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24. Sweet Loneliness

Fugit irreparabile tempus.

(Fugge irreparabilmente il tempo)


CALLUM
Fu un dolore intenso a svegliarmi, aprii gli occhi molto lentamente mentre sentivo la mia tempia pulsare, mi misi a sedere ed in quel momento compresi di essere a terra. Mi sollevai barcollante senza capire quando fossi caduto, trovai soltanto la parrucca a poca distanza da me come unica spiegazione a quel vuoto di memoria.
Mi diressi in bagno mentre comprendevo che c'era stata Celia al mio posto quel pomeriggio, mi sembrò strano risvegliarmi da solo, perché non si era vista con Alencar?
Mio Dio ...
Rimasi pietrificato mentre fissavo il mio riflesso allo specchio, avevo un grosso ematoma sulla parte sinistra della fronte, poco sotto l'attaccatura dei capelli. Sembrava che qualcosa mi avesse colpito e io non avevo idea di cosa fosse successo. Quello non era il solo segno che avevo, dovetti ammettere con rammarico, anche le mie gambe e il mio fianco sinistro erano cosparsi da lividi di varia grandezza. Sembrava fossi caduto da qualche parte o avessi sbattuto violentemente ma ancora una volta non ricordavo.
Doveva essere lei, ma perché aveva iniziato a farmi del male? Cosa avevo potuto fare per farla arrabbiare tanto? Mi sciacquai il viso mentre la confusione e l'ansia prendevano possesso della mia mente stanca, sentivo un enorme peso allo stomaco.
Decisi di lasciare la mia camera, provare ad andare in cucina e mangiare qualcosa ma ultimamente mi riusciva parecchio difficile, lei era ancora in casa.
Fu proprio quando varcai la soglia della stanza che mi resi conto che mia madre era seduta al tavolo, con una tazza di caffè davanti e lo sguardo vagamente vuoto. Se ne stava in silenzio e al buio, totalmente assediata dai suoi pensieri che ero certo non fossero migliori dei miei.
Due condannati alla vita, è questo che siamo.
Quando vedevo mia madre in quei rari momenti di debolezza mi rendevo conto di quanto la nostra condizione fosse simile, per quanto lei spingesse su di me ogni colpa ero certo che Celia in qualche modo infestasse anche la sua mente. Avanzai cauto lungo la cucina ma lei sembrava non vedermi, teneva le braccia strette al petto e fissava quel fumo salire ed espandersi nell'aria.
- Mamma?
Lo avevo fatto, avevo provato a rompere quel silenzio pronunciando quell'unica parola come un sussurro, la vidi scuotersi appena e portare gli occhi su di me. Forse non stava vedendo davvero Callum perché per un momento non mi dedicò il suo solito sguardo di disprezzo, per un attimo sembrò solo una madre preoccupata e piena di speranze. Ma quei pensieri sparirono, più mi fissava e più si rendeva conto che io non ero lei, che quell'atroce realtà non era cambiata ed i suoi occhi cominciavano a riempirsi di dolore e rabbia.
- Che cosa vuoi adesso? – ringhiò sprezzante.
Non voleva parlarmi, non voleva nemmeno che io fossi lì, non gli importava di quella strana ferita che avevo alla testa, c'era il nulla assoluto dentro di lei, stava solo raccogliendo le ultime energie prima di sparire di nuovo lontano da quella casa dove mi aveva scaricato.
Nessun ricordo è meglio che un brutto ricordo.
Forse era quello il modo in cui lei stava affrontando il dolore, forse stava facendo finta di aver perso entrambi i figli o forse di non averne mai avuti. Fuggiva lontano da quello che era successo, da tutti i ricordi dolori della perdita e si rifugiava in un mondo a parte dove nessuno di noi era mai esistito, forse il suo lavoro le dava quel genere di libertà.
Una dolce solitudine in cui cullarsi, dove niente poteva toccarti.
Se mia madre riusciva davvero a farlo, a vivere parti di vita come se nulla fosse davvero accaduto, allora la invidiavo. Abbassai lo sguardo e uscii dalla cucina senza dire niente, lasciandola nuovamente nella sua solitudine, capii che era quello che voleva.
Presi la giacca e uscii fuori, non sapevo dove andare, potevo solo muovermi quando la mia mente si caricava così tanto di angoscia e dolore. Camminare era l'unica cosa che mi impediva di crollare immediatamente e mi dava la possibilità di calmarmi.
Fu così che mi ritrovai a girovagare per Brooklyn mentre il cielo si scuriva e le nuvole si addensavano come se dovesse iniziare un temporale. Quella città alle volte mi dava la sensazione che potesse capirmi, che assorbisse i miei sentimenti e il mio dolore. Era come se la California con i suoi colori e quell'estate senza fine appartenesse davvero ad un periodo di infanzia ormai perso per sempre mentre Brooklyn con quel cielo grigio e freddo fosse ciò che il futuro mi prospettava.
- Callum?
Al suono di quella voce mi destai da quei pensieri e feci attenzione a chi avevo davanti, Alencar mi fissava con i suoi occhi verdi e penetranti. Eravamo entrambi immobili nel bel mezzo del marciapiede ed il silenzio aveva iniziato a protrarsi.
- Ciao – dissi alla fine in un sussurro.
- Che ti succede? – il suo tono era serio e quello sguardo continuava a squadrarmi dalla testai ai piedi – che hai fatto alla faccia?
- Non lo sai? – la mia risposta lo spiazzò ma io non avevo altre spiegazioni da fornire.
- Che intendi?
- Io ... - provai un certo imbarazzo inizialmente – non mi ricordo cosa è successo, credo che ... ci sia di mezzo lei questa volta. Non mi ha picchiato nessuno, lo giuro. Lo sa lei cosa è successo, anzi, pensavo che lo sapessi anche tu ...
Altro silenzio, altre lunghe occhiate, lo vidi avvicinarsi di un passo per guardare meglio la mia fronte.
- Pensi sia stato io?
- No
Ed era vero, sapevo bene che Alencar era una persona estremamente violenta ma lo conoscevo abbastanza da essere certo che mai avrebbe fatto del male alla donna che amava.
- Cosa sta succedendo? – ancora quel tono carico di preoccupazione, mi sembrava assurdo che qualcuno si stesse rivolgendo a me in quel modo, come se gli importasse davvero.
- Dovresti chiederlo a lei la prossima volta che vi vedrete, io non le ho fatto niente non so cosa la sta facendo arrabbiare. Voglio solo avere una vita normale -dissi a denti stretti.
- Vieni con me – esclamò -tua madre è ancora a casa, no? Non devi passare tutto il giorno per strada
Smettila di essere gentile, lasciami stare nella mia dolce solitudine.
Ad un tratto il vibrare nella tasca mi fece ricordare di avere ancora il telefono con me, lo tirai fuori vagamente stupito e ci trovai un messaggio, si trattava di Keno: Passo a prenderti a casa?
Quella domanda mi riportò alla mente del nostro appuntamento e scrissi rapido che ero già fuori e ci saremmo visti a Coney Island.
Poi tornai con lo sguardo ad Alencar che mi fissava indagatore – ho un impegno, non preoccuparti non resterò solo a lungo
- Che genere di impegno? – chiese senza un tono preciso ma mantenendo i suoi occhi fissi nei miei.
- Un appuntamento
- Con la stessa persona che ti ha mollato in mezzo alla strada ad Halloween?
Smettila! Smettila di voler controllare la mia vita, non ti basta lei?
- Devo andare – dissi senza rispondere alla sua domanda e avanzando per passare oltre la sua figura.
Fui grato che me lo permise, si lasciò superare senza che tentasse di trattenermi ed io mi allontanai a grandi passi da lui, come si scappa da un'ombra spaventosa. Nonostante sentissi i suoi occhi ancora addosso, continuai a camminare senza voltarmi.
Trovai una panchina proprio prima dell'ingresso delle giostre e mi sedetti lì senza più muovere un muscolo, come se tutta l'energia del mio corpo fosse esaurita. Mi circondai di uno spesso strato di distacco tanto da non accorgermi più nemmeno della gente che passeggiava intorno a me.
Fu soltanto quando notai le scarpe di qualcuno che si era fermato lì davanti che sollevai lo sguardo e mi resi conto che si trattava di Keno. Se ne stava rigido con le mani in tasca ad un metro da me, non disse niente inizialmente, si accomodò in silenzio nella panchina prendendo un grande respiro.
Doveva venire dall'ospedale, aveva ancora quello sguardo fisso, come se vedesse ancora il letto ed il suo amico steso sopra.
- Come sta? – gli chiesi per cercare di svegliarlo da quella trance.
- Dorme – rispose in un sussurro, poi si passò le mani sul viso e tentò di riprendersi – allora, cosa ti va di fare?
Io scossi le spalle.
- Hai mangiato? – ovviamente aveva imparato a conoscere la risposta – bene, allora possiamo prendere un gelato al chiosco intanto, andiamo.
Così lo seguii senza aggiungere altro, riuscivo a percepire il suo malessere nonostante non lo stessi nemmeno guardando in faccia. Ordinò per entrambi e ci accomodammo nei tavolini poco distanti, fu in quel momento che ebbi la forza di parlare.
- Come stai? – chiesi timidamente – seriamente però, senza dire balle
Lui accennò un debole sorriso – come non ne diresti tu se ti chiedessi cosa hai fatto alla faccia?
Io arrossii leggermente – sono caduto, non sono io dei due che sta affrontando un periodo di merda. La mia vita è sempre questa e in qualche modo la gestisco, ma tu ...
- Io sto bene, giusto? – mi interruppe – voglio dire, per cosa dovrei lamentarmi? Ho il mio futuro, la scuola, i compiti ... - il suo tono era carico di astio – è quello che continuano a ripetermi i miei, sembra che il loro unico obbiettivo sia quello di farmi dimenticare di lui
- Sono preoccupati per te – gli feci notare – anche loro vedono quello che vedo io
- E cosa?
- Che sei esausto – risposi e lui parve irrigidirsi di nuovo – sei sul punto di esplodere e conosco troppo bene quella sensazione per far finta di niente. Quindi ti prego, Keno, parla con me altrimenti non capisco cosa ci sto a fare io qui. Detesto i comportamenti di circostanza.
- Sono così stanco ... - disse alla fine dando finalmente voce ai suoi veri pensieri – stanco di mentire, di sorridere, di essere speranzoso. Non faccio altro che dispensare coraggio e fiducia che non ho, non faccio che dare retta ai medici e dire tutto quello che bisogna dire in questi casi – il suo tono era carico di angoscia – deve sentire un clima positivo intorno a sé, parlagli di cose allegre lo aiuta a svegliarsi, è un ragazzo giovane ci sono ottimi margini di ripresa se si sveglia in fretta. È quello che mi sento dire ogni giorno ma il tempo passa e lui è ancora lì
Gli sfiorai una mano che teneva poggiata sul tavolino e lui intrecciò subito le nostre dita, come se si stesse aggrappando a qualcosa.
- Non faccio altro che mentire tutto il giorno quando vado lì – disse amaramente – racconto la mia fantastica giornata, di tutto quello che lui si sta perdendo, di come fuori splenda incredibilmente il sole quel giorno anche se è novembre inoltrato. Gli racconto vecchi aneddoti divertenti con il sorriso sulle labbra mentre fisso quel corpo immobile e dentro di me sto morendo - si morse il labbro – vedo quel coglione del suo ex e persino il tuo amico Levin e li detesto, non vorrei nemmeno che stessero lì a respirare la sua aria. Sono costretto ad infiocchettare racconti fantastici quando non vorrei fare altro che urlare quanto tutto faccia schifo – disse alla fine in tono liberatorio – è questo che vorrei dire: Aiden, svegliati ti prego perché fa tutto schifo da quando non ci sei, la mia vita va a puttane, non ci sono giorni belli o luminosi, fa tutto dannatamente puzza di disinfettante. Svegliati ed esci di qua perché non ce la faccio da solo, perché non sono minimamente forte e sicuro di me come ti lasciavo credere e avevi ragione su tutto ... sono un bastardo egoista e ti prometto che sparirò dalla tua vita se solo ora tu ti svegli
Gli sfiorai una guancia con la mano libera e lui spostò lo sguardo dritto su di me – dovresti dirgli queste cose se sono quelle che pensi davvero. Sicuramente parlare dei ricordi lo aiuta, ma sono sicuro che anche sentire quanto ti manca può andare bene, fagli sentire che c'è qualcuno che lo aspetta, che tiene a lui così tanto.
Prima che potesse aggiungere altro sentimmo le prime gocce di pioggia colpirci la pelle, restammo interdetti qualche istante come se non sapessimo cosa fare, poi fu Keno a parlare:
- Ho la macchina qui vicino, vieni a casa mia? – chiese – non mi va di restare solo
Io annuii e lo seguii in macchina, il tragitto non fu molto lungo e quando smontammo dal mezzo ci ritrovammo a correre sotto la pioggia e poi salire le scale di un palazzo molto curato.
La casa era deserta ed io mi lasciai guidare da Keno fino alla sua camera, sembrava molto ordinaria eccetto per un enorme quantità di libri che sembrava bizzarro trovare nella stanza di un adolescente. Lui si assentò un momento, per prendere un asciugamano e passarmelo, poi lo vidi togliersi il maglione umido e restare a petto nudo vicino alla finestra.
Sembrava leggermente più calmo adesso, meno rigido, anche se il suo sguardo era ancora carico di mille emozioni. Lo vidi prendere qualcosa da un cassetto ed iniziare trafficare con delle cartine, lui mi fissò sorridendo.
- Ti va un tiro? – chiese con un tono leggermente provocatore – i miei sono a una stupida festa di pensionamento di un collega, non ci disturberanno.
- Io sarà meglio che passi, solo tabacco per me – risposi mentre mi asciugavo i capelli.
- E' stato Aiden a lasciarla qui ... - mormorò ad un tratto perso in quel ricordo – avrebbe dovuto riprenderla ma ... non c'è stato il tempo, lui ... - capii subito che stava rivivendo quel tragico momento, quando aveva saputo la notizia - faccio un tiro la sera, mi aiuta a dormire
- Lo vedi? Mentre dormi, sogni lui? – chiesi avvicinandomi un po' e appoggiandomi alla scrivania.
Keno prese una boccata di fumo e lo trattenne per qualche istante prima di rilasciarlo lentamente – sempre, ma non solo quella notte. Sogno così tante cose, momenti passati, parole che avrei voluto dirgli, altre volte sogno addirittura il suo risveglio. Per poi scoprire che non è successo davvero
- Ma succederà – dissi con tono fermo mentre portavo le mani a stringergli il viso, i suoi occhi erano diventati tremendamente lucidi – finchè lui vive allora può svegliarsi. Ti sembra che Aiden sia uno che molla?
Ci fu silenzio, tanto che pensai di aver detto qualcosa di troppo, di aver compiuto un movimento che lo avrebbe fatto arrabbiare. Ma non si trattava di quello, non c'era rabbia, lo vidi spegnere lo spinello contro la scrivania e spingersi più vicino. Mi ritrovai intrappolato fra Keno e la superficie del tavolo, mentre lui riprendeva a parlare molto seriamente.
- Sai Callum, solitamente capisco cosa vuole la gente al primo sguardo. Eppure tu mi sembri così strano, quasi indecifrabile – poi fece un sorriso – per esempio non capisco se io ti piaccio – sfiorò la mia mano ancora poggiata sul suo viso con un dito – fai tutto questo per me perché ti piaccio?
Quella domanda mi destabilizzò e scostai la mano – io ...
Keno era ancora più vicino e nonostante io fossi più alto di lui, mi sembrò quasi di sentirmi in trappola, poi si sporse tanto da unire le nostre labbra in un bacio.
Fu lento, movimenti delicati pieni della mia timidezza e confusione, persino Keno non si era lasciato andare in modo aggressivo, anzi posò delicatamente una mano sul mio fianco.
Quando ci staccammo ero certo di essere totalmente rosso per l'imbarazzo nonostante non fosse il nostro primo bacio, in quel momento però sentivo un'intimità crescente fra noi.
- Ti interessi dei miei problemi, mi sproni a fare uscire quelle parole che non direi mai a nessuno e ti lasci baciare così, eppure nonostante questo ancora non riesco a capirti – disse con un mezzo sorriso – sei ancora un bel mistero ingarbugliato Fimmel. Tutto di te è così poco convenzionale: le tue azioni, le tue parole, persino il tuo aspetto con quella carnagione cerea e i capelli arruffati. Mi piace – mormorò mentre infilava due dita sotto il mio maglione – questo momento fra noi due, persino il tuo interesse per me mi piace, e tu? Mi trovi disgustoso come alcuni di loro o vuoi scoparmi come altri? O magari, visto che sei così diverso, c'è una terza strada nella tua testa
Trovai finalmente la forza di muovermi e mi gettai su di lui con un desiderio che non credevo potesse appartenermi, era come quella sera alla festa quando uno strano istinto mi aveva portato a baciarlo con ferocia. Ora quella pulsione mi stava guidando e mi aveva portato a ribaltare le posizioni, chiudendo il corpo di Keno fra il mio e la scrivania.
Ti piace davvero o lo stai usando solo per fuggire?
Quel pensiero si intromise tanto nella mia mente da rendermi incerto per qualche istante, ma Keno sembrava non voler tornare più indietro. Aveva già portato le mani sotto i miei indumenti aiutandomi a togliere il maglione per poi passare a slacciare i pantaloni, mi irrigidii quando sentii le sue mani scendere lungo il mio fondoschiena sfiorandomi i glutei.
Rise – è la tua prima volta? Nervosetto?
Feci un respiro profondo mentre nella mia mente si formava l'unica immagine che avrei voluto combattere, Alencar. Il suo viso si fermò con prepotenza nella mia mente e ciò che avevamo fatto tornò a galla carico di quelle sensazioni che avevo cercato di dimenticare.
Così affamato d'amore da gettarmi fra le sue braccia.
Cosa avrebbe pensato Keno di me se lo avesse saputo? Come potevo andare avanti? Non ero libero, non lo sarei mai stato finchè avessi avuto Alencar e Celia nella mia vita.
- Che ti prende? – chiese mentre scendeva con la mano al mio sesso, ancora coperto dall'intimo.
- E' solo che ... non voglio ferirti
- Non preoccuparti, niente può ferirmi – mormorò prima di abbassarsi e accogliere la mia erezione fra le labbra.
Non riuscii più a pensare molto razionalmente da quel momento in poi, sentivo la sua bocca, il calore, quella stimolazione lenta e tremendamente piacevole. Nemmeno le gambe mi tenevano più in piedi, vidi Keno spostarsi un momento e guidarmi indietro verso il suo letto. Crollai lì mentre lo osservavo piazzarsi su di me e finire di togliersi i vestiti.
- Non ti farò male, non essere nervoso – mormorò mentre cercava di sistemarsi fra le mie gambe e tornare a stimolare il mio sesso.
In quel momento Alencar tornò a farsi strada nella mia mente, era sempre stato solo lui, nel bene o nel male ed era ancora annidato nella mia mente.
Chiusi le gambe e mi sollevai a sedere, non lasciai a Keno il tempo di farsi troppe domande per quel gesto improvviso, lo gettai sul materasso spostandomi sopra di lui.
Il biondo rise – ehi vacci piano tigre, sai cosa fare?
Io arrossii leggermente – s-sì, abbastanza
Keno prese una delle mie mani e si portò le dita alla bocca cominciando a bagnarle con cura di saliva, erano movimenti semplici ma dannatamente seducenti. Continuò a laccarmi le dita senza smettere di guardarmi e alla fine spostò lo sguardo verso il basso guidando la mia mano verso la sua apertura. Cominciai a penetrarlo lentamente e lo sentii gemere mentre le mie dita si facevano strada dentro di lui.
- Callum – ansimò – così va bene, voglio te adesso
Deglutii mentre avvicinavo la mia erezione alla sua apertura, lo penetrai lentamente, sentivo i nostri respiri intrecciarsi mentre abbassavo il viso e catturavo nuovamente le sue labbra. Le braccia di Keno, il suo odore e il suo calore erano intorno a me, lo sentivo gemere e incitarmi ad aumentare le spinte. Il nostro piacere cresceva ad ogni istante e alla fine divenne difficile da gestire, le mie spinte si erano fatte sicure e rapide mentre anche Keno mi aiutava inarcando il bacino. Aveva la fronte imperlata di sudore, le labbra gonfie e rosse per i baci e capelli arruffati, era incredibilmente bello in quel momento.
- Callum! Penso che ...- ansimò mentre spingevo ancora dentro di lui – non resisto, io ...
Keno si lasciò andare qualche secondo dopo, sporcando entrambi con il suo seme, anche io ero al limite e mi liberai dentro di lui.
Per qualche minuto la stanza fu riempita unicamente dal rumore dei nostri respiri affannati, mi stesi lungo il materasso accanto al corpo di Keno che era rimasto immobile a fissare il soffitto. Stavo di nuovo tornando a padroneggiare me stesso e mi chiesi se non avessi fatto qualcosa di sbagliato.
- Va tutto bene? – chiesi timidamente – ho fatto qualcosa che non va?
Lo vidi voltarsi e mettersi a ridere – come? Lo stai chiedendo davvero?
Non risposi, mi limitai a distogliere lo sguardo imbarazzato.
Lui si voltò su un fianco per fissarmi meglio – non sei per niente male. È stato bello, mi serviva staccare il cervello per un po'.
E ora?
Quel pensiero era tornato a tormentarmi, il rapporto fra me e Keno si era fatto ancora più stretto, cosa avrebbe significato? Come potevo lasciare che un ragazzo normale vedesse gli scheletri che mi trascinavo dietro?
- Su cosa ti fai le seghe mentali? – chiese lui interrompendo il flusso di problemi da cui mi ero lasciato assorbire.
- Io ... non sono una persona semplice – risposi intimorito da quella realtà – ci sono tante cose che non vanno in me, non voglio incasinarti
- Le persone semplici mi annoiano – replicò con il suo solito tono schietto e un po' sprezzante, sembrava essere tornato quello di sempre – non sto cercando niente di comodo e stabile Callum e qualcosa mi dice che non lo cerchi nemmeno tu. Possiamo darci una mano, tenerci in piedi a vicenda fra tutti i casini che si susseguono nelle nostre vite. – i suoi occhi si spostarono di nuovo a puntare i miei – non dobbiamo dirci niente che non ci vada di raccontare, non dobbiamo fare nulla che non ci sentiamo in grado di fare. Siamo solo due persone sole che si ritrovano a condividere un momento per sentirsi meno vuote. Ti va?
- Sì
Grazie Keno.  


ALENCAR
Non avrei dovuto lasciarmi coinvolgere così, lo sapevo bene ma questo non bastava a rendermi neutrale rispetto a quello che Callum mi aveva detto l'ultima volta. Celia gli stava facendo del male e l'unico motivo per cui era tanto scontenta poteva essere solo quello che le avevo detto durante il nostro ultimo incontro. Nonostante mi fossi ripromesso di tenere Callum lontano dal mio mondo, da me, dal marcio che mi tiravo dietro e dalla mia bieca incapacità di tenere la gente al sicuro, eccoci arrivati a quel punto.
Me ne stavo nella mia auto all'uscita della scuola cercando di carpire indizi sulla sua condizione. Celia era arrabbiata per il mio tradimento, credeva che in qualche modo era colpa di Callum mentre lui non aveva idea di cosa stesse accadendo e perdeva pezzi della sua esistenza senza comprendere.
La colpa era solo mia.
Ero incapace di tenere gli altri al sicuro e la cosa che mi procurava più rabbia era che, come non ero riuscito a salvare mia madre, non avrei fatto nulla per Callum. Perché ero solo capace di essere uno spettatore della fine inesorabile di chi mi sta vicino.
Ad un tratto lo vidi, venne fuori dal cancello insieme ad un altro gruppo di ragazzi, sembrava stare piuttosto bene. Notai che attese qualche istante davanti all'ingresso finchè un altro ragazzo non si affiancò a lui, sembrava più giovane e aveva dei capelli biondo chiaro. Iniziarono a camminare lungo il marciapiede verso la metropolitana, così misi in moto e cominciai a seguirli per un po'. Callum sembrava a suo agio stranamente e molto assorbito in quella conversazione, vederlo così rilassato con qualcuno fece nascere in me una punta di rabbia.
Deve essere lui.
Il ragazzo che aveva iniziato a uscire con Callum, quello di cui non voleva dirmi nulla. Li vidi fermarsi davanti all'ingresso della metro, il biondo fece uno scatto rapido afferrando Callum per la mascella e spingendo il suo volto verso di sé, imprimendogli un bacio veloce sulle labbra. L'altro in tutta risposta sorrise leggermente imbarazzato, cominciando a tormentarsi una ciocca di capelli con le dita mentre si scambiavano le ultime parole. Poi Callum scese nella metropolitana e l'altro si voltò tornando a percorrere il marciapiede.
Sapevo di non doverlo fare, che forse quella era la normalità che Callum aveva scelto di vivere ma la mia indole non mi consentiva di voltare lo sguardo davanti a quella scena. Mi ritrovai a seguire il biondo finchè non lo vidi fermarsi al semaforo in attesa di attraversare, accostai la macchina alla banchina abbastanza da farmi sentire.
- Non dovresti metterti a giocare con il fuoco – dissi molto chiaramente ed il ragazzo scattò leggermente per la sorpresa chinando a guardare dentro l'abitacolo.
- Come scusa? Ce l'hai con me? – chiese con tono infastidito.
- Sì
- E saresti? – continuò con tono arrogante.
- Una persona che conosce Callum abbastanza da sapere che non ha bisogno di altre complicazioni, lascialo in pace – risposi serio.
Era un ragazzo troppo arrogante e sicuro di sé per spaventarsi, proprio il genere di persona che nel mio ambiente sarebbe morta in un giorno.
- Non so chi sei e non mi interessa, se Callum ha voglia di chiudere verrà lui a dirmelo – tagliò corto.
Prima che potesse fare un passò per allontanarsi, mossi rapidamente la mano e lo afferrai per il braccio saldamente, lui tornò a fissarmi adesso con occhi carichi di incertezza e timore.
- Non sono stato chiaro forse – dissi scandendo attentamente le parole – questa è una minaccia, lascialo in pace. Non sei il genere di compagnia che gli serve, non lo conosci
Il suo braccio si irrigidì e con uno strattone si liberò dalla mia morsa – e io ti ripeto che se Callum ha qualche problema con me può dirmelo lui stesso, gli ex inquietanti possono starne fuori
Prima che potessi replicare si era già allontanato a grandi passi dall'auto, era questo il tipo di uomo che piaceva a Callum, un moccioso sfrontato? Prima che avessi il tempo di rimettere in moto, il cellulare iniziò a vibrare, si trattava di Tian.
- Pronto?
- Abbiamo il Soul stasera, ci sarà una grossa affluenza, ci sarai? – chiese.
- Certo
- E mi dirai anche che succede? Hai un tono strano – commentò ricorrendo al suo fastidiosissimo intuito.
- Non ho nessun tono, ci vediamo stasera – tagliai corto.
- Vuoi che provi ad indovinare? C'è solo una persona che ti rende così ultimamente
- Non riempirti la bocca, non si tratta di Celia – lo interruppi prima che potesse continuare.
- Ma io non sto parlando di lei.
Silenzio.
- Cosa dovrei fare secondo te? – ripresi alla fine stizzito – visto che ti diverti a dispensare consigli, dimmi cosa farebbe il saggio Tian! Non so niente, più assecondo questa sciocca fantasia e più le cose si complicano. Si è anche messo a frequentare un tipo, come se potesse! Le sue condizioni sono troppo in bilico, non gli serve un adolescente coglione
- Gli servi tu? – quella domanda mi fece tacere – se è quello che pensi perché non glielo dici. Affronti la morte ogni giorno con gli affari di cui ci occupiamo eppure quando si tratta di affrontare Callum diventi improvvisamente incapace. State entrambi cercando la stessa cosa
- Ti sbagli Tian – dissi amaramente – lui sta cercando qualcuno che gli salvi la vita e io sono l'ultima persona in grado di farlo. Dovrei solo iniziare ad accettarlo e separarmi da lui
- Alencar ...
- Ci vediamo stasera, dai la serata libera a Jonas. Cerchiamo almeno di sputtanare anche la sua famiglia visto che lui è l'unico capace di tenersene una
Terminai la chiamata e ripresi il tragitto, questa volta imponendomi di non passare davanti alla mia vecchia casa ma evidentemente il destino aveva deciso di tormentarmi ancora.
Callum era all'angolo della strada, non lontano da un supermercato, era piegato in due per il dolore e indossava solo un maglioncino con quel freddo tremendo. Qualcuno lo aveva notato, qualche passante si stava fermando e tentando di capire la situazione, rinsaldai la presa sullo sterzo.
Continua a guidare, lo aiuteranno loro, vai avanti.
Cercai di ripetermelo più volte, non potevo permettermi di restare coinvolto ma, mentre la mia mente si ostinava ad evitarlo, il mio corpo aveva già frenato e accostato l'auto al marciapiede. Smontai e mi avvicinai a grandi passi verso Callum e la piccola folla intorno a lui.
- Ragazzo, stai bene? Chiamiamo un'ambulanza? Sei qui da solo? – continuava a chiedergli un uomo di mezza età.
Callum non rispondeva, si teneva le braccia al petto mentre combatteva quel dolore lancinante che si espandeva nel suo corpo. Mi accostai a lui, sollevandolo da terra e poggiando la sua testa sul mio petto.
- Ci penso io – dissi all'uomo – lo conosco
- Devo chiamare l'ambulanza? Serve un medico?
- No, lo porto a casa. È solo un attacco di panico – risposi mentre mi abbassavo per sussurrare all'orecchio di Callum – mi senti? È solo un attacco di panico, ci sono io con te
Vidi i suoi occhi serrati cominciare ad aprirsi, portando quel grigio pallido a fissare il mio viso mentre continuava ad annaspare. La sua mano destra si tese leggermente verso di me e io l'afferrai stringendola forte nella mia.
Restammo così per terra nel marciapiede finchè l'attacco passò e Callum riuscì finalmente a mettersi a sedere, stava ancora tremando ed io mi tolsi la giacca e gliela infilai.
- Ho la macchina qui vicino – dissi e lo aiutai per poi dirigerci entrambi in auto.
Sembrava leggermente in imbarazzo ed evitava attentamente il mio sguardo.
- Ma che ci facevi fuori senza giubbotto in mezzo alla strada? – chiesi alla fine spingendolo a parlare.
- Io sono scappato ...- mormorò – ho litigato ancora con lei
- Dovresti seriamente parlare con il Dottor Fisher, prendere qualche medicina e piantarla con questo comportamento autolesionista – commentai.
- E tu continui a venire a salvarmi – replicò lui a disagio – non capisci che mi metti nei guai?
Accusai il colpo e lo guardai, questa volta ricambiò l'occhiata e il suo volto sembrava preoccupato.
- Che sta succedendo fra voi due? Perché è così arrabbiata con me?
- Ti ha fatto ancora del male? – chiesi ed il mio tono tradì un eccessivo interesse.
- No, ma suppongo che lo farà, giusto? Ho il diritto di sapere perché – insistette.
- Le ho detto di noi due, di quella notte – risposi alla fine e il suo sguardo si riempì di terrore.
- Perché?! – esclamò spaventato.
- Perché mi capita di pensarci, a quello che è successo – dissi con tono calmo – e hai le chiavi del mio appartamento quindi puoi andarci quando hai dei problemi con tua madre invece di girovagare per la città
Il suo volto era nuovamente cupo e imbronciato, per un lungo momento non parlò mentre continuavo a guidare per le strade trafficate.
- Dove mi stai portando? – chiese alla fine con tono consapevole.
- A casa mia, resterai lì stanotte
- Non serve che resti, posso tornare adesso – insistette.
- Quando tornerai a casa lei ti darà di nuovo addosso, non metterti a discutere Callum e fai come dico una volta tanto – sbottai mentre parcheggiavo davanti al vecchio palazzo.
Scesi dall'auto e lui mi seguì spontaneamente fin dentro l'appartamento, si appoggiò al muro con ancora il mio giubbotto addosso e senza nemmeno guardarmi in faccia.
- Si può sapere perché ti comporti così? – gli chiesi- Cristo, sembra che io ti abbia sequestrato
- Beh, cosa vuoi che faccia? – commentò nervoso – ogni volta che provo a parlare alla fine bisogna fare quello che vuoi tu. Mi tratti come un povero demente, mi dici cosa fare e mi trascini qui dicendo che ci devo restare. Ogni volta che ti chiedo cosa diavolo vuoi da me, ti comporti come se fossi io il pazzo mentre è evidente che sei tu quello fuori di testa
- Io? – sbottai – e che diavolo ti avrei fatto?
- Niente! – risposte totalmente confuso – è questo il problema, tu non mi fai niente! Hai passato anni a odiarmi, insultarmi, minacciarmi. Ero l'orrore che ti era capitato fra le mani, il figlio della puttana che tuo padre si era messo in casa per sostituire tua madre! Poi sono diventato l'assassino che ha ucciso la donna che ami, che si è salvato la pelle come un vigliacco mentre lei moriva atrocemente. Ma ora cosa sono? – il suo tono era disperato – non capisco questi giochetti, non capisco perché sei gentile, so gestire l'odio e il disprezzo ma la tua bontà mi spaventa. – inspirò profondamente – smettila di essere gentile, smettetela di giocare con me
Con due ampie falcate fui davanti a lui ed il suo corpo si era ritrovato schiacciato fra il mio e la parete, i nostri sguardi erano allineati e io intrappolai le sue labbra in un bacio. La passione ci prese immediatamente, quel bacio divenne vorace e disperato mentre stringevo il corpo esile di Callum al mio e lui si abbandonava totalmente. Restammo avvinghiati finchè non riuscimmo più a respirare, lo sguardo di Callum era appannato dal desiderio, la sua indole bisognosa era uscita fuori ancora una volta e, nonostante le sue parole, non era riuscito ad opporsi ad un mio contatto.
- Non sto giocando con nessuno – dissi chiaramente.
- Allora cosa sta succedendo? – chiese ancora boccheggiante.
- Non lo so
Lo stai trascinando nel tuo inferno.
Alla fine mi allontanai prendendo un'altra giacca e dirigendomi verso la porta.
- Cerca di calmare i nervi e mangiare qualcosa, puoi prendere quello che c'è in frigo o ordinare qualcosa a domicilio, ci sono i soldi nel cassetto del comodino. Cerca di riposare, io devo andare in un posto per un paio d'ore, tornerò tardi – dissi mentre aprivo la porta.
- Dove vai? Non posso venire con te? – chiese mentre si stringeva ancora nella mia giacca.
- Ti sto già mettendo abbastanza nei guai, resta qui
Uscii dall'appartamento a quel punto ma mentre mi allontanavo pensavo già a quando sarei rientrato, nonostante percepissi la pericolosità di quel legame non avevo alcuna volontà di scioglierlo.  


ANDREW
Avevo smesso di vedere i miei amici da un po' di tempo ormai, ma nessuno di loro me ne faceva una colpa. Avevano provato a trascinarmi via da quell'inferno anche solo per qualche ora, forse con la vana speranza di tirarmi su il morale con qualche bevuta che mi avrebbe stordito. Invece, stavolta non avrei permesso all'alcol di sedare il mio dolore, volevo sentirlo tutto, meritavo di sentirlo dall'inizio alla fine, niente pause dalla mia vita che ormai somigliava più ad una punizione. Se Aiden era costretto a sopportare la sua condizione, allora anch'io avrei dovuto sopportare la mia senza spezzarmi.
Non ero l'unico prigioniero di quel limbo però, i miei occhi caddero sulla signora Berg e Levin Eickam, entrambi rivolti verso la stanza in cui riposava Aiden. La stessa stanza di cui ormai conoscevo ogni centimetro, dalle piccole crepe sui muri bianchi immacolati, al pavimento leggermente consumato vicino alle finestre. Si finiva sempre per riflettere troppo in un posto silenzioso e immobile come quello ... e riflettere troppo, in una situazione del genere, era controproducente.
Qualcosa si mosse davanti a me, i due specialisti che si occupavano di Aiden entrarono all'interno della stanza e si chiusero la porta alle spalle. Era il momento dei controlli quello, dove non si accettavano visite. Levin arretrò e lentamente lo vidi accostarsi a me. Il suo viso era stanco ma a parte quello mostrava ben poco come al solito, si passò una mano tra i capelli talmente biondi che sotto le luci artificiali del reparto sembravano quasi argentei, mentre con l'altra mi porgeva un bicchiere fumante.
Lo guardai, confuso.
- Non ho avuto il coraggio di dire alla signora Berg che la camomilla mi fa schifo, quindi è tutto tuo – spiegò con fare pragmatico
- Certo, la vita di suo figlio è appesa ad un filo, ma pensa quanto potrebbe prenderla male se sapesse che a te fa schifo la camomilla. Hai fatto bene a non darle altri dispiaceri
Avevo riso, l'avevo fatto veramente e senza neanche rendermene conto. Il primo sorriso vero dopo settimane di niente e non ero stato l'unico a lasciarsi andare. Fu soltanto un guizzo di divertimento che durò un istante, poi entrambi ci ricomponemmo immediatamente.
- Sembra sbagliato, vero? – Levin parlò a voce bassa dopo un lungo silenzio – perfino ridere sembra fuori posto.
Era così. Feci un profondo respiro che non poté nulla contro l'oppressione al petto che continuava a schiacciarmi, quella era una sensazione che non voleva andare via. Presi un sorso di camomilla più per disperazione che per sete, soltanto in quel momento mi resi conto che la causa della mia nausea era quel dannato posto.
- Vado a farmi un giro ... vuoi che ti prenda qualcosa di decente dal bar? – dissi all'improvviso, smanioso di allontanarmi da quel corridoio per un po'
- Sono a posto. Grazie – guardingo come sempre
Poche parole, gesti semplici ... non ci voleva molto per capire che anche una persona all'apparenza così schiva come Levin teneva molto ad Aiden. Perché Aiden era speciale ed io non l'avevo mai capito.
Camminavo a passo svelto, non abbastanza da sfuggire a Keno che veniva dalla mia parte però. Non parlavamo mai io e lui, a volte mi accusava di qualcosa, ma non c'era più stata una conversazione dal fatidico quindici di novembre, eppure avevamo trascorso interi pomeriggi seduti nella stessa sala d'aspetto in attesa di poter vedere Aiden. Quella volta aveva parecchie cose da dirmi, immaginai, vedendolo pararsi davanti. Mi guardò dall'alto verso il basso, con un'aria di finta gentilezza impressa sul viso pallido e sinistro.
- Wow, ecco Andrew il mecenate. Glielo hai mai detto alla madre di Aiden che stai facendo tutto questo per sopperire al comportamento di merda che hai avuto con suo figlio negli ultimi anni? Scommetto di no, perché mai dovresti macchiare il tuo fantastico mantello da supereroe!
Peccato che il silenzio di Keno non fosse durato per sempre.
- Keno, non sono dell'umore. Va da Aiden e basta.
- Mi dispiace illuderti, ma è esattamente qui il mio posto adesso – un'altra risata finta – capisco però che preferiresti impiegare il tuo tempo a parlare con qualcuno diverso da me. Lui è così misterioso e pacato, vero? Credo che ad Aiden piacesse anche per questo.
Presi un profondo respiro che avrebbe dovuto calmarmi. Ero stanco.
- Keno, guarda dove siamo e pensa a quello che sta succedendo ad Aiden. Puoi darti una regolata? Non me ne frega un cazzo di quello che hai da dire. Fa finta che io non esista, ti riesce così difficile? - perché sprecavo del fiato? Che senso aveva provare a ragionare con lui? Era divorato dalla rabbia per tutto il tempo, soltanto al capezzale di Aiden sembrava riuscire a tenere a bada quel mostro che si portava dentro. Le mie parole vennero accolte con un'altra risata di scherno, provai a passare oltre, ma ancora una volta si parò davanti a me.
- Ho sempre saputo che eri un idiota, ma non potevo immaginare che lo fossi così tanto. Non hai proprio capito un cazzo
- Ok. E' tutto? – avevo incrociato le braccia sul petto, in attesa che Keno vomitasse fuori tutto quello di cui mi accusava. Doveva essere così, era sempre così. Volevo farlo a pezzi e fu soltanto il pensiero di quanto sarebbe stato sbagliato picchiare un ragazzino che mi impedì di tirargli un pugno in faccia.
- Perché? Hai fretta di tornare dal tuo amichetto lassù? Ormai vegliate su Aiden insieme! Che armonia.
- Cosa diavolo c'entra Eickam adesso?
- Oh, non perde neanche una visita, vero? Com'è attento e come gli sta vicino! Un po' strano per uno che conosce Aiden da appena due mesi, eh? Eppure questo non ti ha ancora suggerito niente – Keno scosse la testa, i suoi occhi erano due fessure penetranti – è davvero così conveniente far finta di non vedere le cose per come stanno? Ti fa dormire meglio la notte? E dimmi un po', hai mai fatto caso al cambiamento repentino di Aiden da un paio di mesi a questa parte? L'aver tirato fuori le palle ... niente? Non ti si illumina nulla? Perché credi che fosse diventato così distante? Forse non aveva più bisogno di te.
Non volevo ascoltare quelle parole, ma allo stesso tempo i miei piedi non volevano saperne di muoversi da lì. Ero immobile e forse, una piccola parte di me, sapeva esattamente quello che Keno stava cercando di dirmi.
- Aiden non lo avrebbe fatto – la mia voce trasudava incertezza
- E invece sì! Se tu lo avessi conosciuto come lo conosco io allora avresti anche saputo di cosa era capace! E ti assicuro che Aiden era capace di ferire e di molto altro ancora. Era stanco di te e di come lo trattavi! Delle tue menzogne continue, del tuo menefreghismo ... andiamo Andrew, lo sai meglio di me che non ne poteva più. E poi è arrivato lui, il bel ragazzo tenebroso che non pretendeva nulla. Riesci a immaginare cosa facevano mentre tu eri in missione? – le labbra di Keno si aprirono in un sorrisino disgustoso.
Silenzio paralizzante. La consapevolezza arrivò come una doccia fredda. Ero stato accusato di aver tradito Aiden una miriade di volte, quando in realtà era stato lui a farlo. Perché non lasciarmi quando ne aveva avuto la possibilità ... perché aveva continuato a giocare con la mia vita? Lui se la spassava a Brooklyn mentre io ero in missione a rischiare la vita.
Aiden e Levin insieme. L'incredulità durò pochissimo, Keno doveva essere soddisfatto dall'effetto che le sue parole avevano avuto su di me. Dio, non potevo neanche odiare Aiden per quello che mi aveva fatto, come potevo odiare qualcuno nelle sue condizioni?
- Lo sai per certo?
Lui rise, sempre più soddisfatto e sprezzante – Andiamo Andrew, lo sapevano tutti tranne te. Perfino Eickam sapeva che Aiden aveva il ragazzo, ma questo non gli ha impedito di scoparselo. Il karma è una puttana, eh? Quella roba sul raccogliere quello che seminiamo ... cominci a crederci adesso?
Non riuscivo più a sentire quello che diceva, dovevo essere sul punto di impazzire. Le unghie della mia mano premevano con violenza contro la pelle, tanto da lasciare dei solchi rossi. Mi costrinsi a rilasciare le dita e a distenderle.
Non potevo odiare Aiden. Non potevo e non dovevo. Invece lo stavo facendo, solo per un breve istante, ma stava succedendo. Cristo. Stavo tremando di rabbia. Perché era arrivato a tanto? Perché mi aveva pugnalato alle spalle e raggirato come se non valessi niente? Forse lo meritavo o forse ero stanco di addossarmi le colpe dell'intero universo. Stavo incassando ed incassando da troppo tempo. Ero lo zimbello di tutti, l'unico ad essere tenuto all'oscuro. Con quale coraggio Levin riusciva a parlarmi come se niente fosse?
- Beh, se io fossi in te mi incazzerei. Ti hanno preso per il culo ... Dio, se la spassavano a letto quei due, Aiden non si risparmiava mai sui dettagli peccanti. E dov'eri tu mentre succedeva? Al fronte?
Non avrei perso il controllo, avevo capito il gioco di Keno e non lo avrei lasciato vincere. Voleva ferirmi e spingermi ad andare via da lì, ad odiare Aiden per quello che mi aveva fatto. Voleva essere l'unica persona rimasta per lui.
- Credevi che raccontandomi queste cose ti saresti liberato di me, vero? Mi dispiace Keno, sono molto più bravo di te nel mandare giù bocconi amari e sappi che non me ne andrò da qui. Aspetterò che lui si risvegli esattamente come farai tu e forse, quando lui starà bene e non avrà più bisogno di me, forse a quel punto sparirò come hai sempre desiderato, ma non prima. Mettiti il cuore in pace, non c'è niente che tu possa fare per liberarti di me. Io non voglio ambire a nessun premio come migliore cittadino dell'anno, ma tu? Stai facendo tutto questo per rimanere l'unico al suo capezzale? Non ti importa un cazzo di gettare merda su Aiden mentre è in coma? E ti consideri un amico?
Il sorriso gelido del biondo scomparve sulle sue labbra subito dopo aver sentito le mie parole. Non gli diedi la possibilità di dire altro, perché tornai indietro. Su per quelle scale.
Avrei voluto distruggere tutto ciò su cui si posava il mio sguardo, avanzavo per il corridoio come una furia. Sì, non potevo voltare le spalle ad Aiden, non in quella situazione del cazzo, ma niente poteva impedirmi di affrontare Eickam e lo avrei fatto immediatamente.
Lui era lì, la sua mano stringeva quella di Aiden, tutto nel suo corpo trasudava un dolore che non poteva appartenere ad un semplice conoscente. La risposta era stata sotto i miei occhi per tutto quel tempo, ma la tragicità della situazione mi aveva impedito di vedere le cose per come stavano davvero. L'incantesimo era stato spezzato però, adesso avanzavo verso il letto di Aiden con un terribile groppo in gola. Levin sollevò lo sguardo sul mio viso
- Vieni fuori. Dobbiamo parlare
Lui non mostrò confusione, non mostrò niente di niente. Forse lo aveva già capito, forse, come aveva detto Keno, ero l'unico idiota rimasto al mondo.
Camminai verso il fondo del corridoio, oltrepassando l'ampia vetrata che dava sul terrazzo del reparto. Era buio ormai e il vento gelido invernale batteva incessante; Levin mi seguì lì fuori senza emettere una sola sillaba. I suoi occhi erano fissi nei miei mentre mi fermavo ad appena una manciata di passi da lui.
- So tutto. So di te ed Aiden – la mia voce suonò strozzata e terribile perfino alle mie orecchie. Volevo fargli del male, tutto ciò che volevo era sfogare la mia rabbia su qualcuno che non fosse morente in un fottuto letto ed Eickam era terribilmente vivo e presente in quel momento. Senza rendermene conto lo avevo spinto contro il muro, stavo tremando dalla voglia di picchiarlo. Una sola parola, mi bastava una sola, dannata parola per scattare. Ma lui era immobile, il suo sguardo era ancora fisso nel mio e tutto ciò che riuscivo a vedere era una calma rassegnazione
- E' tutta colpa mia.
Come diavolo poteva essere così privo di sentimenti? Non mi temeva? Non provava neanche a chiedermi scusa? O a discolparsi? Chi diavolo avevo davanti?
- Tutta colpa tua dici? No, non lo è, Eickam. Sto cercando con tutte le mie forze di non odiare quel dannato ... - mi morsi le labbra, non dovevo farlo e non potevo continuare ad odiarlo. Aiden stava morendo, cazzo.
Levin provò a farsi avanti, il suo viso si era animato finalmente
- Sono stato io ad iniziare, ho approfittato della vostra situazione per mettermi in mezzo, quindi se c'è qualcuno con cui dovresti prendertela sono io e sono qui
- Sta zitto! – il mio pugno colpì il muro accanto al suo viso e il dolore fu così forte che per un attimo persi il respiro – non mentirmi, cazzo! Non ci provare neanche! Vuoi proteggerlo, forse? Vuoi proteggere la sua dannata memoria? Conosco Aiden! So che è stato lui ad iniziare e so che deve avermi detestato da morire per arrivare a tanto! E mi odio perché avrei dovuto capire che era troppo, che avevamo superato il limite!
La mia mano sanguinava, stavo tremando, ma non avevo ancora smesso di stringere quel corpo contro il muro. Che cosa diavolo volevo fare? Prendermela con uno che non stava neanche negando la realtà dei fatti? Picchiare un dannato ragazzo soltanto perché il mio aveva deciso di scoparselo? Ero patetico. Lo lasciai andare, ma lui non si mosse da lì, non riuscivo a guardarlo in volto.
- Andrew
Levin allungò una mano pallida verso di me, non osai avvicinarmi. Non volevo lasciarmi consolare dal tipo che si era scopato il mio ragazzo. Rimasi a guardarlo, trattenendomi più che potevo dall'afferrarlo per il collo e riempirlo di pugni. Continuava ad avanzare lentamente verso di me, imperterrito.
- Non farti picchiare – lo avvisai, scostandomi ancora – cazzo. Non costringermi a farti del male
- Ti farebbe stare meglio?
- Niente può farmi stare meglio! – urlai e lo spinsi via – cosa diavolo potrebbe mai darmi sollievo in questa situazione del cazzo? Niente! Perché l'unica persona con cui vorrei scontarmela è attaccata ad una macchina dall'altra parte del corridoio e odiarla mi fa soltanto sentire peggio! Soltanto una persona di merda può detestare un ragazzo che probabilmente non si sveglierà mai più. E Cristo, non sarò quel genere di persona. Ecco come stanno le cose. Vuoi che picchi te, Eickam? – mi venne da ridere – tu non mi dovevi niente, non mi conoscevi neanche. Vorrei essere così idiota da pensare che sia tutta colpa tua, credimi ... sarebbe più semplice chiudere gli occhi di fronte alla realtà e pestarti a sangue. Ed una piccola parte di me lo vorrebbe, non hai idea di quanto lo vorrebbe, solo che non la lascerò vincere. Io ho sbagliato, Aiden ha sbagliato e sì, tu non avresti dovuto metterti in mezzo, ma lo hai fatto.
Stavo racimolando le ultime forze che possedevo per andare via da lì una volta per tutte. Feci un passo verso l'uscita per ritrovarmi il corpo di Levin a sbarrarmi la strada.
- Stammi almeno a sentire ... adesso che non devo più nasconderti niente
- Non voglio sentire niente da te, Eickam. E' tardi per raccontarmi la tua versione dei fatti, avresti dovuto svegliarti prima invece di trattarmi da amicone e prendermi per il culo. Credevi di poter tenere nascosto il vostro sporco segretuccio per sempre? Cristo, mi fai così stupido?
- E' stato Keno, vero?
- Che differenza fa chi è stato?
Quello non mi ascoltò neanche, continuò a parlare imperterrito
- Fammi parlare e basta. Aiden mi aveva detto di avere una storia, ma io non ho fatto niente per tenerlo lontano da me. Ho lasciato correre ... me ne sono letteralmente sbattuto delle conseguenze. Credi che questo non sia abbastanza? Anch'io ho messo del mio in questa faccenda, Andrew. Non intendo mentirti o provare a giustificarmi, perché sapevo di te e ho avuto mille occasioni per tirarmi indietro. Ma non l'ho fatto. Vorrei poterti dire che i sensi di colpa mi hanno ucciso, la realtà è diversa però ... l'unico momento in cui ho provato del senso di colpa è stato quando ti ho visto qui in ospedale. Prima non avevo idea di chi fossi, eri solo un pensiero lontano ... una sagoma senza volto. Solo adesso posso chiederti davvero scusa e dare un significato reale a queste parole – aveva abbassato la voce, i suoi occhi scuri non avevano mai smesso di guardarmi – quindi ti chiedo scusa, per quanto vale.
Il suo viso era stanco, continuava a fronteggiarmi con immensa calma, capii che era pronto a prendersi tutte le conseguenze del caso. Era un tossico, una pessima compagnia da frequentare e comunque continuava a rimanere una persona migliore del sottoscritto. Io alla sua età non mi sarei preso neanche la metà di quelle responsabilità che lui aveva deciso di addossarsi. E, nonostante lo rispettassi per questo, poteva comunque andare a farsi fottere.
- Cosa vuoi che importi ormai? Aiden è in coma e non ha bisogno della mia assoluzione. Mi ha tradito e non lo perdonerò mai per questo. Però so che non gli volterò le spalle, anzi rimarrò qui e spererò con tutte le mie forze nel suo risveglio, impegnandomi come posso per fornire alla sua famiglia tutto ciò di cui hanno bisogno per curarlo. Ma per quanto riguarda te ... - il mio sguardo si fece sprezzante, mi avvicinai a lui fino ad accostarmi al suo orecchio e abbassai la voce – non mi importa di te e di conseguenze non mi importa delle tue scuse. Tu non sei nessuno, Eickam. Puoi anche non essere l'unico colpevole qui, ma non intendo fraternizzare con chi si è portato a letto il mio ex. Evita di rivolgermi la parola in futuro, perché la mia clemenza ha un limite.
Non mi voltai indietro, né lo degnai di un solo sguardo. Tanto non avrei comunque visto nulla nel volto imperscrutabile di Levin Eickam.  

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