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13. Black Heart

Nella foto: Andrew Wolfhart

Ita divis est placitum, voluptatem ut maeror comes consequatur, Plauto

Così è piaciuto agli dei, che il dolore sia compagno del piacere.


ANDREW

Il mio ultimo weekend a Brooklyn trascorreva tra finti sorrisi e chiacchiere futili, ma la sbronza che stavo rischiando di procurarmi era vera e voluta con tutto me stesso. Un'altra cena in compagnia dei massimi vertici politici dello Stato, intere famiglie di deputati intenti a stringersi le mani e a scambiare pareri che avrebbero deciso l'andazzo politico della città per molto tempo a venire

Ero stanco e infiammato dall'ennesimo bicchiere di Champagne Bollinger che Alec e gli altri continuavano a passarmi.

A cosa avrei dovuto pensare poi? Aiden continuava a comportarsi con un distacco che non avevo mai sperimentato in due anni interi di relazione. Qualcosa era cambiato in lui, forse stava finalmente trovando la sua strada e prendendo in considerazione l'idea che io non avrei più fatto parte della sua vita. O forse era soltanto un modo per vendicarsi del male che gli avevo fatto, adesso sarebbe toccato a lui non degnarmi neanche di un saluto prima della mia partenza.

- Che diavolo mi importa, ho altre cose a cui pensare – biascicai, poi mandai giù un altro sorso di champagne delizioso e sorrisi agli altri ragazzi

- Parli anche da solo adesso? – mi schernì Alec, aveva un sorrisino confuso sul volto, segno che anche lui stava esagerando quella sera – chi ti ha fatto incazzare stavolta?

- Tua madre – ribattei con fare incazzato, poi presi una forchettata di cocktail di gamberi direttamente dal suo piatto. Glielo mangiai davanti, leccandomi le labbra senza smettere di fissarlo. Alec era sensibile a me, non importava quanto tempo fosse passato dall'ultima volta che eravamo andati a letto, lui di certo era ancora coinvolto in quella storia. Lo vidi rabbrividire appena, il suo corpo rispondeva a me senza che potesse far nulla per impedirglielo. Avrei potuto portarmelo a letto quella sera, fare qualcosa di divertente e che il mio ragazzo mi negava da un po'. Tanto che cosa importava? Aiden sospettava comunque di me, forse avrei dovuto dargli dei motivi per essere davvero geloso e guadagnarmi il suo odio per qualcosa che avevo effettivamente fatto.

- Ah, il nostro Wolfie ha sempre qualche motivo per cui prendersela! Cosa c'è che non va adesso? Volevi un mandato più lungo? – mi prese per il culo Paul, ridendosela insieme agli altri commilitoni

- Non farti insultare anche la tua di madre – rispose per me Alec, poi mi passò una mano intorno alle spalle e mi strinse a lui in un abbraccio amichevole, ma che lasciava spazio a molto altro.

- Guardate chi c'è lì. Al tavolo in fondo alla sala, vicino a quello presidenziale

Lasciai vagare il mio sguardo verso la zona di interesse – chi c'è? – chiesi disinteressato. Parlavo più per tentare disperatamente di distogliere l'attenzione sul mio malumore che per un reale interesse verso i pettegolezzi dei ragazzi.

- Ah, il deputato Jonathan Eickam e famiglia! Da quanto tempo non lo si vedeva agli eventi mondani – Alec stirò appena il collo, un sorriso schernitore apparve sul suo viso – ed è anche accompagnato da uno dei figli stavolta

- Perché credi che mi sia saltato all'occhio? – commentò Stevens – chi sarà tra i due? Quello che è stato in galera o quello altrettanto fattone ma che se l'è risparmiata?

L'alcol mi aveva reso piuttosto lento mentalmente, ma ricordavo bene quella storia. Un grosso scandalo per una famiglia fin troppo in vista e con troppo da perdere. Gli Eickam erano stati in cima alle testate giornalistiche per molto tempo.

- Quello è Levin. Il figlio più grande, quello che si è fatto il carcere – decretò Alec

Stavolta lo guardai con attenzione, oltrepassando le miriadi di testa che ci separavano e abbassandomi appena con il petto sul tavolo. Sembrava la quintessenza dell'infelicità, bloccato com'era tra politici e chiacchiere noiose, la copia esatta di come sarei stato io se mi fossi trovato per più di cinque minuti a quel tavolo. Era pallido e dal viso affilato, il suo sguardo era puntato su una forchetta che continuava a rigirarsi tra le dita magre e lunghe. Un altro ragazzino troppo ricco ed annoiato che finiva sulla cattiva strada. Bla bla bla, niente di nuovo. La mia attenzione scemò immediatamente.

- Non male il ragazzo ... - Alec parlò piano contro il mio orecchio. Non facevamo mai apprezzamenti sugli uomini in compagnia dei nostri amici etero, sarebbe stato abbastanza imbarazzante

- Che c'è? Vuoi buttarti anche tu sui liceali? Pensavo ti piacessero gli uomini bell'è fatti

Quello fece spallucce – Chi può dirlo. Magari anche a me è venuta voglia di farmi un toy boy

- Un toy boy quello? – lanciai un'altra occhiata al ragazzo biondo ossigenato – è stato due anni in carcere quel tipo, probabilmente alla fine saresti tu il suo toy boy.

- Beh, nella vita vale la pena provare tutto, si dice. In effetti deve avere più o meno l'età di Aiden, ora che ci penso. L'ho beccato alla Tech quando abbiamo fatto orientamento per l'Air Force, un tipo del genere non passa inosservato

Scossi la testa, non mi sembrava poi così interessante – Va a parlarci allora, magari è gay

- Solo se mi fai da spalla.

- Cosa? Sei serio? – mi venne da ridere – sono talmente messo male che non riesco neanche a stare in piedi. Che cazzo dovrei fare poi? Il palo?

Alec sospirò teatralmente e si mise su – Dai cazzo, sta andando fuori in balcone. Probabilmente a farsi una sigaretta ... sai che faccio schifo ad attaccare bottone. Mi hai mollato, quindi mi devi un favore. Potresti come minimo aiutare a rimorchiarlo!

- Non puoi essere serio. Perché proprio uno come quello? Si è fatto il carcere e probabilmente continua a farsi, mentre tu lavori per la US Air Force, non ti sembra un cliché e anche uno di quelli pericolosi?

- Che diavolo mi importa? Non devo mica fargli da legale. Voglio solo portarmelo a letto – Alec era ammiccante e anche un po' brillo.

E va bene – dissi dopo qualche attimo di riflessione. Starmene seduto a quel tavolo stava cominciando a darmi seriamente la nausea e questo non aveva nulla a che vedere con la bottiglia che mi ero appena scolato ancora prima della portata principale.

- Gentlemen, ci si becca dopo! – Alec mi aveva spinto in piedi e in un attimo mi aveva guidato oltre la sala. Era imbarazzante mostrarmi così incerto nei movimenti, da un dannato pilota dell'Air Force ci si aspettava qualcosa di più, ma l'alcol mi era andato alla testa e facevo fatica perfino a camminare. Non appena abbandonammo il vociare della sala, l'aria fresca della notte mi sferzò il viso in una carezza piacevole e appena pungente.

- Non farmi fare figure di merda – Alec aveva parlato a denti stretti e mi aveva fulminato letteralmente con gli occhi

- Allora non avresti dovuto portarmi con te. E poi lasciatelo dire, sei tu quello delle figure di merda.

Mi beccai una gomitata sulle costole che mi fece ridere ancora più forte. Dio, stava succedendo davvero, ci stavamo dirigendo quasi casualmente nell'angolo in cui la preda di Alec stava cercando disperatamente di accendere la sua sigaretta nonostante il vento che si era fatto sferzante.

- Va ad aiutarlo – bisbigliai al suo orecchio

Visto da vicino notai che era decisamente più alto della media, perfino del sottoscritto. Aveva spalle larghe, fasciate alla perfezione dalla giacca nera, abbinata al pantalone. Gli occhi scuri erano puntati sull'accendino che non voleva saperne di accendersi, lo sentimmo imprecare e guardare il cielo, forse in attesa di un aiuto divino.

- Se cerchi un miracolo hai trovato noi. Andrew Wolfhart e Alec Kellar ... qui per servirti!

Mi ero piegato in un inchino elegante e avevo preso in mano la situazione. Dio solo sapeva quanto Alec poteva essere imbranato in certi casi. Guardai il ragazzo in viso per notare immediatamente quanto la nostra presenza lo avesse confuso e forse perfino infastidito.

- Ehm, ti aiuto io ad accendere – il mio amico si fece avanti e pose le sue mani accanto a quelle dell'altro per coprire meglio la fiammella dalle sferzate di vento. Solo a quel punto il biondo riuscì ad accendere la sua sigaretta

- Grazie – una lieve nube di fumo si sollevò in aria, lui era ancora perfettamente immobile e sulle sue, aveva smesso perfino di guardarci a quel punto. Diedi una gomitata leggera ad Alec che sembrava inebetito

- Senti, hai una sigaretta per il mio amico?

Quello non rispose neanche, allungò il suo pacchetto verso Alec e aspettò che l'altro lo prendesse

- Grazie. Adesso mi dai una mano anche ad accendere?

Dio, Alec era abbastanza patetico, ma quel tipo non gliela rendeva semplice con il suo mutismo e l'aria scazzata. Mi congedai qualche istante dopo, sperando che qualcuno dei due avesse trovato un modo per fare andare avanti quella conversazione imbarazzante. Non sarebbe stato male per Alec trovare una sorta di interesse amoroso, anche qualcosa di poco serio, non avevo neanche idea se avesse più avuto qualcuno dopo la nostra storia. Forse lo avevo traumatizzato, amare qualcuno come me doveva essere l'equivalente di una maledizione bella e buona ... non lo avrei augurato neanche al mio peggior nemico.

La serata trascorse nella solita confusione di alcol e cibo, niente di sensazionale, mi limitai a torturare Alec per il due di picche quasi certo che gli era stato rifilato

- Potrebbe chiamarmi! Gli ho lasciato il mio numero

- Quello non è un tipo da chiamate! Lo hai visto? Non ha spiccicato una parola. Non vedeva l'ora di liberarsi di te e andare a farsi una dose nel cesso.

Alec sbuffò – Devo aver perso il tocco ...

- Lo hai mai avuto? – mi stavo divertendo da matti, deridere Alec era l'unica nota positiva di quella serata che per fortuna stava ormai giungendo al suo degno termine. E poi cosa avrei fatto? Avrei preso un taxi e dormito per un paio di ore prima di partire. Avevo salutato i miei genitori, ma non Aiden.


Alla fine decisi di fare un tentativo, il taxi mi lasciò a La Fayette, tra le casette a schiera del quartiere modesto in cui viveva il mio ragazzo, sempre se potevo ancora definirlo tale. Forse era meglio che ci fosse chiarezza tra noi, non si poteva mai sapere cosa sarebbe accaduto in un viaggio come quello che stavo per intraprendere. Le tragedie erano all'ordine del giorno nel nostro mondo ... non volevo andare via sapendo che Aiden mi detestava. Non quella volta.

Non conoscevo sua madre e lei non conosceva me, niente presentazioni ufficiali, non era nel mio stile. Ma di sabato doveva avere il turno notturno in ospedale, conoscevo i suoi orari a memoria a furia di frequentare Aiden. Erano le tre del mattino e le luci di casa erano spente, ma lui non poteva dormire, non quando sapeva che il suo ragazzo stava per prendere un dannato aereo. Era così, una sagoma scura apparve alla finestra della sua camera, mi aveva visto e non mi avrebbe lasciato lì.

Venne fuori qualche minuto dopo, stretto in una felpa che dovevo avergli portato da uno dei miei viaggi un paio di anni prima. Mi sembrò più pallido del solito, era distante, ma quella non era più una novità

- Stai per partire?

Annuì, mi stavo avvicinando a lui con lentezza, con la stessa attenzione di chi vorrebbe accarezzare un cerbiatto pronto a scappare. Lui non si mosse però, si lasciò passare la mano sulla guancia calda e morbida

- Va tutto bene tra di noi, Aiden?

C'era stato un guizzo di ira nei suoi occhi, le mie parole riuscivano a innervosirlo sempre ormai.

- Possiamo parlarne al tuo ritorno?

- Perché? – ero confuso – voglio soltanto che tu sia sincero. A che serve rimandare?

- Perché ho bisogno di tempo. Questa è l'unica cosa che ti chiedo e che ti abbia mai chiesto ... puoi darmelo?

Non riuscivo a capire esattamente cosa stesse succedendo, credevo di conoscerlo bene il caro Aiden, invece mi sbagliavo. Si stava ribellando? Era davvero troppo stanco di me per volermi ancora con lui?

- E va bene, se è quello che ti serve. Sarò qui entro due settimane comunque

Lo vidi annuire in fretta, qualsiasi proposito di passare la notte con lui stava svanendo in fretta. Che cosa stavamo diventando? Ci saltavamo alla gola prima ancora di fare tutto il resto. Mi ritrassi e provai ad abbozzare un sorriso

- Allora buonanotte

- Buonanotte

Il taxi era ancora lì in attesa. Che modo triste di concludere quella serata.

- E non farti ammazzare, Andrew.

Le sue braccia si strinsero intorno alle mie spalle in una stretta calda. Rimasi immobile, volevo essere meritevole per lui, volevo farlo sentire meglio di così, ma non potevo. Ero crudele? Forse ... forse, invece, ero soltanto fatto così. Non riuscivo a fermarmi o a creare dei veri legami. Però ero stato terribilmente egoista a voler tenere Aiden al mio fianco.

- Credo che tu debba pensare seriamente a noi, a quello che vuoi fare con noi ... con questa storia

Lo fronteggiai di nuovo, i suoi occhi erano umidi adesso

- Tu non puoi cambiare, vero?

Era quasi una preghiera la sua.

Scossi la testa – No

- No per me o no per nessun altro?

Non avevo una risposta a quella domanda, non conoscevo il futuro, ma conoscevo il mio passato. E non c'era mai stato nessuno capace di fare di me una persona un po' meno pessima. Non dipendeva dagli altri probabilmente, ero io ad essere sbagliato. A desiderare la guerra più della pace, a volermi spingere al limite per trovare qualcosa che non avevo mai avuto. Qualcosa di degno. Il proposito di una vita?

Doveva esserci di più nella mia esistenza. Mi rifiutavo a credere che fosse tutto lì. In quella dannata fetta di mondo, con quelle casette tutte uguali, in quelle strade che mi davano la nausea e con quella gente pronta a tenerti stretto e legarti a sé a vita. No, doveva esserci di più. E lo avrei trovato.

La notte si fece gelida, diedi un bacio ad Aiden e mi allontanai da lì in fretta. Sempre più convinto che un uomo come me sarebbe finito per morire da solo.


LEVIN

Il corpo di Aiden cominciava a non avere più segreti per me. Lo guardavo andare in cerca del suo kit per fumare nell'oscurità pacifica della sua piccola stanza da letto. Le luci soffuse della notte creavano dei disegni fatti di luce e buio sul suo corpo magro e nudo, forse era il fumo, forse semplicemente l'aver appagato ogni mia voglia, ma non riuscivo a smettere di fissare quel gioco di luce di cui la sua schiena era diventata teatro.

Era stata una domenica strana quella, chiusi in camera dalla mattina fino alla sera, cullati dalla musica bassa proveniente dalle casse, sempre intenti soltanto ad esplorarci, senza parlare troppo. Una boccata d'aria fresca dopo la terribile cena presidenziale di sabato.

- Sei stanco?

Aiden aveva trovato tutto l'occorrente, adesso veniva verso di me con un sorrisetto intrigante sulle labbra. Ero stato ben attento a non lasciare segni sulla sua pelle, non sapevo mai quanto avrei potuto spingermi oltre con lui, in fin dei conti non ero l'unico uomo della sua vita.

- Farlo per cinque volte in cinque ore dopo un'astinenza come la mia? Vorrei vedere te – dissi in un sussurro, stiracchiandomi sul letto morbido.

- Te la sei cavata benissimo – ancora quel sorriso malizioso, gli feci spazio tra le mie gambe e lui prese posto subito dopo, appoggiandosi appena a me. Lo guardavo spezzettare il tabacco con attenzione, di tanto in tanto sollevava lo sguardo su di me e sorrideva

- Che c'è? A cosa stai pensando? Pentimenti in arrivo?

- Quante domande, quella roba non dovrebbe far rilassare? – poi allungai una mano verso i suoi capelli arruffati e li accarezzai – perché dovrei pentirmi di qualcosa? Mi sento già di aver perso anni ed anni di vita ... però mi chiedo se non sarai tu a pentirti di quello che stai facendo prima o poi

Aiden scosse la testa – Stava andando tutto così bene ... vuoi davvero parlare di me e di quello che proverò un giorno?

Lo volevo? Era difficile a dire. Mi chiedevo come fosse l'altro però, cosa ci fosse di sbagliato nella loro relazione e cosa avesse spinto Aiden ad attaccarsi a me fino a quel punto. Forse un giorno lo avrebbe lasciato, forse, invece, no ... ma quello non mi preoccupava davvero.

- Vuoi essere l'unico, Levin?

- No, non proprio – dissi con sincerità e forse la mia risposta lo sorprese.

- Non ti capisco proprio. Io non vorrei dividere la persona con cui vado a letto con nessun altro – a sua voce si era fatta più dura, forse lo avevo ferito, pensai.

- Te l'ho detto, io non sono come gli altri. Non mi aspetto niente e lo dico davvero. Così le cose vanno bene, niente legami.

- Non lo vorresti neanche in futuro un legame?

Feci spallucce, stavamo camminando su un campo minato ed ero stato io a condurci lì. Lo accarezzai di nuovo, godendomi la vista del suo viso così pieno di emozioni, quegli occhi allungati e chiari, sempre intrisi di rabbia o desiderio, mai vacui come i miei.

- Perché complicare le cose? A me sta bene e tu hai tutto il tempo di capire cosa vuoi. Chissà cosa porterà il futuro ...

Aiden rise piano con fare sarcastico – Lo dici adesso. Le cose si complicheranno comunque presto o tardi. Cosa accadrebbe, ad esempio, se ti innamorassi di me? –

- Io? No, impossibile – dissi con estrema sicurezza e questo lo fece ridere più forte

- Ah, davvero?

Lo strinsi più forte fino a quando non lo spinsi direttamente ad aderire al mio petto. Eravamo vicini, lo sentii trattenere il respiro per un attimo, poi ci gettammo l'uno sulle labbra dell'altro in un bacio violento.

- Te l'ho detto, sono un vampiro e i vampiri non sono capaci di provare emozioni – dissi in un sussurro basso contro le sue labbra.

La sua mano scivolò sul mio petto, fino a posarsi dritta sul mio cuore – Però lo sento battere, e forte anche. Guarda

Poi guidò le mie dita sulle sue, in direzione del mio cuore. Era un gioco fin troppo crudele quello, non ero così pazzo da lasciarmi coinvolgere in una storia che poteva finire soltanto in un modo. Avevo visto lo sguardo lontano di Aiden in certi momenti della giornata, quell'espressione di profondo dolore che di tanto in tanto appariva sul suo viso prima ancora che avesse potuto cacciarla via dietro un sorriso.

- Starai meglio prima o poi

Le mie parole dovettero sorprenderlo perché si sollevò in fretta dal mio petto e mi fissò – Cosa?

- Dico solo che passerà ...

- E tu che ne sai? Hai detto che non sei capace di amare ... che prove hai per confermare quello che mi hai appena detto?

- Forse ti ho mentito, forse no. Quello che so è che ho provato del dolore ed il dolore è universale, alla fine raggiunge tutti.

- Dio, questo ottimismo che ti contraddistingue l'avevo quasi dimenticato – Aiden scosse la testa e stavolta capì che non aveva più voglia di parlare. Mi lasciai colpire da un voluminoso cuscino vagante e non feci nulla per proteggere il prossimo assalto. Forse era più semplice così, giocare come due bambini e dimenticare tutto quello che non andava.

Ci ritrovammo senza respiro, a fronteggiarci con due grossi cuscini in mano e soltanto il letto a separarci. La lotta andò avanti per un po' di tempo, in men che non si dica riuscii a placcare Aiden ed a spingerlo di nuovo sul materasso, dove lo bloccai sotto il peso del mio corpo che era decisamente più massiccio del suo.

- Ok, ok mi arrendo! Non pensavo avessi tutte queste forze dopo quello che mi hai fatto in queste ore. Mea culpa, ti ho sottovalutato

- Ho la ripresa veloce – ero anch'io senza fiato quando tornai a sdraiarmi sul letto, accanto a lui. Mi lasciai stringere tra le sue braccia e passare in rassegna dalle sue dita delicate.

- Lo adoro – si fermò sul piccolo anello metallico che portavo al capezzolo sinistro e lo sfiorò appena. Un piccolo gesto che mi fece accapponare la pelle. Poi chiuse le sue labbra su quel lembo di pelle e succhiò appena. Mi lasciai sfuggire qualche gemito mentre continuavo ad accarezzare i suoi capelli lisci e morbidi

- I-il mio ex, lui si dilettava a bucherellare noi poveri malcapitati del gruppo. Eravamo le sue cavie, ma era bravo – parlai quasi a fatica. Perché lo stavo tirando fuori adesso? Perché con Aiden?

- Davvero? Wow, potrei esserne geloso. Lui com'era?

- Com'era? – era troppe cose – era sbagliato, pericoloso, quel genere di persona tossica che non cambierà mai... ma faceva dei gran bei piercing. Li aveva quasi ovunque, anche ... hai capito – dissi, lanciando un'occhiata eloquente in basso per smorzare la tensione di quelle parole. Aiden aveva sgranato gli occhi

- Cosa? Sei serio? Che cazzo di male deve fare! E che sensazione si prova a farlo?

- Chi se lo ricorda, è passato un po' di tempo – ed al Crossroad non gli avevano permesso di tenerlo, ma questo non lo dissi – e poi solitamente non mi va di stare sotto.

- Solitamente? Quindi hai fatto da passivo con qualcuno! – Aiden sembrava fin troppo interessato a quel punto.

- Perché non fai una dormita adesso? E' tardi e ti ho fatto stancare parecchio, mi pare. – gli passai una mano sugli occhi che venne subito spinta via. Era di nuovo a cavalcioni sul mio corpo e aveva tutta l'aria di uno che non avrebbe mollato il colpo tanto facilmente.

- Perché voglio saperne di più! Credevo che fossi nato per essere attivo e invece scopro che qualcuno è riuscito ad avere il tuo culetto

- Sta zitto! – lo interruppi, posandogli una mano sulla bocca stavolta – Cristo, Aiden. Sei proprio una rottura di coglioni quando ti ci metti. Non è una cosa che faccio abitualmente, è successo soltanto con lui ed una volta per giunta

- Era una persona speciale?

Lo era? Yael lo era eccome. In carcere ci si sentiva fin troppo soli e lui, invece, c'era sempre stato. Chissà come se la stava passando adesso, ancora bloccato al Crossroad, ma senza la mia presenza a tenergli compagnia nelle giornate peggiori. E lì tutte le giornate erano peggiori ...

- Non vuoi parlarne? Non mi dire che il nostro vampiro stava quasi per innamorarsi – mi prese in giro Aiden

- Il nostro vampiro sta per prenderti a calci se non metti un punto a queste stronzate.

Quello rise piano – Oppure potresti mordermi, sarebbe più eccitante

E lo avrei anche fatto se non fosse suonata la sveglia del suo cellulare. L'avevamo impostata per ricordarci di andar via prima che la madre di Aiden fosse rincasata e adesso avevamo più o meno trenta minuti per darci una mossa.

- Tempismo perfetto. Sei salvo – Mi sollevai stancamente dal suo letto e cercai di ricordarmi più o meno come si faceva a camminare. Mi sentivo prosciugato dopo tutte quelle ore trascorse con Aiden a fare Dio solo sapeva cosa. Andai a raggruppare i vestiti abbandonati lungo tutto il pavimento della stanza, cercando di fare in fretta per evitare l'arrivo della signora Berg.

- Tranquillo, non capirebbe che abbiamo fatto sesso neanche se ti beccasse con la faccia tra le mie gambe. Mia madre è una sempliciotta – Aiden stava sghignazzando, genuinamente divertito dall'immagine che aveva appena dipinto.

- Sarebbe comunque meglio evitare. Mi piace fare una buona impressione con i genitori! – scherzai. Continuavo a raccattare roba in giro, mentre lui metteva a posto il suo bong e il tabacco. Alla fine restammo entrambi fermi, la stanza sembrava più o meno ok adesso.

- Avrei dovuto lasciarti fare una doccia – disse quando arrivò a pochi centimetri da me, stava ancora ridendo il bastardo

- Non puzzerei così se tu fossi venuto in un punto solo del mio corpo – gli feci notare. Adesso fu il mio turno di ridere – puzzo così tanto?

- No, non la considererei puzza. Profumi di me – disse alla fine Aiden prima di piazzarmi un bacio sulle labbra. Niente violenza quella volta, le sue labbra si sciolsero sulle mie in tutta la loro morbidezza, mi lasciai cullare appena dalle sue braccia, poi mi condusse fuori, lungo il corridoio buio e tranquillo di casa sua.

Non era necessario darci un nuovo appuntamento, non quando frequentavamo entrambi la stessa scuola, quel dannato posto che detestavamo da morire. Per un attimo mi chiesi se Aiden stesse ancora frequentando il suo ragazzo, qualcosa mi diceva che non era così. Si muoveva con troppa tranquillità, come se non fosse possibile che lui avesse potuto presentarsi a casa sua di punto in bianco. Non controllava neanche il cellulare. Forse il suo ragazzo non era in città.

Avevo finto che non mi importava saperne di più, ma non era proprio così in effetti. Ero curioso e forse anche lievemente infastidito.

Cominciava a fare freddo a Brooklyn, ben presto sarebbe arrivata la prima neve per cancellare definitivamente l'autunno. Anche quella sera ritrovai il mio cellulare intasato dalle chiamate di Kai, senza ombra di dubbio aveva un altro progetto dei suoi tra le mani. Quasi casualmente mi ritrovai a passare dal parco in cui lui e i suoi amici fattoni si riunivano, forse lo avrei beccato lì per intimargli ancora una volta che volevo stare fuori da tutti i suoi affari.

- Kai, c'è tuo fratello!

I tipi che facevano da palo sapevano fare il loro lavoro quanto meno. Mi fermai sulla strada principale, stringendomi contro il cappotto di pelle e sollevando il colletto per riscaldarmi un po'. Kai arrivò pochi minuti dopo, sembrava felice e trafelato come sempre.

- Ehi big bro! – Provò a passarmi un bicchiere di qualcosa che rifiutai – sempre di ottimo umore, eh? –

- Cosa diavolo è successo adesso? Perché tutte quelle chiamate? Ti sei messo nei casini? – dissi in fretta, sulla difensiva

- Cazzo, smettila di comportarti come loro. Volevo solo sentirti ...

Loro? Loro i nostri genitori.

- Scusami, io ... lascia perdere

Kai mi venne più vicino, sorrise appena – So che ce l'hai con me, non posso fartene una colpa. Quel colpo poteva finire male, lo ammetto. La prossima volta sarò più attento, fratello. Ti devo tutto, lo sai che ti devo tutto e lo so anch'io –

- E allora perché ripeterlo? Sai, invece, come potresti sistemare le cose? Fermandoti –

- Non posso – disse quello con semplicità, come se nessuno avrebbe mai potuto capire perché non poteva fermarsi – però spero di essere riuscito a sdebitarmi in parte. –

- In che senso? – ero confuso, non mi piacevano gli enigmi, soprattutto quando era Kai a farli.

- Va a casa, Levin. Poi fammi sapere ... -

Non disse nient'altro, si limitò a svanire nel chiacchiericcio e nell'oscurità del parco.

Arrivai a Brooklyn Heights quasi correndo per l'ansia. Non sapevo cosa aspettarmi da mio fratello ormai. Quando entrai in casa tutto sembrava in ordine però, dalla stanza da letto di mia madre veniva fuori la solita musica da operetta; ne dedussi che mio padre non doveva essere in casa quella sera. Non era raro che restasse fuori, troppi impegni o forse era soltanto più semplice vivere da solo, lontano dai problemi che gli davamo.

La vera sorpresa risiedeva in camera mia. Non mi ci volle molto per indovinare cosa conteneva la carta regalo con la quale era stato incartato il mio regalo. La Fender era lì, non una semplice Fender, ma la mia. Era lei. Kai era riuscito a rintracciare il nuovo proprietario chissà come. Sperai soltanto che l'avesse pagata ... ma non c'era da starne sicuri.

La sfiorai appena, soltanto per capire che in effetti mi era mancata. Era stato come dare via un amico troppo ingombrante, uno di quelli che ti costringeva a guardare la realtà dei fatti e ti tirava fuori dalle illusioni in cui avevi preferito rifugiarti. La mia Fender era tornata a casa, ma non avevo ancora voglia di suonarla ...

La misi di lato e preparai in fretta l'intimo e l'accappatoio da portarmi sotto la doccia.

Forse dopo avrei trovato il tempo per ringraziare Kai.


ALENCAR

L'ambulatorio era tremendamente anonimo nonostante il tentativo di sembrare accogliente, ma per fortuna non fu una lunga attesa, la dottoressa entrò nella stanza dopo pochi minuti con la mia cartella in mano e un'espressione parecchio soddisfatta.

- Alencar, come stai? Ho qui i risultati delle analisi della scorsa settimana – mi comunicò sedendosi dietro la scrivania davanti a me.

- Me lo dica lei allora come sto, dottoressa – mormorai lasciandomi andare sullo schienale della sedia.

- Stai molto bene – disse come a voler rimproverare il mio atteggiamento – la terapia sta facendo davvero un ottimo effetto. La carica virale si è ridotta drasticamente, con questi livelli non sei più contagioso. Ovviamente dovrai continuare i farmaci ma potrai avere rapporti non protetti se lo desideri, se pensi di volere dei figli ...

- Non sono il tipo che mette su famiglia ma grazie del pensiero – mormorai.

Lei mi lanciò l'ennesima occhiataccia - anche il sistema immunitario va sempre meglio, le cellule CD4 sono superiori al cutoff di 600-1200 per microlitro di sangue – fece ancora una pausa mentre io annuivo distrattamente – non ti capisco davvero! Ho decine di pazienti che per delle analisi come le tue ucciderebbero, ragazzi giovani come te che arrancano ogni giorno. Non mi sembri nemmeno felice o sollevato

Felice. Che strana parola, non ricordavo l'ultima volta in cui lo ero stato, forse i momenti davvero felici sono destinati ad essere dimenticati, perché se sei felice davvero non ci pensi. Quando soffri invece, quando arranchi dolorosamente, lo senti.

Mi sollevai lanciando un'occhiata al suo sguardo ancora contrito e preoccupato – quando devo tornare per un nuovo controllo?

- Fra sei mesi, possiamo sentirci telefonicamente – disse porgendomi la copia delle mie analisi.

Lasciai l'ambulatorio senza aggiungere altro, camminai lungo il corridoio fino a lasciarmi la struttura alle spalle. Arrivai in auto e, prima che potessi accendere il motore, il mio cellulare iniziò a vibrare, me lo portai all'orecchio senza esitazione.

- Com'è andata? – chiese la voce familiare di Tian.

- Sembra che non sarà l'HIV a uccidermi, forse una delle altre cento situazioni del cazzo nella mia vita – dissi lasciandomi andare ad un lieve sorriso.

- E a proposito di situazioni del cazzo – mi fece notare con un sospiro – fra poco passo a prenderti, c'è la riunione con il grande capo

- E' tutto in regola?

- Sì, Miles prenderà i soldi e li consegneremo, tutto regolare, non morirà nessuno almeno per stasera

Chiusi la chiamata e tornai al mio appartamento dove avrei atteso Tain, nella mia mente ripassavo le svariate possibilità di riuscita di quell'incontro. Sulla carta poteva andare bene, avevamo venduto tutta quella montagna di coca, avevamo tutti i soldi, nessuno si era fatto beccare. Ovviamente c'era il fattore Kurt che poteva tranquillamente decidere di piazzarci una pallottola in testa a prescindere dai nostri grandi successi.

Entrai nel mio appartamento giusto il tempo di posare la cartella clinica e poi lo squillo del mio telefono mi informò che Tian era già arrivato. Quel giorno nemmeno il più calmo e composto del gruppo riusciva a mantenere il suo solito sangue freddo, Tian era molto bravo ad osservare ed analizzare una situazione ma con il fattore Kurt di mezzo nemmeno la logica era dalla nostra parte.

Salii in auto e partimmo senza esitare, ci fu una sola sosta per prelevare Miles e i contanti poi dritti verso la base di Kurt, dove nessuno ci avrebbe sentiti urlare.

Quando la macchina si fermò ci scambiammo tutti un'ultima occhiata, era ovvio che ci rendessimo conto che mancava qualcuno all'appello, l'importante era capire quanto peso avrebbe avuto per Kurt. Se quello poteva essere il solo pretesto che serviva.

- Dov'è Jonas? – chiesi in un sussurro.

- Quando l'ho chiamato per ricordargli l'incontro stava correndo in ospedale – rispose Miles – sembra che a Lizzy le si siano rotte le acque o una roba del genere. Rischia che nasca prematuro

- Andiamo adesso – disse Tian aprendo lo sportello – tanto non possiamo farci niente

Così ci incamminammo verso l'interno del casolare, gli uomini all'ingresso ci lasciarono passare mentre seguivano i nostri movimenti con i loro occhi attenti, sentimmo la grossa porta d'ingresso chiudersi alle nostre spalle con un tonfo.

La grande stanza dove Kurt teneva i suoi incontri era piena come di consueto, i criminali e i tagliagole di tutta la città erano lì a leccargli il culo sperando che il loro sangue non venisse lavato via dal pavimento quello sera.

Il nostro ingresso non passò inosservato, diverse teste si voltarono a guardarci e, con esse, anche gli occhi penetranti di Kurt. Quando lui ci fece cenno di avvinarci calò improvvisamente il silenzio, potevamo sentire distintamente il rumore dei nostri passi, le suole degli anfibi scricchiolavano leggermente.

- Ma guarda chi c'è, le mie nuove leve! – esclamò tendendo le sue labbra in un ghigno maligno.

Respira, ne uscirai, loro ne usciranno.

- Abbiamo i soldi – dissi prontamente facendo un passo in avanti e poggiando la sacca sul tavolo davanti a lui – ci sono tutti, puoi contarli

Lui allargò il sorriso soddisfatto – non ho bisogno di contarli

Poi scese il silenzio, non che fosse necessario, lo fece solo perché poteva, per il gusto di far salire la tensione alle stelle, per vedere le nostre anime pisciarsi addosso mentre i nostri corpi si sforzavano di non bagnare i pantaloni.

- Penso di averti sottovalutato, sai Alencar? – disse alla fine interrompendo il silenzio ma non il nostro stato di tensione – hai rispettato la scadenza e non ti sei di certo gettato ai miei piedi per supplicarmi di risparmiarti la vita o concederti più tempo. Penso che tu ti sia meritato il mio rispetto

A quel punto si levò un leggero mormorio, sentivo gli occhi di tutti i presenti addosso mentre io continuavo a pensare che quella fosse solo una messa in scena e mi avrebbe piazzato una pallottola in corpo alla prima occasione.

- Ho davvero bisogno di qualcuno che sappia il fatto suo, diciamo che sei in lizza per un nuovo incarico – disse battendo una mano sul tavolo divertito – e sorridi ragazzo! Non morirai oggi!

Buffo, pensai, era la seconda volta in quella giornata che mi veniva detta una cosa del genere e non riuscivo ad esserne felice.

- Resteremo in attesa di qualsiasi incarico tu voglia affidarci – dissi alla fine sperando che ci congedasse e che l'avessimo scampata davvero.

- Oh ci scommetto, siete proprio un bel gruppetto di giovani volenterosi – mormorò reclinando la testa di lato – ma vedo che manca qualcuno all'appello oggi

Il mio stomaco si torse ma cercai di non darlo a vedere e la voce mi uscì i più normale possibile – ha avuto un contrattempo, non si ripeterà di nuovo

- Che genere di contrattempo? – insistette passando con lo sguardo da me ai miei compagni.

- E' diventato padre – dissi in fretta.

- Oh, ma che notizia interessante. La famiglia è importante – commentò prima che i suoi occhi diventassero nuovamente cupi – ma voglio sperare che questo non sia motivo di distrazione, non mi piace avere sul mio libro paga qualcuno che non fa il suo lavoro come si deve

- Jonas porta sempre a termine i suoi incarichi – dissi prontamente anche se non era vero, molto spesso finivamo noi per fare la sua parte.

- Lo spero bene, perché non sono un capo distratto Alencar, so sempre cosa diavolo sta succedendo – fece una breve pausa e poi sul suo volto tornò quell'espressione di finta bontà – bene, vi siete meritati qualche giorno di riposo prima del prossimo carico. Ti raccomando di restare a disposizione nel caso io abbia bisogno di te

Annuii e feci qualche passo indietro, lui ci congedò con un gesto della mano e noi uscimmo da lì senza voltarci indietro, ancora increduli di essere sani e salvi, anche se forse salvi non era la parola giusta.

- Porca puttana! – esclamò Miles dando un calcio alla ruota dell'auto - poteva farci secchi, poteva sfruttare la scusa di Jonas per ammazzarci tutti!

- Ma non è successo – dissi aprendo lo sportello e infilandomi dentro – leviamoci di mezzo adesso

L'auto partì ma nonostante il silenzio la tensione continuava a crescere, Tian manteneva gli occhi sulla strada e la sua aria impenetrabile, spostando gli occhi sullo specchietto retrovisore lo stesso non potevo dire di Miles. Lui era chiaramente rigido, teneva i pungi serrati e la sua espressione non mi piaceva per niente.

- Siamo una squadra Miles – dissi attirando la sua attenzione – dobbiamo tenere duro anche per lui

Quello scosse la testa – Jonas si comporta come un bambino! Sai cosa fa Kurt agli uomini che non reputa più idonei a lavorare per lui? Li fa a pezzi! E lui non se ne preoccupa minimamente – rimghiò – continua a comportarsi come un fottuto idiota e pensa alla sua cara fidanzata mentre Kurt potrebbe decidere di mandare degli uomini a fare irruzione e sgozzarli nel sonno! Loro e noi!

Sospirai – gli parlerò io, per il momento manteniamo la calma. Non ci ucciderà oggi

Lui scosse la testa e, quando l'auto accostò, smontò chiudendo lo sportello con rabbia. Lo osservai camminare con passo svelto lungo la strada fino a sparire in una via poco trafficata, scossi la testa e mi voltai verso Tian. Il mio amico continuava a mantenere la sua solita espressione controllata e certe volte lo invidiavo davvero.

- Cosa pensi di questa faccenda? – chiesi mentre riprendevamo il nostro tragitto.

- La stai gestendo bene ma dovresti davvero parlare con Jonas- rispose con il suo solito tono calmo e ragionevole – questa decisone del voler tenere Lizzy al sicuro dai pericoli della nostra vita gli fa davvero onore. Sembra il più grande eroe post moderno che si sia mani visto, per carità, ma non è un opzione a lungo termine. Jonas è troppo ingenuo, è meglio che sia tu a farglielo capire prima che finisca nei guai. Lui non è Robin Hood, è un cazzo di spacciatore ed è dannatamente diverso –

Come sempre le parole di Tian erano terribilmente illuminanti, se Jonas voleva avere un futuro doveva smettere di vivere nelle favole, non importava quale fosse il motivo per cui era invischiato in quella merda. Non importava quanto fosse gentile il suo animo, era uno dei cattivi e la parte peggiore della faccenda era che non era il più cattivo di tutti, aveva un predatore più grosso sopra la testa.

- Gli parlerò io, magari domani

- Sarà meglio, per quelli come noi le relazioni sono pericolose

L'auto si fermò e questa volta toccava a me scendere, diedi un'occhiata al volto di Tian e mi chiesi se quell'ultima frase fosse il motivo per cui non l'avevo mai visto con qualcuno. Miles era un donnaiolo, Jonas era l'eterno romantico innamorato di Lizzy dai tempi della scuola, persino io mi ero arreso sotto lo sguardo penetrante di Celia. Ma non Tian, in tutti quegli anni di amicizia non si era mai fatto tentare da nessuna ragazza o ragazzo che frequentava il nostro giro, non aveva mai nemmeno parlato di qualcuno o chiesto un giorno libero per uscire. Forse lui aveva davvero capito il segreto per restare vivi in questo ambiente, forse lui era libero dall'egoismo di voler trascinare una persona nel nostro inferno e chiamarlo amore.

- Ci vediamo domani – dissi riscuotendomi mentre uscivo dall'auto.

- Certo, ci si vede 


Quando aprii la porta del mio appartamento mi sentivo tremendamente stanco, speravo solo di non dover fare i conti con altro nella mia vita ma evidentemente non era così. Vidi immediatamente Celia distesa sul divano e anche i suoi occhi incrociarono rapidamente il mio viso.

Si sollevò avvicinandosi e portando le sue braccia a cingermi le spalle – bentornato, mi sembri un po' sorpreso

Mi ci volle qualche secondo per capire cosa rispondere – è stata una giornata incasinata, sono solo stanco

- Che peccato – mormorò passandomi una mano lungo il petto – credevo fossi in vena di festeggiare ... ho visto i risultati delle analisi

Avvicinai le labbra alle sue e lei le unì in un bacio intenso, mi sembrava passata una vita dall'ultima volta che assaporavo quel gusto di ciliegia e forse era proprio così. L'ultima volta che avevo baciato quelle labbra avevano il gusto amaro delle sigarette di Callum, quel pensiero mi fece irrigidire tanto che sentii Celia scostarsi.

- Che succede? – mi chiese inchiodandomi con i suoi occhi attenti.

- Va tutto bene, sono solo un po' teso

Sentii nuovamente i suoi baci lungo il collo mentre le sue mani si erano insinuate sotto i miei vestiti – non c'è nulla che posso fare? Conosco qualche tecnica per farti rilassare magari ...

Aveva iniziato a trascinarmi verso la camera da letto e io lasciai che lo facesse, forse era meglio che smettessi di pensare, che mi occupassi di lei. Prima che potessi pensare ancora, Celia era di nuovo tornata ad imprigionare le mie labbra con le sue, sentivo le sue dita sottili sul mio viso e il suo ventre che premeva sul mio.

- Mi sei mancato – mormorò mentre mi aiutava a liberarmi della maglietta e faceva lo stesso con la sua.

Poi si distese lungo il letto ed io mi posizionai su di lei, mentre percorrevo con una scia di baci il suo petto, fino all'ombelico dove mi soffermai. La sentii gemere mentre tracciavo un cerchio con la lingua e mi dirigevo ancora più giù, dove incontrai la linea dei jeans. Li sbottonai e un nuovo sussulto scosse il corpo di Celia, li sfilai e mi ritrovai il suo corpo magro davanti agli occhi, totalmente a mia disposizione. L'intimo nascondeva a stento la sua eccitazione, mi scostai leggermente per recuperare un preservativo dal cassetto e in quel momento una delle sue mani si posò sul mio braccio.

- Facciamo senza stasera – disse mentre il suo sorriso si faceva più malizioso – per festeggiare! Non corro più rischi

Eccoci di nuovo, quegli occhi grigi a caccia di una mossa falsa da parte mia.

- No, voglio essere prudente

- Ti ho detto che a me va bene! Vuoi per caso anche il benestare di Callum? – chiese riducendo gli occhi a due fessure.

- Non voglio farlo senza, non aprirò un dibattito in proposito. Sei qui per me o per fare un dispetto a tuo fratello?

- Come osi parlarmi così? – ringhiò mettendosi a sedere e scostandosi leggermente da me – c'è qualcosa che vuoi dirmi per caso? Mi sono persa un passaggio? Non mi sembra di meritare un trattamento del genere

- Mi ami?

Calò il silenzio, lo avevo detto, non avrei dovuto lasciarmi andare in quel modo, arrivare a chiedere una cosa del genere ma i dubbi che Callum aveva annidato nella mia mente mi tormentavano ancora e avevo bisogno di certezze. Avevo bisogni di sapere che esisteva qualcuno per cui valeva la pena combattere, se esisteva una speranza anche per quelli come me, se potevo ambire a qualcosa di meno miserabile di ciò che mi toccava.

- Perché mi fai una domanda del genere? – disse lei oltraggiata – come puoi chiedermelo! Come puoi dubitare di me! È colpa sua, non è vero? Vuole solo confonderti, screditarmi e dividerci! È un perfido egoista

Avrei dovuto dirle che aveva ragione, scusarmi per quella folle domanda ma non ci riuscii, non mi sforzai di nascondere il mio turbamento.

- Non si tratta di lui, si tratta di noi. Di me. Ho bisogno di sapere che non sono l'unico essere umano qui, che non sono il solo a provare tutto questo mentre per te sono l'ennesimo mezzo per ferirlo – dissi senza trattenere la rabbia – non mi basta essere solo questo per te –

- Certo che ti amo!

Ma non era vero, in questi anni avevo iniziato anche io a comprenderla, a leggere le emozioni nel fondo dei suoi occhi, a capire quando mentiva. Nonostante in tutto questo tempo io abbia accettato la sua visione, riuscivo a vedere i sottili inganni e quello era il più palese. Lei era in cerca di un motivo per cui esistere e casualmente ero io, aveva ragione Callum , lei era una malattia, un parassita e io le servivo per restare in vita. Era questo l'amore che poteva darmi e io non avevo il diritto di pretendere qualcosa di più se non un amore bugiardo e pieno di rancore.

Se solo potessi amarti e allo stesso tempo distruggerti, forse questo ti renderebbe felice. Ma non so se posso farlo, non sono bravo a rendere felici le persone.

Tesi la mano verso di lei alla fine e dopo qualche istante, nel silenzio, lei la prese avvicinandosi di nuovo a me.

- Mi dispiace di essermi arrabbiato – mormorai – non avrei dovuto dire quelle cose

- E' colpa mia, sono così gelosa ultimamente, ho paura che lui ... possa ...

- Va tutto bene Celia

- Me lo diresti, vero? Se iniziassi a non vedere più solo me ... - mormorò angosciata.

- Certo, non potrebbe mai esserci niente fra me e Callum, stai tranquilla

Fu il mio turno di mentire quella volta e lo feci abbastanza bene da non creare in lei altri dubbi, sapevo quanto potesse essere rischioso, le sue reazioni potevano diventare eccessive e pericolose.

Lui non deve pagare per un mio errore.

La vidi rannicchiarsi meglio sul mio letto e chiudere gli occhi, forse i drammi per quel giorno erano finiti, anche se le nostre vite sarebbero tornate a tormentarci quando avremmo riaperto gli occhi.


BLACKSTEEL

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