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Sotto le stelle


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Simone lo invidia profondamente, lui.

Che è un po' un paradosso, considerando che invidia sé stesso.

Il punto è che non avere ricordi di ciò che è stato equivale a non aver mai vissuto simili sensazioni, momenti che risultano andati persi per sempre e che non possono tornare indietro.

E così si ritrova a desiderare di provare quelle cose, di sentirle sulla propria pelle.

Simone si osserva allo specchio, fa il confronto con le foto di lui che ha sul telefono che tiene in mano ed è tutto diverso e lo odia. Gli occhi sono differenti, il sorriso che non riesce a fare allo stesso modo poiché la cicatrice sul labbro glielo impedisce.

Sono particolari a cui non dovrebbe nemmeno badare, eppure lo fa fin troppo.

Perché quel Manuel non è innamorato di me gli rimbomba in testa e se prima si trattava solo di una supposizione, ora pian piano sta diventando una certezza.

Quel giorno, Manuel torna a casa con leggero anticipo. Dalla camera da letto, Simone sente le chiavi girare nella toppa e la porta che viene aperta e chiusa. Distoglie lo sguardo dal proprio riflesso, su cui è rimasto fisso per eccessivi minuti, giusto in tempo per osservare Manuel entrare nella stanza, con ancora lo zaino sulle spalle.

«Sei tornato prima» sussurra.

«Stava meno gente oggi» replica Manuel, distratto.

Simone si limita ad annuire, mentre lo vede rimuovere lo zaino dalle spalle e abbandonarlo con poca cura sul pavimento, davanti ad uno dei comodini. «Vuoi fare una foto con me?» domanda, sentendosi un briciolo stupido in tal momento, difatti si ritrova a mordersi l'interno della guancia, nervoso.

Manuel è fermo a qualche metro di distanza. Si toglie la felpa col cappuccio che ha indosso e la getta sul materasso. «Una foto?» replica «Perché?».

«Non ne abbiamo insieme» dice Simone. Vorrebbe aggiungere non ne hai con me, però si trattiene. Manuel esita per mezzo secondo poiché non afferra proprio il concetto, ne hanno un sacco di foto insieme. Prima, perlomeno.

Poi «Vabbè» taglia corto e si avvicina all'altro ragazzo, quel che basta ad essere nella stessa inquadratura «Come me devo mette?».

«Come vuoi».

Sono uno accanto all'altro quando Simone scatta la foto col telefono. Guardando l'immagine appena ottenuta, nota che non traspare nulla: è qualcosa di piatto, vuoto, come i loro sguardi.

«Come è venuta?» chiede Manuel, allora. Simone scuote il capo, non gli mostra nulla e «È venuta mossa» mente «Facciamone un'altra, solo – magari avvicinati un po'».

Manuel gli obbedisce, si sposta di qualche centimetro. Simone tiene il braccio sollevato, pronto a catturare un ulteriore frammento di realtà; tuttavia, poco prima di premere di nuovo sull'otturatore, volta il capo nella direzione del compagno, il quale fa lo stesso solo per dire «Hai fatto?».

A ciò non vi è risposta, poiché Simone si spinge ancora in avanti e poggia le labbra sulle sue. È soltanto ora che scatta la foto.

Manuel prova l'impulso di distaccarsi, ma dura un battito di ciglia. Rimane immobile, con le palpebre appena socchiuse. È Simone ad interrompere quel bacio per primo, rimanendo comunque abbastanza vicino da potersi respirare addosso. «Scusa» bofonchia e mette giù il braccio che regge il telefono.

«Non devi scusarti».

Quelle parole gli suggeriscono qualcosa, che può farlo di nuovo e quindi fa scontrare ancora le loro bocche. Ha successo, per un attimo, mentre inserisce timidamente la lingua e spera che sia sufficiente per percepire anche solo un briciolo di ciò che ha letto nei diari.

Manuel si lascia coinvolgere: appoggia un palmo aperto sul suo collo, intanto che le dita dell'altra mano si aggrappano al tessuto leggero della sua t-shirt tinta panna. Lo attira a sé. Poi si blocca, all'improvviso. Si scosta e fa un passo indietro.

Simone ha il fiatone e le labbra gonfie e arrossate. «Perché ti sei fermato?» biascica, a tratti leggermente deluso.

«Perché – non è così che deve andare».

«Così» ripete «Che – che significa così?».

«Così - tu» Manuel allarga le braccia, con lieve esasperazione. Si passa una mano sul volto e sente pizzicare sotto le dita perché la barba gli sta ricrescendo e non si rade da tre giorni. «Okay, io - scusa» aggiunge «Sto cercando di gestire 'sta situazione e...».

«'Sta situazione?» Simone gli fa da eco «Sono così un peso per te?».

«Non sei un peso, Simò, che cazzo dici» è la replica di Manuel, che alza gli occhi al cielo per trattenere nuove lacrime – ha già pianto troppo per i propri standard. Posa le mani sui fianchi. «È che pensavo fosse più - facile» confessa e si pizzica la lingua quando pronuncia quella frase, che significa un po' dare ragione a Floriana e Dante, col loro sostenere che si trattasse di qualcosa di più grande di lui.

«Tu sei qui, con me, ma tutto sembra diverso, io – anche quando ti bacio mi sembra diverso e non voglio che lo sia».

«Perché tu rivuoi lui».

«Io non ho manco capito che vuol dì quando parliamo di lui!» sbotta e ora le braccia le allarga, esasperato «So solo che - tu prima che mettevi un sacco di zucchero nel caffè che faceva schifo a berlo e mò lo prendi amaro. So che facevamo i piatti insieme, cantando in cucina come due scemi, che ce guardavamo le serie insieme e te facevo mille domande su ogni scena e tu sbuffavi e allora te ne facevo altre per darti fastidio e... E che la notte me abbracciavi mentre dormivi e invece adesso te giri dall'altra parte». Sta soffocando. Il cuore lo sente battere persino nelle tempie.

«Non è colpa mia» biascica Simone. I suoi occhi si son fatti lucidi, a differenza di quelli del compagno.

«No che non è colpa tua» ribatte Manuel, a bassa voce e scuote il capo «Serve soltanto del tempo». Fa una breve pausa, lasciando andare un lungo sospiro. «Non so un sacco di cose, Simó» farfuglia «Non ne le ho mai sapute, ma - a te non ti voglio perdere».

Simone tira su col naso. In realtà ogni parola di Manuel lo manda in tilt perché capisce benissimo che si sta rivolgendo alla sua altra versione. Per cui abbassa lo sguardo, manda giù a fatica la saliva. «Se io ricordassi...» mormora «Se io ricordassi, tu saresti felice?».

«Che domanda è?» replica Manuel e gli sfugge una risata isterica «Sarei la persona più felice della Terra«. Sospira e compie un passo nella direzione del compagno: «Ma c'è la probabilità che non accada, per cui - sto cercando di scendere a patti pure co' questo».

Simone rimane in silenzio. Non aggiunge ulteriori parole, forse perché non occorrono, forse perché direbbe qualcosa di sbagliato.

Sta zitto pure quando Manuel lo tira appena verso il basso per potergli baciare una tempia e gli sussurra che sistemeranno tutto.

Non crede ci sia un modo concreto per farlo, però è convinto ne esista uno per realizzare uno - se non l'unico - dei suoi desideri.


**


Un anno,
due mesi
e dodici giorni prima


«Tu sei – sicuro di questa cosa?» Simone lo domandò con un sopracciglio inarcato. Si guardò attorno in quell'appartamento vuoto e spoglio, con persino le pareti scrostate.

«Simò, sta il terrazzo!» lo interruppe Manuel, che gli stava di fronte e allargava le braccia come se attraverso quel gesto avesse potuto manifestare tutta la propria euforia. «Sta il terrazzo» ripeté «Che ce frega del resto».

«Sì, ma mica viviamo sul terrazzo» fece notare Simone. Lanciò ancora un'occhiata all'ambiente circostante, incerto.

«Non era quello che volevamo?» appuntò Manuel e gli prese entrambe le mani tra le proprie. Erano in piedi nella stanza che avrebbe dovuto essere la loro – eventuale – camera da letto, pur senza mobili. «Chi se ne frega se la casa è piccola, ma deve avè il terrazzo» aggiunse.

Simone accennò un sorriso. Abbassò e alzò lo sguardo più volte. Corrucciò le labbra in una smorfia. «Quello è perché mi sono fissato io» mormorò «Tu mi stai soltanto accontentando».

«E che fa?» replicò Manuel e abbozzò una risata. «Volevamo un posto pe' vedè le stelle e qui lo abbiamo» proseguì «E costa pure poco, considerando che semo a Milano. Non potrei chiedere di meglio».

«Sicuro?» Simone era ancora incerto «Perché possiamo vederne altre e...».

La sua frase venne interrotta da Manuel che si sporse nella sua direzione e lo mise a tacere con un bacio, delicato e intenso, uno di quelli da togliere il fiato – che poi Simone si ritrovasse col respiro corto ad ogni bacio di Manuel era un altro discorso.

«Me va bene questa» esclamò quest'ultimo.

Simone arricciò il naso e un sorriso si allargò sulle sue labbra. Gli venne l'impulso di domandargli ancora se gli andasse bene, se fosse okay, ma si trattenne. Non era ancora bravo ad arrendersi al modo in cui Manuel avrebbe fatto qualunque cosa per lui, nonostante tutti quegli anni passati insieme. Viveva ogni giorno come fosse il primo, quasi.

E manco gli dispiaceva, per niente.


**


Simone non si limita soltanto a leggere i diari, quelli di lui.

No, fa di più, finisce quasi per impararli a memoria. Nonostante non ci sia raccontato ogni giorno, dei momenti più importanti c'è sempre una descrizione dettagliata, persino dei vestiti che avevano addosso. Non sa il motivo per cui perdesse così tanto tempo a riportare i più minimi particolari, ma non può che ringraziare il fatto che può perfettamente visionare la scena, pur non avendola vissuta - circa.

Ad esempio, in uno dei diari più recenti, quello riempito solo per metà, è raccontato un episodio di quando si sono trasferiti per la prima volta nell'appartamento di Milano: soltanto loro due in una casa priva di mobili; hanno dormito per settimane su un materasso gonfiabile comprato online che tremava ad ogni movimento. E allora lui una notte è rimasto immobile per ore a fissare Manuel dormire, senza muoversi di un millimetro e facendosi venire un crampo al braccio pur di non svegliarlo.

Riporta che è stata la notte più bella della sua vita perché quando guardo Manuel dormire al mio fianco, penso sempre alla prima volta che è successo, quando ancora per lui non esistevo e io forse non avevo capito cosa realmente volevo; invece adesso è qui tra le mie braccia, m'appartiene tanto quanto io appartengo a lui e passerei il resto della mia vita in questo modo: io, Manuel e uno stupido materasso gonfiabile.

Dio, adesso forse invidia persino un materasso gonfiabile.

Quella mattina, Simone esce di casa di buon'ora per andare a recuperare due cornetti alla marmellata di albicocca in un bar che dista due isolati dal loro appartamento. Nei diari viene riportato questo momento che è divenuto quasi abitudinario, specialmente di sabato: lui che sgattaiola via da sotto le coperte, recupera i due cornetti e li porta a letto a Manuel che sono ancora caldi, tutto questo dopo aver tentato e miseramente fallito di preparare una colazione a regola d'arte dove gli è uscito bene soltanto il caffè.

Quindi agisce secondo quelle che paiono come delle istruzioni dettagliate sul modo di comportarsi: i due cornetti in una busta di carta bianca, due tovaglioli di stoffa rossi, entrare nella stanza accendendo solo l'abat-jour sul comodino perché troppa luce al mattino presto dà fastidio a Manuel.

Simone si siede sul bordo del materasso, appoggiando il sacchetto sul comodino. Esita per qualche secondo prima di picchiettare piano sul fianco dell'altro ragazzo. Deve farlo per tre volte per avere successo.

Manuel mugugna qualcosa di a stento comprensibile. Si passa una mano sul volto, nel dormiveglia e «Mh- che ore sono?» borbotta.

«Le nove e mezza» replica Simone, a bassa voce.

«È prestissimo» biascica ancora Manuel. Fatica a mantenere gli occhi aperti. Striscia sul materasso fino a mettersi a sedere e si stropiccia le palpebre con due dita. Ci impiega qualche secondo per mettere a fuoco la figura del compagno e, in seguito, il sacchetto dei cornetti sul comodino. «Quello cos'è?» domanda, sebbene una parte di sé sappia già la risposta.

«Sono dei cornetti all'albicocca, li ho presi da - non mi ricordo come si chiama il bar, ma sta qui vicino» replica Simone, sforzando un sorriso. Nota l'espressione incerta dell'altro ragazzo e «Tutto bene?» chiede.

«Sì, sì, è solo che...» balbetta Manuel «Niente, lascia stare».

«No, cosa?».

Manuel esita per un breve istante. Si morde piano il labbro inferiore. «Niente, era una cosa che faceva...» comincia e si interrompe perché si sta per riferire a lui e ha promesso a sé stesso di smetterla di farlo e allora «Lo facevi prima» rimedia.

Simone strabuzza gli occhi, come a fingersi sorpreso. Scrolla le spalle. «Mi è solo venuto in mente stamattina e ci sono andato» si giustifica.

«T'è venuto in mente così, dal nulla?».

«Sì» mormora e abbassa per un attimo lo sguardo «Ho sbagliato?».

A Manuel sfugge una risata. «No, non hai sbagliato nulla» commenta «Anzi...».

Il sorriso di Simone si allarga un briciolo, stavolta in maniera sincera poiché è riuscito a farlo ridere e rivede nei suoi occhi il riflesso di luce di cui ha solo sentito descritto o letto.

«Viè qua» esclama Manuel ad un tratto. Si scosta di qualche centimetro per lasciare posto al proprio fianco. Batte piano con un palmo aperto sul letto e fa cenno all'altro di raggiungerlo. Simone ci mette qualche secondo per capire cosa intenda, poi sbatte rapido le palpebre e scuote il capo. «Ho le scarpe» balbetta.

«E levale, no?».

Sorride di nuovo, prima di liberarsi delle scarpe da ginnastica che ha ai piedi e spostarsi per prendere posto seduto accanto all'altro, con la schiena appoggiata alla testata morbida del letto. Nel frattempo, Manuel recupera il sacchetto con le brioche, lo apre e ne estrae una, la stessa che porge al compagno. Quest'ultimo lo fissa, con aria interrogativa.

«Mica me li farai mangiare da solo» dice Manuel.

A Simone, quello di ora, le brioche alla marmellata d'albicocca non piacciono per nulla, ma deve far finta di niente. Così scuote il capo e afferra il cornetto.

Non sa se quelle azioni siano moralmente corrette, se illudere Manuel sia la scelta più giusta.

Smette di chiederselo nel momento in cui scorge della felicità nella sua espressione e tutto il resto cessa di avere rilevanza.


**


Cinque anni,
tre mesi
e dodici giorni prima


«Se o' fissi n'altro po' va a finì che o' consumi».

Chicca affiancò Manuel, che se ne stava appoggiato con le spalle ad una parete in quella festa che reputava alquanto noiosa – persino l'alcol faceva schifo, avevano mischiato troppa roba.

«Non lo sto a fissà» si giustifico, ma non era credibile. In realtà, se ne stava fermo ad osservare ogni minimo movimento da parte di Simone, comprendendo con chi parlava, chi gli si avvicinava, come lo faceva. Insomma, un briciolo territoriale.

«Ah, sì?» trillò Chicca «Manco co' me facevi così, sono un po' invidiosa» aggiunse una risata subito dopo.

Manuel le riservò un'occhiata tagliente, pur consapevole del fatto che avesse ragione. Non sapeva manco spiegarne il motivo: forse che Simone era un ragazzo e quella era la prima volta che ci stava con un ragazzo; forse che con Simone era diversa qualunque cosa, lui in particolar modo, e non aveva idea che cosa gli tirasse fuori quella angoscia, quella gelosia marcia nei suoi confronti che prima di allora non aveva mai sperimentato.

«Ma finiscila» borbottò ancora, per districarsi da quel dialogo. Simone era a pochi metri di distanza da dove si trovavano loro due, in quella villetta nella periferia di Roma illuminata da luci soffuse blu e viola che avevano affittato appositamente per farci una festa – che era organizzata da Matteo e quindi ovvio che fa schifo, era il pensiero ricorrente di Manuel.

Quest'ultimo analizzava ogni movimento del suo ragazzo, cercava di incrociare il suo sguardo per quel che poteva, ma falliva miseramente.

«Tra voi due tutto bene?» domandò Chicca e dovette alzare un briciolo il tono di voce per farsi sentire sopra la musica alta. Manuel non distolse lo sguardo dal suo focus d'attenzione e «Sì, perché?» replicò.

«Niente, così» borbottò la ragazza e scrollò le spalle. Lanciò pure lei un'occhiata fugace verso Simone, che rideva insieme ad un compagno che non stava in classe con loro, probabilmente di un'altra sezione. «E quella cosa gliel'hai detta?» pose un nuovo quesito.

In un primo momento, a Manuel si bloccò il respiro. Mandò giù a fatica la saliva. Era chiaro a cosa si riferisse, purtroppo per lui, e questo non fece che mandarlo in lieve panico. «Non c'è stata l'occasione» tagliò corto.

Chicca si lasciò sfuggire una risata. «Devi dì al ragazzo tuo che lo ami» esclamò «Non sta mai l'occasione giusta».

«Vabbè, ma deve esse 'na cosa romantica?» biascicò Manuel «Mica lo puoi dire così, dal nulla».

«Lo dici quando lo senti, Manuel» lo rimbeccò Chicca «Viene dalla pancia».

«Dalla pancia?».

«Eh, sì!» rise «Come quanno senti e' farfalle nello stomaco».

Manuel si morse piano il labbro inferiore. Era consapevole del fatto che effettivamente fosse così, che se avesse aspettato ancora il momento più opportuno, alla fine non l'avrebbe mai trovato. Eppure era qualcosa che lo terrorizzava perché...

Beh, perché era la prima volta.

Prima volta con un ragazzo e il suo primo ti amo.

Buffo e paradossale.

Se glielo avessero detto soltanto un anno prima, avrebbe cominciato a ridere e non avrebbe finito più.

Invece in quel momento se ne stava lì ad osservare Simone ballare con un senso del ritmo discutibile, col sudore che gli imperlava la fronte e tutto ciò che gli passava per la testa era cazzo, io ti amo.

Forse fu quello l'istante in cui capì tutto, in cui ogni cosa divenne più chiara.

Un lieve sorriso si delineò sulle sue labbra. Risolve uno sguardo alla ragazza accanto a sé e «Grazie, Chì» esclamò. Lei ricambiò il sorriso e gli fece un solo cenno del capo verso la pista da ballo improvvisata nel grande salotto della villetta affittata.

Manuel si fece largo tra persone che si limitavano a spostare il peso del corpo da un piede all'altro, seguendo la canzone di sottofondo, un pezzo con forti bassi tanto da far vibrare i vetri delle finestre. Raggiunse Simone che intanto ridacchiava con gente che lui non conosceva. Lo prese per un polso e lo tirò via. Rimasero in tale stanza, solo appena in disparte rispetto agli altri.

«Che c'è?» chiese Simone. Aveva ancora un sorriso divertito stampato in faccia.

Manuel scrollò le spalle. «Niente» rispose «Volevo ballà cor ragazzo mio».

All'altro scappò una risata e «Ma tu non balli» commentò.

«Chi te lo ha detto che non ballo?». Manuel scosse la testa, poi poggiò le mani sui fianchi del compagno, cominciando a oscillare su sé stesso. Simone fu stranito e sorpreso da quel gesto, ma non osò lamentarsi; piuttosto portò le braccia sulle sue spalle e infilò le dita di una mano tra i suoi ricci, all'altezza della nuca. «Sta canzone non è lenta, però» fece notare, considerando che il loro ritmo non andava per nulla a tempo con la musica di sottofondo, piuttosto movimentata.

«Prima non prendevi 'na nota che fosse una» borbottò Manuel «Mo ti fa problemi?».

«No, nessun problema» Simone biascicò e inclinò la testa su di un lato. Il sorriso sulle sue labbra risultò meno evidente, ma c'era ancora. «Che c'hai?» domandò ancora.

Manuel continuava a guardarsi attorno. Non lo faceva per chissà quale motivo, anzi: il fatto che gli altri li guardassero o dicessero qualcosa aveva smesso di importargli. Il punto era che doveva sostenere lo sguardo di Simone in un momento nel quale dentro aveva un terremoto di emozioni e nuove consapevolezze.

«Non c'ho niente» cercò di tagliar corto, ma non ne fu in grado, poiché Simone gli fece alzare il capo mettendogli due dita sotto al mento.

Ecco, quello fu un problema perché ai suoi occhi grandi e scuri non sapeva per niente resistere.

Manuel si sporse nella sua direzione per soffocare i propri pensieri e ansie: li mise a tacere con un bacio che risultò quasi doloroso considerando che era già a corto di fiato.

Si distaccò qualche secondo dopo, mentre nella testa gli rimbombavano le parole di Chicca, su come non esistesse il momento giusto poiché qualunque momento poteva esserlo.

Quindi «Ti amo» disse, ma la sua voce venne coperta dalle urla dei ragazzi attorno, che cominciarono a gridare, qualcosa di incomprensibile, forse incitando a bere qualcuno dei presenti.

Simone non sentì una parola di quel che Manuel aveva appena tirato fuori. «Cosa?» esclamò allora, aggrottando le sopracciglia.

«Ho detto che...» tentò di nuovo Manuel, ma ancora una volta venne sovrastato da grida altrui e allora «Fanculo!» sbottò.

«Mi hai mandato a fanculo?».

Ah, questo lo ha sentito, pensò.

Alzò gli occhi al cielo. Tirò il compagno più verso di sé, si sollevò sulla punta dei piedi per poter avere la bocca all'altezza del suo orecchio. «Ho detto che ti amo» quella volta lo urlò.

Simone lo sentì e, d'improvviso, le voci attorno divennero mute, quantomeno per loro due. Nella realtà il chiasso continuava, mescolandosi con la musica alta.

A Manuel tremava il petto: da un lato fu al pari di togliersi un enorme peso dal cuore ed ebbe l'impressione di essere più leggero; dall'altra, aveva una tremenda paura di una possibile reazione, positiva o negativa che fosse.

Inizialmente, Simone rimase in silenzio e allora «Te prego, dì qualcosa» lo implorò Manuel.

L'espressione del compagno cambiò in tale istante, passando dall'essere stupida al divenire...

Felice? Euforica? Sconvolta?

«Vaffanculo» replicò Simone e Manuel aggrottò le sopracciglia, confuso – si aspettava un religioso silenzio, un io no, qualunque cosa, ma non quella. «Perché?» biascicò dunque.

«Perché volevo dirlo prima io».

«E tu mica c'è bisogno che lo dici» fece lo spavaldo, sebbene avesse bisogno di sentirlo pronunciato da lui. E Simone ne era ben consapevole. Difatti, lo baciò ancora sulle labbra, in maniera delicata e lenta, il che stonava alquanto col caos che avevano intorno. Si scostò e abbozzò l'ennesimo sorriso.

«Ti amo anch'io» mormorò. Il tono di voce era basso, appena percettibile, ma Manuel lo comprese lo stesso e giurò di non essersi mai sentito più felice come in quel momento.


**


«Che stai a fà?».

Manuel mantiene in equilibrio su una mano due cartoni di pizza, una margherita e una con würstel e patatine che non si vergogna affatto di mangiare.

Sta fermo sulla soglia della porta della camera da letto, notando Simone seduto a terra con le gambe incrociate. Ha una tela piccola e quadrata davanti a sé, mantenuta al muro al di sotto della finestra. Nota che non è vuota, ma piena di colori, forme astratte con tinte sgargianti. Non sono le solite illustrazioni a cui è abituato, ma solo il fatto di vederlo alle prese con la pittura gli riempie il cuore di gioia, dal momento che da dopo l'incidente non è più accaduto.

Simone gli rivolge uno sguardo distratto. «Niente» dice, tornando ad osservare la propria opera incompleta. «Ti aspettavo e allora...» scrolla le spalle. «Non è nulla di che, ho perso la mano» o non l'ho mai avuta, pensa. In realtà ha rimuginato al fatto che lui usasse quel metodo per sfogarsi e ha immaginato potesse aiutarlo. Un briciolo ha funzionato, gli ha tirato fuori qualcosa,

Manuel fa qualche passo avanti. Appoggia i cartoni pieni sul bordo del letto e gli si avvicina in maniera lenta. Si siede a terra, piegando una gamba e stendendo l'altra di fronte a sé. «No, è bello invece» commenta e non sta mentendo «Hai usato i colori, cioè - più del solito».

«Mi andava» sospira Simone e si volta nella direzione del compagno «Un po' di colore, intendo».

Un sorriso appare sul volto di Manuel. «Sì, ed è molto bello» commenta. Allunga una mano, passandola tra i suoi capelli mossi che risultano umidi tra le dita, forse perché ha fatto la doccia da poco. «Ti sei sporcato tutto» dice, abbozzando una risata sincera. Solo da tale distanza può notare le tracce di pittura che l'altro ragazzo ha sulla maglietta bianca, sulle braccia e persino sulle guance.

«Si lava, no?» replica Simone e inclina appena la testa su di un lato, beandosi di quel lieve tocco.

Manuel annuisce. «Si lava» gli fa da eco.

Gli piace quel momento di calma. È diventato qualcosa di raro nelle loro vite in quell'ultimo periodo, quindi cerca di goderne a pieno. Striscia appena sul pavimento, si sposta di qualche centimetro per poter essere in grado di avvicinarsi al compagno. In tal modo, deposita un casto bacio sulle sue labbra. Dura poco - pochissimo - neppure il tempo di realizzarlo.

Simone si ritrova a trattenere il respiro per un attimo. Ha bramato quel bacio in quei ultimi giorni e non sa se esserne contento o no. Si chiede se l'altro lo percepisca ancora come diverso, se noti ancora quelle differenze che si è sforzato di sotterrare.

Del resto, non crede che Manuel si comporterebbe allo stesso modo se non stesse interpretando il ruolo di lui. Forse no, non sarebbe cambiato nulla e avrebbe avuto soltanto altra indifferenza, che non sarebbe stato in grado di sopportare.

Perché a Manuel si sente inevitabilmente legato a filo doppio, nonostante non ne capisca il motivo.

Immagina si tratti di un amore così grande da andare oltre alla memoria stessa.

Manuel si scosta poco dopo. Accenna un ulteriore sorriso, sfregando la punta del naso contro la sua. «Quando si asciuga, possiamo appenderlo se vuoi» propone.

Simone scuote il capo e «Non è così bello» biascica.

«Questo lascialo decidere a me» lo rimbecca Manuel «Dobbiamo solo prendere la cornice giusta».

Simone scrolla le spalle. Ciò che ha dipinto non gli piace particolarmente, forse perché fa il confronto con i suoi di schizzi e li trova più longilinei, con più tecnica seppur alle prime armi, con più...

Ah, deve smetterla di competere con una sua versione precedente. Se solo fosse facile.

«Come vuoi» taglia corto, preferisce così.

Manuel vorrebbe aggiungere dell'altro. Apre la bocca per farlo, tuttavia dopo lascia perdere. Si rimette in piedi con uno scatto e gli porge una mano. «Andiamo a mangiare? Ho preso le pizze» lo invita. Simone ci impiega qualche secondo a reagire. Sbatte rapido le palpebre e si alza con l'aiuto dell'altro.

«Manuel?» lo richiama quando il compagno ha già recuperato i cartoni dal bordo del letto e sta per dirigersi in cucina.

«Mh-m?».

«Ti - piace davvero?».

«Sì» replica l'altro ragazzo «Perché?».

«No, così».

Perché è mio, pensa, ma non dice nulla.

«Andiamo a mangiare» ribadisce ed è meglio lasciar perdere il resto. Si è già fatto male abbastanza per quel giorno.


**


«Sei lento, Simò! Ti vuoi muovere?».

Simone ha il fiatone all'ennesima rampa di scale costretto a salire per forza. Strizza le palpebre, osservando Manuel abbia già in cima ai dieci gradini che ha davanti e si chiede, onestamente, come faccia a non stramazzare al suolo.

«Ma non l'hanno concepito – che so, l'ascensore qui?» borbotta, reggendosi al corrimano.

Manuel si lascia scappare una risata, mentre scende quell'ultima rampa di scala e raggiunge il compagno. «Dai, manca poco» sussurra, con un sorriso che si delinea sulle sue labbra. Solleva una mano, che va a posarsi sulla guancia dell'altro ragazzo. Strofina un pollice sul suo zigomo.

Un brivido corre lungo la schiena di Simone: ha notato il modo in cui, in quei ultimi giorni, Manuel abbia ricominciato, come descritto nei diari, a cercare di continuo un contatto fisico, seppur minuscolo, cosa che aveva smesso di fare. È pressoché certo sia a causa di quella bolla di illusione dentro la quale lo ha fatto precipitare, ragion per cui ogni tocco è una fitta dritta al petto perché lo sa che quel contatto è per lui, che ogni gesto amorevole che Manuel compie nei suoi confronti come il bacio a stampo la mattina, le dita che gli sfiorano la gamba quando guardano la tv insieme...

Tutto quello è per lui.

Si sottopone a tale piacevole tortura poiché non può farne a meno.

Cerca di riprendere fiato, mentre Manuel lo prende per mano e insieme salgono le ultime due rampe di scale.

Giungono sul tetto del palazzo in cui abitano, costituito da un enorme terrazzo che, considerando lo stato poco curato tra fili del bucato spezzati e due sedie a sdraio arrugginite, viene utilizzato poco dall'intero condominio.

«Quando abbiamo scelto questa casa» esclama Manuel, che ancora non ha lasciato la mano del compagno «Non ci interessava di nulla che non fosse questo. Abbiamo visto 'na cifra di appartamenti, ma nessuno di loro aveva il terrazzo, a parte questo». Socchiude la porta alle loro spalle, poi trascina Simone verso il parapetto tinto di verde militare, anch'esso scrostato.

La visuale da quel punto è magnifica: si scorge il profilo di Milano e le luci della città accese che delimitano la strada.

«In realtà non ce ne fregava nulla che la casa fosse un buco» prosegue Manuel «L'importante era che si potesse salire fino a su».

Simone aggrotta le sopracciglia. Tenta di ricordare se ci fosse la descrizione di quel momento nei diari, ma no, non ha letto nulla del genere. Quindi per un attimo annaspa, pensando che l'altro gli faccia qualche domanda a riguardo a cui non sa come rispondere.

Per sua fortuna, Manuel non fa nulla del genere. Rilascia lentamente la presa della sua mano e si allontana per una frazione di secondo, a recuperare qualcosa nascosto – forse in precedenza – dietro ad uno dei tre comignoli presenti sul tetto.

Simone lo vede tornare che stringe tra le dita una coperta di pile grigia.

Manuel soppesa l'oggetto. «Dovevamo poter salire quassù per vedere le stelle» dice «Anche se lo smog di Milano rende tutto un po' meno poetico, ma qualcosa riusciamo a vedere».

«Siamo qui per le stelle?».

«Siamo qui per le stelle». Distende la coperta a terra, sulle mattonelle di pietra che compongono il terrazzo. Ci si siede sopra, invitando il compagno a fare lo stesso. Simone esita per un breve istante a raggiungerlo. Si sdraiano insieme, anche se risulta un po' scomodo, ma non ha importanza.

«Guardavamo le stelle anche a Roma» dice Simone e, facendo mente locale, nei diari sono riportati degli episodi su quell'argomento. Tiene gli occhi sul cielo e si morde piano il labbro inferiore. «Vero?» sussurra ancora. Volta il capo verso l'altro ragazzo, scoprendo che già lo sta fissando da incredibilmente vicino.

«Sì, vero» mormora Manuel «Io, te, il cielo stellato sopra di noi».

Si sporge leggermente nella sua direzione, quel che è sufficiente a far incontrare le loro bocche. È un bacio lieve, lento, per Simone persino doloroso, considerando ogni cosa.

Manuel porta una mano al lato del collo dell'altro ragazzo, lo attira appena più a sé. E Simone lo lascia fare perché sa che ne ha bisogno, tanto quanto lui, come se in quel modo stessero lenendo le rispettive ferite.

Anche se compiere quei gesti equivale a crearne altre.

Quando Manuel si distacca, Simone ha gli occhi lucidi; cerca di sbattere le palpebre per nasconderlo e, per sua fortuna, il fatto che vi sia poca illuminazione lo aiuta a celare quel particolare. Deglutisce a fatica, mentre il compagno prende a giocherellare con i propri capelli tra le dita.

«Sei felice, Manuel?» domanda e quasi teme la risposta.

Manuel non ha levato il sorriso e lo allarga ulteriormente. «Metti di nuovo lo zucchero nel caffè» sussurra e gli sfugge una risata rotta «E rimani in cucina quando faccio i piatti». Fa una breve pausa, dandogli un bacio sulla punta del naso. «Stai tornando da me» mormora ancora «Stai tornando tu e – sono felice. Certo che sono felice».

Ecco.

Il cuore di Simone perde un battito ad udire tali frasi. Percepisce un magone inspiegabile risalirgli su per la gola. Gli pare di soffocare e vorrebbe piangere. Ma non può. Deve mantenere quella maschera che si è autoimposto, per quanto sia difficile. Per cui nasconde quel lieve tremore che gli pervade il petto e soffoca un grido che vorrebbe cacciare sulle labbra di Manuel, reclamando un nuovo bacio, più doloroso del precedente.


**


Quella notte, Simone non riesce a dormire.

Quella come le precedenti.

Ogni volta che ci prova, si ritrova a fronteggiare incubi tremendi che gli smorzano il respiro e lo fanno svegliare di soprassalto in un bagno di sudore con i capelli appiccicati alla fronte. Per tal motivo ha un aspetto orrendo, con le occhiaie marcate. Si sente stanco, spossato e privo di forze e ogni giorno va peggio.

Probabilmente il suo corpo si sta arrendendo a ciò che è già distrutto nel suo cervello.

Se ne sta rannicchiato nel letto, con le ginocchia strette al petto e la schiena appoggiata alla spalliera. Manuel dorme tranquillo al proprio fianco, in posizione supina e un palmo posato al centro esatto del petto che si alza e abbassa al ritmo del suo respiro.

Simone lo osserva con una lacrima che non controlla che gli scivola lungo una guancia e un lieve tremore che lo pervade. Trattiene un singhiozzo quando inconsciamente – o meno – allunga un braccio e con due dita sfiora piano il suo zigomo, risale sulla tempia e poi di nuovo giù sulla linea della mandibola.

Solo accarezzarlo ha iniziato a provocargli uno strano effetto come se quei gesti non fossero appropriati, come se non se lo meritasse, come se stesse rubando qualcosa che non gli appartiene, non per davvero.

E odia questa cosa.

Odia lui, non è più solo invidia.

Odia sé stesso.

Odia tutta quell'assurda situazione in cui è costretto a vivere senza possibilità di fuggire.

Forse un po' odia pure Manuel che all'inizio non significava niente, da cui pensava di poter stare lontano per ricominciare e invece, pian piano, è arrivato a significare tutto.

La parte peggiore è esserne il diretto responsabile e non avere nessuno da incolpare.

Simone scivola sul materasso, cercando di fare il meno rumore e movimento possibile. Si sdraia su di un fianco, il viso alla stessa altezza di quello di Manuel. Lo sfiora di nuovo, esattamente come ha fatto poco prima, ripete i medesimi gesti.

Si sente un briciolo stupido e una morsa gli si stringe attorno al cuore.

Perché invece di provare a far funzionare le cose, le ha complicate e basta e ora non può più tornare indietro.


**


Manuel torna a casa che è piuttosto tardi quella sera. Succede spesso quando ha il turno di sera al ristorante, anche se ultimamente ha cercato spesso di scambiarsi con i colleghi per essere all'appartamento prima e non lasciare Simone troppo da solo. Purtroppo, però, non sempre trova qualcuno disponibile e non vuole imporsi in maniera eccessiva, quindi capita che faccia tardi.

«Simò?» lo richiama, mentre si chiude la porta alle spalle. Non ottiene alcuna risposta, ma ode dei rumori provenire dal bagno, tra cui l'acqua che si infrange sulla ceramica del piatto doccia. Deduce che il compagno si trovi lì e da una parte ringrazia poiché così può attuare la sorpresa a cui ha pensato tutto il giorno.

In una grande busta di plastica che mantiene con tre dita, infatti, è contenuta una cornice su misura che ha comprato per metterci dentro il dipinto colorato che nei giorni scorso ha creato Simone. Gliel'aveva promessa, del resto. Vuole fargli trovare il quadro già appeso alla parete della camera.

Non si preoccupa della mancata risposta da parte dell'altro ragazzo, piuttosto si reca nella stanza prefissata. Accende la luce e non bada al letto sfatto e ai vestiti sparsi sul materasso e sul pavimento. Toglie la cornice dalla busta: è semplice, liscia e color cobalto, con tre stelle in rilievo su due angoli contrapposti. Sorride ad ammirare ciò.

Esamina quel che ha attorno per trovare la tela colorate che gli occorre. La vede spuntare posata nello spazio vuoto tra l'armadio e il muro. «Eccola» acclama, contento. Molla la cornice vuota sul letto, per un attimo, e in meno di due passi raggiunge l'oggetto di interesse. La afferra con una mano, ma non appena compie tal gesto, da dietro il dipinto sfugge qualcosa, che ricade sulle mattonelle. All'inizio, Manuel neppure ci fa caso.

Gli occorre una seconda occhiata per notare la presenza di quel che pare un piccolo quaderno, spesso e con la copertina nera. Aggrotta le sopracciglia ed esita. Non lo ha mai visto prima ed è sempre stato convinto di conoscere ogni cosa presente nell'intera casa.

Posa la tela di nuovo al muro, solo per avere le mani libere e poter recuperare il quaderno. Lo sfoglia in maniera distratta, lasciando scivolare le pagine sotto al pollice. Sono tutte piuttosto ingiallite. Poi lo apre meglio, nota una calligrafia a lui conosciuta - fin troppo conosciuta. Inizialmente pensa che Simone si sia appuntato i ricordi riaffiorati così da fare mente locale e non scordarsi ancora. In seguito, tuttavia, spuntano delle date, roba addirittura dei tempi del liceo e le descrizioni risultano troppo accurate per essere soltanto immagini del passato riemerse in maniera sporadica.

Qualcosa non torna, se ne rende conto nell'immediato. Ed è più confuso di prima.

«Sei tornato» la voce di Simone riecheggia nell'ambiente.

Manuel ci impiega qualche secondo a voltarsi, per vederlo in piedi sulla soglia della porta: ha ancora i capelli umidi e una t-shirt celeste con macchie di pittura che non sono venute via e risultano solo appena sbiadite.

«Questo cos'è?» gli domanda e il suo tono di voce risulta quasi un sibilo per quanto basso.

Il sorriso sul volto di Simone, quello con cui è stato pronto ad accoglierlo nelle ultime settimane, svanisce a poco a poco. Un velo grigio gli scende addosso, gli annebbia gli occhi. Scuote il capo e muove qualche passo incerto ancora a piedi nudi nella sua direzione. «Niente, non è niente» biascica.

«Niente, Simò?» tuona Manuel e adesso la sua voce è ben udibile, fin troppo «Questo non mi sembra niente».

Simone è nel panico. Razionalmente potrebbe inventare qualunque scusa, potrebbe dirgli qualsiasi cosa, ma ha tirato fuori così tante menzogne nell'ultimo periodo che è bloccato.

Forse è proprio quel silenzio, quel non dire assolutamente nulla che conduce Manuel ad una realizzazione improvvisa, al capire qualcosa che non avrebbe voluto. Perché in quelle righe che ha scorto, in quel poco che ha potuto leggere, c'è fin troppo.

«Non ricordi nulla, vero?» mormora e fa un briciolo male ammetterlo.

Simone non parla. Stringe i pugni lungo i fianchi e abbassa per un attimo lo sguardo, poiché quello del compagno non ce la fa a sostenerlo. Manuel regge ancora tra le mani quel diario dalla copertina nera. Con due falcate è di fronte all'altro ragazzo, inclina appena la testa per poter scrutare il suo volto. «Vero o no?» dice e si sforza di non urlare.

Soltanto allora Simone lo guarda in faccia, un po' perché ne è costretto. «Mi dispiace» biascica.

«Ti dispiace?» Manuel gli grida sopra «Ma a me non me ne frega un cazzo che ti dispiace!».

Simone incassa quel colpo, con quelle sue frasi taglienti che lo scalfiscono peggio di lame. «Volevo solo...» soffoca «Volevo solo far funzionare le cose».

«Le volevi far funzionare prendendomi in giro?».

«Non ti stavo prendendo in giro» il tono di Simone risulta basso, un a stento percettibile sussurro che è in netto contrasto rispetto a quella di chi gli sta di fronte e che lo fulmina con lo sguardo. Tira su col naso. «Ti ho chiesto se – se saresti stato felice se avessi ricordato e...».

«E hai pensato di fingere?».

«Per renderti felice» lo confessa col cuore che gli perde un battito «Perché sei tornato ad esserlo non appena hai pensato di aver avuto indietro il tuo Simone».

Le dita di Manuel stringono talmente forte la presa sulla copertina del diario tanto da farle sbiancare. Sta tremando visibilmente ed è arrabbiato, furioso, triste e disperato al contempo. «Non l'ho avuto indietro» mormora «Il mio Simone non avrebbe mai fatto una cosa del genere».

A tal punto, Simone vorrebbe reagire, vorrebbe dire qualunque cosa per spiegargli ancora il motivo per cui ha agito in quel modo, giustificarsi sebbene scuse plausibili forse non esistono. Però non gli esce nulla di bocca, soltanto un sospiro, mentre un leggero tremore gli pervade il petto e una lacrima solitaria gli scivola su una guancia.

Manuel lo fissa per un attimo, con uno sguardo pregno di... Delusione?

Non è magari la descrizione perfetta del sentimento che prova in quel momento, ma ci va molto vicino.

Delusione per essersi illuso che le cose stessero andando meglio, che tutto sarebbe tornato esattamente come prima, che la sua vita sarebbe tornata sulla giusta traiettoria proprio come quando ha incontrato Simone per la prima volta, ancora da adolescente.

Delusione persino verso se stesso per aver portato l'altro ragazzo ad una decisione simile, come se non fosse anche lui in parte responsabile.

Fa ancora cenno di no con la testa. Anche i propri occhi si sono fatti lucidi, ma le lacrime non fanno capolinea sul suo volto.

«Manuel...» fa in tempo a biascicare Simone, ma non viene ascoltato e non ha neppure successo nell'intento di fermarlo, poiché Manuel abbassa il capo e lo scavalca, colpendolo distrattamente - o forse di proposito - con una spalla. Allora Simone prova a fermarlo, tenta di afferrare la sua mano, quella che non regge il diario.

Tuttavia, il compagno si divincola facilmente con uno strattone e l'ennesimo sguardo torvo. «Vaffanculo, Simò» sbotta ed è l'ultima cosa che Simone sente prima di vederlo abbandonare la stanza e, in seguito, uscire di casa sbattendo la porta che si chiude con un tonfo sordo che corrisponde un po' al suo cuore che si frantuma in mille pezzi, difficili da rimettere insieme.

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