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Echi

[Dovrebbe esserci un GIF o un video qui. Aggiorna l'app ora per scoprirlo.]



[Tw: Slight s3lfharm]


Ho quasi beccato tu' padre de là.

Beh, tanto ti vede sempre qua. Si preoccupa il giorno che non ti vede.

Sì, lo so. E nun me dà fastidio, anzi, però potremmo pure prende qualcosa de nostro.

Che intendi?

Beh, tra poco te ne devi annà a Milano. Pensavo de venì co' te.


Simone si sveglia di soprassalto, ritrovandosi seduto sul letto, tra il piumone pesante e le lenzuola azzurre sgualcite.

Non che abbia effettivamente dormito, dato che ha preso sonno per sfinimento, col proprio corpo che si è arreso alla stanchezza, non per altro. Non dorme in maniera decente da almeno una settimana.

Sa che potrebbe aiutarsi con i tranquillanti che gli hanno prescritto in ospedale, ma non vuole perché sono gli stessi che gli fanno perdere il controllo sui pensieri che ha.

Quei pensieri che cominciano a viaggiare a briglia sciolta nella propria testa, in maniera violenta e incalzante.

E non può permetterselo.

Perché è già difficile così: stare attento ad ogni cosa che fa e che dice.

Sta diventando estenuante poiché spesso se ne rende conto troppo tardi, come quando mette lo zucchero nel caffè o fa riferimenti a film sui supereroi che non ha mai visto - non dopo, perlomeno.

Sta diventando logorante combattere contro di lui, in un corpo dove pare un ospite.

Simone ha il cuore che gli batte forte nel petto e la fronte imperlata di sudore. Ha il fiatone, quasi avesse appena corso una maratona. Le mani gli tremano.

È buio nella stanza, l'unica fonte luminosa è quella proveniente dai lampioni fuori dalla finestra, per strada.

«Simò?».

Manco se ne è accorto che Manuel si è svegliato, probabilmente a causa del lieve sussulto che ha causato al materasso. Simone deglutisce a fatica. Gli basta voltare di qualche centimetro il capo per scorgere il viso dell'altro ragazzo, che gli siede accanto e gli ha appoggiato una mano sulla spalla – così, solo per avere una sorta di contatto che riesce a calmare entrambi.

«Scusa» biascica «Non volevo svegliarti».

«Non fa niente» lo rassicura Manuel. Lo guarda, rivolgendogli un sorriso docile. «Hai avuto un incubo?».

A Simone viene da ridere in modo isterico, seppur riesca a trattenersi. Vorrebbe dirgli che non è davvero un incubo, che è la realtà stessa che lo atterrisce; la realtà che fatica a riconoscere.

Tuttavia «Sì, un incubo» taglia corto.

Manuel pare crederci - perché è una di quelle scuse che il compagno ha usato tutte le notti. Si sporge di poco in avanti, per depositare un bacio fugace sulla sua tempia. «Posso fare qualcosa?» sussurra, mentre passa le dita tra i suoi capelli.

Simone si lascia andare ad un sospiro sommesso. Vorrebbe ci fosse qualcosa che l'altro potesse fare - che chiunque potesse fare. Il problema è che una sorta di guerra si sta svolgendo nella propria testa e nessuno può davvero quietarla.

Socchiude per un momento le palpebre, beandosi del tocco delicato dell'altro ragazzo tra i propri ricci. «Mi abbracci?» pigola.

Manuel non ha ancora levato il sorriso quando si scosta, scivola indietro sul materasso per concedergli spazio e torna a sdraiarsi. Simone segue i suoi movimenti al pari di una calamita col suo magnete: appoggia il capo sul suo petto, si lascia stringere e accarezzare, frattanto che il compagno tira su il piumone per coprire entrambi.


Ci prendiamo un appartamento. Piccolo, eh, che i prezzi de Milano me fanno venì voglia de buttamme nel Tevere.

Mi stai chiedendo di diventare coinquilini?

De vive insieme, Simó. Te sto chiedendo de anná a vivere insieme.

E me lo chiedi così?

Beh, che voi? Una lettera su carta intestata?


Simone strizza gli occhi. Gli echi che ha all'interno del proprio cervello non lo lasciano in pace neppure in tale istante e rischiano di fargli scoppiare la testa.

Si accoccola ancor di più all'altro ragazzo, finisce per stritolare il tessuto della sua maglietta tra le dita, affonda il naso nel suo collo e inspira a fondo, per percepire all'interno delle narici il suo profumo di borotalco.

«Manuel?» lo richiama, piano.

«Mh-m?».

«Me lo dici di nuovo?».

«Che cosa?».

«Che mi ami». Si sente un briciolo stupido a fare una simile richiesta – lo sa perfettamente che è stupido. Però ne ha la necessità, come se tali parole potessero servire a tenerlo a galla mentre sta affogando.

Manuel, d'altra parte, il motivo non lo capisce. Ciò nonostante, abbozza un sorriso e stringe la presa su di lui. «Che ti amo» sussurra.


Quindi? Ce voi venì o no?.

Sei pazzo. Ma come fai con - cioè lasci Roma? E tua madre e...

Mi madre sa già tutto e non vede l'ora de sbatterme fuori de casa, tra parentesi. E Roma - Roma non è un problema.

In che senso?

Nel senso che pó esse Roma, Milano, Venezia o Reggio Calabria. Non me interessa. Perché per me casa è dove stai tu.


Simone non se ne è nemmeno accorto della lacrima che, solitaria, attraversa la propria guancia. «Me» soffoca.

«Amo te» gli ripete Manuel, a bassa voce e con i polpastrelli sfiora una sua guancia. A Simone trema leggermente il petto. Lascia che quella frase gli accarezzi i timpani, che vada a scacciare gli altri pensieri. E per un po' funziona pure.

Concede al compagno di cullarlo con delicatezza, di sfiorarlo e toccarlo, di farsi guarire ancora una volta, sebbene, su alcune ferite, non abbia alcun potere.


**


Nei tre giorni successivi, gli echi paiono calmarsi.

Simone è consapevole del fatto che sia temporaneo, che quando meno se lo aspetta, torneranno a galla e sarà micidiale. Per il momento, comunque, cerca di non preoccuparsene.

Anche perché quella è la prima sera dove può rendersi utile.

Il titolare di Manuel ha accettato di inserirlo nel personale – in un ruolo marginale, okay, ma ne è grato lo stesso, per la possibilità – e ne è piuttosto fiero.

Ha persino indosso la maglietta blu elettrico e il grembiule nero della divisa.

Adesso se ne sta in piedi, accanto al bancone di legno, dondolando appena su sé stesso e osservando il locale: è ancora piuttosto vuoto, perché è presto, è soltanto pochi dei coperti sono occupati.

«Sei agitato?» Manuel lo affianca, pure lui lanciando un'occhiata attorno per controllare la situazione.

Simone gli rivolge lo sguardo. «Un po'» bofonchia.

«Sta' tranquillo, non è difficile. Ti ricordi cosa devi fare?».

«Prendere i piatti sporchi e portarli in cucina».

«Esatto. Se qualcuno fa domande strane, chiami me».

Gli sfugge una risata, un briciolo nervosa, in realtà. Ha il terrore di combinare qualche casino e sprecare l'occasione che gli è stata data. Cerca di non pensarci, che tanto deve fare una roba semplice.

Può cavarsela, no?

Manuel gli passa una mano sulla schiena, tra le scapole. Spera che quel gesto riesca a farlo rilassare un minimo. «Stasera sta un po' di casino che fanno la serata karaoke» spiega «Che è 'na cafonata, ma attira un botto de gente. Saranno tutti troppo impegnati a cantare pe' fà domande strane».

«La serata karaoke?» ripete Simone, con tono stridulo. Poi ridacchia. «Canti pure te?».

«Sò stonato come 'na campana io» commenta Manuel e scuote il capo «Lascia perde».

«Non è vero. Secondo me canti bene».

«No, fidate». Scrolla le spalle e osserva l'ingresso nel locale di una coppia di nuovi clienti. «Vado che stanno cominciando ad arrivà. Sto qui in giro, mh?».

Simone annuisce, prima che Manuel gli depositi un rapido bacio sulle labbra e torni a lavoro.

Il proseguimento della serata è, effettivamente come preannunciato, piuttosto frenetico: l'intero ristorante si riempie di gente, c'è un brusio di sottofondo che si mescola alle canzoni del karaoke allestito in un angolo dell'ampia sala dalle pareti tinta ocra, con tre casse, uno schermo piatto e due microfoni utilizzati dalle persone di turno; suonano canzoni del pop italiano, qualcuna anche inglese con pronuncia discutibile.

Simone cerca di stare al passo, girando tra i tavoli e raccattando i piatti dopo che le pietanze vengono consumate. Tutto sommato, crede di cavarsela bene, ottenendo persino sorrisi di ringraziamento da vari clienti; Manuel lo perde di vista delle volte, sicuramente perché impegnato a correre – sul serio – dalla cucina ai tavoli, per servirne in fretta i più possibili.

Ha una pila di tre piatti in mano, ne sta aggiungendo un terzo, quando, con la coda dell'occhio, scorge una coppia sulla quarantina impegnata al karaoke: è una donna dai lunghi capelli corvini lasciati sciolti e mossi e un uomo brizzolato, che mantiene il microfono e più che altro ride alle movenze di quella che, presumibilmente, è la compagna, l'unica che si sta sul serio impegnando a cantare.

Sulle prime note, Simone quella canzone non pare riconoscerla. In effetti, di musica ne ascolta poca, quindi non si sorprende troppo.

«Eravamo quel che tutti sognano, quell'amore che i cantanti cantano» la donna dai capelli corvini stona, l'uomo ride e aggiunge «Tanto forte, potente, immenso che sembra esagerato ed impossibile».

No, non la conosce, eppure...


Tanto è inutile che fingi che non ti piace. La conosci pure a memoria.


Il respiro di Simone si smorza, la mano che tiene i piatti gli trema.


Potrebbe diventare una tradizione nella casa nuova.

Tu che storpi le canzoni?

Noi che storpiamo le canzoni, mentre facciamo i piatti, in casa nostra.


La musica va avanti, quei due sconosciuti continuano a strillare, incuranti di lui, del modo in cui qualcosa gli si sta rompendo dentro. Cerca di non cedere, non subito, mentre strizza le palpebre come se in tal modo potesse placare quei maledetti echi.

Ovviamente, non funziona.

Fugge dalla sala, con solo quei tre piatti in equilibrio sui palmi, scordandosi gli altri sui tavoli. Arranca fino alla cucina, molla le stoviglie sporche su una superficie piana di acciaio che, con molta probabilità, non serve per quello.

Non ne ha idea. Però sta annaspando, soffocando, ha la vista appannata e non ragiona con lucidità.

Si muove con fare sconclusionato, va a sbattere contro una ragazza, una delle cameriere, rischiando di farle cadere a terra le portate da servire.

«Scusami, io - scusa» bofonchia e nemmeno li sente i rimproveri che gli vengono urlati contro.

Smette di sentire qualunque cosa, in testa ha solo quella maledetta canzone che rimbomba e si fonde con la voce di Manuel e di lui.

Non realizza in che modo si ritrova in uno stanzino poco illuminato, dove i suoni giungono ovattati. Forse è la dispensa del locale – lo immagina dai vari scaffali di metallo sistemati in maniera ordinata, dove sopra spuntano barattoli pieni di sottaceti, verdure sott'olio e quant'altro.

Che poi, intorno si guarda poco.

Perché sta provando in tutti i modi a riprendere a respirare in maniera normale, a far tornare il proprio cuore a battere in maniera regolare. Solo che è difficile.

È difficile poiché ogni parte del corpo comincia a tremargli, le mani gli formicolano e perdono sensibilità, percepisce le gambe deboli, che stanno per cedere.

Dannazione.

Pensa che, forse, sta morendo, che ci è molto vicino, che sta perdendo il controllo.

Cerca di muoversi, di fare su e giù in quell'ambiente ristretto. Ma è bloccato, non ci riesce.

Sta impazzendo.

Quei dannati echi lo stanno facendo andare fuori di testa, lo stanno annientando, lo stanno uccidendo, lo stanno...

«Simo?».

La voce di Manuel gli sembra più vicina. No, non è un eco.

È scosso da forti tremori quando si volta, con uno scatto, e vede l'altro ragazzo fermo poco dopo la soglia della porta, la stessa che ha socchiuso alle proprie spalle.

«No» singhiozza «No, no, vai via, vai – per favore». Si porta entrambe le mani tra i capelli, con disperazione. Non lo ha realizzato che il proprio volto si è ricoperto di lacrime e gli occhi sono gonfi e arrossati. Cerca, comunque, di non incrociare lo sguardo del compagno.

Quest'ultimo, in un primo momento, ha quasi il terrore di muoversi, di fare qualunque cosa che possa risultare sbagliata. Tiene le mani alzate, in segno di resa, mentre a piccoli passi cerca di avvicinarsi a lui. «No, mica me ne vado» dice, a bassa voce. «Simo?» lo richiama ancora «Io non vado da nessuna parte».

«No, no, no» cantilena Simone e indietreggia, di riflesso. «No, ti prego, ti... Devi andare via». Finisce con le spalle contro uno degli scaffali, ci sbatte addosso e rischia di far cadere qualche barattolo. È ancora scosso dai tremori.

È a tal punto che le gambe non lo reggono più in piedi e scivola a terra, fino a ritrovarsi seduto sul pavimento, con le ginocchia flesse al petto.

Manuel esita per qualche secondo, come attendesse il momento più opportuno per diminuire la distanza che li separa. Ha paura, ma cerca di nasconderlo.

Avanza in maniera lenta, per potersi accovacciare di fronte al compagno. Cerca di non compiere ulteriori movimenti e di vedere il suo viso – per farlo, inclina la testa su di un lato, ma attende, non dice nulla.

Simone capisce che la propria richiesta non verrà esaudita. Deve arrendersi. Manda giù della saliva a fatica. Le mani gli stanno ancora tremando e formicolando, il cuore pare esplodergli nel petto. «Non riesco – a respirare» bofonchia «Non... Non ci riesco».

«Sì, sì, ce la fai».

«No» soffoca e scuote il capo.

«Sì» insiste Manuel «Sì, ce la fai. Lo facciamo insieme, mh?».

Simone fa ancora cenno di no. È in apnea, non è sul serio in grado far entrare abbastanza ossigeno nei polmoni. Incrocia lo sguardo con quello dell'altro ragazzo, il quale lievemente gli sussurra «Inspira, così» e compie tal gesto «E poi butti fuori» e soffia via l'aria; lo deve fare per tre volte prima di venir imitato.

All'inizio, Simone fatica a stargli dietro - perché l'insensibilità a mani e braccia ha iniziato a fargli male, le tempie gli pulsano e ha dolore al petto. «Non ce la faccio» piagnucola «Non - non ce la faccio».

«Sì, sì, non vedi che ce la stai già facendo?» Manuel gli parla con un tono basso, rassicurante - il che va in netto contrasto col tormento che ha dentro in quel preciso istante. «Ce la fai, Simo. Ce la fai. Io sto qua co' te».

Occorre qualche minuto prima che Simone riesca a regolarizzare un minimo il proprio respiro, a far scemare almeno un po' i tremori. A far passare quell'attacco di panico che lo ha travolto e destabilizzato.

Manuel attende che torni un'apparenza di calma per costringersi a fare qualcos'altro, a prendere le sue mani tra le proprie e sfregare i pollici sui suoi dorsi.

Simone osserva il suo gesto, sebbene abbia gli occhi che gli bruciano e la vista non è troppo chiara. «Mi dispiace» biascica.

«No, e di che?» sussurra Manuel, non smettendo di accarezzarlo.

«Ho fatto un casino».

«Non è successo niente» afferma ancora «C'è tanta confusione di là, è normale agitarsi, mh? Non fa niente».

Simone glielo vorrebbe dire che la confusione della sala non c'entra nulla, che il chiacchiericcio non lo ha scalfito, che nemmeno il nuovo impiego lo ha fatto.

A quello ci ha pensato tutto il resto.

Tuttavia, rimane in silenzio. Si lascia tranquillizzare dal suo tocco, cerca di focalizzarsi solo su di esso e null'altro – come se tale lieve contatto fosse il proprio appiglio alla realtà.

«Adesso ce ne stiamo qui un po', finché non se ne va un po' di gente, mh?» sussurra Manuel. Poi si sposta, gli siede accanto, perdendo, ma ritrovando subito la presa sulle sue mani – e allunga le gambe in avanti.

«Non puoi» singhiozza Simone «Stai lavorando e...».

«E non ti preoccupà» lo rimbecca subito l'altro ragazzo «Ho già avvisato un collega che me copre».

«Sì, ma...».

«Niente ma». Sposta una sola mano, per poterla posare sul lato del suo collo. Si sporge in avanti quel che è sufficiente per depositare un bacio sulla sua fronte. «Te l'ho detto che resto qua» sospira, non appena si distacca.

Simone ancora non proferisce parola. Si sente improvvisamente stanco, spossato, quasi ogni ora di sonno persa negli ultimi giorni gli stia piombando addosso e lo stia tirando giù, a fondo. Si abbandona sul compagno, con la testa sulla sua spalla, frattanto che le loro dita si intrecciano, come fanno sempre.


**


Manuel è fermo sulla soglia della porta della camera, agitato, totalmente irrequieto.

Osserva Simone, avvolto nelle coperte: sta dormendo da ore, grazie a quei tranquillanti che lo ha convinto a prendere. Li avrebbe evitati volentieri, ma ha sentito Sofia, le ha raccontato quanto accaduto al ristorante e hanno optato entrambi per quella soluzione momentanea, con farmaci per ora blandi, prima di consultare un eventuale ulteriore specialista.

Sta immobile e basta, sentendosi incredibilmente impotente in tale situazione, così come ha fatto durante l'attacco di panico del compagno o quando ha gli incubi la notte.

Il punto è che non sa cosa stia succedendo e quell'aspetto lo spaventa. Lo atterrisce.

Perché forse una risposta ce l'ha, ma non vuole neppure metterla in conto.

Da simili pensieri, è distratto quando qualcuno bussa alla porta d'ingresso. Ci impiega qualche secondo per costringersi ad andare ad aprire.

Lo sguardo lo rivolge verso la camera che ha appena abbandonato, prima di portare l'attenzione su chi è sulla soglia.

Matteo resta fermo, senza osare entrare nell'appartamento - non prima di esser stato invitato dentro.

Questa volta, Manuel non sbuffa a causa della sua presenza, perché lo ha contattato lui e sarebbe contraddittorio.

«Scusa il ritardo» esclama Matteo «Sta un traffico allucinante».

Manuel tale giustifica manco la sente. Non è molto concentrato e sposta gli occhi dal volto dell'amico verso la stanza da letto, di nuovo. Scuote il capo, dopo si scansa e fa un cenno all'altro ragazzo per permettergli di varcare la soglia. Matteo obbedisce con leggera esitazione. «Tutto okay, Manuel?» prova a chiedere.

Manuel appoggia le mani sui fianchi e «Sì, sì» taglia corto «Tutto okay, uhm - senti». Fa una pausa, per un breve momento, e prende un respiro profondo. «Scusa se t'ho avvertito tardi stamattina».

«No, ma va» viene rassicurato «M'hai chiesto una mano, gli amici servono anche a questo. Che devo fà?».

Si morde piano il labbro inferiore. «Niente, in realtà» dice, a bassa voce «Cioè - devo fà il doppio servizio oggi al ristorante, pe' fà un favore ad un collega mio».

«E...?».

«E torno tardi, non ci sto tutto il giorno» spiega «Non - non me va de lascià Simone da solo tutto sto tempo».

Un briciolo Matteo quella richiesta la comprende, seppur prima non gli sia mai arrivata. Tuttavia, scorge qualcosa di differente nella voce dell'amico e quindi «Sei sicuro che va tutto bene?» domanda.

Ecco, Manuel non sa se davvero va tutto bene. Una parte di sé lo spera, prega ancora affinché siano tutte coincidenze, ma un'altra, estremamente distruttiva e pessimista, è convinta che la catastrofe sia all'orizzonte.

«Seh, certo» mente «Senti, solo se vuoi, altrimenti li chiamo e arrangio in altro modo e...».

«T'ho detto che non stanno problemi, Manuè!» lo rimbecca Matteo e sforza una risata «Nun te preoccupà».

Manuel è lievemente rincuorato dalle sue parole, seppur non siano utili a rassicurarlo del tutto. Annuisce, quasi a convincere sé stesso, frattanto che si sposta, recupera la giacca di pelle nera lasciata appesa per il colletto sulla maniglia della porta della cucina e se la infila. «Okay, uhm» borbotta «Io vado».

«D'accordo».

«Mó sta dormendo» lo informa «Ha - preso dei tranquillanti, quindi potrebbe farlo per parecchio».

«Okay».

«E in cucina ho preparato qualcosa per pranzo, è solo pasta, la devi scaldà. Ne sta abbastanza pe' tutti e due».

Matteo annuisce e «Okay» ribadisce.

«Tu comunque sveglialo per mangiare, mh?» Manuel prosegue, come se gli assensi dell'amico non esistessero: «E se succede qualcosa, qualsiasi cosa de' strano, basta che me chiami e arrivo. Tanto sto andà in macchina così non sto agli orari della metro e...».

«Manuel, ho capito» Matteo è costretto ad interromperlo. Non lo fa in maniera brusca, decisamente il contrario. «T'ho detto de non preoccuparte».

Manuel si blocca a quella frase. Neppure se ne è accorto che si sta agitando e che il proprio cuore ha accelerato i battiti. «È che...» balbetta «Ieri sera c'ha avuto un brutto momento e...».

«E non vuoi che succeda di nuovo» va avanti Matteo «Lo so, per questo ti sto dicendo di non preoccuparti».

«Ma...».

«Dopo lo sveglio, mangiamo, ci mettiamo a cazzeggiare sui videogiochi e magari gli faccio vedere altri gameplay. Se succede qualcosa de strano, ti chiamo, ma non ce ne sarà il bisogno».

Manuel si morde piano il labbro inferiore, ancora nervoso. Rivolge l'ennesima occhiata verso la porta socchiusa della camera da letto, dove Simone sta dormendo. Ha l'istinto di tornarci nell'immediato, ma sa che, se lo facesse, si sdraierebbe accanto a lui e non uscirebbe più di casa per andare a lavoro.

Così annuisce e «Tanto il telefono lo tengo in tasca» dice «Co' la suoneria, eh».

Matteo ridacchia. «Va bene».

«Allora vado».

«Vai».

Manuel temporeggia ancora un attimo, prima di arrendersi e abbandonare in via definitiva l'appartamento, anche se, non appena scende una rampa di scala, gli vien voglia di risalirla e semplicemente rimanere.

Non può, comunque, non deve.

Tanto Simone è a casa, tranquillo, insieme a Matteo.

Non può succedere niente di terribile.


**


Quando Simone si sveglia, se è possibile, si sente più stanco di prima.

Probabilmente è l'effetto dei tranquillanti che sta svanendo o che è distrutto a livello mentale da non riuscire davvero a riposare.

Trascina i piedi ricoperti soltanto da un sottile calzino sulle mattonelle, mentre si dirige verso la cucina. Percepisce dei rumori provenire da lì.

Si stropiccia gli occhi nel momento in cui ne varca la soglia. Non si aspetta di trovarci Matteo, intento ad apparecchiare la tavola per due. Quest'ultimo ci impiega qualche secondo per accorgersi della presenza dell'amico, tanto che, non appena succede, sussulta leggermente. «Oh, sei sveglio» esclama «Stavo venendo a chiamarti».

«Dov'è Manuel?» domanda Simone, senza neppure ascoltare le sue frasi. Il suo tono è flebile, a stento percettibile.

«È andato a lavoro» replica Matteo, giocherellando con le quattro posate che ha in mano «Io passavo di qua e allora...».

«Ti ha chiesto lui di venire?».

Ecco, bene.

Si morde il labbro inferiore, un briciolo in difficoltà. «Se te dico di sì, te arrabbi?» borbotta.

Simone scuote il capo e sospira sommessamente. «No» soffia.

«Beh, allora - sì» dice Matteo. Scrolla le spalle e sistema quelle stesse posate sul tavolo, accanto ai due piatti fondi. «Mi ha chiamato stamattina» aggiunge. Fa una breve pausa. «Sto scaldando la pasta, così mangiamo. Hai fame?». Parla e intanto gli fa cenno con la testa di sedersi.

«Non molta» attesta Simone, sebbene segua le sue indicazioni, più che altro perché non si regge troppo in piedi - la debolezza pare essersi fatta più ingombrante.

Prende posto al tavolo, stringendosi nelle spalle. L'odore di spaghetti al sugo di basilico dentro al piatto che gli viene messo davanti gli fa arricciare il naso, gli provoca addirittura la nausea, probabilmente perché si è svegliato da poco e per il fatto che ha lo stomaco in subbuglio.

Matteo gli si sistema di fronte, con già la forchetta in mano pronta ad arrotolare la pasta.

Simone rigira la posata tra le dita, distratto. Gli echi nella sua testa sono presenti anche in quel momento, nonostante siano al pari di lievi sussurri e gli concedano un briciolo di pace.

«Posso – chiederti una cosa?» mormora, con lo sguardo basso. L'amico annuisce, mentre rigira gli spaghetti nel piatto, pronto per mangiarli.

«Tu come sapevi dei diari?» la domanda fuoriesce dalla bocca di Simone con un tono appena più alto, incredibilmente fermo rispetto alla voce spezzata di poco prima, quasi avesse una diversa consapevolezza, la quale l'altro ragazzo non sa come prendere.

«Manuel non lo sapeva» prosegue e adesso il capo lo solleva, facendo incrociare i loro sguardi. «Però tu sì. Come facevi a saperlo?».

Matteo mette giù la forchetta, forse gli è passata pure la fame. «Beh, è – una storia lunga» bofonchia.

«Abbiamo tempo, no?».

Sì, effettivamente lo hanno.

Hanno tutto il giorno.

Si morde piano il labbro inferiore, stringendosi nelle spalle. «Tu - uhm» soffoca «Lo avevi lasciato a scuola, sotto il banco, un giorno all'ultimo anno. Io l'ho solo trovato».

«E lo hai letto» Simone afferma, non è una domanda «Lo hai letto pure se era una cosa privata».

«Non pensavo lo fosse» si giustifica Matteo «E all'inizio, dopo una sola pagina, ho pensato di lasciar perdere, ma poi sono andato avanti e...». Si interrompe, scuotendo il capo. «Ti sei arrabbiato un botto» va avanti, in seguito «Co' tutte le ragioni, eh. Mica me dovevo impiccià».

«Ma l'hai fatto».

«Seh» replica «L'ho fatto».

«E perché?».

«Che te devo dì, perché ero uno stronzo» gli sfugge una risata, con un briciolo di isterismo «A tratti lo sò ancora, anche se ci sto a lavorà. Un po' sò migliorato».

Simone rimane impassibile di fronte a tale confessione. Abbassa nuovamente gli occhi. «Ma perché, se sapevi cosa stava scritto» mormora «Mi hai detto di leggerli?». Non specifica che significa quel cosa, ma è chiaro che si riferisca al dolore, alla disperazione che quelle righe contengono.

Da tale quesito, Matteo è spiazzato. In un primo istante, non ha nemmeno idea di come rispondere, perché, quella volta, l'idea dei diari gli è venuta in maniera spontanea, con tutte le buone intenzioni.

Per cui «Beh, perché...» sussurra e tira su col naso «Perché, nonostante ogni cosa, là dentro stava il mondo tuo». Abbozza un sorriso, che risulta tirato. «E gran parte del tuo mondo gira attorno a Manuel. M'hai detto che non era innamorato di te, che eri convinto non lo fosse più ora e ho pensato che leggere quei diari avesse potuto aiutarti a capire che non era così e poi che – così avresti ricordato».

Simone lo ascolta in silenzio, mettendo giù in maniera definitiva la forchetta. La sua espressione non è cambiata: è vacua, assente, consumata dagli echi che in quell'istante cominciano a diventare più forti.


Potrei davvero farlo. Prendermi cura di te, intendo.

Sto bene.

Anche quando stai bene. Soprattutto quando stai bene.


«Hai sbagliato» sibila e trattiene un singulto. «Io non voglio ricordare».

La voce gli si incrina lievemente quando pronuncia quella frase, probabilmente per il fatto che è la prima volta che lo ammette al di fuori dei propri pensieri.

Che quei ricordi non vuole averli, adesso.

Che quel dolore non vuole percepirlo.

Che i momenti che ha vissuto lui non vuole averli addosso, che ne vuole creare di nuovi, essendo sé stesso e basta.

Qualcosa che appartenga a sé e basta.

Matteo è in procinto di parlare, nonostante non abbia idea di cosa poter dire in una simile situazione. Non fa in tempo a proferire parola, comunque, che Simone fa strisciare la sedia sul pavimento e «Vado in bagno» borbotta e dopo si alza ed abbandona la cucina.


E se qualcuno m'apre la galleria?

Te devi fà l'album privato.

Che?

L'album privato in galleria e ce metti la password.


In bagno, Simone chiude a chiave la porta. Sensazioni simili a quelle provate la sera prima lo travolgono: il fiato corto, il battito del cuore accelerato, il formicolio alle mani.

Non le sopporta più.

È davanti al lavandino. Apre l'acqua e la fa scorrere, gelida, sui propri polsi, sperando che possa donargli un po' di sollievo. Funziona, almeno un briciolo.

Almeno finché non solleva lo sguardo e scorge il proprio riflesso. Vede le cicatrici, che paiono scomparire e poi riapparire ogni volta che sbatte le palpebre – assurdo come la mente lo stia prendendo in giro, pare quasi si diverta.

Pare provi piacere a farlo impazzire, a fargli vedere lui nello specchio.


Perché, tu hai l'album privato?

Certo che c'ho l'album privato, se chiama Simone.

Col nome mio?

Col nome tuo, ce stanno foto tue, che nome dovevo mette?


Il telefono lo ha nella tasca della tuta grigia che indossa. Gli viene automatico recuperarlo, con le dita che gli tremano e i palmi ancora umidi. Chiude il rubinetto, mentre sblocca lo schermo. Ci impiega qualche secondo ad andare ad aprire la galleria, a finire su quell'album privato che porta il nome di Manuel.

Non ne ha mai avuto accesso poiché il codice per entrarci non l'ha mai saputo – non dopo.

Tuttavia, in quel momento, complici gli echi nella confusione che ha in testa, digita 492023.

L'album si apre e il petto gli sussulta.

Appaiono una serie di video e foto: ci sono scatti di Manuel in primo piano, a volte serio, altre col sorriso; ci sono immagini di loro due insieme, mentre si baciano o si guardano soltanto. C'è addirittura una foto di Manuel che dorme e di lui che gli tiene una mano sulla guancia.


Ti amo.

Fissato co' sta cosa di dirlo sempre per primo, oh. Non me lo perdonerai mai, vero?

No. Sarò sempre il primo e pure l'ultimo a dirtelo.

Ogni giorno, tutti i giorni?

Ogni giorno, tutti i giorni.


Simone ha l'attenzione fissa su una foto in particolare di Manuel. È uno scatto semplice, in bianco e nero con dei leggeri riflessi color seppia – forse è un filtro – frontale, dove il ragazzo ha i capelli ricci appena scompigliati, gli occhi assottigliati dal sole che gli arriva sul viso. Non ha nulla di particolare, è soltanto bella.

È bella la foto, è bello Manuel.

In quel momento, la propria mente decide di giocare ancora più sporco: gli fa addirittura vedere l'istante in cui quel frammento di vita è stato catturato, con lui seduto sul letto davanti al compagno, con una gamba allungata e un piede appoggiato sulla coscia, il telefono davanti alla faccia e un dito che va a premere l'otturatore.


Se ti tocco, ti sento e so che ci sei e mi calma. Poi è come se tutto il resto del mondo sparisse.


«Simò? Simò, stai dentro da un po'. Tutto bene?».

Simone sente la voce di Matteo, insieme al suo indeciso bussare alla porta. Però lo ignora.

Ha ancora lo smartphone in mano, che è lo stesso che poggia sul bordo del lavandino.

Sta tremando, di nuovo. La vista gli si appanna di fronte allo scrutare ancora il proprio riflesso nello specchio.


Però poi ti guarderò venirmi incontro, con attorno tutte le decorazioni lilla.

Lilla?

Me piace il lilla. E mentre cammini verso di me, io penserò a quanto cazzo sono fortunato che tu abbia deciso di passare il resto della mia vita con me.


«Sta' zitto». Simone lo dice con tono basso. «Sta' zitto!» lo ripete, stavolta più forte, il che coincide con Matteo che smette di bussare – forse perché crede che sia riferito a lui.

Gli occhi di Simone si sono ormai riempiti di lacrime, le stesse che gli bagnano il viso, che rendono le cicatrici più evidenti.

«Sta' zitto» dice ancora «Sta' zitto, zitto, zitto!». Cantilena, la voce gli si spezza. Con un palmo aperto batte sulla superficie riflettente che ha di fronte, prima piano, dopo con forza maggiore, sempre di più, mentre «Sta' zitto» gli esce ancora fuori di bocca.

Lo ordina ai pensieri, agli echi.

Lo ordina a lui che si sta insinuando nella propria testa, che lo sta scavalcando, che lo sta facendo sparire.

«Stai zitto!» lo urla. Grida con talmente tanta disperazione da farsi pizzicare la gola e ciò coincide col proprio pugno che si stringe, si alza e finisce per colpire con violenza lo specchio che ha davanti, creando delle crepe su di esso.

Simone non lo percepisce il dolore della ferita che quel vetro rotto gli ha provocato sul dorso della mano e sul lato esterno. Nota soltanto del sangue che cola, che gli finisce sul polso e l'avambraccio.

Però male no, quello non lo sente. È come se i propri sensi avessero smesso di funzionare.

Non realizza neppure il modo in cui Matteo ha dapprima ripreso a bussare, con insistenza, e dopo ha sfondato la porta per poter entrare.

«Simò, che cazzo hai fatto?» esclama l'amico, subito allarmato. Si affretta ad afferrare l'asciugamano appeso ad un gancio accanto al lavandino, ad appallottolarlo e premerlo sul taglio che l'altro ragazzo si è procurato. «Oh, fai vedè» dice, cerca di tenere un tono più basso e calmo, sebbene dentro di sé regna l'inquietudine.

Simone non risponde: non fa e non dice nulla. Lascia che Matteo continui a tamponare quella ferita, che gli chieda ancora cosa è successo. Il problema è che non glielo potrebbe manco spiegare.

Gli echi paiono essersi calmati, però. Non li ode più. Si sono quietati anche i tremori, il formicolio e l'affanno. Le lacrime non sgorgano più dai suoi occhi.

Si sente vuoto, come una scatola di cartone che non contiene più nulla, che si è rotta e può essere buttata via.

«Non è niente» soffoca e abbassa lo sguardo.

Matteo scuote il capo. «E non me pare niente, Simò» borbotta. Rimuove per un attimo l'asciugamano: nota che la ferita non è profonda, ma è fuoriuscito del sangue in maniera copiosa. «Magari dovremmo andare in ospedale, te danno un'occhiata».

«No - no, ho detto che non è niente» obietta Simone. Il suo tono di voce si incrina. In tal istante, il proprio sguardo si incrocia con quello dell'amico.

Matteo vorrebbe chiedergli ancora cosa è successo, insieme a mille altri quesiti che gli ronzano in testa. Ma rimane in silenzio a causa dell'espressione affranta e distrutta che nota sul suo volto.

«Non lo dire a Manuel» biascica Simone, la sua risulta una supplica «Per - per favore». Sa che è una richiesta vana, perché lo specchio del loro bagno è in frantumi e ha un taglio sulla mano quindi manco serve dirlo.

Matteo esita per un breve attimo, ripensando alle parole di Manuel quella mattina, che se accade qualcosa di strano, lo deve chiamare. Infrange la velata promessa quando piano sussurra «Non gli dico niente».

Gli occhi di Simone sono lucidi, gonfi e arrossati. Si limita ad annuire, sperando sia sufficiente come flebile ringraziamento. Le labbra che gli tremano un briciolo.

«Dobbiamo almeno medicarla, mh?» sussurra Matteo «Che dici?». Ottiene un ulteriore cenno del capo per accettare tale proposta. Lo manovra al pari di un fantoccio privo di vita quando gli fa mettere la mano sotto l'acqua corrente e, in seguito, lo fa sedere sul coperchio chiuso della tazza di ceramica, tampona la ferita, la ripulisce con quel poco che trova nel cassetto sotto al lavandino – giusto del cotone e acqua ossigenata; ha la fortuna di rinvenire anche una benda, un po' malconcia, ma comunque utile. Con essa riesce a fasciargli parzialmente la mano e ferma il tutto con dei cerotti che, probabilmente, cederanno in poche ore. Per il momento, comunque, possono reggere.

«Okay» dice, alla fine, e smorza un sorriso di circostanza «Potevo fà meglio, ma avete roba de primo soccorso davvero scarsa». Cerca di alleviare la tensione, con scarsi risultati, poiché Simone fissa un punto vuoto di fronte a sé, sta in assoluto silenzio e resta immobile.

«Ohi» mormora, allora. Si piega sulle gambe, per essere circa alla stessa altezza del suo viso. Posa una mano sulla sua spalla. «Me vuoi dì che è successo?».

Simone scuote la testa. «Mi prenderesti per pazzo» biascica.

«Non è vero».

«Sì, invece». Di quello ne è piuttosto convinto. È sicuro che non capirebbe, che nessuno ne sarebbe capace: né lui, né Manuel, nemmeno Sofia.

Matteo non insiste. Sussurra un lieve «Okay», in procinto di scostarsi. Tuttavia, viene fermato da Simone che lo tiene per un avambraccio. Non c'è una richiesta esplicita o una supplica.

Non gli serve neppure per stringere l'amico a sé, in un abbraccio fraterno che sa di conforto, di appiglio nel bel mezzo di una tempesta.


**










[Note autore:

Ciao a tutt*! Grazie per aver letto fin qui.
So che questo capitolo risulta un po' caotico, era un po' quello l'intento per rappresentare il caos nella testa Simone - che in sostanza è in lotta con sé stesso, con i ricordi e insomma.. un bel trip.
Spero vi sia piaciuto, anche perché siamo verso la conclusione di questa storia e già mi piange il cuore.

Un bacio, alla prossima]

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