Pezzi di puzzle
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[TW:
riferimenti a s3lfharm/su1cidal thoughts/depression
- scusate la censura, ma ho paura W4ttpad mi banni ed è già successo che poi se mi cancella tutto
piango io sobs]
Di quaderni dalla copertina nera, Manuel ne trova ancora in giro per casa e si dà mentalmente dello stupido per non averci fatto caso prima.
Non li ha ancora aperti, non ha letto nulla oltre alle frasi del primo che ha avuto tra le mani. Non sa neppure se ne ha diritto o meno, anche perché Simone - lui, quello di prima - non gli ha mai accennato al fatto che riportasse la propria vita su carta ed egoisticamente si sente tradito, mentre razionalmente sa che non dovrebbe.
Quindi adesso si ritrova racchiuso in una bolla che comprende rabbia, delusione, dolore e non ha idea di come comportarsi.
Non riesce nemmeno a guardare in faccia Simone, quello di adesso, e continua a fare il confronto con lui e...
Dio, sta impazzendo.
È seduto al tavolo della cucina, con davanti un piatto di pasta al pesto che ha a stento toccato perché non ha fame e non riesce a buttare nulla giù da due giorni. Rigira i fusilli, che si sono fatti freddi, con una forchetta, tenendo lo sguardo basso.
«Manuel?».
La voce di Simone gli fa chiudere gli occhi e prendere un respiro profondo, quasi dovesse assimilare quel suono e collegarlo alla realtà. Non replica, non dice nulla, non lo guarda neppure.
Simone esita, fermo sulla soglia della porta. Stringe i pugni lungo i fianchi e trascina i piedi fino al tavolo quadrato. Si accomoda sulla sedia di fronte all'altro ragazzo. Cerca di osservare il suo volto, ma con scarsi risultati.
«Lo so che non vuoi parlarmi» mormora «Però... Voglio solo chiederti una cosa». Fa una breve pausa. Quell'indifferenza da parte del compagno lo sta uccidendo. Prova l'istinto di allungare una mano, per sfiorare la sua, e a tal punto accetterebbe persino un rifiuto – almeno sarebbe qualcosa, una reazione che gli conferma che esiste ancora.
Si morde piano il labbro inferiore. «Ho bisogno di sapere se li hai letti» soffoca «I diari. Perché non – non credo dovresti leggerli e...».
Manuel si lascia sfuggire una risata sull'orlo dell'isterismo. «Non dovrei leggerli» cantilena e ancora non sposta lo sguardo «Certo, come no».
«Dico davvero» supplica Simone «Ci sono delle cose che non dovresti sapere e che...».
È a tal punto che Manuel solleva il capo e gli lancia un'occhiata fulminante. «Non c'è niente che non so» attesta «Lui mi diceva tutto».
«Forse non proprio tutto».
L'ultima frase è l'ennesimo colpo che Manuel deve incassare, non avendo la benché minima idea del modo più opportuno di reagire, perché non conoscere ogni sfaccettatura di colui che ha da sempre ritenuto la propria metà mancante semplicemente lo distrugge, lo annienta sotto ogni punto di vista. E il fatto di sentirselo dire da chi è quasi al pari di un estraneo – perlomeno nella sua testa – è addirittura peggio.
«Li hai letti, Manuel?» pigola di nuovo Simone, con gli occhi grandi che gli si son fatti lucidi. Ciò nonostante, Manuel una replica non gliela concede, piuttosto si alza con uno scatto, facendo strisciare la sedia sulle mattonelle e producendo un fastidioso stridio. Abbandona la cucina e fugge in camera da letto, sbattendosi la porta alle spalle.
In un primo momento, Simone pensa di seguirlo, di porgli ulteriormente lo stesso quesito poiché ottenere una qualsivoglia risposta è divenuto vitale. Eppure resta fermo, seduto al tavolo, con altre lacrime che sopraggiungono e non può più frenare, incolpandosi per quel che sta accadendo.
Si dà la colpa per aver ingannato Manuel, per non essere stato in grado di proseguire quella recita che pareva perfetta e, soprattutto, per essere un ostacolo a lui, qualcuno con la cui presenza gli impedisce di tornare e riprendersi ciò che gli appartiene.
**
Cinque anni,
sei mesi
e due giorni prima
Faceva incredibilmente caldo quel giorno e l'estate non era ancora iniziata, non proprio.
Per fortuna a casa Balestra c'era un po' d'aria, un lieve venticello che perlomeno concedeva un po' di respiro, a differenza della piena città dove si soffocava e basta.
Quel giorno Manuel aveva fatto almeno tre docce e aveva preso in considerazione l'idea di una quarta. Se ne stava sdraiato sul letto del proprio ragazzo, con solo un asciugamano legato in vita e null'altro - che tanto in casa c'erano soltanto loro due, quindi avrebbe persino potuto girare per casa nudo.
«Madó, ma come fai a stà co' quella felpa che se more oggi» esclamò, con gli occhi rivolti al soffitto e le braccia aperte e appoggiate sul materasso.
Simone abbozzò un lieve sorriso, davanti alla portafinestra per sistemare la zanzariera che manco si chiudeva bene. «Sto bene così» replicò, lanciandogli uno sguardo distratto «Non fa così caldo».
«Se lo dici tu» borbottò Manuel «Io sto a fa' la schiuma».
Simone si lasciò scappare una risata. Richiuse meglio la zanzariera, assicurandosi di non farla scattare e aprire all'improvviso. Scosse il capo, poi raggiunse l'altro ragazzo, sedendosi sul bordo del materasso.
Manuel lo osservò da quella posizione, inclinando la testa su di un lato. Notò un alone appena più scuro sul tessuto chiaro della felpa beige che indossava. «Sicuro che non c'hai caldo, Simó?» domandò «Stai sudando».
Simone scrollò le spalle. «Sì, te l'ho detto» ribadì.
Manuel si tirò su, mettendosi anche lui a sedere. «Sicuro?» insistette. Allungò una mano, per sfiorare con il dorso della mano la sua guancia. Scoprì la sua pelle piuttosto bollente, da quel minuscolo contatto. «Non è che hai la febbre?».
«Ma figurati».
Manuel si lasciò andare ad un sospiro. In realtà era piuttosto sicuro che effettivamente Simone avesse qualcosa - che fosse la febbre o meno - ma era ancora più certo che il compagno avrebbe fatto finta di nulla, che tutto andasse bene perché sia mai ammettere di aver bisogno d'aiuto.
«Peccato» disse, allora.
«Peccato?».
«Beh, sì» replicò e appoggiò il mento sulla sua spalla. Si scostò di qualche centimetro per depositare un bacio leggero sulla porzione di collo che la felpa lasciava scoperta. «Se avevi la febbre, potevo accudirti».
Simone rise. «Sappiamo tutti e due qual è il tuo concetto di accudirmi» commentò.
«Mica te dispiace».
«No».
Manuel lo baciò di nuovo, quella volta si sporse ancora un briciolo per poter raggiungere il suo zigomo. «Ma per quanto mi piaccia quella parte» mormorò «Potrei davvero farlo. Prendermi cura di te, intendo».
«Sto bene».
«Anche quando stai bene» ribadì «Soprattutto quando stai bene».
Il petto di Simone tremò appena alle sue parole. Non seppe spiegare la sensazione che provò, forse perché da l'ho certe frasi non se l'aspettava, forse perché le ha sempre volute sentire. Voltò il capo ciò che bastava per sfiorare la punta del suo naso con la propria. Avrebbe voluto dire qualcosa, qualunque cosa, ma in momenti simili gli capitava di perdere il dono della parola e ammutolirsi. Per cui non produsse alcun suono, piuttosto lo baciò delicatamente sulla bocca come se in quel modo potesse ringraziarlo e poi in qualche modo soffocare e ammutolire tutto il resto che aveva dentro.
**
Non doveva leggere i diari.
Manuel ci ha provato a non farlo. Ha desistito, ha letto una riga e dopo chiuso tutto e poi ha riaperto sulla stessa pagina e quella dopo e chiuso di nuovo e...
E sarebbe stato meglio ne fosse rimasto all'oscuro.
Adesso quelle parole nero su bianco lo fanno sentire piccolo ed insignificante, inutile.
Crede di aver pianto ad un certo punto e non si sorprende nemmeno più quando le lacrime gli rigano il volto, cosa che prima lo avrebbe mandato in paranoia perché io non piango mai, figurati.
È seduto nella penombra, in camera con la porta chiusa, anche se è solo in casa, Simone non c'è in quel momento. Doveva accompagnarlo in ospedale per una visita, ma si è tirato indietro all'ultimo; il compagno è uscito comunque, forse con la metro, forse qualcun altro è andato con lui, non si è informato.
Sta con le gambe incrociate sul materasso, tra le lenzuola sgualcite e una coperta di pile rossa che non tiene neppure caldo. Ha davanti uno dei diari aperto, lo ha persino macchiato con una lacrima.
Il cellulare che vibra lo distrae dai propri pensieri, è anch'esso abbandonato sul letto. In un primo istante neppure gli va di rispondere, oltretutto si tratta di una videochiamata e non vuole mostrarsi con un aspetto così distrutto.
Tuttavia, chiunque sia dall'altra parte non si arrende, chiama per tre volte. Alla quarta, Manuel si costringe ad afferrare lo smartphone e premere sul tasto verde per avviare la comunicazione.
«Cazzo fai, mi ignori?». È Chicca. La sua voce gracchia nell'apparecchio. Il viso della ragazza appare sul piccolo schermo, la si vede aggrottare le sopracciglia e «Madò, c'hai 'na faccia di merda» puntualizza.
A Manuel neppure viene da ridere, niente di niente. «Seh» borbotta «Magari ce sentiamo dopo».
«Ci sentiamo dopo il cazzo, Manuel!» grida lei – e lui si ritrova a scostare appena il telefono come se le urla gli arrivassero dritte in faccia.
«Che è successo? Ho sentito Simone e mi ha raccontato un po', ma non c'ho capito niente».
Manuel alza gli occhi al cielo, principalmente perché spera che quel gesto camuffi un briciolo la propria espressione affranta. «Niente, io...» biascica e si morde piano il labbro inferiore «Forse avevano ragione Dante e Floriana. Non sono in grado di gestire sta cosa».
«Di gestire che? Di gestire Simone?».
«Tutto quanto, Chì». Si passa una mano sul volto e scuote appena il capo. «Doveva restà a Roma coi suoi, non – non dovevi convincerlo a tornare».
Chicca si lascia scappare una risata. «Vedi che io non ho convinto proprio nessuno, ha deciso lui» puntualizza «Sapeva che doveva tornare da te».
«Perché?».
«Che significa perché? Te lo devo dì io?». Sospira sommessamente. «Sei tu il suo posto nel mondo, la sua metà mancante».
Le labbra di Manuel si curvano in un sorriso spento, amaro e malinconico – anche se non si spiega il motivo per cui un gesto così bello possa essere intriso di sentimenti così cupi.
«No, non è vero» sussurra «Non è più la mia metà e io non sono la sua».
Chicca è confusa, stranita, lo si vede pure tramite un telefono. «Che dici?» replica.
«Che dico...» ripete lui «Io pensavo di conoscere ogni parte di lui, ogni singola cosa e invece scopro che sta un mondo dietro, c'è così tanto che non – che non mi ha mai raccontato e lo odio per questo». L'ultima frase la soffoca. «Lo odio perché non mi ha permesso di prendermi cura di lui quando ne aveva bisogno».
Chicca ammutolisce all'udire tale frase. Abbassa lo sguardo ed è un particolare che Manuel nota. Normalmente neppure ci avrebbe fatto caso, ma presume che una simile reazione non sia del tutto casuale ed è come se lei fosse già a conoscenza di qualcosa.
Assottiglia lo sguardo. «Tu lo sapevi?» domanda e, mentre regge ancora il telefono, con l'altra mano alza uno dei diari chiusi davanti alla fotocamera. «Che Simone scriveva qua sopra? E cosa ci scriveva?».
Chicca esita nel rispondere. Lo fa per dei secondi che paiono infiniti. Poi «Sono cose successe un sacco di tempo fa» mormora.
«Quindi lo sapevi» attesta Manuel. Rilascia il diario, che ricade nuovamente sul materasso. Alza gli occhi al cielo e gli sfugge una risata isterica. «Perché lo sapevi tu e io no?» sbotta «Perché tu sapevi che il ragazzo mio se voleva ammazzà e io no?».
Chicca trattiene il respiro per un attimo. Si morde piano il labbro inferiore. «Voleva solo nasconderti la parte di sé che riteneva più buia» tenta di spiegare «E io gliel'ho detto più volte di parlartene, che lo avresti amato incondizionatamente perché – è così. Solo che non ha mai voluto». Fa una breve pausa. «Sosteneva fosse per – proteggerti, per quanto assurdo fosse il discorso. Poi il tempo è passato, lui è migliorato con la terapia, i pensieri e le cose che si faceva sono andati via, sono sbiaditi pian piano».
Si ferma ancora. Cerca di scrutare meglio il volto del ragazzo, ma la scarsa luminosità glielo rende difficile.
«Ci è riuscito anche grazie a te, Manuel» aggiunge «Lo hai aiutato pur non sapendolo».
Manuel ascolta in silenzio, con le palpebre che si abbassano e si alzano in maniera estremamente lenta. Cerca di assimilare ciò che Chicca gli ha appena rivelato, di interpretare ogni singola parola.
Il punto è che comprende bene ciò che gli è uscito di bocca, ma pensa che, forse, lo avrebbe aiutato meglio se avesse saputo. Forse sarebbe stato lui stesso una versione migliore per stargli accanto.
«Non torturarti per questo» aggiunge Chicca «Simone ha passato l'inferno, tra quello che è successo coi i suoi, la malattia, l'incidente. Ha superato tutto ed è vivo, Manuel. È vivo ed è con te».
«Simone non è con me» sussurra Manuel e con la manica della felpa bordeaux che indossa si asciuga gli occhi.
«Sì che è con te».
«No, perché non è lui».
«Cosa vuol dire che non è lui?».
«Che c'è una persona che ha la sua stessa faccia, ma non è lui. Non cammina come lui, non si muove come lui, non fa quello che faceva lui». Si blocca. Per un attimo pensa persino a quando si sedevano a qualunque tavolo e Simone gli versava l'acqua o la spremuta senza che chiedesse niente; dall'incidente non è mai più successo ed è un ulteriore particolare all'apparenza insignificante a cui presta eccessiva attenzione e che lo fa stare male. Perché è arrivato all'amara conclusione che il suo Simone sia morto su quella strada, sull'asfalto gelido, e che non tornerà mai più indietro.
«Stai dicendo una marea de cazzate, Manuel» lo riprende Chicca, alzando un po' il tono di voce. «Avete lottato per stare insieme, siete stati du' stronzi l'uno con l'altro e adesso vuoi rovinare tutto? Siete Simone e Manuel, cazzo!».
A tal punto, Manuel vorrebbe dire che hanno smesso di essere Simone e Manuel, che quei due ragazzi felici e spensierati hanno cessato di esistere insieme, che il Simone di adesso ha soltanto finto di amarlo, recitando una parte perfetta per farglielo credere e, nella realtà, non prova nulla; che non può essere neppure grato che sia vivo per questo.
«Ci sentiamo, Chì» biascica soltanto ed ignora quel «Non attaccare, Manuel» che la ragazza tenta di fargli arrivare. Mette giù la videochiamata senza lasciarla proseguire.
Il telefono gli scivola tra le mani.
Si sente vuoto, più di qualche istante prima.
È devastato e col cuore a brandelli, innamorato di un fantasma, di qualcuno che, ai propri occhi, è sparito. E non può farci nulla, solo lasciarsi annientare.
**
Simone si accomoda sul sedile passeggero di quella vecchia Punto blu metallizzata e chiude la portiera con un tonfo – che fa tremare tutto l'abitacolo.
Alla guida c'è Matteo, già col motore acceso, che abbozza un sorriso non appena lo vede. È quel gesto che Simone manco scorge e non può ricambiare, poiché tiene lo sguardo basso.
«Non che mi pesi accompagnarti alle visite» dice Matteo, inserendo la freccia a sinistra per immettersi nella carreggiata «Anzi, il contrario. Ma Manuel è d'accordo a farti salire in macchina con me?».
A Simone sfugge una risata. «Non lo sa» dice «E secondo me manco gli importa». Si sfrega le nocche di una mano con la punta delle dita dell'altra; la pelle gli si è screpolata un sacco con l'arrivo del freddo.
«Che intendi?» replica Matteo e passa lo sguardo dalla strada al profilo dell'amico.
«Che per Manuel manco esisto» spiega Simone e il suo tono di voce si affievola pronunciando tale frase. «Ha cominciato ad ignorarmi, non mi parla neanche» confessa e scrolla le spalle «Spesso la sera prendevamo la pizza, ne portava a casa sempre due e ce le dividevamo, ma adesso la prende solo per sé e la mangia da solo in camera». Tira su col naso.
«Avete litigato?».
«No» scuote il capo «Sarebbe stato meglio, forse». Si appoggia meglio allo schienale e soltanto allora solleva lo sguardo, a fissare la strada e il traffico che ha di fronte. «Ma non era litigare, quello era...» lascia la frase in sospeso e si morde il labbro inferiore. «Tu sei mai stato innamorato, Matteo?» chiede e adesso prende a fissare l'altro.
Quest'ultimo è spiazzato da quella domanda. Frena con delicatezza al semaforo. Mette in folle e toglie i piedi dai pedali. «Una volta, forse» replica «Ma niente di importante. Perché?».
Simone sorride, privo di entusiasmo. «Perché quando ti innamori di qualcuno, non lo fai per la faccia che ha» dice, con un fil di voce «Quella smette di avere importanza ad un certo punto. Ti innamori di qualcuno per quello che fa, per le sue abitudini, per come si muove o come parla».
Una lacrima gli scivola lungo la guancia, una singola e solitaria. «Io ho solo la stessa faccia di chi ama Manuel» mormora «Per lui sono solo un fantasma. E io non voglio essere un fantasma».
Un colpo di clacson fa sobbalzare Matteo che non riesce a rispondere per poter ripartire. Forse da un lato è persino meglio perché non saprebbe che cosa rispondere; magari dirgli qualcosa per farlo stare meglio, dal momento che lo vede distrutto, a pezzi, come se quelle cicatrici che ha sul viso rispecchiassero la sua anima e il suo cuore, rattoppato e irregolare. Percorre soltanto qualche metro sulla strada, prima di accostare e fermarsi di nuovo, stavolta sul bordo della carreggiata.
Sa che non serve ripetergli qualcosa che gli ha già detto, che non gli farebbe cambiare idea. Quindi «Ascolta, uhm» esclama «Io non ho nulla da fare oggi. Invece di tornare a casa, potremmo - fare un giro, ti va? Ci mangiamo qualcosa, possiamo andare - boh, in un negozio di videogiochi. Ti piacciono?».
Gli occhi di Simone si sono fatti lucidi e potrebbe dare mille motivi per cui l'hanno fatto. Ci impiega qualche secondo per annuire e accettare la sua proposta, anche se un videogioco paradossalmente non sa manco cosa sia o comunque non lo ha mai utilizzato - non in questa vita, perlomeno. «Okay» biascica «Possiamo - possiamo farlo». Scrolla le spalle. «Eravamo amici, no?».
Matteo lo fissa per un istante, dopo sforza un sorriso. «Siamo amici» attesta e Simone, un briciolo, si sente sollevato.
**
Tre anni,
un mese
e tredici giorni prima
Simone aprì la porta di casa propria con uno sbuffo e una smorfia, che sparì per lasciare spazio ad un mesto sorriso nel momento in cui, sulla soglia, vide Manuel con due cartoni della pizza in mano.
«Che ci fai qui?» fu la prima domanda che gli pose.
«Mi accogli così? Sei proprio stronzo» si lamentò subito il compagno.
«Sì, se avevamo deciso di non vederci considerato che se stai qui, non studio manco per il cazzo».
Manuel roteò gli occhi. «Sono tre giorni che studi e non ci vediamo» borbottò «Poi comunque devi pure mangiare e só le otto de sera, per cui...». Lasció la frase in sospeso, sollevando appena i cartoni che reggeva con fierezza.
A Simone sfuggì una risata. Del resto, era vero che per colpa di quel dannato esame gli aveva chiesto di lasciarlo chiuso nella sua bolla per un po', per avere il tempo di prepararsi al meglio; non intendeva tre giorni, decisamente pochi, ma andava bene così. Tanto ormai era tardi e una piccola distrazione poteva concedersela - non che Manuel fosse tanto piccola come distrazione, ma insomma.
Si scostò quello che bastava per permettergli di entrare e subito gli fece cenno di recarsi in camera propria, per evitare di cenare in cucina con Dante e Floriana. Non che loro non sapessero, anzi, ma ad un certo punto gli incontri tra i genitori e il proprio ragazzo diventavano sempre un briciolo imbarazzanti.
Manuel gli obbedì senza manco chiedere o aggiungere qualcosa. Tanto ormai quella casa la conosceva come - se non di più - della propria, considerando che era perennemente lì.
In camera, difatti, poggió i cartoni della pizza sulla scrivania, mentre Simone lo seguì appena più lentamente e chiuse la porta alle loro spalle.
«Madonna, Manuel» commentò non appena uno dei cartoni venne aperto «Würstel e patatine? Ancora? Come fai a mangiare quella roba?».
«Ma quella roba dillo alla tua margherita» replicò Manuel.
«È una pizza classica».
«È una pizza noiosa».
«Ah, stai intendendo che sono noioso?».
«Certo, quando prendi la margherita».
Parlando, si fecero più vicini, sempre sorridendo, a volte pure ridendosi in faccia. Facevano spesso così, prendersi in giro a vicenda - qualcuno avrebbe detto come una vecchia coppia sposata.
Manuel fu l'ultimo a ridere prima di baciarlo a stampo sulle labbra, una volta, due e tre.
«Un giorno ti farò cambiare tipo di pizza» disse Simone, con le loro bocche ancora in contatto.
«Non ci riuscirai mai».
«E invece sì. Arriverai a mangiare una quattro stagioni».
«La pizza dei vecchi».
«Infatti la prende mio padre». Simone rise e sfiorò la punta del suo naso con la propria. Manuel gli diede un colpetto sul petto col pugno chiuso.«E vabbè, mi vedrai arrivare a quel punto allora» concluse e in quel momento Simone neppure realizzò l'importanza della sua ultima frase.
**
L'uscita con Matteo gli fa bene, almeno un po'. Per un brevissimo lasso di tempo riesce a pensare meno a Manuel, ai suoi ricordi persi, a lui.
Ovviamente torna ogni cosa a galla, di prepotenza, non appena rientra a casa: angoscia, ansia, una fitta al centro esatto del petto.
Manuel è nell'appartamento, se ne accorge dalla luce accesa del piccolo salottino e il rumore della tv che rimbomba tra le mura.
Simone prende un respiro profondo. Tiene due cartoni di pizza con entrambe le mani e sta tremando. Ha tormentato Matteo nell'ultima parte della giornata per condurlo alla stessa pizzeria dove di solito va Manuel e prendergli la sua preferita, würstel e patatine. Per sé ne ha presa una senza pensarci, forse una marinara.
Si chiude la porta alle spalle con lentezza e trascina la suola delle scarpe sul pavimento. Si ferma soltanto quando è sulla soglia della porta del piccolo salotto: Manuel è lì, parzialmente sdraiato sul divano, con gli occhi sullo schermo della tv su un programma sportivo che non sta davvero guardando.
«Ciao» mormora Simone. Come replica ottiene soltanto un'occhiata fugace e spenta.
«Ho preso le pizze» continua «Würstel e patatine, no? Quella che piace a te».
«Simone ha scritto pure questo là sopra?» ora Manuel ribatte, con tono piuttosto tagliente e senza manco voltarsi.
Simone incassa quel colpo, facendo finta che il suo parlare di lui non gli arrechi alcun dolore. Scuote appena il capo. «No» sussurra e abbassa per un attimo lo sguardo «Ho solo notato che l'hai sempre presa così». Le mani gli tremano ancora quando posa i due cartoni di pizza sul tavolino da caffè che sta davanti al divano.
Manuel osserva quel gesto distrattamente. Poi prende il telecomando, spegne la tv e «Ho già mangiato» attesta e si alza in piedi con uno scatto.
Simone serra la mandibola, nervoso si morde il labbro inferiore. «Vabbè puoi tenermi compagnia, io - non ho mangiato ancora» biascica.
Manuel scuote appena il capo. «No» sentenzia «E sinceramente - non riesco nemmeno a guardarti in faccia al momento».
È probabile che una palla di cannone in pieno stomaco a Simone avrebbe fatto meno male. Non sa neppure come rispondere, cosa dire di altro di fronte a tale affermazione. Non ne ha il tempo, comunque, poiché Manuel lo scavalca, rischiando di dargli una spallata.
Lui non si volta, lo sente allontanarsi e in seguito dire: «Forse dovresti tornare a Roma».
È allora che si gira, in maniera estremamente lenta e cerca di nascondere i propri occhi che si sono fatti lucidi. «Vuoi che vado via?».
Manuel si è fermato poco prima di abbandonare la stanza, sulla soglia della porta. «È meglio per tutti e due» dice.
«Non è vero» riesce a stento a biascicare Simone «Non...».
«Fidati, lo è».
«Ma io non voglio andarmene».
A quello Manuel non ribatte. Piuttosto sul suo volto appare un sorriso amaro. «Non è un mio problema» attesta, ed è peggio di lame affilate che trafiggono il cuore dell'altro ragazzo.
Ed è peggio quando Manuel va via e Simone rimane ancora una volta da solo, con le pizze calde sul tavolino e un silenzio assordante tutt'attorno.
**
Quando quella mattina Simone si sveglia, Manuel non è al suo fianco: da quando ha scoperto dei diari, ha smesso di condividere lo stesso letto col compagno, preferendo tornare sul divano, per quanto scomodo.
Simone non ha cercato di dissuaderlo. Perlomeno, ci ha pensato, ma non ha detto nulla. Tanto lui non riesce a dormire più di due ore a notte, nonostante le pillole che gli ha prescritto il medico.
Quella notte ci è riuscito per un'ora e quaranta minuti, quasi un record.
La casa è estremamente silenziosa in quel momento. È mattina presto e fa freddo.
Simone si reca in cucina, si prepara un caffè che finisce per rigirare nella tazza e far raffreddare senza bere.
È stanco e non solo fisicamente.
Ha il telefono in mano, quello che solitamente non usa mai se non per sentire i propri genitori in maniera saltuaria per dir loro che va tutto bene - anche quando non va bene.
Adesso le sue dita viaggiano sul touchscreen. Evita di aprire la galleria per vedere le loro foto e quel dannato album chiamato Manuel al quale non può accedere perché non ricorda il codice di sblocco.
Apre l'applicazione di Whatsapp. Le conversazioni non le ha toccate, sono pressoché le stesse da prima dell'incidente eccetto quello con Chicca e con Matteo.
Persino quella con Manuel è intatta, perché dopo per messaggio non hanno mai parlato.
Gli ultimi messaggi non racchiudono molto, sono conversazioni quotidiane sulla spesa, sulle bollette, sul colore delle tende da comprare per la camera da letto. Se torna più indietro ci sono i buongiorno quotidiani, una sfilza di emoticon di cuori e poi le poesie che Manuel gli inviava spontaneamente e senza alcun motivo apparente.
Simone pensa che darebbe di tutto per ricevere adesso una poesia da parte di Manuel, solo per sé, da custodire gelosamente come un tesoro prezioso oppure sentirla recitare ad alta voce direttamente da lui - ed è pressappoco sicuro che ci siano dei video dove questo accade nell'album privato.
E invece ha soltanto indifferenza.
Non si è accorto che una lacrima solitaria gli è scivolata lungo una guancia. La asciuga distratto, tirando su col naso.
Esce da quella conversazione, apre quella con Matteo.
Scrive in maniera molto rapida:
To: Matteo
Ci possiamo vedere? Per favore.
La risposta dell'altro ragazzo arriva poco dopo.
From: Matteo
Si va bene..... dammi mezz'ora, ti passo a prendere
Simone si sente sollevato da quella replica e si lascia andare ad un sospiro sommesso. Matteo lo considera il suo migliore amico ormai - dopo Chicca, forse - e ringrazia il fatto che adesso ci sia, che sia presente in quel momento per non farlo crollare. Perché dentro è a pezzi, frammenti sempre più piccoli che lo annientano.
Anche perché Matteo non parla spesso di lui, gli parla al presente, non fa troppi riferimenti al passato e per questo ne è grato.
Vorrebbe che pure il proprio cervello ragionasse in quel modo.
Matteo è puntuale, mezz'ora dopo.
La Punto blu metallizzata è ferma in doppia fila con le quattro frecce, Simone riesce a scorgerla dalla finestra della camera. Non c'è neppure bisogno di leggere il messaggio che gli intima di scendere, che è già per le scale.
Sale in auto in maniera lenta, stringendosi nelle spalle - fa piuttosto freddo e il riscaldamento dell'auto è rotto. Matteo lo saluta con un rapido sorriso e «Tutto bene, Simò?» esclama «C'hai 'na faccia».
Simone annuisce, distratto, e ovviamente l'altro ragazzo capisce che c'è qualcosa fuori posto, per cui «L'avete mangiata la pizza?» domanda.
«Non aveva fame» è la risposta un po' biascicata che Simone fornisce. Abbassa lo sguardo, a fissarsi le mani, e si morde forte l'interno della guancia, trattenendo un singulto. «Poi mi ha detto che devo tornare a Roma».
«Che?».
«Non mi vuole qui».
«E tu vuoi tornare a Roma?».
«No...». Simone soffoca. Non vuole tornare a Roma, non vuole andare in nessun altro posto in realtà. Il punto è che non sa cosa fare, dal momento che Manuel pare odiarlo per quella tragedia senza via d'uscita. Perché è come se qualcosa si fosse rotto tra di loro, lasciando spazi da riempire con pezzi che non combaciano più. Come un puzzle incompleto che non ha neppure più colore.
«Possiamo fare come ieri?» pigola «Se puoi, se... Possiamo stare in giro e parlare di quel videogioco di ieri sui robot e... E non parlare di Manuel e della mia memoria di merda e di Roma e...». Si interrompe solo perché sta rischiando di soffocare e di piangere. E non vuole farlo, poiché piangere significa pensare a quel che succede e vuole soltanto che i propri pensieri tacciano.
Matteo pare comprenderlo. Perlomeno si sforza di farlo e allora «Sono androidi» dice.
«Cosa?».
«Quelli del videogioco di ieri. Sono androidi, non robot».
Per un attimo Simone manco afferra quel che l'altro ragazzo sta dicendo. Ci impiega qualche secondo, poi sbatte le palpebre e «Androidi» ripete «Sì, certo, quelli».
«Androidi che marciano su Detroit richiedendo la libertà. È una figata».
Simone apprezza quel che Matteo sta facendo, lo sta accordando in quella evasione di pensieri, pur trattando argomenti come gli androidi in un futuro distopico, passando il tempo in un negozio di fumetti e poi in giro per le vetrine dei negozi di Milano.
E la cosa funziona, per tutta la mattina e fino all'ora di pranzo. Il proprio cervello è indirizzato su Manuel soltanto due volte. La terza, tuttavia, è micidiale ed è peggio perché non riesce a controllarla.
Avviene quando sono già risaliti in auto. Matteo ha accostato su una strada dalla carreggiata a doppio senso di marcia; ha inserito le quattro frecce, lasciando la chiave inserita nel quadro ed è sceso dal veicolo per recuperare degli arancini per pranzo in una rosticceria che reputa una delle migliori, pur essendo al nord.
Simone è rimasto in macchina ad aspettare, col telefono in mano per avvisare l'altro nel caso in cui la Punto sia da spostare per intralcio al traffico. È durante tale attesa che quel pensiero sopraggiunge, e coincide con l'istante in cui apre la conversazione Whatsapp con Manuel e scorre ancora su tutte quelle poesie che mandava a lui, tutte quelle parole pregne di amore e devozione che non devono andare perse o sprecate.
Come se un amore così grande non potesse spegnersi in un modo misero e ingiusto.
Ingiusto.
Tutto quello è ingiusto.
Le mani di Simone tremano mentre scrive qualcosa indirizzato a Manuel, scorrendo rapidamente le dita sulla tastiera. Invia senza rileggere, non importa.
Lancia un'occhiata fuori dal finestrino. Scorge Matteo dentro alla rosticceria, in coda per aspettare il suo turno.
Anche il suo petto è scosso da lievi sussulti quando scende dall'auto soltanto per fare il giro del veicolo e mettersi al volante. Non ha mai guidato prima. Immagina non l'abbia mai fatto nemmeno lui considerando che nei diari si parlava sempre di moto e vespa, null'altro. Non ha la benché minima idea di come si faccia, ha soltanto osservato dapprima Manuel e poi Matteo. Quindi mette in moto, girando la chiave nel quadro, e cerca di replicare gli stessi movimenti a cui ha assistito.
Ci impiega un po' a trovare la giusta coordinazione tra frizione e acceleratore, facendo spegnere l'auto per tre volte prima di avere successo. Controlla di nuovo che Matteo non sia uscito e non stia tornando.
Gli manca il fiato. Ha iniziato a sudare. Ha le mani completamente bagnate che scivolano sul volante. Il cuore gli batte così forte che lo percepisce nelle tempie.
Gli scoppia la testa.
Ha caldo, ma ha pure i brividi.
Sta pensando a tutto e a niente al contempo.
Pensa al modo in cui Manuel lo ha guardato la sera prima, con disprezzo e astio, e a ciò che gli ha detto sul dover andare via.
Pensa che a lui non avrebbe mai detto di andarsene, perché lui non ha mai voluto perderlo.
Pensa a quelle dannate cicatrici che gli costellano il volto, che non andranno mai via e con le quali dovrà convivere per il resto della sua esistenza, a rimembrargli costantemente quando quello non sia il suo posto.
Pensa a Matteo che sono due giorni che gli sta accanto e gli sussurra bugie su come tutto andrà bene quando è palese che niente si sistemerà mai.
Pensa di non essere abbastanza e che non riuscirà mai a colmare il vuoto che lui ha lasciato nella vita di tutti.
E poi di pensare smette.
Lo fa girando completamente il volante, premendo un piede sull'acceleratore e non badando al traffico, alle altre auto, a nulla.
Le ruote della Punto stridono sull'asfalto.
Matteo sta pagando in cassa quando un tonfo, un forte rumore metallico e di vetri che si infrangono gli perfora i timpani, un po' come è successo quella sera. Le monete gli cadono di mano, si riversano sul pavimento, ma lui non ci bada. Piuttosto corre, esce fuori dalla rosticceria e...
Si blocca.
Trema.
Vorrebbe crollare sulle ginocchia in quel preciso istante.
La Punto blu metallizzata si trova al centro della carreggiata, in posizione perpendicolare al senso di marcia. La carrozzeria è piegata, gli airbag sono scoppiati e i vetri dal lato guida sono rotti. Un'altra auto l'ha colpita in pieno.
E Simone è ancora dentro l'abitacolo, con gli occhi chiusi.
To: Manu
Ora torna da te. Te lo prometto.
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