Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

Il silenzio è la parte più difficile




A Simone piacerebbe associare le immagini che gli stanno scorrendo davanti agli occhi ad eventi della propria vita e perdersi in aneddoti su quando e come quelle foto siano state scattate.

Gli piacerebbe, ma tutto ciò che vede sono volti estranei.

È come se avesse di fronte una serie infinita di spazi da riempire e lui non fosse in grado di trovare i pezzi giusti.

Non riconosce nemmeno se stesso.

Eppure allo specchio ha avuto occasione di guardarsi, il problema sta nel fatto che il ragazzo nelle foto, quello che sorride e arriccia il naso, è del tutto diverso dal riflesso che ha scorto nei giorni precedenti.

Gli sembra di essere un'altra persona.

Sta fiaccamente adagiato sul letto, sorretto da tre cuscini, e con una mano regge debolmente un telefono che, a quanto pare, gli appartiene.

Fa scorrere le foto in galleria con il pollice.

Ci sono un sacco di immagini di paesaggi, di lui da solo e di lui insieme a quel ragazzo che anche in quel momento gli sta accanto su una sedia di metallo e che crede non si sia mosso da lì per giorni. In alcune sono semplicemente uno accanto all'altro, in altre gli poggia la testa sulla spalla.

Sono scatti molto belli, questa parte non può negarla.

Manuel resta immobile, con le dita delle mani intrecciate ad osservare minuziosamente ogni possibile reazione del compagno a quelle foto. Cerca di scorgere ogni minimo cambiamento del viso, un sospiro, un mezzo sorriso. Ma non vede nulla: l'espressione del suo viso rimane piatta e immutata per tutto il tempo.

Lo sa che non deve aspettarsi nulla, che sono passati solo pochi giorni, che i medici hanno detto di aspettare, che spesso le amnesie possono risolversi da sole oppure attendere l'inizio delle terapie cognitive.

Deve avere pazienza.

Hanno chiesto a parenti e amici di cominciare ad aiutarlo nelle piccole cose, per ricordargli chi è come persona. Manuel ha pensato bene di mostrargli delle foto. Alla fine sono la testimonianza più grande che si ha di un ricordo.

Dentro a quel telefono è pieno di istanti da ricordare e che rivorrebbe indietro.

«Ci sono un sacco di - foto con te» biascica Simone ad un tratto. Il suo tono di voce è basso e rauco. Smorza un colpo di tosse: ha la gola irritata a causa del tubo che lo ha aiutato a respirare nelle settimane precedenti per cui sta passando ore a sciogliere cubetti di ghiaccio in bocca per alleviare il fastidio. «Sembriamo molto... Cioè siamo tanto amici?» chiede, con innocenza.

Alla parola amici Manuel pensa che vorrebbe morire.

Sono stati considerati tali per molto tempo, prima, anche quando non lo erano perché diventati altro. Rientrare in quella fase non gli piace.

Manda giù la saliva a fatica e cerca di non dare troppo a vedere di essere a pezzi. «Sì, uhm... Siamo molto...» fa per dire, ma si blocca quando il dito di Simone scorre ancora le immagini e appare una foto che ritrae sempre loro due, stavolta con le labbra a contatto; c'è Simone che sorride in quel principio di bacio e Manuel che strizza gli occhi e poggia i polpastrelli sul lato del suo collo.

«Vicini» soffoca allora Manuel. Si morde l'interno della guancia, pensando che forse le foto avrebbe dovuto metterle in rassegna prima così da scegliere cosa mostrargli.

Simone osserva ancora quella foto, per qualche secondo: è uno scatto naturale, che lascia trasparire complicità e amore. Legge quei sentimenti, ma non li prova in quel preciso istante.

Sforza comunque un sorriso e mette giù il telefono, poggiandolo sul bordo del materasso. «Beh, ho - ho buon gusto almeno» sussurra «Sei molto carino».

Manuel lo fissa e per un breve attimo gli sembra quasi di avere indietro il suo Simone. Lo sa che si sta illudendo. Tuttavia, le guance gli si tingono di un pallido rosso. «Grazie» bofonchia, abbassando il capo e sfregando nervosamente i palmi delle mani sulle cosce.

Simone nota quel suo gesto e si lascia andare ad un sospiro sommesso. «Mi dispiace» mormora dopo.

«Per cosa?».

«Per non ricordare. Per non - non ricordarti».

«Ricorderai» Manuel afferma e annuisce alla propria frase. «Ci vuole solo tempo, piano piano».

«Ne sei così convinto» biascica Simone «Non riconosco nemmeno i miei genitori».

«Sì che ne sono convinto. Accadrà». In realtà, Manuel non ci crede molto. Le parole dei dottori sono state chiare: nulla è certo. Devono attendere le terapie, la riabilitazione, ma la paura che il compagno non si ricorderà mai di lui lo attanaglia, affligge e distrugge di continuo. Ovviamente non vuole mostrare quella sua parte pessimista e a pezzi, quindi maschera tutto con un sorriso rassicurante che spera funzioni.

Non lo fa.

Non in maniera troppo diretta.

Simone finge un colpo di tosse e appoggia meglio la testa sul cuscino. «Parlami di - me» soffia.

«Che vuoi sapere?».

Gli sfugge una flebile risata. «Beh, al momento conosco a malapena il mio nome, quindi... Qualsiasi cosa».

Manuel è colto di sorpresa, il che è strano perché se glielo avessero chiesto in qualunque altra occasione, su Simone ci avrebbe scritto poemi. Però adesso, data la situazione, deve sforzarsi enormemente per trovare le parole giuste.

Si passa una mano sul volto, stanco.

«Tu, uhm» soffoca «Ti sei laureato in matematica l'anno scorso, la triennale a Roma e adesso stai prendendo la magistrale qui a Milano».

«Un secchione».

«Un po' sì» gli viene da sorridere, stavolta in maniera più genuina - che è lo stesso velato sorriso che compare anche sul volto dell'altro ragazzo. «Però hai anche una vena artistica» prosegue «Negli ultimi mesi soprattutto hai iniziato a dipingere. Lo facevi pure prima, ma di meno. Adesso ti è presa la fissa e mi hai - sporcato di pittura tutte le magliette mie».

«Scusa».

«Ah, si lavano» fa una breve pausa. Abbassa e alza lo sguardo più volte. Si perde un briciolo negli occhi del compagno, che una volta lo fissavano grandi e spalancati, adesso sono mezzi socchiusi, vuoti e spenti; la palpebra destra non riesce a stare aperta del tutto a causa del taglio che la attraversa. Cerca di non badarci troppo.

Perché ci vuole tempo.

«Uhm, poi...» riprende «Giocavi a rugby. Hai smesso poco dopo la fine del liceo, ma eri piuttosto bravo. Per quanto ne capisco io di rugby, però quando venivo alle partite ti incitavano tutti e immagino fosse perché eri bravo». Si interrompe di nuovo, prende un respiro profondo. Fa per ricominciare a parlare, ma viene preceduto da un «Si può?» che tronca il discorso.

Gli basta voltare di poco il capo per osservare la porta della stanza aprirsi e la soglia venir varcata da Giulio, Aureliano e, per ultimo, Matteo che tiene lo sguardo basso e le spalle incassate.

Simone osserva il loro ingresso, sebbene i loro nomi non li abbia ancora imparati. Glieli hanno ripetuti più volte, in tutte le occasioni in cui si sono presentati in orario di visita, ma nessuno gli è entrato in testa.

Eppure dovrebbero essere i suoi amici.

Aureliano si siede sul bordo del materasso al fondo del letto con poca delicatezza, tanto da far tremare tutto - il che provoca una fitta di dolore a tutta la schiena di Simone, che strizza gli occhi per sopportarlo.

«Ti abbiamo portato delle cose» esclama Aureliano e fa un cenno del capo a Giulio. Quest'ultimo solleva due buste di plastica che regge tra le mani. «Abbiamo pensato che il cibo dell'ospedale fa piuttosto schifo» attesta. «Quindi prima di venire qui siamo passati da un supermercato a prendere qualunque cosa» prosegue Aureliano «Qualunque per davvero, dolce, salato, pure i marshmallow, vero, Mattè?».

Matteo non li sta davvero ascoltando. Si desta quando viene pronunciato il suo nome e si limita ad annuire e «Già» poi biascicare.

«Grazie» mormora Simone «Non - non credo di poter mangiare nulla, però uhm... Grazie per il pensiero».

Il sorriso sui volti di Aureliano e Giulio si affievola a tale affermazione. Pensavano di aver compiuto un gesto carino e invece hanno fallito.

«Beh, li puoi mangiare quando esci, no?» tenta di rimediare Manuel, il quale cerca ancora una volta di essere positivo. Non è un ruolo che gli si addice molto.

Simone gli rivolge un'occhiata, stanca e spossata, e le sue labbra si curvano appena verso l'alto.

«Ma sì, certo» esclama Aureliano «Tanto mica è roba che va a male».

«La metto qui» Giulio sposta le due buste e le ripone sul davanzale della finestra, rischiando di farle cadere un paio di volte.

«Come stai?» è Matteo a parlare. È una domanda senza preavviso e fa un effetto strano sentire la sua voce: sono giorni che ha smesso di parlare, con chiunque e di qualunque cosa. Ha sollevato lo sguardo, ora sta fissando il viso di Simone e le sue cicatrici lo travolgono come una palla di cannone in pieno stomaco, specialmente con la consapevolezza di esserne il diretto responsabile.

Simone non sa bene in che modo replicare, forse perché una risposta non esiste. Può dire come sta a livello fisico, facendo riferimento a quel che riportano i medici, ma per il resto non ne ha idea.

Non lo sa come sta, per cui gli viene quasi spontaneo cercare lo sguardo di Manuel, ad elemosinare una risposta valida, una frase opportuna per tal quesito.

Ma anche Manuel viene colto alla sprovvista perché poi a Matteo, da quando gli ha tirato un pugno in faccia - il livido sotto il suo occhio ha iniziato a sbiadire soltanto ora - non gli ha più rivolto la parola.

«Sta bene» si limita a dire. Non guarda chi ha posto la domanda se non di sfuggita.

Matteo vorrebbe specificare che lo ha chiesto a Simone, che vorrebbe sentirlo da lui che sta bene, un briciolo per...

Forse per stare un po' meglio pure lui invece che assolutamente miserabile.

«Sicuro?» tenta di nuovo.

«Sicuro» è ancora Manuel a rispondere.

«L'ho chiesto a lui».

«Ti importa adesso come sta?». È a tal punto che lo sguardo di Manuel si scontra prepotentemente con quello di Matteo, riservandogli un'occhiata tagliente, dura, arrabbiata e rancorosa. In fondo lo sa che non serve a niente addossargli tutta la responsabilità di quel che è successo, che un trauma lo hanno subito tutti e dovrebbe essere più comprensivo. È soltanto più facile prendersela con qualcuno.

«Okay, uhm» interviene Giulio prima che Matteo possa controbattere - e, difatti, lo spinge appena indietro con una mano premuta sul suo petto. «Forse meglio che andiamo, mh? Simone mi pare stanco, così può riposare».

«Sì, meglio» concorda Aureliano.

Si congedano in quel modo, in maniera probabilmente troppo frettolosa, abbandonando la stanza.

Manuel tira un sospiro di sollievo.

Simone può solo osservare la scena, in silenzio. «Non - non ti stanno tanto simpatici» mormora poi.

«No, non è quello, non...».

«Cosa?».

Manuel non crede di essere in grado di spiegargli il motivo del proprio comportamento. Una ragione logica neppure c'è, quindi «Niente» taglia corto e si passa una mano sul volto, frattanto che si rimette in piedi «Tanto devo andare anche io».

«Vai già via?».

«L'orario di visita è quasi finito» puntualizza e non aggiunge altro, credendo che quella sia una spiegazione sufficiente. Lo sguardo gli finisce nuovamente sul suo volto: ha l'impulso di baciarlo, di stringerlo a sé, di inebriarsi le narici del suo odore di borotalco. Il punto è che non può permetterselo e, anzi, il fatto di doversi trattenere dal compiere quei gesti che tra di loro sono divenuti abitudinari lo devasta.

Non può baciarlo, né toccarlo perché non sa in che modo l'altro reagirebbe.

È davvero stato catapultato in un altro mondo, agli antipodi rispetto a come è sempre stato.

Loro due, insieme.

Loro due, separati.

Manuel stringe i pugni lungo i fianchi per trattenere qualunque impulso il cervello gli suggerisca. «Torno stasera, mh?» dice, in un fil di voce.

Simone si limita ad annuire. Una parte di lui vorrebbe persino che l'altro rimanesse.

«Okay, allora io... Io vado» balbetta ancora Manuel. Quella tensione e imbarazzo che c'è tra loro gli dà quasi la nausea. Deve uscire dalla stanza il più rapidamente possibile per riprendersi.

E deve resistere.

Deve convincersi che prima o poi passerà e torneranno ad essere Simone e Manuel.


**


«Manuel? Sei già qui?».

È la domanda che gli viene posta quando quella sera torna in ospedale: è Dante a farla.

Manuel vede il professore davanti alla porta chiusa della stanza di Simone, con le mani nelle tasche dei pantaloni.

«Sì, le visite iniziano tra cinque minuti» spiega, in breve.

Dante annuisce. Lo sta guardando con occhi socchiusi e un'espressione non proprio rassicurante il che porta il ragazzo ad allarmarsi e a chiedere «È successo qualcosa? Simone sta bene?». Ovviamente, teme il peggio, come che sia rientrato in coma o...

Una eventualità che non vuole considerare.

«No, no, sta tranquillo» lo rasserena Dante. «Simone sta bene, io... Posso parlarti un attimo?».

Manuel spalanca gli occhi. Gli sfugge una risata. «Non so se sia peggio, professò» commenta, frattanto che l'uomo gli fa cenno di prendere posto sulla panca sistemata in corridoio. Gli obbedisce.

«Ascolta, uhm» comincia Dante, sedendosi al suo fianco «Floriana ed io abbiamo parlato con i medici. Vogliono dimettere Simone questa settimana e...».

«Questa settimana? No, è presto, si è risvegliato da troppo poco e...».

«Sì, sì, ma continuerà a venire per le medicazioni e iniziare la fisioterapia, però...».

Si interrompe spesso mentre parla, il professore. Lo fa come se non sapesse più come esplicare un concetto. Le parole gli vengono meno.

Manuel se ne rende conto, al medesimo tempo capisce che non sta cercando di dargli una bella notizia. Probabilmente è il contrario. «Però cosa?» insiste.

Dante cerca di forzare un sorriso. «Abbiamo pensato che sia meglio riportare Simone a Roma per la convalescenza» dice.

Ecco.

Non è per niente una buona notizia.

È una frase che Manuel non ha idea di come metabolizzare. Si sente mancare la terra sotto i piedi.

«No» soffoca «No, voi... Voi non potete farlo».

«Ragiona. Simone non si ricorda niente della sua vita. Portandolo nel luogo dove è cresciuto, potrebbe...».

«Ma la sua vita sta qua ora» lo interrompe bruscamente e scatta in piedi. Si porta una mano sul petto, al centro esatto. Riesce a percepire il proprio cuore battere forte contro lo sterno, perché si sta agitando. Perché è allo sbando.

«La sua vita è qua ora» ribadisce «Co' me». Gli sfugge un singhiozzo. Non se ne rende conto, ma una lacrima solitaria gli scivola lungo una guancia.

«Manuel...».

«No, no, voi non capite» tronca di nuovo la sua frase sul nascere «Siete i suoi genitori, sarete sempre legati a lui. Io no. Se lo portate a Roma, lui... Lui non si ricorderà mai di me. Non sarò mai niente per lui».

«Ma puoi venire a trovarlo quando vuoi e...».

«Non è la stessa cosa» biascica e torna a sedersi sulla panca, lasciandosi cadere di peso. «Non me lo portate via, per - per favore» è una supplica che gli esce fuori di bocca frattanto che fissa Dante dritto negli occhi, mostrando i propri lucidi e arrossati. «Per favore» mormora ancora «Io posso - posso occupamme de lui. Posso portarlo in ospedale, alle visite, posso... Posso fa' tutto».

«È un peso troppo grande per te, Manuel».

«Non lo è» scuote vigorosamente il capo. «È la mia metà, professò» sussurra «Ce l'ha spiegato lei come funziona. E non posso perdere la mia metà, non così».

Dante non sa come reagire. Non sa che dire di fronte a quello sguardo così deciso, così innamorato. È sempre stato consapevole dei suoi sentimenti nei confronti del figlio per cui non è nemmeno una novità, ma lo spiazza comunque quella intensità, quella foga che gli scorge negli occhi.

Si lascia andare ad un sospiro sommesso. «Ne parlo con Floriana» dice, a bassa voce «Magari - magari riusciamo a trovare un compromesso».

Manuel non ascolta più niente dopo una simile affermazione nonostante Dante stia ancora parlando: gli si butta addosso per un abbraccio che serve più a lui che al professore. «Grazie» soffoca, con la fronte appoggiata alla spalla dell'uomo. Dante è colto alla sprovvista, riesce soltanto a battere piano con un palmo sulla sua schiena.

Forse non è la scelta più saggia e razionale quella di lasciare Simone a Milano ed è sicuro che la moglie si opporrà. Ma per il momento lascia credere al ragazzo quel che vuole, per non distruggerlo in via definitiva.

Almeno per un po'.


**


«Okay, piega un po'» Manuel lo dice in un sussurro mentre sciacqua nel lavandino il rasoio che ha in mano.

Simone gli obbedisce, inclinando un briciolo la testa su di un lato. È seduto sul coperchio chiuso del gabinetto di quel minuscolo bagno che l'ospedale ha da offrire, ma è già tanto che ne abbia uno da usare singolarmente e non da condividere. Tiene il mento alto, le palpebre si abbassano e alzano ad intervalli regolari, frattanto che Manuel gli sta davanti, in piedi, e con meticolosa attenzione gli rade il viso; gli risulta complicato perché deve evitare i tagli che si stanno rimarginando e ha paura di toccarne uno e fargli male. È una cosa che vuole evitare, per cui risulta totalmente assorto nei gesti che sta compiendo, ragion per cui il volto è ancora parzialmente pieno di schiuma bianca.

Simone lo lascia fare, tentando di non irrigidirsi troppo. Tiene i palmi posati sulle proprie ginocchia.

C'è silenzio tutto attorno, interrotto soltanto dal rumore delle gocce d'acqua che si infrangono sulla ceramica e dal rasoio che viene sbattuto piano contro di essa.

È quella assenza di suono che Simone interrompe poco dopo mormorando «Lo facevi anche prima?». L'ultima parola viene marcata senza davvero l'intenzione di farlo, come se specificare un determinato tempo stabilisse una linea di confine tra due realtà contrapposte: il prima, con tutti i suoi ricordi, e adesso con la sua memoria azzerata e tutto ancora da scoprire.

«Che cosa?» domanda Manuel, ripulendo una minuscola porzione di pelle sulla guancia del compagno con l'angolo inumidito dell'asciugamano che si tiene su una spalla.

«La barba. Me la facevi tu anche prima?».

Il velo di un sorriso si dispiega sulle labbra di Manuel, malinconico. «È capitato a volte» risponde semplicemente «Quando ti sei rotto un braccio soprattutto».

«Sono un po' maldestro a quanto pare».

«Non così tanto».

«Dici?».

Manuel si lascia scappare un sospiro. Con due dita, delicatamente spinge il mento di Simone per fargli voltare il capo e procedere con la rasatura dall'altro lato. Fa scorrere l'acqua sulla lametta per ripulirla, aprendo il rubinetto per un istante. In seguito torna ad eliminare con premura ogni pelo sottile e corto che trova. «Dico, dico» esclama al contempo.

Il loro breve dialogo si interrompe, lasciando spazio a nuovo silenzio costellato soltanto dai rumori che poco prima erano i protagonisti.

Manuel finisce di radere il viso di Simone, gli ripulisce la pelle tamponando con l'asciugamano e abbozza un sorriso di circostanza che è privo di entusiasmo.

«Abbiamo finito» annuncia dopo «Anvedi che lavoretto che ho fatto» tenta di smorzare quella tensione che ha addosso che non lo lascia in pace.

Simone tenta di ringraziarlo curvando appena le labbra verso l'alto. Non ha idea se possa bastare o meno. Si alza in piedi, barcollando. Col senno di poi il fatto di essere maldestro non è proprio soltanto una diceria considerando che rischia di cadere stando fermo. Strizza le palpebre.

«Tutto okay?» Manuel è subito pronto a sostenerlo, infatti allunga un braccio al quale Simone si aggrappa per mantenere l'equilibrio. «Sì, sì» bofonchia quest'ultimo «Mi sono alzato troppo in fretta e mi è girata la testa».

«Eh, vediamo di alzarci piano, mh?». A Manuel esce quasi come un rimprovero, sebbene non lo intenda sul serio. Lo riaccompagna con lentezza a letto, sul quale Simone si siede con un sospiro di sollievo.

«Ti ho portato dei vestiti da casa» annuncia Manuel e indica con un cenno del capo il borsone da palestra che ha appoggiato sulla sedia non appena è arrivato «Così puoi togliere questo brutto camice per uscire».

Simone spalanca appena gli occhi come riflesso involontario. «Tu sei - andato a casa mia?» chiede con innocenza.

A Manuel viene quasi da ridere. Si rende conto che dà per scontato troppe cose e bastano quelle domande o affermazioni che siano a farlo vacillare e riportarlo alla dura realtà. «Casa nostra» specifica e si ritrova a stringere i pugni lungo i fianchi. Gli sembra di soffocare. Succede sempre quando accennano qualunque discorso che riguarda loro due. È come se dovesse sempre trattenersi troppo per paura di come l'altro potrebbe reagire.

«Viviamo insieme?» mormora ancora Simone, confuso.

«Sì. Noi, uhm - è piccolina come casa, ma non è male».

«Okay» annuisce appena.

Manuel sceglie volontariamente di non proseguire il dialogo. Piuttosto recupera il borsone, lo poggia sul materasso e lo apre, per tirare fuori i vestiti puliti che gli ha portato. Ha trascorso ore davanti all'armadio aperto per poi, alla fine, optare per un pantalone della tuta grigio e una felpa blu leggera. Prende un respiro profondo prima di tornare di fronte al compagno e porgergli gli indumenti.

Simone li afferra con mani tremanti. Il tessuto risulta morbido sotto le dita, in netto contrasto con quello rigido e ruvido del camice sbiadito che ha dovuto indossare negli ultimi giorni trascorsi in ospedale. Gli sembra quasi un contatto con una normalità che, comunque, non ha mai vissuto.

Gli dona un briciolo di sollievo, lo stesso che, però, svanisce quando una nuova consapevolezza lo assale. Solleva lo sguardo per notare gli occhi nocciola di Manuel che lo stanno scrutando da incredibilmente vicino. «Dovrei metterli» mormora e non sa se ha appena posto una domanda o esclamato un'affermazione.

«Uhm, sì» replica l'altro, incerto, perché neppure lui ha afferrato bene il tono usato.

Simone si morde piano il labbro inferiore e «Dovrei - spogliarmi per farlo» fa notare.

In un primo momento, Manuel non si smuove. Non capisce bene quale sia il problema e difatti si ritrova a replicare «Beh, non c'è niente che io non abbia già visto» seguito da una stentata risata.

Solo dopo afferra il concetto di essere andato oltre, superato quei limiti che deve porsi nei suoi confronti.

Lo realizza nell'attimo in cui nota come Simone lo stia ancora fissando, con aria smarrita.

Così si gratta nervosamente dietro ad un orecchio. «Oh, uhm. Okay» bofonchia e si dà dello stupido da solo per non averci pensato prima. «Sì, scusa io - magari ti chiamo un'infermiera per darti una mano e...» balbetta.

«No, faccio da solo».

A tal punto, Manuel si limita ad annuire e si congeda con «Aspetto fuori, allora».

È tutto così sbagliato e fuori posto.

Dovrebbe essere lui ad aiutarlo, lui a prendersene cura e invece è più difficile del previsto.

Si chiude dietro la porta e finisce per appoggiarsi con le spalle quasi tale superficie lo aiutasse a mantenere l'equilibrio. Un po' è così, considerando quanto si sente smarrito.

Socchiude le palpebre. Gli viene da piangere.

In realtà è parecchio che non lo fa. È come se le lacrime le avesse esaurite prima e adesso non avesse più la forza di crearne altre. Non ha idea se sia possibile.

Magari sta metabolizzando quella situazione in maniera estremamente lenta e prima o poi esploderà.

Dall'altra parte, Simone osserva la porta chiudersi. Rimane immobile per un attimo, premendo a fondo le dita nel tessuto morbido di quei vestiti che sanno di borotalco.

In seguito, si rimette in piedi in maniera estremamente lenta, per evitare ulteriori giramenti di testa che lo destabilizzano. Slaccia il camice che ha indosso dietro al collo e sulla vita, se lo sfila e lo piega come meglio può, riponendolo con delicatezza ai piedi del letto.

Rabbrividisce al contatto della propria pelle con l'aria della stanza che in quel momento risulta gelida.

Oltre ai segni che porta sul viso, ne ha altri che gli rimarranno impressi sul corpo per tutta la vita: uno è uno squarcio parzialmente risanato che si estende in diagonale sul suo costato dal lato sinistro, partendo da sotto l'ascella. È una delle lesioni più gravi che ha riportato nell'incidente, ovviamente dopo il trauma cranico. I medici hanno parlato anche con lui delle proprie condizioni, gli hanno spiegato un sacco di cose di cui ha capito due parole in croce. Ad un tratto avrebbe persino voluto ridere loro in faccia poiché non riusciva a realizzare come facessero a ritenere plausibile che uno con l'amnesia comprendesse i loro termini tecnici.

Ad ogni modo, Simone ha evitato quanto più possibile di guardarsi allo specchio, persino andando in bagno per lavarsi i denti. Gli fa impressione osservare il proprio riflesso, sia per le cicatrici sia per il fatto che non riconosce neppure sé stesso - ed immagina quella sia la parte peggiore: avere attorno un sacco di persone che parlano di lui e non associarsi a nessuna delle loro parole.

Con estrema fatica, ha successo nell'infilarsi i pantaloni della tuta e la felpa, che gli sta un po' corta sulle maniche, ma non ha molta importanza.

Magari quei vestiti neppure sono suoi. Non ne ha idea.

Torna a sedersi sul letto. Razionalmente sa che è pronto e sarebbe il momento di richiamare Manuel. Tuttavia, rimane immobile, con lo sguardo fisso nel vuoto e immerso in un silenzio assordante.


**


Un compromesso per far rimanere Simone a Milano lo hanno trovato e Manuel ne è grato.

Non ha capito bene quale sia l'organizzazione di Dante e Floriana, ma può andare a casa insieme a Simone ed è tutto ciò che conta.

È nervoso quando salgono in macchina. La visione del compagno accomodato sul sedile passeggero lo manda in ansia perché è quasi la stessa posizione della sera dell'incidente e questo lo manda fuori di testa.

Controlla più volte che abbia la cintura allacciata, in maniera maniacale.

Durante il tragitto sono più cose che mettono in difficoltà. Ad esempio, quando è alla guida, di solito, ha l'abitudine di mettere la mano sul ginocchio dell'altro ragazzo ed è qualcosa che non può fare in quel momento, non senza scatenare strane reazioni o qualcosa che non può controllare.

Del resto, i medici lo hanno avvisato del fatto che lo stato psicologico di Simone è appeso ad un filo e deve evitare qualunque cosa possa scombussolarlo.

Il problema è che è arduo capire cosa può fare e cosa non può. Deve lavorarci.

Non si aspetta che l'arrivo all'appartamento allevi la sua tensione.

No, anzi, forse è pure peggio: vedere Simone nello stretto corridoio che si guarda attorno spaesato, confuso, un totale estraneo a ciò che lo circonda.

Manda giù a fatica la saliva e prende un respiro profondo quasi si preparasse ad una immersione. Posa sul pavimento il borsone che ha portato in spalla su per le scale. Muove qualche passo distratto e «Vieni» sussurra. Gli mostra le varie zone della casa: la piccola cucina, il minuscolo salotto e il bagno in totale disordine. Giunti alla camera da letto, Simone si ferma sulla soglia della porta. Appoggia fiaccamente una spalla allo stipite e osserva il suo interno. Anche quella stanza è piccola, appena più in ordine rispetto al resto, ma c'è un particolare che attira di più la sua attenzione.

«C'è solo un letto» fa notare.

Manuel gli è accanto quando lo sente pronunciare tale frase. Vorrebbe dirgli che è normale ci sia solo un letto, che è il loro letto, nella loro casa.

Tuttavia, di bocca gli esce soltanto «Sì, uhm - ma se vuoi io dormo sul divano».

Simone gli lancia un'occhiata fugace e «Se non ti dispiace» biascica.

«No, ma figurati».

Sì che a Manuel dispiace. Anzi, gli dispiace ed è furioso poiché quella situazione si fa sempre più difficile e rimanere positivi e ottimisti diviene arduo.

Eppure sforza un sorriso e incassa l'ennesimo colpo.

Solamente allora Simone osa varcare la soglia della stanza. Ne osserva i particolari, come per l'appunto il letto rifatto, ma con le lenzuola evidentemente non stirate, lo specchio a figura intera sistemato in un angolo; sulla parete vicino alla finestra, nello spazio lasciato libero tra questa e l'armadio, nota un pannello di sughero con una cornice blu dove sono attaccate delle polaroid e molti di quegli scatti sono simili a quanto visto in versione digitale sul telefono.

Manuel lo sta a guardare. L'ultima volta che sono stati insieme in quella stanza risale alla sera dell'incidente, mentre Simone si abbottonava la camicia e lui gli fregava la giacca di jeans.

Un'altra vita. Letteralmente.

«Preparo qualcosa da mangiare» propone, prima che il magone lo assalga «Ti va?».

Simone ribatte con uno stentato «Mh-m», senza nemmeno voltarsi.


**


Manuel non è mai stato bravo a cucinare - in generale in qualunque faccenda domestica.

Quando ha saputo che Simone tornava a casa, si è messo a pulire ogni cosa nel modo migliore che conosceva. Certo, il risultato non è stato ottimale, ma si può ritenere soddisfatto. Circa.

Ora ha versato dell'acqua in una pentola e fissa la fiammella sotto di essa, aspettando di poterci aggiungere la pasta. È il piatto più semplice che è in grado di preparare perché di solito ci pensava Simone.

Appoggia le mani sul piano della cucina. Non sa come affrontare i giorni che verranno, ha terribilmente paura.

Simone è ancora in camera da letto, ha addirittura chiuso la porta.

Manuel non lo ha disturbato, immaginando volesse un po' di tempo da solo. Ne ha il diritto, del resto.

Lo vede uscire dalla stanza quando la pasta è cotta e la sta scolando nel lavandino. Nota che si è cambiato, utilizzando un pantalone di cotone grigio e una maglietta bianca col collo alto. Non sapeva nemmeno l'avesse.

«È pronto» annuncia e gli fa cenno di sedersi al tavolo quadrato che ha già apparecchiato per due.

Pronto più o meno poiché si limita a buttare sopra quelle penne rigate un vasetto di ragù pronto che dovrebbe prima scaldare o diluire con un po' d'acqua calda, ma le istruzioni non le ha lette quindi va bene così. Spera sia qualcosa di commestibile dal momento che non ha assaggiato nulla - di aver azzeccato la giusta quantità di sale, perlomeno.

Al sapore, comunque, Simone non ci bada molto. Rigira le penne con la forchetta in maniera distratta. «Ho visto delle tele di là» sussurra, tenendo lo sguardo basso «Sono tue?».

Manuel scuote appena il capo. Il sale della pasta va bene e ne manda giù un boccone. «No, sono tue» replica «Te l'ho detto l'altro giorno».

Simone sbatte rapidamente le palpebre. Nella miriade di informazioni che ha ricevuto negli ultimi tempi, qualcosa si è perso. «Sì, scusa» bofonchia «Io - me lo ricordo, sì». Fa una pausa e tenta di mangiare pure lui, sebbene non abbia molta fame. «Sono immagini piuttosto - cupe» afferma dopo «Cioè è tutto piuttosto - astratto, ma... Ci sono un sacco di colori scuri».

«Dovrebbe essere una ricerca di stile».

«È uno stile triste» Simone posa la forchetta sul piatto. «Sono una persona triste?».

Manuel non sa come rispondere, forse perché non è il genere di domanda che ci si aspetta di solito. «Non sei una persona triste» replica «E poi tutti c'hanno i loro momenti no. Tu hai sempre detto che - la pittura ti aiuta a sfogarti, che prima lo facevi con il rugby, ma era giunto il momento di qualcosa di più tranquillo e intimo».

«E tu fai qualcosa? Per sfogarti, intendo».

Gli sfugge una risata. «Di solito scrivo poesie» afferma «Niente di che».

«Per chi le scrivi?».

Vorrebbe rispondere che è ovvio per chi le scrive, che manco dovrebbe chiederglielo, ma forse quello fa parte dei limiti da non superare, perlomeno non ora.

Per cui volontariamente sceglie di non fornire una risposta e di cambiare argomento: «Come è venuta la pasta?».

Simone capisce che l'altro ha evitato il quesito. Tuttavia, non insiste. «Meglio di quel che ti fanno in ospedale» replica e abbozza una risata priva di entusiasmo.

Finiscono di cenare in silenzio.

Un po' è perché Manuel ha paura di parlare, dire qualcosa di fuori luogo o fare peggio. Sono nella loro casa, ma non può viverla allo stesso modo. Ad esempio, di solito, dopo aver finito di mangiare a turno uno dei due lava i piatti e l'altro li asciuga, canticchiando canzoni stupide che finiscono per storpiare dal momento che sono entrambi stonati.

Invece quella sera lo fa da solo, con assenza di suono ed è un particolare - uno dei tanti - che lo ferisce.

Così come lo fa in seguito quando Simone è a letto e non può stendersi al suo fianco, non può abbracciarlo, non possono guardare la serie di Occhio di Falco insieme.

Può soltanto restarsene fermo sulla soglia della porta, con un cuscino e una coperta in mano, a guardarlo seduto sul materasso nella penombra.

Pensa a quanto sia bello, nonostante le cicatrici. Pensa a quanto lo vorrebbe baciare e passare una mano tra i suoi capelli morbidi.

Pensa a come vorrebbe appoggiare un orecchio sul suo petto e lasciarsi cullare dal rumore del battito del suo cuore.

Distratto da scenari che la propria mente ha cominciato a produrre, non si rende manco conto di ciò che gli esce di bocca. È soltanto un sussurro, appena percettibile, che recita: «Ciao, Peter».

Simone lo riesce a sentire. Solleva lo sguardo e aggrotta le sopracciglia. «Chi è Peter?» domanda.

A Manuel sfugge una risata, triste, malinconica, arrendevole. «Nessuno» mormora e scuote il capo.

«Buonanotte, Simò».


**


Manuel ha imparato a conoscere bene le abitudini di Simone, specialmente da quando vivono insieme.

Sa che mette tre cucchiaini di zucchero nel caffè, che se si fa il tè ci mette il latte altrimenti non riesce a berlo, che sente il bisogno di cambiare spazzolino una volta a settimana - ha comprato uno stock di quelli fatti col bambù per non usare quelli di plastica - che mette le camice sotto alle magliette lasciando fuori il colletto e che perde una infinità di tempo in bagno per sistemarsi i ricci dei capelli.

Manuel conosce perfettamente le abitudini che aveva prima.

Adesso, però, Simone il caffè lo prende amaro, il tè non lo prepara mai, ha uno spazzolino di plastica e indossa principalmente felpe monocolore sopra jeans larghi.

Se ha avuto soltanto l'impressione di avere davanti una persona differente, ogni giorno che passa diviene una certezza.

Manuel se ne sta seduto sul bordo del letto in quella che - una volta - era anche camera sua. Poggia i gomiti sulle cosce, il busto leggermente propenso in avanti e gli occhi fissi sulla figura di Simone che si riflette nello specchio a figura intera.

Lo osserva mentre tenta di sistemare un ricciolo di capelli che continua ad andargli davanti alla fronte.

Sbuffa sonoramente e passa ad aggiustare la polo a righe orizzontali blu e bordeaux che si è messo addosso. «Certo che aveva davvero un pessimo gusto nel vestire» esclama.

«Aveva chi?».

«Lui».

Manuel ha badato molto al fatto che Simone abbia cominciato a parlare del se stesso del passato in terza persona. È capitato altre volte e, inizialmente, ha dato la colpa alla confusione che lo ha assalito tra il ritorno alla quotidianità, alla sua normalità.

In seguito, tuttavia, il tempo è passato e quelle frasi sono rimaste.

Tenta di farlo ragionare molto spesso, ponendo domande come quella, di fargli indirettamente capire che è sbagliato, che dovrebbe utilizzare un pronome differente - come i medici hanno suggerito, del resto - ma funziona poco e nulla.

«Vuoi altri vestiti?» gli chiede, con tono piatto.

Simone annuisce subito, con fin troppo entusiasmo e abbozza un sorriso. «Sarebbe fantastico» esclama «Questi, non so - magari li vuoi tu. Dovrebbero andarti».

Manuel vorrebbe dirgli che sicuramente gli vanno perché la maggior parte delle volte i vestiti li comprano insieme e spesso se li scambiano quindi è ovvio che gli vadano bene. Però sta zitto e incassa pure quel colpo.

«Sì, va bene» dice, fiaccamente.

Che tanto a Simone neppure interesserebbe quell'aneddoto.

No, Simone ha smesso di essere curioso riguardo alla sua vita prima dell'amnesia, da un bel pezzo.

Non chiede nulla, non si informa, come fosse un capitolo concluso; interrompe i discorsi della madre su quando era un bambino, quelli degli amici che magari gli raccontano di cosa hanno fatto durante il viaggio di maturità. A Manuel manco permette di iniziarli i dialoghi che si riferiscono a loro due.

Preferisce quasi rimangano così, due estranei sotto lo stesso tetto, ignorando completamente il fatto che Manuel sia innamorato e che stia male.

Non se ne accorge o non vuole farlo.

Manuel sopporta e basta. Ha smesso di essere positivo e ottimista riguardo l'intera situazione, lasciando spazio alla rassegnazione.

Ha perso la voglia di combattere e pur di tenere l'altro ragazzo vicino - nonostante tutto - continua ad incassare colpi e ingoiare pillole amare.

È la stessa rassegnazione che lo accompagna più tardi in auto e in giro al centro commerciale in quei negozi che prima manco avrebbero guardato.

«Mi sa che ho un po' esagerato con le felpe» Simone lo dice con un sorriso, agitando la busta di carta che ha in mano. Si lascia cadere seduto su una delle panchine di pietra che precedono il parcheggio e posa i sacchetti del suo shopping a terra. «Però se trovi un tre per due, meglio approfittarne. A te piacciono?».

Manuel gli siede accanto, con le mani affondate nelle tasche della giacca marrone che indossa. A stento lo guarda in faccia. «Sì, sono carine» commenta, con poco interesse.

«Scommetto le avrebbe prese anche lui» aggiunge Simone, non levando un sorriso fiero dalle labbra, che è il medesimo che svanisce nel momento esatto in cui si volta verso l'altro ragazzo e nota la sua espressione. «Manuel?» lo richiama.

«Mh?».

«Tutto okay? Sei - non lo so, assente».

Manuel ci impiega qualche secondo a replicare. Non sa come potrebbe mai spiegargli che assente lo è davvero, che sta vivendo una realtà che non gli appartiene e che vorrebbe essere altrove perché ogni volta che lo guarda equivale a morire.

«È tutto okay» taglia corto.

Simone non ci crede, non del tutto, però non indaga oltre. Si limita ad annuire. Sta per riprendere a parlare quando una nuova voce sopraggiunge, femminile, acuta e strillante «Simone? Oddio, sei proprio tu!».

Manuel si desta in tale istante, solleva il capo che ha tenuto basso per notare la presenza di una ragazza di fronte a loro, con i capelli lunghi e biondi, gli occhi scuri e un sorriso stampato sul volto.

Lui lo sa chi è, l'ha vista in università e sa che ha frequentato la stessa facoltà di Simone a Roma, sa che hanno partecipato ad un progetto insieme e dovrebbe chiamarsi Ludovica.

Lui la conosce, ma Simone l'ha dimenticata.

Non è nemmeno stata una delle persone informate dell'incidente, non trattandosi di una presenza continua nella sua vita.

«Non ci vediamo da un sacco! Mi sembri un botto cambiato. Ma che hai combinato in faccia?».

È assurdo come la ragazza vada avanti in quel dialogo palesemente a senso unico perché Simone non le risponde, non ne è in grado, non riesce a pronunciare mezza parola.

Manuel se ne accorge, lo vede tremare, stringere i pugni appoggiati sulle cosce e abbassare la testa.

Vorrebbe fare qualcosa, intervenire, ma sembra trovarsi anche lui in una bolla surreale dove tutto avviene a rallentatore.

Ludovica blatera qualcosa riguardo ad una cena che dovrebbero assolutamente organizzare insieme con tutti gli ex colleghi di università, aggiungendo, riferita a Manuel, «Puoi far venire anche il tuo amico» - ed è evidente che il ricordo non è reciproco.

Soltanto a quel punto Simone dà di matto. «No, no, no» cantilena. Si porta le mani sulle tempie e strizza le palpebre. In un attimo scatta in piedi, confuso e impaurito. Si allontana, corre via sbattendo contro i passanti e rischiando di cadere.

Manuel fatica a metabolizzare ciò che sta accadendo. Ignora quel «Che succede?» della ragazza che ha osservato la scena e che non capisce nulla, borbottando uno «Scusa, io - scusami». Raccatta le buste piene di vestiti e corre dietro al compagno.

A causa della sua andatura irregolare, lo raggiunge facilmente nel bel mezzo del parcheggio. Lo afferra per un braccio per costringerlo a fermarsi, mentre le borse di carta cadono a terra.

Simone tenta subito di divincolarsi, strattona e singhiozza «Lasciami, lasciami, lasciami».

Le persone che passano lì accanto, inevitabilmente rivolgono loro qualche sguardo curioso e perplesso. Manuel non ci bada, quasi si trovasse sotto ad una campana di vetro dentro alla quale ci sono soltanto le grida di Simone che crolla e va nel panico.

«Simò? Simò, è tutto okay» tenta di rassicurarlo, a bassa voce «Va tutto bene, d'accordo?».

Simone scuote vigorosamente il capo. I suoi polsi sono ancora tenuti stretti dalla morsa da parte dell'altro ragazzo, dalla quale non è riuscito a liberarsi, perlomeno non fino a quel momento quando ci impiega un briciolo più di forza. Riesce a spingerlo via e urla «Non va bene niente!».

Manuel sobbalza all'indietro e rischia di cadere sull'asfalto. Osserva Simone, i suoi occhi grandi che si sono gonfiati e arrossati, le cicatrici sul suo viso che paiono più evidenti del solito.

Una parte di lui vorrebbe abbracciarlo e basta, mettendo da parte quel velo di apatia che negli ultimi tempi gli è calato addosso come un macigno, perché in quell'istante ha una morsa che gli si stringe attorno al cuore. «Simò...» dice in un sussurro, rassegnato e malinconico.

Simone, però, si lascia scappare un grugnito. Porta entrambe le mani tra i capelli, scompigliando i ricci che ha sistemato in modo maniacale prima di uscire di casa. «Smettila» esclama «Smettila! Dovete smetterla tutti quanti!».

«Smettere cosa?».

«Di parlarmi come fossi lui!» sbotta, esasperato «Di dirmi cosa faceva, come lo faceva e - tutto! Smettetela! Mia madre, quei tre idioti che dovrebbero essere amici miei...».

Manuel soffoca un singulto: trovarsi in una discussione del genere lo scombussola. Razionalmente riconosce quella come una crisi e sa che la cosa più logica sarebbe solo tentare di calmarlo e chiamare il medico di riferimento per sapere cosa fare dopo - Floriana si è raccomandata su questo. Ne è consapevole, quindi cerca di regolarizzare il proprio respiro per mantenere quel briciolo di controllo sugli eventi, ma è più difficile del previsto.

È difficile poiché Simone gli scarica addosso ulteriori frasi taglienti «Tu devi smetterla» grida e lo fa con uno sguardo pieno di rammarico «Perché non te lo metti in testa? Lui non c'è più e non tornerà mai. Io non sono lui. Non lo sono e non voglio esserlo. Lui se n'è andato, se n'è andato e basta!».

Sono quelle le parole che portano Manuel a non trattenersi più, a perdere le redini. Tutto ciò che ha trattenuto dentro nelle ultime settimane, quello che ha sopportato...

Semplicemente scoppia.

La maschera di comprensione che ha si è costretto ad indossare si frantuma e i suoi tratti si irrigidiscono.

«No, non sei lui» sibila, con tono a stento percettibile «Non ci stai nemmeno provando a esserlo». Le sue labbra sono tese e ha il fiato corto.

Si avvicina a Simone guardandolo dritto negli occhi. «E così non potrai mai essere lui» dice ancora e adesso gli è vicinissimo, a pochi centimetri dal suo viso «Non sei lui e io voglio lui. Non voglio te. Voglio lui, ridammelo». Parla con frenesia e disperazione, la stessa che lo porta a dare all'altro una spinta, sbattendo i palmi sul suo petto. «Ridammelo!» urla di nuovo.

Simone trema ed è atterrito. Ha sempre visto Manuel docile e gentile, perlomeno nei suoi confronti. Di un lato più aggressivo e rabbioso non ne ha ricordo, per cui vederlo ora, sentirlo parlare in quel modo...

Lo spaventa.

Non è neppure in grado di reagire in alcun modo, di fare qualcosa. Rimane a fissarlo col respiro smorzato in gola.

Dall'altra parte, Manuel non riesce a pentirsi di come ha appena agito. Forse a causa della rabbia che ha tenuto dentro fin troppo e che lo sta ancora dominando.

È per questo che non aggiunge o fa altro. Pensa semplicemente che se non sei lui, allora io non devo stare qui.

Si morde piano il labbro inferiore e, con una freddezza inusuale, scansa Simone e va via, svelto, lasciandolo solo in mezzo al parcheggio, tra la gente che ancora passa, ma che non presta più attenzione a loro.


**


A Manuel viene l'istinto di tornare indietro non appena sale in auto. Tiene le dita strette attorno al volante per qualche minuto prima di partire.

Non ha una meta: gira a vuoto in auto, con la musica a massimo volume che spera - e prega - possa silenziare i propri pensieri come una perfetta anestesia.

Lo fa per tre ore e nemmeno si rende conto di quanto tempo sia effettivamente passato quando torna in quel parcheggio e lo trova vuoto: Simone non c'è.

Prova a chiamarlo, squilla e poi parte la segreteria telefonica.

Si dà mentalmente dello stupido per il modo in cui ha reagito, per come è scattato senza provare ad essere lui l'ancora salda a cui aggrapparsi. Ha sbagliato e non ha idea di come rimediare.

Non c'è più nessuno attorno, soltanto lui e la Peugeot con le luci accese e le quattro frecce.

Manuel si lascia cadere seduto sullo spartitraffico, con il telefono in mano e le venti chiamate in uscita al numero del compagno.

«Cazzo» dice, tra sé. Compone un altro numero, quello di Floriana. Squilla anche questo e la donna risponde dopo poco: «Pronto?».

«Pronto? Io...».

«Simone è qui».

È buffo come non deve neppure porre la domanda per avere una risposta. Sa che la signora Balestra è rimasta a casa di conoscenti nei pressi di Milano, così da rimanere nei paraggi per aiutare il figlio - uno degli aspetti del loro compromesso.

Sospira di sollievo alla notizia di Simone al sicuro.

«Me lo può passare?» sussurra, con un fil di voce.

Floriana sospira sommessamente: «È meglio di no».

Manuel si aspetta quel blocco, lo ha messo da subito in conto, ma non si arrende: «Per - per favore, ho bisogno di parlarci, io... Ho fatto un casino e mi dispiace e...».

«Lo hai lasciato solo in un parcheggio a venti chilometri da casa».

«Sì, ma... Non volevo, io... È successo tutto insieme e ho reagito male, lo so. Non succederà più, io...».

«Lo so che non succederà più, Manuel. Domani mattina partiamo per Roma».

Quella notizia è come un fulmine a ciel sereno. Ci impiega un attimo a metabolizzare, ad assimilare tale frase, per realizzare che sta succedendo sul serio.

Che gliela stanno portando via la sua metà.

«Ho sbagliato solo stavolta, perché non...» tenta di dire, ma Floriana lo interrompe subito: «Mi dispiace, Manuel. Ti avevamo avvisato che era una cosa troppo grande da affrontare».

«Non è troppo grande, è stato solo un - solo un momento, io...».

«Meglio che ce ne occupiamo noi d'ora in poi. Buonanotte, Manuel».

La chiamata si conclude in quel modo senza alcuna possibilità di replica.

Manuel rimane con il telefono appoggiato all'orecchio e lo sguardo fisso nel vuoto. Percepisce la terra mancargli sotto i piedi, è al pari di un satellite smarrito senza più la forza di gravità a mantenerlo in orbita.

Comincia a tremare e piangere, sebbene a tali sensazioni non ci sia abituato.

Ma non riesce più ad essere forte.

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro