23. Useless
Nascimur uno modo, multis morimur – Cestio Pio
Nasciamo in un solo modo, ma moriamo in molti
ANDREW
Non mi ero mai sentito tanto impotente ed inutile come in quegli ultimi terribili giorni di agonia. Mi trascinavo in ospedale dopo una nottata trascorsa per lo più insonne, camminavo come un automa, gradino dopo gradino, passo dopo passo, il mio cervello sapeva dove condurmi, ma non riusciva a prepararsi a quello che avrebbe dovuto sopportare ancora e ancora.
Avevo visto così tanti uomini in condizioni disperate ... amici, soldati, innocenti, nemici. Avevo una conoscenza così vasta di ospedali, mutilazioni, ferite e sofferenza che non pensavo di poter provare ancora quel dolore sordo e devastante che non mi aveva più abbandonato da quel fatidico quindici di novembre. Erano trascorsi cinque giorni e le condizioni di Aiden erano rimaste esattamente uguali. Era in coma e la sua vita dipendeva letteralmente da quella macchina che gli permetteva di respirare, che lo teneva ancorato ad un'esistenza che, fino a quel momento, si era dimostrata fin troppo crudele con lui.
Appoggiai le mie mani gelide sul vetro che dava sulla sua stanza e rimasi a fissarlo. Aiden sembrava dormire, eccetto per quel respiratore e quella miriade di tubi che lo sostenevano. Il suo viso era pallido come carta, sembrava che perfino una lieve brezza di vento avrebbe potuto portarlo via per sempre. Ero rimasto lì a fissarlo per ore, non sognavo miracoli, io non avevo fede e non credevo praticamente in niente. Gran bell'affare non avere niente a cui aggrapparsi, pensai.
Quella visione mi avrebbe fatto impazzire, non ero mai stato bravo a starmene immobile ad aspettare, dovevo fare qualcosa. Avevo bisogno di sentirmi utile a qualcuno.
- Ehi ...
Quel tocco sulla spalla mi aveva fatto sobbalzare. Mi voltai indietro per incontrare il volto ormai famigliare di Noah
- Non volevo spaventarti ... mi dispiace
- Ero solo perso nei miei pensieri - biascicai
E desideravo ardentemente che qualcuno potesse tirarmi fuori dalla mia mente, aggiunsi tra me e me.
- Tieni, ti ho portato qualcosa di caldo da bere
Afferrai il bicchiere come un automa, facendo un cenno di ringraziamento verso la sua direzione. Quel ragazzo era l'unica persona con cui scambiavo qualche parola in ospedale, perfino tra me e Keno era calato un silenzio sepolcrale. Mi detestava e potevo capire il perché, non c'era stata una sola cosa positiva che avessi fatto per Aiden in due anni della mia vita. Ero il bastardo che aveva fatto soffrire il suo amico, lo stronzo che partiva senza preavviso, quello che non c'era mai.
Che senso aveva tutto quell'odio alla fine? O i sensi di colpa che mi attanagliavano il petto e mi impedivano di dormire? Il passato non poteva essere cambiato e per certi errori non esisteva rimedio.
Mi costrinsi a tornare a quel corridoio, chiusi gli occhi stanchi per un po', li massaggiai mentre cercavo la forza di affrontare quel nuovo giorno.
- Cosa dicono i medici? C'è stato qualche cambiamento? Credi ci sia speranza?
Speranza. Che parola ingannevole e pericolosa. La detestavo.
Noah continuava a fissarmi con preoccupazione, quello che vedeva non doveva piacergli per niente. Eravamo tutti devastati, fine dei giochi.
- La speranza c'è sempre, Andrew. Anche se non ci sono stati miglioramenti, lui è ancora vivo
- Lo è? – dissi, alterandomi in fretta – ti sembra sia vivo? A me sembra che stia ... che sia già ... - non volevo dirlo e così non lo feci.
- Lo è. Può ancora risvegliarsi. Non sarà semplice, né posso giurarti che succederà, ma potrebbe succedere. Vale la pena sperare.
- Mi sento così inutile, vorrei fare qualcosa, qualsiasi cosa ...
Non riuscivo più a starmene lì in piedi a fissare quel corpo che riconoscevo a stento come quello di Aiden. Crollai a sedere
- Io ... non so se posso permettermi, però forse potresti fare qualcosa
Alzai lo sguardo su Noah, ero confuso adesso – Cosa? Cosa c'è?
- Tu eri il suo ragazzo, no?
Annuii febbrilmente – Sì, perché? Che c'è?
- Non dovrei dirlo, sono informazioni personali e se qualcuno sapesse che te ne sto parlando finirei nei guai. I genitori di Aiden hanno dei gravi problemi economici ... la loro assicurazione non può coprire i costi medici che saranno esorbitanti – Noah tentennò un po'.
Problemi economici? Aiden non mi aveva detto nulla a riguardo. Ma perché continuavo a stupirmi? Forse non lo avevo mai conosciuto per quello che era davvero, forse a me aveva mostrato solo la superficie.
- Pagherò io. Mi offro di saldare tutto. Dove devo andare per sistemare le cose? – ero di nuovo in piedi, finalmente sentivo di poter fare qualcosa di utile per lui. Era il minimo quello, ma era comunque qualcosa da cui iniziare
- No, aspetta. Devi prima parlarne con i genitori ... se davvero potessi farlo sarebbe grandioso, Andrew. Toglieresti un peso enorme dalle loro spalle, non meritano anche questo.
Volevo farlo. Qualsiasi cosa pur di sentirmi meno inutile di così.
- Grazie Noah. Grazie per avermene parlato.
Aveva sorriso, un sorriso spontaneo e sincero come non se ne vedevano da giorni. Mi sentivo lievemente meglio di prima, avere un proposito aiutava sempre.
La madre di Aiden non si era mai allontanata per molto dal reparto di terapia intensiva, infatti anche quella mattina era lì. Stava passando le pene dell'inferno com'era comprensibile, ma non sembrava avermi mai notato. Era avvilente riflettere sul fatto che non sapessi neanche il suo nome, nel corso di due anni insieme non mi ero mai preso la briga di chiedere ad Aiden della sua famiglia. Viveva in un piccolo appartamento con la madre che faceva l'infermiera e questo era tutto quello che sapevo riguardo i Berg.
Ero un lurido verme e adesso sarei strisciato fuori dal mio buco per risolvere almeno un paio di cose.
La donna osservava Aiden attraverso il vetro, i suoi occhi stanchi erano cerchiati di nero. Stava pregando a bassa voce, le labbra si muovevano piano, tremanti.
- Signora Berg? Mi dispiace disturbarla, ma devo parlarle
Quella si voltò verso di me, il suo viso confuso e stanco mi mise a fuoco con difficoltà
- S-sì? S-sei qui per mio figlio? – qualcosa si illuminò in lei – lo conosci?
- Io ... - quanto potevo essere sincero? Aveva senso nascondere ancora quello che era stato? No, non in un momento come quello. Tutto perdeva senso di fronte ad una tragedia del genere
- Sono stato il suo ragazzo fino a poco tempo fa – dissi alla fine.
Silenzio. La donna si passò una mano tremante sul viso pallido – Non ne avevo idea ... A-aiden, lui forse credeva che se me ne avesse parlato ...- ma io avrei capito. Non mi importava, non mi è mai importato questo. V-volevo solo che fosse felice
Stava piangendo e non era quello che volevo.
- Non deve sentirsi in colpa. Prima o poi glielo avrebbe detto, ne sono sicuro.
- F-forse lo farà quando si sarà risvegliato
Annuii con determinazione – Lo farà
- Vuoi entrare? Vieni con me
La sua mano era fredda nella mia, mi lasciai condurre all'interno della stanza asettica in cui Aiden dormiva. Dormiva? No, non dormiva. Era in coma.
Da vicino il suo viso era lievemente più magro di come lo ricordassi, ma non c'era un solo graffio o una sola tumefazione che avrebbe potuto rovinare la sua perfezione. Era ancora Aiden. Bello e fragile, adesso anche di più.
- I-il mio bambino ... il mio unico bambino. Darei la mia vita per poter salvare la sua, ma non è così che funziona, no?
Poi si piegò appena su di lui e poggiò un bacio delicato sulla sua fronte. Mi avvicinai appena, i singhiozzi bassi di sua madre erano una tortura. Avevo quasi paura di sfiorare la mano di Aiden, ma non era fredda come l'avevo immaginata, quel calore era confortevole
- Q-queste tragedie ... si abbattono su noi poveri mortali e non c'è niente che possiamo fare. Non abbiamo il controllo delle nostre vite, a volte ... a volte sono gli altri a decidere per noi.
Continuavo a tormentarmi sul perché fosse successo proprio a lui. E adesso la signora Berg era lì, lei doveva sapere.
- Cos'è successo? I poliziotti hanno fatto luce sulla dinamica dell'incidente?
La donna annuì, un lieve sorriso passò sulle sue labbra tremanti – Quel povero ragazzo, sono felice stia bene. S-stava provando a riportare Aiden a casa quando è successo tutto. Q-quell'auto li ha presi, non hanno potuto fare nulla ... loro non hanno colpe. Il mio bambino non ha colpe
Soltanto dopo che ebbi sentito quelle parole capii che non ero soddisfatto, non lo ero per niente. Dentro di me avevo voluto trovare un carnefice a tutti i costi ed era stato così comodo accusare Eickam per tutto quello che era successo quella notte.
- Ma Eickam ... mi sembrava di capire che aveva fatto uso di droghe
- No, il ragazzo era pulito. E-era Aiden quello che è risultato positivo però – un altro singhiozzo basso, spazzato via da un sorriso tremulo – m-ma il mio bambino n-non stava guidando, lui sapeva quanto fosse pericoloso, così aveva lasciato la guida della sua auto a Levin e sarebbero dovuti tornare a casa sani e salvi se non fosse stato per ... per quei ragazzi che correvano a folle velocità. Ad ogni modo, d-due di loro sono morti quella notte. N-non voglio un colpevole, non voglio vendetta ... vorrei soltanto che mio figlio, che lui stesse bene. Che tornasse da me. E' tutto quello che chiedo
Faceva male, il dolore che quella donna stava sopportando rendeva tutto il resto privo di senso. L'abbracciai, strinsi il suo corpo tremante contro il mio petto e iniziai a pregare anch'io. Volevo che tutto quello finisse il prima possibile. Eravamo all'inferno, ma doveva pur esserci una via d'uscita, no? Non riuscivo a concepire l'idea di brancolare in quell'orrore per un tempo indefinito. Doveva esserci un modo per interrompere tutto quel dolore.
- Io e mio marito abbiamo commesso così tanti errori negli ultimi anni ... s-siamo stati dei pessimi genitori e nessun figlio meriterebbe niente del genere. Forse se non fossimo stati così distanti e sbagliati, forse lui si sarebbe affidato a noi, forse non avrebbe preso quelle droghe. Non avevo idea che ne facesse uso. Cos'altro mi è sfuggito? T-tu lo sapevi?
- Signora Berg, mi stia a sentire. Non deve fare questi pensieri, non deve e basta. Come ha detto lei, a volte non possiamo controllare ogni cosa ... se potessimo farlo sarebbe fin troppo semplice. Questa è stata una tragedia e non è dipeso da nessuno di voi. Aiden le voleva bene e ne sono certo. Era solo un periodo difficile per lui.
Guardai la donna dritta negli occhi. Avevo pronunciato le stesse parole che avrei voluto sentirmi dire anch'io. Anch'io avevo bisogno di un'assoluzione che però non avrei trovato. Non così semplicemente.
- E a questo proposito, so quanto sia difficile una situazione del genere, soprattutto con i costi esorbitanti del nostro sistema di assicurazioni. V-volevo offrirmi di pagare le cure mediche di Aiden ... è il minimo che possa fare
- C-cosa?
- La prego di accettare. Ha già così tante preoccupazioni, voglio solo renderle le cose un po' meno dure, toglierle un pensiero di troppo. So che non è molto, ma non c'è altro che possa fare
Il denaro era tutto ciò che avevo e non mi era mai sembrato così inutile come in quel momento. Strinsi le mani della donna tra le mie, il mio sguardo era una tacita preghiera
- M-ma non posso, insomma ... la degenza di Aiden potrebbe prolungarsi per molto tempo e non posso chiederti di
- Insisto. Sono io che sto chiedendo a lei di accettare. Mi renderebbe felice, mi darebbe la sensazione di poter fare qualcosa ... la prego – mi sarei inginocchiato se fosse servito a qualcosa. Mi aggrappavo al pensiero di poter pagare le cure di Aiden come se da quello dipendesse la mia sanità mentale e probabilmente era davvero così – la prego. V-voglio essere utile, tutto quello che chiedo è di poter essere utile
La donna scoppiò in un altro pianto a dirotto, ma stavolta non c'era solo disperazione in lei, c'era del sollievo
- Non potremo restituirteli e sono davvero tanti
- Bene, perché non ve li chiederò indietro. E non importa, l'unica cosa che ho è il denaro
- No, non credo proprio.
Poi mi accarezzò, un gesto semplice ma che contava tanto – Stai salvando Aiden. Gli stai permettendo di continuare a ricevere le migliori cure e non potrò mai ringraziarti quanto meriti per questo. Grazie ... - tentennò appena, non sapeva il mio nome.
- Andrew, sono Andrew Wolfhart
- Andrew Wolfhart – ripeté e stavolta sorrise davvero.
Avevo sfiorato i capelli di Aiden un'ultima volta, una carezza leggera come un soffio. Vederlo in quelle condizioni mi faceva star male, il rumore sordo del respiratore che scandiva i secondi e il suo viso pallido ed immobile mi richiamavano alla mente scene già vissute in missione.
Andai via dopo aver salutato sua madre con la certezza che, almeno per quel giorno, qualcosa era andata meno storta del previsto.
Keno era lì fuori, livido in volto e con un sorriso disgustato stampato in faccia. Niente di nuovo, pensai, vedermi parlare con la signora Berg non doveva essergli piaciuto.
- Wow, adesso si passa alle presentazioni in famiglia. Notevole ... peccato che non avessi tutta questa voglia di fare conoscenze quando lui era ancora sveglio, vero? Questo lo hai detto a sua madre?
- Togliti dai piedi, Keno
Non avevo più voglia di giocare al tiro al bersaglio. Ero stanco di farmi colpire dalla sua rabbia insensata.
- No, togliti dai piedi tu, Wolfhart. Non ti è mai importato di lui, perché fingi che ti importi adesso? Vuoi vincere il premio di cittadino dell'anno? Che altro farai ancora? E' tutto inutile! Puoi anche ingannare i suoi genitori e i medici, ma io so chi sei davvero.
Ero lontano ormai, non avrei fatto il suo gioco. Avrebbe dovuto trovare un nuovo capro espiatorio o affrontare i demoni che lo tenevano sveglio la notte.
La verità era una e semplice: sia io che Keno avevamo fallito con Aiden. L'unico ad essergli rimasto accanto era Eickam, che mi piacesse o meno.
E quel pensiero non mi piaceva per niente.
LEVIN
I miei occhi erano persi nel vuoto, qualsiasi cosa stesse accadendo in quella classe sfuggiva al mio interesse nel modo più assoluto. Perfino l'atmosfera asfissiante della Tech sembrava aver perso senso ormai, le occhiate e i sussurri concitati degli studenti mi seguivano ovunque e tutto ciò che potevo fare era lasciare che quei commenti scivolassero via.
A casa andava tutto bene, l'esito dell'esame tossicologico aveva confermato la mia storia, così i miei genitori avevano ripreso a trattarmi come il loro piccolo bambino speciale che aveva sconfitto il mostro. Non si parlava più dell'incidente in cui ero quasi morto, in fin dei conti io stavo bene e avevo ripreso la scuola normalmente ... che importava se Aiden era rimasto in quel fottuto letto di ospedale a marcire?
Era trascorsa una settimana e non c'era stato nessun cambiamento. Quello era l'unica cosa su cui tendevo a tenermi informato e il mio informatore era puntuale come sempre. Callum mi venne incontro dopo la fine delle lezioni, non era raro che tornassimo a casa insieme ormai, era diventato l'unico essere umano di cui riuscivo a sopportare la vista ultimamente. Non era invadente o idiota, non aveva la presunzione di sapere tutte le risposte e a volte, quando sentiva che non ne potevo più, stava in silenzio e basta. Lui sapeva quando tacere.
- Ehi, scusa il ritardo. Mi si è rotta la borsa mentre stavo uscendo – poi mi mostrò la cinghia ormai logora che aveva sistemato momentaneamente con un nodo
- Non devi farmi da badante a tutti i costi. Me la ricordo ancora la strada verso casa
Callum strabuzzò gli occhi – Vuoi rimanere da solo?
Ero stato acido e non dovevo comportarmi in quel modo con Callum quando era letteralmente l'unica persona al mondo che non aveva fatto nulla di male per meritarsi quel comportamento. Così presi un profondo respiro
- Scusami. Oggi sono ... non lo so, va peggio di sempre. Sono così incazzato col mondo che vorrei spaccare tutto e mandarlo a puttane. Non sopporto la scuola, le occhiate, non sopporto un cazzo.
Frustrato. Ecco come mi sentivo, come un leone in gabbia costretto a rimanerci per soddisfare la platea di gente che lo circondava.
- Levin, se vuoi andare a vederlo, vai e basta. In fin dei conti eravate insieme quella notte, nessuno sa meglio di te quello che è successo. Lo hai recuperato quando non aveva nessuno da cui andare. Sei stato tu ad aiutarlo, tu gli hai dato un posto devo rifugiarsi ed è un tuo diritto andare a vederlo almeno quanto lo è di Keno ed Andrew. Cazzo, fregatene di quello che pensano di sapere e basta
Mi morsi le labbra. Avevo davvero il diritto di andarci? Non ero nessuno per Aiden, ci conoscevamo da talmente poco tempo che non contavo niente. E poi ero stanco di farmi trattare di merda da chiunque pensasse di potermi giudicare per quello che era successo. Mi sentivo già abbastanza in colpa da solo, non avevo bisogno di sentirmi dire quel genere di cose da dei perfetti sconosciuti.
- N-non riesco più a sopportarlo, Callum. E poi anche se andassi, lui sarebbe lì, su quel letto d'ospedale ... che cosa potrei fare?
- E' un tuo diritto vederlo, se è quello che vuoi – ripeté lui, non lo avevo mai visto tanto determinato, forse me lo lesse negli occhi perché continuo a parlare – oppure posso anche continuare a prendere informazioni da Keno e passartele, ma se posso essere sincero ... credo che tu abbia bisogno di vederlo con i tuoi occhi, Levin. Sei forte. Va lì per lui e non pensare al resto. Non devi niente a nessuno
- Tutta questa saggezza mi fa impallidire
- Perché puoi anche essere più pallido di così?
- E stai anche diventando spiritoso - era preoccupante quel Callum che avevo davanti da un po' di tempo a quella parte. Ma andava bene così, stava meglio, qualcosa nella sua vita era cambiata e sperai che continuasse a cambiare sempre in positivo. C'era già abbastanza sofferenza nel resto del mondo. Sofferenza e rabbia. E stanchezza. Ero stanco di vivere quella vita da recluso, di sentirmi una merda per tutto quello che stava succedendo da una settimana a quella parte. Cristo, non avevo fatto niente per meritarmi quel dolore, volevo solo aiutare.
- Bene, se voglio andare in ospedale mi conviene prendere la metro qui – dissi, fermandomi di colpo davanti ai gradini del sottopassaggio. Callum era soddisfatto della mia scelta
- Testa alta. Mesi fa mi hai consigliato di reagire e l'ho fatto ... adesso mi sento di passarti il tuo stesso consiglio
- E si sa che io non mi sbaglio mai – ironizzai
Callum sorrise – Esattamente. Ci vediamo domani a scuola
Il viaggio in metro era stato il primo momento della giornata durante il quale nessuno aveva fatto caso a me. Lì dentro ero solo un ragazzo come tanti altri, diretto da qualche parte, affaccendato come qualsiasi altro passeggero. E non vedevo l'ora di dismettere i panni di Levin il criminale, il tossico che si schiantava in giro con l'auto. Mi ero finto tanto superiore a scuola, ma neanche la musica aveva tenuto lontano tutti i commenti acidi della gente che mi squadrava per i corridoi
"Ah, adesso dicono che non ha fatto uso di sostanze quella notte! Sappiamo tutti chi è suo padre e quanto denaro è disposto a sborsare per farlo uscire pulito anche quando non lo è! Non credo sia così complicato per uno della sua levatura contaminare l'esito di un esame tossicologico!"
Non si preoccupavano neanche di abbassare la voce, parlavano fissandomi negli occhi, con fare di sfida, a caccia di una reazione, qualsiasi cosa che potesse dimostrare loro che anch'io ero un umano in fin dei conti.
"Certo, quello era strafatto. Ci metto la mano sul fuoco. Povero Berg, ma che cazzo di compagnie si è scelto però ... uno come Eickam. "
Strinsi forte i pugni tanto da strappare la pelle dove le unghie erano entrate in profondità. Troppa rabbia trattenuta, troppi sfoghi che mi ero tenuto dentro perché non potevo fare altro ... ma cosa stavo diventando? Una bomba ad orologeria che sarebbe scoppiata al prossimo giro di accuse.
Scesi alla mia fermata e mi incamminai in fretta verso l'ospedale. Non dovevo pensare a nessuna conseguenza spiacevole, mi dicevo, ma avrei fatto di tutto per non incontrare Keno o Andrew. Volevo soltanto vedere Aiden, dieci minuti di tempo per vederlo e starmene lì con lui, non chiedevo nient'altro. Con un respiro di sollievo notai che il corridoio in cui si trovava il mio amico era meno trafficato di prima, mi guardai intorno con una strana sensazione nel petto, provavo una pena immensa per quello che gli stava succedendo e forse sì, se avessi potuto scambiare il mio corpo con il suo lo avrei fatto. Evidentemente agli occhi di tutti era sopravvissuta la persona sbagliata la fatidica notte del quindici di novembre.
La sua porta era chiusa, bussai piano, pregando dentro di me che non ci fosse nessuno con lui in quel momento. Non arrivò nessuna risposta, così entrai. Vederlo lì fu come ricevere un pugno dritto sullo stomaco, mi tolse il respiro. Mi avvinai a quel letto con un nuovo senso di vuoto che prendeva possesso di me ad ogni passo, avrei dato qualsiasi cosa per tornare indietro nel tempo e sistemare quanto era successo. Aiden non stava bene, aveva litigato con i suoi ed era scappato di casa, forse aveva avuto l'impressione che quella sarebbe stata la fine del mondo e invece non era così. Quello che vedevo con i miei occhi in quel dannato istante era davvero la fine del mondo.
Volevo dirgli talmente tante cose e allo stesso tempo sapevo quanto fosse inutile. Lui non poteva sentire, lui non era neanche lì. Quel guscio vuoto manteneva soltanto le sembianze di Aiden, ma dentro era cambiato tutto. Senza rendermene conto stavo singhiozzando piano mentre la mia vista si faceva ogni istante più sfocata, stavo piangendo e chiedendo perdono ad un Dio in cui neanche credevo.
Ero così sconvolto che ci misi troppo a rendermi conto che non ero più da solo in quella stanza. Mi voltai verso la sagoma che stava avanzando verso di me per ritrovarmi accanto il volto arrogante di Andrew. Con un gesto rabbioso della mano asciugai le lacrime che mi stavano bagnando gli occhi, dovevo avere uno sguardo assassino, ero stanco di lasciarmi aggredire e seviziare dal primo che passava, così non gli diedi il tempo di aprire bocca, lo presi alla sprovvista
- Sì, sono qui e non me ne potrebbe sbattere meno di quello che pensi di me! Volete tutti trovare un colpevole, è una fottuta caccia alle streghe questa! Ma ehi, Andrew, sai una cosa? A volte non c'è un colpevole! A volte la tua vita viene fottuta senza una cazzo di ragione e non c'è un cazzo di niente che tu possa fare per impedirlo! Sono stanco di essere il fottuto capro espiatorio di turno! Le accuse, le occhiate di disgusto, tutti voi credete di sapere ma in realtà non sapete un cazzo! C'ero io con lui quella notte, non tu! Non Keno! Ma io!
Il mio respiro era affannoso, senza rendermene conto gli ero andato talmente vicino da costringerlo con le spalle al muro, ma non volevo fermarmi, non potevo permettergli di ribattere e farmi sentire una merda, avevo chiuso con quello
- Lui è venuto a chiedere aiuto a me perché voi lo avete lasciato da solo nel momento peggiore della sua vita. Voi, i dannati buoni samaritani che non fanno altro che puntare il dito contro il sottoscritto solo perché è più semplice così ... siete stati voi ad abbandonarlo, cazzo. Apri gli occhi! Prenditi qualche cazzo di responsabilità anche tu, perché non posso e non voglio portare il peso di quello che è successo da solo! Non è colpa mia!
Avevo parlato così in fretta e con tanta rabbia da perdere il respiro. Stavo tremando, ma non era ancora finita, gli occhi di Andrew erano socchiusi
- Ed io che volevo quasi chiederti scusa per l'altra volta, pensa un po' quanto sono stato idiota - le sue labbra si aprirono in un sorriso infelice e gelido
- Non voglio le tue cazzo di scuse! So quello che dicono in giro di me e so che la maggior parte di queste dicerie corrisponde alla realtà dei fatti. Sono uno schifo e sì, sono stato in carcere e sono il figlio di un deputato che è riuscito a tirarmi fuori da lì prima del tempo. Non posso cambiare il passato, ma non volevo ferire Aiden. Vorrei essere al suo posto adesso, lo giuro ... che senso ha vivere quando nessuno ti crede? Quando tutti ti trattano come un fottuto criminale? – la rabbia lasciò il posto a qualcosa di diverso, qualcosa che avrei voluto tenere lontano dagli occhi di Andrew.
Mi asciugai quelle lacrime bollenti con la manica della felpa e tornai a fronteggiarlo - Tutto ciò che esigo è poter venire qui senza sentirmi un dannato reietto. Ho tutto il diritto di vederlo. Non devo vergognarmi di niente e verrò qui quando mi pare. Con o senza il tuo benestare.
Non era possibile capire cosa stesse succedendo dentro di lui perché la sua espressione non era mutata neanche per un attimo. Lentamente appoggiò una mano sul mio petto e in automatico mi allontanai da lui.
Il silenzio si fece pesante, lo vidi lasciare vagare il suo sguardo lungo il corpo immobile di Aiden, poi tornò su di me
- Puoi fare il cazzo che ti pare – disse dopo un'eternità. Quelle parole mi stupirono, rimasi in piedi mentre lui invece andava a sedere accanto al letto. Poi parlò con il suo tono calmo e allo stesso tempo spaventoso
- I medici dicono che parlargli potrebbe servire da stimolo – Andrew mi aveva lanciato un'occhiata stanca, poi aveva scosso la testa – e quindi non faccio altro che parlargli di cose inutili. Da quando io e lui abbiamo iniziato a uscire sono stato per un buon ottanta per cento del tempo in missione e non ci sono scuse, l'ho lasciato da solo, avete ragione tu e Keno.
Quelle parole mi fecero tacere, quell'ammissione di colpe era l'ultima cosa che immaginavo di poter sentire.
- Dovrei parlargli e non so neanche che diavolo dirgli, non abbiamo più niente in comune. Terribile, vero? – poi qualcosa cambiò in lui, il suo viso si oscurò ulteriormente mentre tornava a fissare me – e poi ci sei tu, ho saputo che eri pulito la notte dell'incidente e cosa posso fare? Per quanto mi disturbi ammetterlo probabilmente conosci Aiden meglio di me. Sei suo amico. Fa come ti pare ...
Dire quelle parole gli costò caro, il suo sguardo vuoto tornò ancora una volta su Aiden, lo stava accarezzando piano. Ero di troppo lì dentro, vedere quelle tenerezze mi faceva tornare in mente dei ricordi che non mi decretavano poi così innocente come mi sarebbe piaciuto pensare. Per un attimo la mia mente tornò indietro ai miei pomeriggi con Aiden ... i baci, il sesso, le confidenze in auto. Non eravamo stati soltanto degli amici, io e lui avevamo avuto una storia e c'era stato del sesso, ma quella persona che avevo davanti non aveva idea di quanto era successo.
Non stava a me parlarne, pensai. E poi che senso aveva rivangare un tradimento inutile di fronte alla tragedia che ci aveva colpiti? Aiden era in coma e non c'era nient'altro che contava in quel momento.
Scattai in avanti e con passo deciso andai ad accarezzare la mano di Aiden. La sua pelle era morbida e calda. Quel tocco mi fece tornare le lacrime agli occhi, ma stavolta riuscii a trattenermi dal crollare.
- Ti parlava di me?
Quella domanda venne fuori dal nulla. Mi voltai verso Andrew per notare che mi stava già fissando, forse da parecchio tempo
- Poco – non stavo mentendo, non sapevo quasi niente del ragazzo di Aiden, in fin dei conti
- Lo immaginavo – un altro sorriso dispiaciuto – e cosa ti ha detto?
Quella conversazione stava prendendo una piega che volevo evitare in tutti i modi.
- Solo che mancavi per lunghi periodi
- E poi? – Andrew voleva sapere, c'era un certo bisogno nella sua voce mentre continuava a cercare il mio sguardo.
- Nient'altro
- E la notte dell'incidente? Ha parlato di me?
Lo aveva fatto, forse Andrew me lo lesse negli occhi perché il suo sguardo si fece più attento. Si era avvicinato a me, la sua mano si era stretta intorno al mio polso
- Eickam, devi dirmelo
Presi un profondo respiro – Ha solo detto che alla fine lo avevi abbandonato anche tu, insieme a Keno, ma era incazzato e aveva bevuto. E suo padre era andato ad abitare da lui.
- No, era esattamente in lui. – ribatté in fretta Andrew, amareggiato – è così. L'ho abbandonato, avete ragione entrambi. Alla fine è tutta colpa mia, dovevo esserci io con lui quella notte, non tu. Io. Era il suo compleanno e se fossi stato una persona un po' meno spregevole di quella che sono realmente ...
- Ehi, non è colpa di nessuno
- Col cazzo – un'altra risata terribile – ha litigato con suo padre prima dell'incidente. Aveva problemi economici e io non ne sapevo nulla! Non riuscivamo neanche più a parlare ormai o forse ... forse non abbiamo mai parlato come si deve io e lui. Non mi importava, ecco come stavano le cose. Che cosa diavolo può succedere di tanto tragico nella vita di un ragazzino, pensavo? Ero io quello che lavorava nell'esercito dopotutto. Io quello che vedeva morte e distruzione ovunque, non lui. Lui non aveva diritto di lamentarsi con me
Non sapevo cosa aggiungere, non sarebbe stato giusto smentire le sue parole, in fin dei conti, per quanto ne sapevo da Aiden, quella dipinta da Andrew era la verità dei fatti.
- E adesso ognuno di noi è costretto a vivere con i propri sensi di colpa senza che si possa fare nulla per sedarli. Dimmi se questo non è l'inferno.
Lo era. Ne ero ogni secondo più convinto. E cosa sarebbe successo se fosse venuto a conoscenza di tutto il resto? Anch'io ero colpevole di qualcosa, forse non dell'incidente, ma la mia coscienza era sporca quanto quella di Andrew. Cominciai a sentirmi profondamente a disagio, così mi diressi in fretta alla porta per poi fermarmi con la mano ormai sulla maniglia. Lanciai un'altra occhiata ad Aiden ed Andrew, ancora intrappolati nel loro inferno personale.
Poi parlai - Non è colpa tua – lo vidi voltarsi verso di me, era confuso – abbiamo commesso tutti degli errori, ferire è fin troppo semplice mentre perdonarsi non lo è mai.
- Ma io ho bisogno del suo perdono.
Assoluzione. Ne avevamo bisogno tutti lì dentro. Perché eravamo tutti peccatori.
- Forse lo avrai, forse lo avremo tutti.
KENO
La campanella era suonata di nuovo e mi ero ritrovato a chiudere i libri in quella routine senza fine fatta di tempo che scorre e banchi vuoti. Voltai la testa, era così ormai, la sedia accanto alla mia era vuota ed io ero costretto ad andare avanti immerso nel mio senso di profonda inutilità. Mi sforzavo di comportarmi bene, di andare avanti con la scuola e il resto tentando di non irritare i miei più del solito ma la verità era che niente sarebbe più stato come sempre.
I litigi con mia madre erano all'ordine del giorno e i motivi stavano diventando pericolosamente gli stessi: i miei voti erano calati perché prestavo poca attenzione nel fare i compiti, passavo troppe ore fuori casa e continuavo a chiedere che i soldi per il college fossero usati per Aiden.
Perché nessuno capiva?
Mi sollevai ed uscii dall'aula di matematica per dirigermi verso il cortile e fu in quel momento che i miei occhi si soffermarono sulla figura di Callum, accanto al suo armadietto. Lui abbozzò un lieve sorriso mentre chiudeva lo sportello, mi fermai a pochi centimetri da lui.
- Fili via? – chiese consapevole.
- Ho tre ore di chimica ma non credo che andrò – mormorai – starò da Aiden
- Hai la verifica di storia domani, te lo ricordi?
- Sì, ripasserò un po' in ospedale – risposi leggermente irritato.
Lo vidi prendere un gruppo di figli dal plico che teneva fra le braccia e passarmeli, li osservai e mi resi conto che si trattava di riassunti di storia, c'erano persino vari schemi.
- Non so cosa può esserti utile lì in mezzo – disse con il suo solito tono timido – sono i migliori che avevo a casa, spero che ti aiuteranno.
In quel momento, mentre osservavo quel viso pallido e gentile, dovetti ricordare a me stesso che qualcuno che capiva c'era. Qualcuno sapeva penetrare la mia campana di disperazione e gettava sempre una fune alla quale potevo aggrapparmi. Callum aveva mantenuto la sua parola, da quando aveva promesso di starmi accanto non si era mai tirato indietro, non mi aveva mai fatto nessuno stupido discorso sull'arrendersi.
Proprio in momenti come quelli il mio senso di inutilità si faceva più grande, quando mi rendevo conto di quanto Callum facesse per me senza che io ricambiassi. Ero cosciente che avesse bisogno d'aiuto, lo leggevo in quegli occhi stanchi, nei lividi che alle volte facevano capolino dal maglione, dal suo tono smorto. C'era sempre stato qualcosa di tremendamente misterioso e inquietante che aleggiava intorno a Callum ed ora che avevo a che fare con lui più spesso stava diventando lampante.
- Penso che dovremmo uscire domani sera – dissi ad un tratto mentre riponevo i fogli che mi aveva dato.
- Uscire? – ripeté leggermente confuso.
- Beh, è quello che fa la gente normale, no? Ogni tanto fa bene comportarsi da adolescente medio, fidati. Ti passo a prendere, ok? –
Callum sembrò agitato ma annuì violentemente – vuoi che venga con te in ospedale? Sai, mi fa piacere passare a vedere Aiden, anche se non lo conosco bene. –
- Lascia stare – mormorai – preferisco andarci da solo. Ci vediamo domani ...
Eravamo nel mezzo del corridoio e non lo avrei mai sfiorato con quel via vai di studenti, preferivo non alimentare i pettegolezzi che già avevano iniziato a girare da quando avevamo iniziato a pranzare insieme. Non lo sfiorai ma il mio sguardo bastò lo stesso ad infiammare le guance di Callum, ricambiò la mia occhiata e sentii le sue dita lunghe e tremanti sfiorare le mie quasi casualmente. Era più alto di me, ma si era talmente appiattito agli armadietti tanto che sarebbe stato semplice strattonarlo giù per il colletto della camicia e baciarlo fino a mozzargli il respiro. Forse era persino quello che voleva ma non lo avrebbe mai chiesto, Callum non invadeva mai quella distanza.
Cosa ti spaventa tanto?
Alla fine mi diressi fuori pronto a lasciare la scuola per dirigermi in ospedale, fu in quel momento che li notai, mentre attraversavo il parcheggio. Shannon e James erano lì, circondati da un gruppetto di ragazzi, si comportavano come sempre, totalmente assorbiti da qualche sciocca discussione. Iniziai ad incamminarmi in quella direzione, era ovvio che sapessero, ormai la notizia dell'incidente era nota, come d'altronde le condizioni di Aiden. Diversi ragazzi avevano mandato cartoline e fiori in ospedale e c'erano persino delle margherite inviate da quei due perdenti.
Ricordavo bene cosa aveva detto il medico, parlare con lui era importante, udire la presenza e la voce di persone amiche poteva aiutarlo a riprendere conoscenza. Quella era diventata la mia crociata personale, passavo ora al suo capezzale raccontandogli ogni sorta di storia o aneddoto mi venisse in mente mentre quei due si erano limitati ad un pidocchioso mazzo di margherite.
Quando fui davanti a loro nel gruppetto calò il silenzio, gli altri ragazzi si dileguarono mentre i miei occhi saettavano da Shannon a James.
- Ti serve qualcosa? – chiese lei con voce stentata.
- Un mazzo di margherite del cazzo? – dissi prontamente, non ci misi nemmeno rabbia, bastò il mio disgusto per farli irrigidire.
- Nessuno può farci niente – disse prontamente James – è stato un terribile incidente Keno, cosa ti aspetti che facciamo? È in coma e non è di certo colpa nostra
Sentii una fitta al petto - e di chi sarebbe? La mia? Sono io qui l'unico a cui importa qualcosa di Aiden abbastanza da andarlo a trovare?!
- Non sto dicendo che è colpa tua – rispose quello scuotendo la testa – è questo il problema. Ragioni sempre come se dovessi dare la colpa a qualcuno ma non ci sono colpevoli ora. Un incidente è un incidente e perdere la testa come fai tu non è d'aiuto sicuro!
- Il medico ha detto che bisogna restare con lui! Che bisogna parlargli e fargli sentire la presenza di qualcuno, così potrà svegliarsi! – mi avvicinai di un passo e adesso gli stavo davvero facendo paura – voi andrete a trovarlo e gli parlerete, capito? – c'era un tono parecchio intimidatorio nella mia voce – metterete da parte un pomeriggio del vostro egoistico mondo e lo dedicherete a lui. Racconterete quanto ci tenete, quanto vi manca, quanto desiderate che torni, ricorderete le fantastiche gite e tutto quello che diavolo serve a faro svegliare! Anche se dovrete mentire, anche se non ve ne frega un cazzo se lui è lì e sta morendo!
- Smettila! – mi interruppe Shannon con le sue lacrime di coccodrillo sul punto di bagnare le sue guance piene di trucco – che diritto hai di imporci una cosa del genere? Cosa ne sai di quello che proviamo, ti sei chiesto se abbiamo evitato di andarlo a trovare perché vederlo in quello stato ci distruggerebbe? Ti sei mai messo nei panni di qualcun altro in vita tua?
- E tu? Hai mai pensato al bene di qualcuno che non sia il tuo? – ringhiai – a lui serve questo, serve la compagnia dei suoi pseudo amici e voi ci sarete. Vuoi sapere a cosa penso? Penso a lui, continuamente. Me ne frego se hai paura di vederlo così, con i tubi attaccati addosso, è così che sta! Vedi di fare qualcosa di utile o ficcati quel mazzo di margherite su per il culo!
Erano rimasti ammutoliti adesso, persino James che aveva sempre qualcosa di ragionevole da dire mi aveva fissato in silenzio. Dopo l'ennesima lunga occhiata avevo voltato le spalle e mi ero diretto verso la mia auto per prenderla e andare in ospedale.
Patetici, succhiasangue.
Fermai la macchina e feci un grosso respiro, la struttura dell'ospedale si erigeva cupa davanti alla mia vista, ormai avevo i brividi ogni volta che attraversavo il corridoio fino alla stanza di Aiden. Quel silenzio, era così assordante, quella sensazione simile al restare sott'acqua trattenendo il respiro, quell'angoscia impossibile da togliersi di dosso.
E lui era lì, quando entrai nella camera quella vista mi fece male allo stomaco. Mi sarei dovuto abituare a quella scena, ormai era passato parecchio eppure ogni volta che aprivo quella porta mi sentivo morire, esattamente come se lo vedessi per la prima volta.
Immobile, steso sul letto con il respiratore in bocca e quei macchinari ovunque, c'era un tale silenzio in quella stanza, disturbato solo dal leggero bip delle macchine. Mi sedetti accanto a lui, sulla sedia vicino al letto e gli accarezzai la mano. Era quello che facevo sempre, gli passavo le dita lungo il braccio e poi intrecciavo le nostre dita, riuscivo a sentire quei leggeri movimenti che faceva. Ma non ero un illuso, sapevo che non era davvero Aiden a farli, erano riflessi muscolari, qualcosa che faceva involontariamente come quando punzecchi una rana con la corrente elettrica. La sua mano si stringeva appena alla mia, le sue palpebre tremavano di tanto in tanto ma lui non dava cenni di fare altro se non continuare ad annegare in quel limbo.
Passai l'altra mano ad accarezzargli il viso scostando una ciocca di capelli dalla sua fronte fredda, il suo viso stava lentamente guarendo.
- Ehi amico, come ti senti? – chiesi tentando di lenire il disagio che mi soffocava ogni volta che iniziavo quegli assurdi monologhi – ti sei perso una tale giornata a scuola. Ci credi che hanno servito una specie di ammasso di carne informe e hanno avuto il coraggio di chiamarlo polpettone?
Bip. Bip. Bip.
- E poi quel coglione di Finnian ha detto che avrebbe saltato la cavallina ad altezza sei! Ha preso la rincorsa e si è schiantato con la faccia dritta sull'ostacolo, non si è allacciato bene le scarpe. – accennai una lieve risata – dovevi esserci, lo hanno trascinato in infermeria con il naso che grondava di sangue. Si può essere così idioti?
Bip. Bip. Bip.
Erano quelle le nostre discussioni, fatte delle mie mille parole vuote e del ronzio di quelle macchine infernali.
Sei ancora lì?
Strinsi più saldamente la mano di Aiden quando quel pensiero mi colpì, sperando di farlo andare via mentre scavavo nella mia mente qualcosa di nuovo da dire. Ero così stanco di ripetere quanto tutto andasse bene, volevo solo urlare, urlargli di svegliarsi perché era tutto un fottuto incubo da quando lui si era addormentato.
Torna Aiden, torna.
Le lacrime irrimediabilmente iniziarono a rigarmi il viso, ormai c'ero così abituato che nemmeno sentivo gli occhi bruciare, la disperazione stava ormai anestetizzando il mio corpo.
- Per non parlare del fatto che al cinema la settimana prossima esce il nuovo Avengers, dobbiamo andarlo a vedere per forza – continuai – sono certo che dovremo prenotare i biglietti in anticipo, quando c'è di mezzo un cast di fighi come quello non ce lo possiamo perdere! Dobbiamo sbavare su Loki insieme, ok? – un minuto di silenzio mentre tentavo di trattenere i singhiozzi – ok Aiden? Mi prometti che lo vedremo insieme? Ti sta bene martedì? – un nuovo scossone colpì il mio petto mentre articolare quelle parole era ormai troppo complicato – ok? ... Ok?...
Finii con la fronte contro il suo fianco mentre nascondevo il mio viso disperato, dovevo continuare a tenere duro, a parlare, anche se questo mi avrebbe ucciso prima o poi.
- Keno
Sentire il mio nome mi fece scattare dritto sulla sedia, asciugai prontamente le guance mentre notavo che Noah si era silenziosamente introdotto nella camera. Era proprio accanto alla porta, con il suo viso spiacente.
- Fai il turno di notte oggi? – chiesi tentando di cambiare argomento rispetto a quelli che sapevo avrebbe potuto iniziare lui.
- Sì, sono arrivato adesso – rispose – ho pensato di passare a dare un'occhiata prima del giro visite. Come stai?
- Se ci sei tu, posso restare qui stanotte? – continuai lasciando perdere la sua domanda.
- Ti prego, non cominciare. Sai bene che non puoi trattenerti qui dentro, torna a casa. Non ha senso che ti autodistruggi così – commentò con tono serio.
- Tu non sai niente ...
- Forse hai ragione – disse e quella frase mi stupì – mi sono sempre sbagliato su di te. Credevo che fossi una persona fredda e calcolatrice, che non ti importasse di nessun essere umano. Quando abbiamo rotto pensavo che tu fossi sul serio il peggio del mondo
Io risi scuotendo appena la testa – fidati, è così
- Non credo – lo fissai e lui sorrise bonariamente – non ti avevo mai visto piangere, né lottare così tanto per il bene di qualcuno anche a costo di soffrire tu più di tutti – fece una breve pausa – sono stato stupido perché ho pensato che se non hai dimostrato a me tanto affetto significava che ne eri privo. Quello che vedo adesso invece è un ragazzo traboccante di passione e sentimento, pronto a lottare persino con la morte
Io mi irrigidii – allora distogli lo sguardo – mormorai a denti stretti.
Non volevo che qualcuno mi vedesse così, mentre arrancavo, ma il solo essere seduto in quella sedia era un enorme fallimento. Mi metteva davanti alla tremenda realtà di Aiden su quel letto e quanto ancora una volta fossi inutile e impotente.
- Si è visto qualcuno? – mormorai tenendo lo sguardo basso.
- Fino a ieri sera c'era la madre di Aiden, poi Andrew e Levin si sono dati il cambio. Penso che verranno anche stasera
Io sorrisi amaramente pensando a quel nuovo sodalizio, li avevo visti anche io molte volte parlare al capezzale di Aiden, consolarsi a vicenda, leccarsi le ferite che i rispettivi sensi di colpa gli avevano lasciato addosso. Tutto lì, nella più totale ipocrisia.
- Dovrebbero togliersi dai piedi – ringhiai più a me stesso che a Noah.
- Almeno Andrew è stato utile, ha davvero fatto molto per i Berg.
La mia testa scattò, fissando immediatamente il volto tranquillo di Noah – che vuoi dire?
- Non lo hai saputo? Forse non te l'ho detto, Andrew sta pagando le cure di Aiden. Tutto quanto, sia gli esami che la degenza, ha seriamente salvato quella famiglia, la signora Berg era disperata.
Quel lurido pezzo di merda, quell'ipocrita, tremavo, le parole che sentivo mi avevano attraversato il cervello come un pugnale e serrai tanto le labbra tanto da sentire dolore. Eccolo lì il grande Wolfhart, pronto ad uscire i soldi per mettere una pezza alla sua incapacità. Lo aveva sempre fatto con Aiden, coprirlo di regali per tenerlo buono mentre quella relazione distruggeva il mio amico emotivamente. Persino adesso, mentre lui giaceva in quel letto e quel bastardo annegava nel disagio tirava fuori i soldi e diventava l'eroe del momento, riuscendo persino dove io non potevo.
Mi sollevai e mi diressi verso la porta della camera, Noah provò a sfiorarmi ma io schivai quel tocco.
- Dove vai? – chiese con voce preoccupata.
- A vomitare
Lo feci davvero, arrivato in bagno vomitai quello che restava del mio pranzo, tutto quel nervosismo mi aveva impedito di tenerlo ancora nello stomaco. Poi mi spostai al lavandino, sciacquandomi il viso e fissando brevemente il mio riflesso.
Hai un aspetto di merda, bello.
Era innegabile, le occhiaie e il volto pallido erano una prova difficile da occultare, se solo Aiden si fosse svegliato.
Quando tornai indietro notai subito la figura di Andrew nel corridoio, doveva essere appena arrivato, finalmente sarebbe riuscito a camminare a testa alta per quel corridoio, adesso era un eroe.
- Ma guardati, l'uomo del momento – dissi sprezzante mentre mi avvicinavo a lui.
Quello scosse la testa, come se la mia sola presenza lo abbattesse totalmente – Devi fare una scenata ogni volta che ci vediamo in corridoio? Cresci.
- Come hai fatto tu? – commentai sarcastico – ho sentito dire che sei diventato il nuovo Messia. Paghi le cure di Aiden, stai qui tutto il tempo, hai preso un congedo per non svignartela come sempre? Quale sarà la prossima mossa? Che aspetti ad imporre le mani su Aiden e dirgli: alzati e cammina!
Lo vidi serrare la mascella – i soldi sono l'unica cosa di cui posso occuparmi adesso Keno, nessuno ha il potere di farci un cazzo per questa situazione. Io ne ho da parte e voglio usarli per lui. Vuoi fare lo stronzo anche per questo? – era incredulo – non posso farci un cazzo se non sai cosa fare, se non dormi e se questa situazione ti manda fuori di testa – chiarì mentre apriva la porta della camera – te lo ripeto: cresci un po'. Smettila di aggredirci tutti. Che diavolo di senso ha prendersela con chiunque? Questo non lo farò tornare indietro e lo sai. – poi entrò nella stanza lasciandomi lì in quel corridoio.
Mi ritrovai a stirare le labbra in un sorriso carico di tensione e rabbia mentre ripensavo ai due grandi eroi di quella sfortunata tragedia: Levin, il ragazzo che era con lui la notte in cui io lo avevo abbandonato e Andew, quello che stava pagando le sue cure salvandogli la vita e la famiglia dal lastrico.
Che meraviglia.
Disgustosi.
ANGOLO AUTRICI:
Nuovo aggiornamento e nuovi confronti! Speriamo che questo capitolo vi sia piaciuto, noi siamo sempre curiose della vostra opinione soprattutto ora che le vite di molti personaggi si stanno intrecciando. Finalmente c'è più chiarezza sul coinvolgimento di Levin nell'incidente XD era ora. Keno invece è sempre più furioso e instabile, incrociamo le dita. Vi mandiamo un bacio e rinnoviamo il nostro appuntamento alla prossima settimana <3
BLACKSTEEL
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