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Tracce rosse

[Dovrebbe esserci un GIF o un video qui. Aggiorna l'app ora per scoprirlo.]


«Ma si può sapere dove stiamo andando?».

Simone lo chiede mentre è accomodato sul sedile passeggero della Peugeot che guida Manuel; è vecchia e il motore fa uno strano rumore, per cui si augura che quel viaggio duri poco o rimarranno in mezzo ad una strada.

«No, è una sorpresa» replica Manuel.

Tiene una mano sul volante, l'altra si alterna tra questo e la leva del cambio, sebbene abbia l'istinto di posarla sulla gamba dell'altro ragazzo. Si trattiene perché - beh, non lo sa. Stanno andando avanti un passo alla volta e forse quello è troppo grande e non abbastanza graduale.

Quindi, ecco, meglio evitare.

«Vabbè, ma nemmeno un indizio?» insiste Simone.

«No».

«Nemmeno uno piccolo?».

«Te dico de no» Manuel ridacchia «Tanto mancano, uhm». Lancia un'occhiata al bordo della carreggiata per scorgere qualche cartello, che per fortuna nota, e allora «Mancano quarantadue chilometri e arriviamo» annuncia.

Ogni tanto gli rivolge uno sguardo fugace, per quanto stia ben attento alla guida, a non superare per nulla il limite di velocità; prima di partire ha controllato almeno dieci volte che Simone avesse la cintura allacciata, che tutto fosse perfettamente a posto e okay, il rumore che fa il motore gli provoca un briciolo d'ansia, ma può tollerarlo.

«Piuttosto, i tuoi li hai chiamati stamattina?» chiede, dopo.

Simone annuisce. «Seh, prima di partire» replica. La chiamata a Dante e Floriana è diventata ormai quotidiana, anche se di molte cose sono tenuti all'oscuro.

«E che hai detto?».

«Che va tutto bene». Corruccia le labbra in una smorfia. «Dovevo dire altro?».

«No, ma va». Manuel scrolla le spalle. In quella frazione di secondo in cui gli occhi gli ricadono sul compagno, lo vede col capo basso, intento a fissarsi le mani e torturarsi le nocche.

Si morde piano il labbro inferiore. Lo vede così piccolo in quel momento e in realtà è una cosa che gli capita spesso, quella di avere la percezione di quanto sia estremamente fragile.

«A che pensi?» gli domanda.

«Niente» borbotta Simone «A dove stiamo andando».

«Sì, a parte quello?».

«Nient'altro».

Manuel non ci crede molto, però non indaga oltre. Lo ha consigliato Sofia - la dottoressa Miglio - di lasciarsi i propri spazi perché Simone, a poco a poco, deve imparare anche a riconoscere sé stesso ed è un lungo percorso. Ha intenzione di accompagnarlo per tutta la sua lunghezza, su questo ora non ha dubbi.

Prima era soltanto spaventato da tutta la situazione, ma ora, dopo aver rischiato di perderlo di nuovo, vede tutto in maniera più nitida.

È passata soltanto qualche settimana, del resto.

In quel momento resta in silenzio. Riporta l'attenzione sulla strada, alzando appena il volume della radio. Suonano canzoni pop che non conosce - non tutte - interrotte ogni tanto dalla voce degli speaker e pure da alcune interferenze.

Ci vogliono altri trentacinque minuti circa prima di giungere a destinazione.

Simone osserva fuori dal finestrino, poco prima che l'auto si fermi, accostando in una strada poco trafficata e a doppio senso. Aggrotta le sopracciglia, confuso: scorge un'ampia distesa blu poco distante da dove sono loro, una scogliera con masse chiare e le onde che si infrangono su di essa.

«Siamo al mare?» domanda, per quanto sia ovvio.

Manuel spegne il motore. «Ah-ah» replica e tira il freno a mano. Poi toglie la chiave dal quadro.

«Ma è inverno» puntualizza Simone.

«Sì, e quindi?».

«Che - ci facciamo al mare in inverno?».

Manuel scrolla le spalle con noncuranza. «Il mare è bello sempre» spiega «E poi sta meno gente di inverno».

Simone lo sta ancora fissando. Non che capisca il motivo per cui abbiano percorso duecento chilometri circa solo per vedere il mare, ma sorvola. Sta per chiedere qualcos'altro, quando il compagno lo precede con «Dai, prendiamo la roba dietro».

Prima che possa ribattere, Manuel è già sceso dall'abitacolo e Simone strizza le palpebre, sentendo il tonfo della portiera che viene chiusa.

Si costringe a seguirlo, poco dopo, a recuperare i due zaini nel portabagagli - che comunque, alla partenza, non ha manco notato.

Devono percorrere un sentiero stretto e piuttosto ripido - con Manuel che tiene saldamente per mano Simone, più che altro per terrore che cada - per raggiungere la spiaggia libera con la sabbia granulosa e scura. Il mare non è molto calmo e c'è vento freddo, però c'è il sole e nessuna nuvola in cielo - di gente, invece, non ce n'è.

Si siedono a pochi metri dal bagnasciuga, dove onde più calme si infrangono con brevi intervalli, su un telo che Manuel ha portato in uno dei due zaini, abbastanza grande da permettere ad entrambi di prendere posto uno accanto all'altro.

Simone guarda di fronte a sé: può considerare quella come la prima volta che si trova al cospetto di tale distesa azzurra, percependo l'odore della salsedine. Il ricordo di un paesaggio simile non è stato del tutto cancellato dalla sua testa, ma è come se fosse sfocato e non chiaro da richiamare tutti i dettagli.

«È bello qui» commenta, poi sposta lo sguardo sul compagno al proprio fianco.

«Te l'ho detto».

«Anche se non capisco perché farci tutta questa strada».

Manuel sospira e si sbilancia all'indietro col busto. Distende le gambe in avanti e si sorregge su entrambi i palmi. Lancia un'occhiata al mare, ma torna quasi subito a focalizzarsi sull'altro ragazzo. «Beh, ce l'ha consigliato Sofia, no?» esclama «Di uscire, andare in posti nuovi e tutto il resto».

«Non credo intendesse questo».

«Mica l'ha specificato, me pare» Manuel strabuzza gli occhi «Poi se uscivamo n'altra volta co' Matteo, ve mettevate a parlà di quei robot del videogioco e io non ce capisco un cazzo».

Con Matteo hanno cominciato a vedersi qualche pomeriggio o sera, perché ha lo strano potere di distrarre Simone parlandogli di videogiochi - uno in particolare - e lo fa stare bene, per cui Manuel si è semplicemente unito ai loro incontri, sebbene non capisca la maggior parte dei discorsi che fanno.

Non lo fa per impicciarsi o rendere la propria presenza troppo ingombrante, no: alla fine, sta cercando di perdonare Matteo come può e quella può essere una giusta strada. Di tanto in tanto hanno provato a contattare anche Giulio e Aureliano che, però, hanno sempre trovato una scusa per giustificare la loro assenza.

A Simone sfugge una risata. Scuote il capo, portando le ginocchia al petto e rannicchiandosi su sé stesso. «Sono androidi» puntualizza «Non robot».

«Eh, vabbè, hai capito».

La risata di Simone si affievola. Torna a porre la propria attenzione di fronte a sé, poco prima di abbassare lo sguardo e riprendere a torturarsi le dita. «Stavo pensando a qualcosa» sussurra «Quando eravamo in macchina, dico».

«A cosa?».

«A te» la risposta gli esce fuori di bocca con una naturalezza disarmante. «Ed io. Io e te».

Manuel resta in silenzio per un breve istante. Si tira su un briciolo, finendo per incrociare le gambe. «E che pensavi?».

Gli occhi di Simone sono ancora bassi, fissi sulle proprie mani. «A quello che stiamo facendo» tenta di spiegare «A far - funzionare le cose per davvero perché prima non ho voluto io, poi tu e abbiamo fatto un casino».

«Lo abbiamo detto, no? Un passo alla volta».

«Sì, certo. Ma non è assurdo?». Si tratta di una domanda retorica, di quello non vuole realmente una risposta. Manuel, comunque, non gliene fornisce alcuna.

Simone si volta nella sua direzione. «Sai, è come se - io non ti conoscessi nemmeno in pratica e tu neppure e nonostante questo, siamo qui a provarci».

«Ma lo abbiamo deciso insieme...» Manuel soffoca e il suo cuore perde un battito poiché non ha idea di dove l'altro voglia andare a parare e ne ha paura.

«Lo so» taglia corto Simone «Lo so e va bene. Pensavo solo che - è assurdo». Fa una breve pausa - e un po' Manuel si tranquillizza, o meglio, tenta di farlo.

«Ho letto una cosa nei diari» riprende e viene da subito fermato: «Non dovevamo parlarne più di quelli».

«Sì» replica «È solo questa - cosa». Si ferma, mordendosi piano il labbro inferiore. «C'è un momento che è messo subito dopo la prima volta che gli hai detto ti amo, ad una festa».

Manuel annuisce: ha ben impresso quel ricordo dentro alla testa. Non dice nulla, lo lascia andare avanti col discorso: «Dice che tu sei la sua metà mancante e finalmente ti ha trovato». Smette di parlare per un breve attimo, mentre osserva il modo in cui Manuel ha abbassato il capo - forse perché sta parlando di nuovo di lui e hanno promesso entrambi di non farlo più.

Per un attimo esita. In seguito, va avanti: «La metà mancante, quella parte che ti completa, come se fossimo tutti nati senza un pezzo e poi arriva qualcuno a completarci. Secondo me non è così».

Manuel è ancora lievemente teso. «Che intendi?» osa chiedere.

«Che - detta così pare quasi che questo qualcuno si incastri in maniera perfetta a noi, ai nostri – bordi netti, ma è impossibile. Nessuno può farlo». Simone sposta lo sguardo, lo rivolge nuovamente al mare, alle onde che paiono essersi calmate, insieme al vento. «Perché nel corso della vita ci rompiamo, i nostri bordi diventano irregolari e non si può trovare qualcuno che si incastri a queste linee così frastagliate. Non si può».

Scuote la testa. «Però si può trovare qualcuno che riempie gli spazi» sussurra «Che cerca di adattarsi ad ogni nostra irregolarità».

Gli sfugge una risata. «Come gli spazi tra le dita, no? Quando ci si prende per mano. Si incastrano le dita anche se non in modo perfetto, anche se qualche buco resta sempre. Ma funziona così» dice e una mano la mostra pure come se potesse essere più chiaro in tal modo.

Manuel lo fissa ancora, nervoso e col cuore che pare essersi fermato.

«Credo che tu - tu riempi i miei spazi» mormora Simone «Con o senza memoria, come se fossi una costante. Questo – questo penso sia assurdo».

Manuel non sa se esista una reazione appropriata a quel che ha appena sentito. Forse c'è, ma lui non la conosce. Forse è come essere rimasto in apnea per tanto tempo e finalmente riprendere fiato.

Forse una cosa simile.

Non dice nulla, lo preferisce. Piuttosto osserva la mano di Simone ancora tenuta a mezz'aria e allunga la propria. Fa intrecciare le loro dita, incastra quegli spazi irregolari e un sorriso gli si dipinge sulle labbra. «Così?».

Simone è incantato da quel gesto. Rimane immobile per una frazione di secondo, prima di stringere appena la presa e piano mormorare «Sì, così».


**


Manuel si stropiccia gli occhi, nel dormiveglia. Avrebbe volentieri continuato a dormire, se non fosse per il leggero picchiettio sulla spalla da parte di Simone. È goffo quando tenta di mettersi a sedere, sui cuscini del divano che si sono fatti più piatti del solito e, quindi, più scomodi.

Si avvolge nella coperta di pile rossa come meglio può, sebbene i brividi di freddo non lo abbandonano - e non lo hanno fatto per le ultime due notti.

«Ti ho portato un tè» annuncia Simone, porgendogli una tazza di ceramica lilla da cui fuoriesce il fumo della bevanda calda. Manuel la accetta, senza specificare che il tè caldo non lo fa proprio impazzire e beve soltanto quello freddo, di solito, ma sorvola su tale particolare. Ne prende comunque un sorso, che male non gli fa.

Simone rimane in piedi, con le braccia lungo i fianchi e i pugni chiusi; è incerto, si morde piano il labbro inferiore. «La febbre è scesa?» domanda.

«L'ultima volta stava a trentotto» replica Manuel e la sua voce risulta appena rauca «Che palle, dovevamo andà dalla dottoressa oggi».

Simone scrolla le spalle. «Vabbè, si può sempre rimandare» sussurra e soltanto allora prende posto seduto accanto all'altro ragazzo. I cuscini sono più che scomodi e si sente addirittura una sbarra di ferro al di sotto. «Hai preso freddo al mare l'altro giorno» puntualizza «Ti avevo detto di usare anche tu la coperta».

«Nah, serviva a te». Manuel taglia corto, un po' come ha fatto quel giorno in spiaggia quando il vento ha cominciato ad alzarsi e si è accorto di aver portato una sola coperta invece che due; ovviamente, l'ha ceduta al compagno senza remore alcuna – e senza neppure accettare obiezioni.

Simone alza gli occhi al cielo e si lascia andare ad un sospiro. «Potresti tornare di là nel letto almeno» suggerisce «Questo divano ti rompe le ossa».

Manuel butta giù un altro sorso di tè bollente, tanto da rischiare di bruciarsi la lingua - e qualcosa gli va pure di traverso. Cerca di mascherare tutto con un finto colpo di tosse. «Che?» borbotta.

«Il letto» ribadisce Simone «Non serve che continui a dormire sul divano». Lo specifica, dal momento che, da quando hanno iniziato a cercare di funzionare le cose per davvero, Manuel si è spostato per la notte di sua volontà, sostenendo fosse meglio così per la situazione attuale. Perché se devono procedere a piccoli passi, è essenziale anche tale aspetto.

Più o meno, fosse per lui tornerebbe subito in quel letto.

Quella richiesta, dunque, un briciolo il battito del cuore glielo fa accelerare e il respiro glielo smorza. Ricorda che gli è successo qualcosa di simile quando Simone, ai tempi del liceo, gli ha detto di spostarsi dal lettino accanto al proprio più grande. Non stavano nemmeno davvero insieme, all'epoca.

Ed è persino differente dalla volta in cui glielo ha chiesto dopo l'incidente.

Non sa spiegarne il vero motivo, è diverso è basta.

«Se vuoi» mormora «Cioè, se ti sta bene, posso tornare di là».

«Beh, te l'ho chiesto io» attesta Simone e accenna un sorriso. Esita per un attimo, conficcando le unghie nei palmi. Dopo non ci ragiona molto quando allunga una mano, unicamente per appoggiarla sulla fronte dell'altro ragazzo, per assicurarsi della sua temperatura. «Scotti ancora» sussurra.

Manuel si bea di quel contatto, seppur lieve. Socchiude appena le palpebre, anche quando Simone si sposta sulla guancia. «Mh-m» biascica «Devo riprendere la tachipirina tra un po'».

«Hai una bella faccia, però».

«Una bella faccia?» Manuel ridacchia e riapre bene gli occhi.

«Sì» conferma il compagno «Una bella faccia per avere la febbre».

«Devo prenderlo come un complimento?».

«Se vuoi». Simone ritira in modo lento la mano e a Manuel comincia già a mancare quel tocco. «Anche la tua faccia non è male» soffia quest'ultimo.

Simone fa una smorfia di disappunto. «Non credo» biascica e scuote appena il capo, abbassando per una frazione di secondo lo sguardo.

«Non credi?».

«No» borbotta «Io ho le - cicatrici. Rendono tutto molto meno bello».

A sentire quella frase, Manuel aggrotta le sopracciglia. Lui quelle cicatrici non le ha mai trovate orribili, non ha mai pensato che lo rendessero meno bello. Mai, neppure per un istante, anche quando lo sognava di notte e lo immaginava senza - dato che quel sogno ha sempre avuto tutto un altro significato, quel desiderio di riavvolgere il tempo e far tornare tutto come prima.

«Ma che dici» lo rimbecca, allora «Non è vero».

«Quel bambino al supermercato l'altra volta mi ha detto che sembro un mostro ed è scappato piangendo» Simone pigola. Se lo ricorda bene come si è sentito in quel momento, nonostante avesse cercato di sorridere ed essere gentile durante tale incontro fuggevole.

«Vabbè, i bambini mica lo sanno quel che dicono» cerca di sdrammatizzare Manuel, con poco successo, poiché lo vede dal suo volto che non ha funzionato a distrarlo o tirarlo su di morale.

Ha ancora la tazza in mano, col tè dentro; è la stessa che poggia sul pavimento. Fissa il compagno, inclinando appena la testa su di un lato. «A me le tue cicatrici piacciono» esclama «Sono i tuoi - bordi frastagliati».

Le guance di Simone arrossiscono. Non sa se sia per il fatto che Manuel, in quel momento, non si sta per niente riferendo a lui, che hanno smesso di farlo entrambi, quindi tale complimento è soltanto per sé, in tutto e per tutto. Non ne ha idea, il ragionamento è troppo complesso da spiegare e un po' gli gira la testa.

Per istinto, solleva una mano: la lascia a mezz'aria, col palmo rivolto verso l'altro ragazzo, che capisce, comprende subito e allora lascia intrecciare le loro dita, riempiendo i loro rispettivi spazi.

Simone sorride. Lo fa anche Manuel. Lo fanno insieme, sentendosi appena più completi.


**


Simone non ci ha pensato molto quando ha ripreso in mano quei pennelli. Gli è venuto d'istinto, forse per le troppe emozioni che sta provando nell'ultimo periodo che necessitano di essere incanalate in qualche modo. Sono state settimane altalenanti, del resto - con più picchi positivi, però.

Quel pomeriggio, si è messo davanti ad una nuova tela bianca, la stessa che ha appoggiato sul davanzale della finestra, indossando un grembiule che ha trovato nell'armadio con una scritta davanti che recita Shut up, I'm making art.

Non crede di fare proprio arte, più che altro si sfoga - ed è sufficiente.

Fuori sta piovendo, lo sta facendo da tre giorni. Le gocce d'acqua si infrangono sui vetri e un continuo scroscio è udibile anche con tutte le finestre chiuse.

Simone osserva quelle tracce di colore che ha appena steso con un pennello sottile. Non hanno un senso logico, rappresentano la confusione che ha dentro. Per quel che aveva in mente, in tali forme astratte dovrebbe esserci un volto e le sue cicatrici. Si è focalizzato molto su quell'aspetto, su quei segni che ha in faccia che delle volte odia troppo e altre, invece, considera come qualcosa di prezioso, una propria caratteristica inequivocabile.

Piuttosto assurdo.

Preso ad analizzare i dettagli di ciò che ha appena disegnato, non si accorge dell'ingresso di Manuel nella stanza. Lo realizza soltanto quando se lo trova accanto, ma non sussulta neppure perché la sua presenza sta divenendo vitale abitudine.

«Se continui così, poi appendiamo tutto e non ci resta più spazio sul muro» è il commento di Manuel, che osserva la tela parzialmente dipinta e smorza un sorriso. Lo fa anche per la visione di lui con addosso quel grembiule, lì a dipingere, nella loro stanza.

A Simone sfugge una risata priva d'entusiasmo. «Ma figurati» replica e scrolla le spalle con noncuranza «Non si capisce manco niente».

«Non è vero» Manuel lo contraddice. Lui, in quel dipinto non ancora finito, ci vede tutto: scorge un viso sebbene la forma non sia tradizionale poiché troppo tirato, eccessivamente allungato; vede delle linee rosse su di esso, che tentano di deturparlo e cancellarlo. Capisce che, forse, Simone alle cicatrici ci sta forse pensando fin troppo; qualcosa ha persino accennato alla seduta con la dottoressa Miglio, visto che sono riusciti a tornarci dopo che la febbre è passata.

Mette in rassegna ciò che ha davanti: la tela, la tavolozza rotonda di colori a tempera che Simone regge con una mano, il bicchiere di vetro rubato dalla cucina per metterci dentro i pennelli – mescolati tra puliti e sporchi – poggiato sul davanzale di marmo, insieme ai tubetti spremuti per metà.

Un mezzo sorriso si delinea sulle sue labbra. Ruba uno dei pennelli, dalla punta non troppo spessa e sfila la tavolozza dalla mano dell'altro ragazzo. «Che – fai?» borbotta quando Manuel lo sposta quasi di peso e lo spinge appena nella stanza, per condurlo davanti allo specchio a figura intera con il bordo bianco che è sistemato in un angolo.

«Chiudi gli occhi» gli viene ordinato, in un soffio.

Simone aggrotta le sopracciglia, confuso e «Perché?» domanda.

«Fallo e basta».

Esita per un breve istante, prima di obbedire. «Non sbirciare» sente Manuel rimbeccarlo. Gli sfugge una risata. «Non sbircio» borbotta.

In un primo momento non ode assolutamente niente, tanto che quasi arriva a credere che il compagno abbia abbandonato la stanza e lo abbia lasciato lì come un perfetto idiota. Gli viene l'istinto di sollevare le palpebre, ma si trattiene. «Manuel?» lo chiama, a voce bassa e stringendo i pugni lungo i fianchi.

«Ancora n'attimo» è la pronta replica.

Okay, deve aspettare. Si morde piano il labbro inferiore, appena nervoso per nessun motivo apparente.

«Mo sta fermo» gli dice Manuel.

«Ma sono fermo».

«Sì, più fermo».

Simone non comprende bene cosa significhi più fermo, dato che è immobile già da un po'. Aggrotta le sopracciglia, perplesso, ed è in tal istante che percepisce qualcosa sul viso che gli solletica leggermente la pelle – crede sia quello stesso pennello che l'altro ragazzo ha recuperato dal bicchiere. Come primo impulso, gli viene da scostarsi, però desiste. Non si muove, non ancora.

Lo fa soltanto quando Manuel soffia «Okay, ora puoi».

Quando solleva le palpebre, la prima cosa che Simone vede è il proprio riflesso. In quei ultimi giorni lo ha osservato parecchio, più di quanto abbia mai fatto in precedenza e subito dopo l'incidente e lo ha sempre visto brutto, orribile, deturpato da quelle cicatrici che vorrebbe cancellare via, come delle tracce di matita da eliminare con una gomma. Ha sempre finto non gli pesasse in maniera eccessiva, concentrato su altro, eppure adesso tale aspetto grava su di lui al pari di un macigno.

Tuttavia, c'è qualcosa di diverso stavolta che cattura la propria attenzione: a seguire le linee delle sue cicatrici sull'occhio, sull'angolo della bocca, sul naso, ci sono delle tracce rosse di pittura; lo fanno in modo armonioso, con tratti delicati e un colore tenue.

Gli basta spostare di qualche centimetro lo sguardo per intravedere nello specchio il volto di Manuel, che gli sta accanto, in piedi, con ancora il pennello sporco in una mano e la tavolozza nell'altra.

Quelle stesse tracce rosse compaiono sul suo viso: uguali, nella stessa posizione - a replicare ogni singola cicatrice.

Un briciolo gli si smorza il respiro, perché non sa cosa dire – o forse perché direbbe troppo.

«Te l'ho già detto che mi piacciono le tue cicatrici, Simo» sussurra Manuel e gli parla rivolgendosi direttamente al riflesso, osservando entrambi tramite esso. «Così magari piacciono pure a te».

Compie mezzo giro attorno al compagno, quel che basta per essergli di fronte. Lo scruta per una frazione di secondo, piegando il capo su di un lato. La stanza non è molto illuminata, la luce che proviene dall'applique non è sufficiente per riempire tutto l'ambiente e il fatto che stia piovendo fuori e il sole sia assente non aiuta. Ciò nonostante, riesce benissimo ad osservare i suoi lineamenti, a bearsi di tale visione, di quella bellezza che li caratterizza.

Perché che Simone sia bello lo ha sempre pensato, lo ha fatto da molto prima che realizzasse che i ragazzi effettivamente gli piacessero.

È probabile che, se dovesse descrivere la perfezione, lo farebbe pronunciando il suo nome.

«Ne hai ancora una, giusto?» mormora «Di cicatrice».

Simone è incantato e ci impiega qualche attimo a rispondere. Sbatte rapido le palpebre e annuisce.

«Tieni» esclama Manuel, porgendogli sia il pennello che la tavolozza di colori. «Questa la devi fà te». Fa un passo indietro, frattanto che Simone accoglie tra le mani i due oggetti.

Con lentezza, Manuel si sfila la maglietta bianca a maniche corte che indossa e la lascia cadere sul pavimento con noncuranza.

Le dita di Simone tremano appena ed è lo stesso brivido che scivola lungo la sua schiena. Il proprio sguardo percorre in maniera estremamente e dolorosamente lenta il torace scoperto dell'altro ragazzo, insieme all'addome. Analizza i suoi tatuaggi: il serpente attorcigliato che ha al centro esatto dello sterno, la forma d'occhio che spunta appena sotto e le due rondini che convergono sopra l'osso del bacino.

Non è in grado di formulare un pensiero coerente. Sì che pensa che quei tatuaggi li vorrebbe baciare ed è disarmante il modo in cui arriva a tale conclusione con estrema naturalezza.

Deglutisce a fatica, stringendo la presa sul pennello. In seguito, preleva del colore rosso direttamente dalla tavolozza. È una linea netta quella che disegna sul corpo di Manuel, sul suo costato come avesse davanti una tela bianca, a riprodurre quel segno permanente che lui stesso si porta addosso.

Manuel attende che finisca, ma gli occhi non glieli toglie di dosso, neppure per un attimo.

«Vedi che mó siamo uguali» dice, in un sussurro.

Simone tiene ancora il pennello alzato quando l'ombra di un sorriso si dipinge sulla sua bocca.

«Come due opere d'arte» aggiunge Manuel e si lascia scappare una fiacca risata. È la stessa che scaturisce da Simone, quella che gli amplia il sorriso e piano mormora: «Un po' imperfette».

«Coi bordi frastagliati».

Manuel piega il capo su di un lato, per poter ammirare meglio chi gli sta di fronte.

Forse è la visione che ha da quella prospettiva, forse il rumore della pioggia che scroscia al di fuori e si abbatte sui vetri che fa da sottofondo, il cuore che gli batte in maniera troppo forte e il caldo che prova nonostante l'aria sia gelida.

Forse un po' tutto che in quel preciso momento lo spinge in avanti, a sporgersi in direzione del compagno e piano posare le labbra sulle sue.

È un bacio che dura poco, pochissimo, nemmeno il tempo di realizzare ciò che sta accadendo. Resta ancora abbastanza vicino, tanto da percepire il suo respiro addosso. Rimane fermo, per attendere una sua reazione oppure per realizzare quanto ha compiuto perché quello non è proprio un singolo e minuscolo passo. È tutto il contrario.

Ah, pensa che forse ha sbagliato.

Oppure no.

Oppure ha fatto la cosa più giusta che possa esserci tra di loro.

Non deve ragionarci troppo, comunque, perché adesso è Simone a far collidere le loro bocche, in maniera delicata, attenta, in un secondo bacio dove inserisce timidamente la lingua. Lo interrompe dopo qualche secondo e sfiora la punta del suo naso con la propria.

«Così va bene?» soffia.

A Manuel trema il petto. Annuisce e ride, una risata che è rotta d'emozione. «Sì» sospira «Sì, così va bene».

Fa ancora cenno di sì con la testa e fa scoccare un nuovo bacio, più intenso del precedente, che dura più a lungo, tanto che il pennello e la tavola dei colori ricadono dalle mani del compagno e si infrangono a terra con un lieve tonfo.

Simone manco ci bada poiché le sue dita vanno a posarsi sul petto dell'altro ragazzo. Quest'ultimo, porta un palmo sul lato del suo collo, attirandolo di più a sé per sentirlo ancora più vicino, ancora più addosso.

Manuel si costringe ad interrompere il contatto delle loro bocche solo perché si sposta; sposta quei baci per andare a sfiorare con le labbra le tracce rosse sul suo volto.

Bacia le sue cicatrici, una ad una, con delicatezza, con cura, alzandosi sulla punta dei piedi per raggiungere quella sul sopracciglio.

Simone socchiude le palpebre perché quel tocco è come se lo stesse guarendo in modo inspiegabile. Tale sensazione si accentua quando Manuel, sempre con gesti lenti e attenti, gli slaccia il grembiule e glielo sfila, medesimo gesto che compie con la t-shirt celeste che ha indosso – e fa ricadere entrambi gli indumenti sulle mattonelle del pavimento.

I baci arrivano lievi sulla ferita rimarginata che ha sul torace e a scendere sull'addome.

Un briciolo gli fa pure il solletico con quell'accenno di barba che a Manuel sta ricrescendo sulle guance e sul mento.

Simone vorrebbe parlare, vorrebbe dire qualcosa. Vorrebbe spiegare quanto in quel momento si senta bene, che da quando ha riaperto gli occhi e la propria vita ha dovuto ricominciare da zero, non ha mai provato un simile benessere.

Eppure resta in silenzio. Non parla.

Non parla lui, non lo fa nemmeno Manuel, che è lo stesso che poi gli afferra piano le mani e le solleva quel che basta per baciare prima i suoi polsi, dopo il dorso e ad una ad una le dita. Lo fa guardandolo per tutto il tempo, facendo fondere i loro occhi l'uno dentro l'altro - perché manco ci riescono a smettere di far collidere i loro sguardi.

Simone non emette suono quando, poco dopo, Manuel lo conduce verso il letto matrimoniale sopra al quale si siede, sul bordo del materasso.

Manuel resta in piedi, gli è di fronte. Gli sfiora uno zigomo col pollice. Ha il fiatone e non è per qualche sforzo compiuto, piuttosto per l'euforia che si mescola all'ansia e creano una combo micidiale.

Lo guarda, lo vede ancora una volta come piccolo e fragile sebbene a livello strettamente fisico potrebbe addirittura essere il contrario, almeno visti da fuori.

«Se non vuoi fare niente, non facciamo niente» soffoca, poiché quell'evento si è svolto in fretta, ha lasciato che lo facesse, trascinato dalle proprie emozioni, quindi lo deve chiedere.

Deve chiedere se a lui sta bene, se vuole andare oltre proprio in quel momento, lì, adesso, ora - per quanto il desiderio lo stia logorando dentro.

Simone lo fissa con la bocca schiusa. Non capisce subito la domanda, afferra il concetto con qualche secondo di ritardo.

Non replica a parole, piuttosto si sporge in avanti di qualche centimetro quel che è sufficiente a posare le labbra sulla pelle del compagno, a sfiorare con esse il suo addome, il tatuaggio a forma di occhio appena sopra l'ombelico; permane più di qualche attimo in tal punto, mordicchiandolo piano. Risale in maniera lenta, andando a depositare un bacio al centro dello sterno dove spunta il tatuaggio del serpente.

Manuel si lascia andare ad un lungo sospiro. Capisce la sua risposta seppur non detta ad alta voce.

Va bene così.

Infila una mano tra i suoi capelli, facendo scorrere le dita tra i ricci leggermente scompigliati. Dopo sale sul materasso, con le ginocchia puntate sui lati dei fianchi dell'altro ragazzo, che è costretto a distaccarsi per concedergli lo spazio.

Simone non lo sa più cosa succede da quel momento in poi. Non calcola e non analizza il resto dei loro movimenti, il modo in cui lo spoglia e si lascia spogliare, i loro vestiti che disordinati finiscono sulle mattonelle fredde.

È un miscuglio di sensazioni tra tatto - per le mani di Manuel che sono ovunque, che lo toccano e accarezzano come fosse la cosa più preziosa e delicata al mondo - gusto perché Manuel sa di qualcosa, forse di tè freddo al limone e menta, non riesce bene a decifrarlo - e l'odore del suo profumo di borotalco che viene travolto da quello alla vaniglia del lubrificante che il compagno recupera dal cassetto del comodino e che poi percepisce addosso.

Manuel risulta teso all'inizio per paura, principalmente, di rovinare tutto, come ha fatto durante la loro prima volta, in quel modo che vorrebbe cancellare perché avvenuta in un momento sbagliato, con dei sentimenti ancora incerti. Perlomeno, pensa, adesso a quella versione di Simone può dedicare una prima volta diversa e degna di essere considerata tale.

Gli è sdraiato addosso, tra le sue gambe appena divaricate, cercando di non gravare troppo su di lui col proprio peso. «Tutto okay?» domanda ancora, sussurrando ad un suo orecchio.

Simone annuisce. «Tutto okay» sibila.

Lo è davvero.

È assolutamente tutto okay e non c'è qualcosa che cambierebbe, qualcosa che vorrebbe di diverso.

È tutto okay quando Manuel gli solleva il bacino, piazzandosi un cuscino sotto per farlo stare più comodo ed è tutto okay quando lo sente dentro di sé, quando le loro dita si intrecciano sul materasso, a riempire i rispettivi spazi.

È assolutamente tutto okay sentire la sua voce che piano gli sussurra alle orecchie «Sei bellissimo» - e lui si inebria di quel suono; lo fa chiudendo gli occhi e sorridendo e poi ridendo mentre le loro bocche si ritrovano.

Non c'è bisogno di null'altro in quella stanza, con la pioggia che fa da colonna sonora, insieme ai loro sospiri e gemiti.

Di due corpi che si uniscono e diventano uno solo.


**


Da quel letto non si sono mossi per le successive due ore.

Se ne stanno lì, nudi con le lenzuola attorcigliate attorno.

Simone appoggia placidamente il capo sul petto di Manuel, mentre con un dito traccia il contorno del tatuaggio sul suo sterno, seguendo in maniera minuziosa le linee scure. Ha una sensazione di totale beatitudine addosso, con una mano che l'altro ragazzo gli passa nei capelli, giocherellando coi propri ricci scompigliati.

Fuori piove ancora, ma in modo più lieve.

«Stai bene?» mormora Manuel. Non ha mai smesso di chiederlo in quell'arco di tempo.

Probabilmente è una di quelle domande che potrebbe fargli sempre perché che lui stia bene è una priorità.

«Sto bene» replica Simone, in un sussurro.

Che sta più che bene, in realtà.

Solleva la testa in tal momento e scivola un briciolo in su per poter reclamare un ennesimo bacio sulla bocca, che gli viene concesso senza esitazione. Scopre che non ne più fare a meno, di quello, del suo odore di borotalco e del suo tocco.

Manuel si sofferma a fissarlo. Lo vede con le labbra leggermente gonfie, le gote arrossate e le tracce di pittura rossa in faccia che si sono sbavate. Pensa che stanno bene tutti e due, adesso, nonostante tutto quello che è successo.

Pensa alle parole di Simone alla spiaggia, di come il loro amore sia costante oltre alla memoria svanita, oltre gli ostacoli, oltre ogni cosa. E sì, è assurdo, lo sa benissimo.

È che a lui ci è legato a filo doppio, sia prima che dopo.

Porta una mano accanto al suo viso e con due dita sfiora i bordi delle cicatrici, una per una. Lo fa mentre l'altro socchiude le palpebre per godersi quel contatto lieve.

Manuel manco riesce a realizzarlo che, alla fine, è tutto là, in quei segni sulla pelle: quel che hanno passato, il dolore provato, la tragedia subita. Ogni cosa è racchiusa in quei piccoli segni all'apparenza insignificanti - e che, invece, racchiudono un mondo intero.

Simone riapre gli occhi con lentezza, mentre i polpastrelli del compagno ancora gli accarezzano la cicatrice sopra al labbro. Nota il suo sguardo attento, la sua espressione assorta. «Che c'è?» soffia, sorridendo timido.

«Niente».

«Sicuro?».

«Mh-m». Manuel annuisce e ora un suo palmo si posa delicato sulla sua guancia. Sfrega un pollice sullo zigomo.

«Ti guardavo» biascica «E pensavo a quanto ti amo». Finisce per mordersi la lingua al pronunciare quella frase, un po' perché detta di puro istinto, trascinato dal momento, un po' perché pure stavolta non glielo ha lasciato dire per primo.

Il cuore di Simone sussulta, rischia di perdere un battito o addirittura fermarsi. Ha una mano ancora ferma sul petto dell'altro ragazzo e, da quel che recepisce da sotto le dita, capisce che pure per lui succede lo stesso.

«Ami me?» pigola.

A Manuel sfugge una risata, euforica e spezzata al contempo. I suoi occhi si son fatti lucidi. «Amo te» sottolinea «Te».

L'importanza di tali parole in quell'istante non la comprende, non del tutto.

Simone sì, però. Gli entrano nelle orecchie al pari di una dolce e soave melodia.

Te, te, te.

Amo te.

Se lo ripete in testa, una volta, due, centomila volte.

Perché è te e non lui. Non c'è alcun riferimento a lui.

Ricerca ancora le sue labbra. Lo bacia con appena più impeto, sollevando il busto. Manuel che approfitta per ribaltare le loro posizioni, rotolando sul materasso e ritrovandosi parzialmente sdraiato sul suo corpo. Sfiora la punta del suo naso con la propria.

Simone sorride. Vorrebbe quasi chiedergli di ripeterglielo per memorizzare meglio quel suono, unito a quello delle lievi risate che risultano come musica.

Ma non c'è bisogno di domandarlo.

Manuel glielo bisbiglia ancora «Ti amo» sempre più piano, fino a sillabarlo e basta, senza emettere suono. E Simone assimila ogni suo mormorio, fino a farselo arrivare sottopelle.


**


«Ma quindi mó che devo fà?».

Manuel ha il joystick in mano e se ne sta seduto a gambe incrociate sul letto. Glielo ha prestato loro Matteo perché Simone ha insistito tanto per cominciare un videogioco, solo che non è riuscito ad utilizzarlo con i tasti del portatile e quindi l'amico ha dovuto cedere.

È proprio Simone che gli siede accanto, osservando lo schermo del computer tenuto rialzato da due libri - che con un cuscino ci hanno provato, ma la ventola ha iniziato a fare un rumore troppo forte e ha rischiato di far saltare tutto. «Devi muovere il personaggio» gli spiega e rapido deposita un bacio sulla sua spalla, al di sopra del tessuto leggero della maglietta bianca del pigiama.

Manuel schiocca la lingua sul palato. «Vabbè, ma sta a scuola» commenta «Dove deve andà?».

«Ma te lo ha detto prima, devi esplorare e poi andare in bagno».

«Pure in bagno vanno questi?».

Simone ride. Lo ha capito che in realtà al compagno quelle cose non piacciono e che lo sta facendo per farlo contento. Sorvola poiché le espressioni che assume e le smorfie che fa sono piuttosto divertenti.

«Guarda che è figo» insiste «È solo che stai all'inizio».

Manuel sbuffa, mentre le sue dita si muovono sui tasti e la levetta del joystick. Nel video il personaggio in 3D si muove a scatti. «Sarà» borbotta «Non ho capito come fanno a piacervi ste robbe».

«Te l'ho detto! Perché non sei ancora alla parte bella» Simone è irremovibile «Cioè lei ha un potere assurdo, fa tornare indietro nel tempo e succedono casini con l'amica solo perché la vuole tirare fuori dai guai».

«Seh, il potere è bello».

«Ti piace?».

«Non me dispiacerebbe averlo».

Gli sfugge una risata. «Ah, pensavo che come superpotere volessi quello di essere più alto».

Quella affermazione gli esce di bocca senza pensarci troppo, in modo sereno, in realtà, perché non si rende conto di ciò che ha detto. Come potrebbe?

Manuel lo fa, però. Non può non accorgersene. Smette di giocare per un breve attimo, aggrottando le sopracciglia. Volta di qualche centimetro il capo, per osservare il suo profilo ancora attento sullo schermo e sull'evolversi del videogioco. «Che c'è?» chiede Simone, con un sorriso ancora stampato sulle labbra - che per lui non c'è proprio niente, sta soltanto passando un pomeriggio col proprio ragazzo davanti ad un videogioco in un pigro pomeriggio di domenica.

«Tu - come la sai cosa del superpotere?» tali parole fuoriescono dalla bocca di Manuel a fatica, quasi boccheggia.

«In che senso?».

«Che non te l'ho mai detta».

Simone il sorriso non lo leva, non del tutto, perché non capisce quale sia il problema. «Non lo so» borbotta «Magari l'ho letto nei diari».

Facendo mente locale, Manuel non trova alcun riferimento a tale episodio in quelle pagine, anche perché è un avvenimento recente che di sicuro lui non ha fatto in tempo a mettere su carta. Ma pensa che potrebbe pure sbagliarsi oppure che quella sia soltanto una coincidenza.

Sceglie di non darci troppo peso. «Sì, magari lo hai letto lì» taglia corto e riprende a giocare con un peso in più sul petto.


**


Nei giorni a seguire, Manuel cerca di carpire altre strane coincidenze, ma non ce ne sono – per quanto stia attento. Così se ne dimentica, ci passa sopra perché ha promesso alla dottoressa Miglio di non rimuginarci troppo su tutte le cose che gli passano nella testa, quindi sceglie di non dare peso a tale sua paranoia.

Che quella è, no?, pensa che non può assolutamente essere altro.

Quel pomeriggio si trova a lavoro. È presto, il servizio per la cena è ancora in preparazione, ma è metà settimana, non si aspetta troppi coperti da seguire.

Ha già apparecchiato tutti i tavoli, pulendo posate e bicchieri. Il ristorante dove lavora non gli piace molto, ha uno stile che non rientra nei propri gusti – fosse per lui, cambierebbe l'arredamento rendendolo più moderno, dato che quello attuale è vecchio, datato, coi pavimenti di legno che scricchiolano, e sicuramente rivoluzionerebbe pure il menù; però a quanto pare alla gente piace comunque, quindi lascia perdere e incassa le mance che son sempre piuttosto generose, stranamente.

È fermo davanti ad un bancone di legno lungo e stretto, che viene usato principalmente per appoggiarci sopra le pile dei menù chiusi in cartelline verde petrolio, le stesse che cerca di sistemare così da poter essere pronte per la cena. La sua attenzione è focalizzata su tale operazione, tuttavia, alzando il capo, un sorriso si delinea sulle sue labbra. Fuori dal locale, davanti alla porta di vetro di ingresso, scorge la figura di Simone, che tiene una mano in tasca e l'altra la agita per salutarlo.

Scuote il capo, molla i menù. Si guarda attorno e okay, i pochi colleghi che ha stanno addirittura chiacchierando tra di loro poco distanti, quindi se esce per qualche minuto non è un problema.

Non recupera la giacca, si indirizza fuori dal locale, socchiudendo la porta di vetro alle proprie spalle.

«Ma che ci fai qui?» esclama e dà un bacio rapido a stampo sulle labbra al compagno.

Quest'ultimo scrolla le spalle e «Mi annoiavo a casa» spiega, in breve.

«Non eri super impegnato co' quel videogioco?».

«L'ho finito. Due volte».

«Ah, ecco».

Simone sta in silenzio per un attimo. Abbassa lo sguardo e inconsciamente – o meno – fa incastrare due dita con quelle dell'altro ragazzo. «Stavo pensando di – trovare qualcosa» dice «Da fare, intendo».

«Cioè?».

«Cioè – qualcosa anche per aiutarti. Ci sono i soldi che mi mandano i miei, però vorrei... Boh, essere utile anche io». Fa una pausa, mordendosi piano il labbro inferiore. «Solo che tipo il novantanove per cento delle cose che stanno sul mio curriculum non so manco cosa siano».

Manuel ridacchia, sebbene quel particolare gli susciti sia sofferenza che tenerezza – questo per il modo in cui pronuncia una simile frase. «Posso provà a chiedere qua» propone, un po' di getto.

«Qua?».

«Eh, e dove se no?» strabuzza gli occhi, a sottolineare l'ovvietà. «Tanto il proprietario ormai me conosce, ce parlo un po', spiego la situazione. Mica devi fà chissà che, ma può essere un inizio».

Simone lancia un'occhiata all'interno del locale, attraverso il vetro. Di fatto, è la prima volta che mette piede lì nella sua nuova vita. «Sei sicuro?» esita «Poi mi devi sopportare tutto il giorno».

«Ah, farò questo sacrificio» Manuel afferma. Gli si avvicina lentamente e si alza di poco sulla punta dei piedi per far collidere le loro bocche in un bacio che vien loro naturale come l'atto di respirare. «Mo devo rientrare, però» sussurra. Simone annuisce, mentre gli sfiora la punta del naso con la propria e «Mh-m» biascica.

«Scrivimi appena arrivi a casa».

«Ti aspetto per mangiare».

«Torno tardi».

«E aspetto fino a tardi».

Manuel vorrebbe quasi rimproverarlo, dirgli che non deve aspettare la mezzanotte passata per mangiare, ma sa che sarebbe inutile. Per cui non obietta. Piuttosto fa un passo indietro e in modo lento interrompe il contatto delle loro mani.

Simone gli sorride, nemmeno lui proferisce parola o lo punzecchia. Attende che il compagno rientri nel ristorante e lo guarda finché la sua figura non scompare dal proprio campo visivo.

Va via soltanto allora.


**


Quella mattina, Manuel viene svegliato da un incessante chiacchiericcio. Sta a pancia in giù sul materasso, coperto dal piumone. Allunga una mano al proprio fianco, per cercare Simone, ma trova soltanto il letto vuoto. Ci impiega poco, comunque, a riconoscere la sua voce, unita a quella di Matteo, provenire direttamente dalla cucina.

Come primo istinto ha quello di roteare gli occhi perché è domenica, è presto e poi che diavolo ci fa Matteo a casa loro pure di domenica?

Non ne ha idea. Sbuffa e si alza a fatica. Controlla rapidamente l'ora sul telefono, sono a malapena le nove del mattino – è una follia.

Recupera una felpa dall'armadio, larga, grigia e col cappuccio che manco gli appartiene, con elevata probabilità. È ancora assonnato quando raggiunge gli altri due ragazzi, seduti al tavolo davanti ad un vassoio di cornetti alla marmellata d'albicocca.

«Ma voi non dormite mai?» borbotta. D'istinto, ha già poggiato una mano sulla spalla di Simone e si china appena per poter depositare un bacio fugace sulla sua tempia.

Matteo osserva tal gesto con gli occhi quasi lucidi e il velo di un sorriso che gli si dipinge sulle labbra – poiché è felice per loro, di vederli di nuovo così, insieme, ancora una volta Simone e Manuel.

«Lo so, colpa mia» esclama poi «Ero nei paraggi e ho pensato de portarve la colazione».

Manuel cerca di non fargli notare che ha portato soltanto cornetti alla marmellata che a Simone non piacciono. Si trattiene, dal momento che capisce le sue buone intenzioni, ragion per cui si limita a fargli un cenno col capo come ringraziamento.

«Ho anche fatto il caffè, sta uscendo» annuncia invece Simone.

«Lo metto io» replica Manuel. Apre la credenza per prelevare le tre tazzine di ceramica dentro le quali dopo versa la bevanda calda dalla moka. I suoni risultano un po' ovattati, forse dovuto al fatto che si è appena svegliato e non è propriamente connesso al mondo.

Sente i discorsi dei due – ancora sui videogiochi, ovviamente, non crede parlino d'altro, è diventata una ossessione. Posa le tazzine piene sul tavolo e, in seguito, trascina sul pavimento una terza sedia per accomodarsi anche lui.

Si sistema accanto al compagno, che sta continuando tranquillamente la conversazione con l'amico; è probabile che per questo neppure si accorge del modo in cui afferra il barattolo dello zucchero e versa tre cucchiaini dentro al caffè.

Manuel è spettatore di quel gesto che, ai suoi occhi, si svolge a rallentatore. Schiude le labbra e aggrotta le sopracciglia. «Simò?» lo richiama.

Simone gli rivolge l'attenzione e «Cosa?» borbotta.

«Hai – messo lo zucchero nel caffè».

No, non lo ha per nulla realizzato prima. Non è qualcosa che ha fatto con intenzione, è successo in maniera spontanea. Lui a compiere tale azione non ci ha minimamente pensato. È per questo che raggela, che comincia a tormentarsi sui mille motivi per i quali ha messo quel dannato zucchero nel caffè che pare una cosa sciocca, ma non lo è.

Matteo osserva entrambi, confuso – non capisce, non può farlo. «Qual è il problema?» osa chiedere.

«Che lo prende amaro» è la pronta risposta di Manuel, che lo sguardo di dosso a Simone non lo ha staccato neppure per un secondo: lo vede fisso su quella tazzina di caffè che fuma, reggendo il cucchiaino tra le dita tremanti.

«Vabbè, uhm – prendi il mio, mh? Non ho ancora messo niente» Matteo cerca di rimediare ad un errore che non manco vede. Fa scivolare la tazzina sulla superficie piana verso l'amico. Manuel intercede e «Seh, facciamo così» esclama «Okay, Simó?».

Simone sta ancora analizzando la propria mano che in quel momento gli pare appartenere a qualcun altro - perché quei gesti non li ha controllati. Sbatte rapido le palpebre per tornare alla realtà. «Sì - io... Va bene» biascica.

Manuel se ne accorge di come il compagno sia visibilmente teso, pure quando Matteo scambia le due tazzine. Si rende conto che probabilmente sarebbe stato meglio se non avesse fatto notare nulla e basta. Così tenta di rimediare con «Mattè, ma quindi - hai altri giochi da farci fare? Simone l'ultimo l'ha fatto pe' tre volte».

Ma Simone ancora non riesce ad essere nuovamente coinvolto nel discorso e le parole di Matteo manco le sente. I suoi occhi risultano vacui, assenti, così che Manuel allunga una mano, la poggia sulla sua coscia, quasi se attraverso quel contatto possa riportarlo al mondo reale.

Funziona, dopo un po', quando Simone scuote il capo, indossa un sorriso al pari di una maschera e riprende a parlare di videogiochi, mostrandosi interessato e ponendo domande.

Manuel, invece, la mano non la sposta. La mantiene salda nello stesso punto, muovendo di tanto in tanto le dita e in quel modo comunicandogli che è lì, insieme a lui, in quella realtà che spera non inizi a disintegrarsi d'improvviso.








[Note autore:

Ciao a tutt*! Grazie per aver letto fin qui!
Questo è uno dei miei cap preferiti - per la scena della pittura - spero di non avervi annoiato.
Alla prossima]

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