno di quello che stava facendo.
Un altro sorriso e uno sguardo consapevole apparvero sul volto della donna – è vero. Siete due testardi, probabilmente conoscendo Aiden mi avrebbe mandato al diavolo e si sarebbe presentato qui comunque – sospirò – è quello che ho detto a tua madre, sai. Che non ci sarebbero parole né mia e né sue che ti impedirebbero di venire qui, ma ciò non toglie che siamo preoccupate.
- Niente mi impedirebbe di venire qui, se mi sbattessero fuori mi apposterei sotto la sua finestra – dissi con convinzione – se lui fosse stato al mio posto però mi avrebbe svegliato, ce l'avrebbe fatta.
- Nessuno può fare una cosa del genere, Keno – mi disse abbracciandomi – possiamo solo aspettare.
Ma io non ero d'accordo, sapevo che se avessi sentito Aiden piangere come io avevo fatto nella solitudine di quella stanza non me ne sarei potuto restare immobile. Avrei aperto gli occhi per lui, avrei fatto di tutto pur di farlo smettere di stare male.
I ricordi invasero la mia mente come una cascata, non volevo ricordare quei momenti ma era impossibile fermare il mio cervello.
La prima volta che avevo visto Aiden era stato alle scuole elementari. Era un bambino smilzo, con dei capelli castani, lisci e un po' spettinati, il naso alla francese gli conferiva un'aria così particolare. Era il più chiassoso della classe mentre io me ne stavo spesso per i fatti miei, persino in ricreazione dove potevamo correre in cortile.
Poi c'era stata quella volta, la rissa vicino l'albero. Uno dei nostri compagni di classe veniva preso spesso di mira da un altro bambino, un tipo alto che amava incutere timore ai più piccoli e quel giorno stava decisamente esagerando. Aveva spinto il nostro compagno per terra ed era pronto a tirargli un pugno quando vidi qualcosa sfrecciare verso di loro, qualcuno. Aiden si stava dirigendo a tutta velocità contro il tipo robusto e con un balzo gli si gettò alle spalle, l'altro cominciò a divincolarsi per toglierselo di dosso ma Aiden resistette. L'intera classe fissava la scena impietrita, persino io, in un primo momento, non seppi cosa fare, come intervenire, poi vidi il bambino grosso afferrare Aiden per la maglietta e sbatterlo violentemente contro il terreno sabbioso. Non ricordavo esattamente il momento in cui decisi di lasciare il libro e gettarmi in mezzo, capii di esserci finito quando anche le mie braccia erano agganciate a quello stronzo. Gridavo, calciavo e mordevo mentre Aiden, dopo essersi rimesso in piedi, mi dava man forte. Alla fine la maestra arrivò, chiamata o allertata dal trambusto, ci fu persino la ramanzina del preside e finimmo in infermeria. Non facevo che guardare Aiden, vedere con quanta sicurezza esponeva le sue argomentazioni davanti a chiunque chiedesse spiegazioni per quanto accaduto. Aveva persino iniziato a difendere me, dicendo quanto fossi stato coraggioso ad aiutarlo, che quel bambino era un bullo.
Alla fine restammo soli, l'infermeria era deserta e aspettavamo solo che i nostri genitori venissero a prenderci, fu lì che lo sentii per la prima volta. Un singhiozzò basso, scesi dal lettino e andai a piazzarmi davanti a quello di Aiden, era lui che piangeva anche se cercava di trattenersi. Vedere quelle lacrime e il suo viso fiero contrito dal dolore mi sconvolse, la pelle rossa delle guance era bagnata mentre sussultava per la mia apparizione.
- Aiden ...- mormorai improvvisamente colto da una grande angoscia – che hai? Abbiamo vinto.
Lui scosse la testa inizialmente, come se non volesse dirlo ma alla fine cedette – mi fanno tanto male, Keno – disse mostrandomi le sue mani piene di escoriazioni, causate dalle pietruzze del terreno – bruciano.
Così fiero e così fragile, non sapevo perché ma vedere Aiden soffrire era qualcosa che non riuscii a sopportare e che non sopportavo nemmeno adesso. Avrei voluto vederlo sorridere sempre, fu quello la promessa che feci ad entrambi nel silenzio della mia mente. Poi cominciai a soffiare forte sulle sue mani e vidi lo stupore sul suo volto.
- Va meglio se soffio un po'? Riesco a mandare via il bruciore? – chiesi brevemente prima di riprendere.
Lui annuì incredulo – Sì, va meglio così
- Allora continuerò finchè non stari meglio
Da quel momento diventammo inseparabili, passavamo tutto il tempo insieme e io mi beai del sorriso di Aiden molto spesso, era bello avere un complice, avere qualcuno a cui puoi confidare tutto, qualcuno con cui sentirti libero.
Sapevamo di essere questo l'uno per l'altro, infatti a quattordici anni, quando i genitori di Aiden avevano divorziato, ero stato io il suo porto sicuro. Fu allora che mi toccò nuovamente difendere il sorriso del mio migliore amico dal dolore che quell'uomo egoista gli stava facendo provare. Avevamo fatto un giro a Coney Island quel pomeriggio e dopo qualche metro avevamo incrociato Alan Berg e la sua nuova fiamma. Aveva persino osato fermarsi, voleva cogliere l'occasione di presentarla ad Aiden. Il mio amico tremava di rabbia ma riuscì a mantenere le apparenze finchè non arrivammo in una zona più isolata. Lì esplose tutta la sua rabbia, mentre tirava un calcio al cassonetto e gli occhi gli si riempivano di lacrime, in quel momento la sentii montare anche dentro di me. Ero riuscito a farlo stare meglio alla fine, ma il mio conto in sospeso con quello stronzo era ancora aperto, così quella notte mi ero appostato dove viveva e avevo distrutto le ruote della sua nuova auto. Il giorno seguente avevo sentito di nuovo il tono gioioso e soddisfatto di Aiden dirmi che dei teppisti avevano distrutto le costosissime gomme dell'auto di suo padre, era decisamente felice della cosa. Questo fece stare meglio anche me, non era necessario che sapesse che fossi stato io, l'importante era renderlo felice, farlo stare bene, non avrei lasciato che niente lo ferisse, non con me al suo fianco.
-Keno? Keno, stai bene? – la signora Berg continuava a chiamarmi e scuotermi il braccio.
Fu in quel momento che tornai con la mente al presente e mi resi conto che mi trovavo ancora in quella stanza, sentivo una strana sensazione alle guance e, quando mi sfiorai, sentii l'umido delle lacrime.
- Sto bene – risposi senza convinzione.
Ma non stavo bene per niente e più sentivo di non riuscire a trattenere il dolore che provavo dentro di me, più mi rendevo conto di quanto fosse stato meglio che ci fossi io al suo posto. Perché non avrei mai lasciato che Aiden soffrisse così, perché sentirlo accanto a me mi avrebbe fatto aprire gli occhi e asciugargli le lacrime.

ANGOLO AUTRICI:

Nuovo capitolo e nuove informazioni interessanti sui nostri ragazzi! Chi sa leggere fra le righe troverà questo capitolo particolarmente ricco XD Vediamo anche un lato più vulnerabile e destabilizzato di due personaggi apparentemente distaccati e superficiali, come Andrew e Keno. Direi che le emozioni cominciano a sommergere un pò tutti e noi speriamo che stiano coinvolgendo anche voi, vi aspettiamo per sapere cosa ne pensate e che idea vi siete fatte di questi personaggi! Un bacio e alla prossima.

BLACKSTEEL

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